attualità

Gli israeliani contro Twitter: “Aiuta i terroristi”

MILANO – Twitter aiuta i terroristi? La domanda se la dovrà porre un giudice, se il sito di microblogging non dovesse accogliere le richieste che gli arrivano da Tel Aviv. Shurat HaDin, un centro legale israeliano, dà al social network da 140 caratteri, pochi giorni prima di portare in Tribunale i vertici dell’azienda se questi non cancellano tutti gli account riconducibili alle organizzazioni terroristiche. Con il rischio che, se il giudice dovesse dare ragione agl’israeliani, i capi del social network potrebbero finire alla sbarra per aver offerto supporto logistico ai terroristi. (continua su corriere.it)

LEGGI ANCHE: Gli israeliani chiedono 1,2 miliardi ad Al Jazeera: “Ha aiutato i terroristi di Hezbollah” (del 13 luglio 2010)

Annunci
Standard
attualità

La proposta choc di Netanyahu: dividere in due Beit Shemesh

Dividere in due la città. Di qua i religiosi e i laici. Di là gli zeloti ultraortodossi. In mezzo, chissà. Un muro, magari. O una serie di checkpoint. Perché il sobborgo di Beit Shemesh non è più solo un problema di costume. Ma anche una questione di ordine pubblico. Da risolvere subito. Prima che il virus dell’intolleranza religiosa si estenda al resto del Paese. Prima che i 25 mila appartamenti in costruzione e destinati agli ultraortodossi renda la situazione esplosiva. Prima che distrugga Israele.

In una riunione che doveva restare riservata, ma che puntualmente è comparsa con tanto di dettagli sui quotidiani locali, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha proposto ai colleghi di coalizione del Likud (il suo partito) e dello Shas (formazione religiosa) la più radicale delle soluzioni: dividere in due Beit Shemesh. Non è – non sarebbe – la soluzione definitiva. Ma, viste le tensioni nell’area, si tratterebbe di quella più adeguata al problema.

Due bambini si coprono il volto per non farsi fotografare in una via di Beit Shemesh (foto di Oded Balilty / Ap)

Dai partiti di opposizione fioccano i no. Da quelli di maggioranza arriva più di una presa di distanza dalla proposta. Ma la soluzione radicale del premier israeliano aleggia ormai da qualche ora. «Non possiamo arrenderci di fronte ai fatti di Beit Shemesh», ha detto Miri Regev, deputato del Likud, il partito di Netanyahu. Ma ha anche aggiunto che «potremmo non avere altra strada da percorrere che quella di dividere in due la città, dove religiosi e laici possano vivere in tranquillità nel loro spazio, e gli ebrei ultraortodossi possano condurre la loro vita con le loro regole entro confini precisi».

Intanto, a dimostrazione che Beit Shemesh è solo un sintomo, arriva la notizia – riportata dal quotidiano Ha’aretz – della recita di Hannukkah a Petah Tikva, a est di Tel Aviv. Scrive il giornale che alcuni genitori si sono lamentati per aver dovuto assistere a uno spettacolo al centro culturale della città dove i posti erano divisi: uomini da una parte, donne dall’altra. Ma l’ufficio del sindaco ha tagliato corto: «Sono anni che alcuni appuntamenti culturali prevedono la distribuzione esatta dei posti».

© Leonard Berberi

LEGGI ANCHE: VIDEO / Gli zeloti e la bambina immodesta

Al Parlamento israeliano va di moda la segregazione sessuale

IL VIDEO DELL’ASSOCIATED PRESS

Standard
attualità, politica

Se anche al Parlamento israeliano va di moda la segregazione sessuale

La Knesset, il parlamento israeliano

Come minimo, prendono le distanze. Poi, visto che in questi casi si fa a gara a chi si allontana di più, è tutto un «nel nostro Paese queste cose non sono tollerate» e «bisogna condannare in modo assoluto». Peccato che poi, nel bel mezzo del polverone contro gli zeloti di Beit Shemesh e le loro politiche sessiste, ecco, peccato che poi si scopre che un pizzico di discriminazione nei confronti delle donne c’è pure nel cuore del Parlamento israeliano. Si chiaro: questo è nulla in confronto ai marciapiedi per soli uomini e al codice di abbigliamento imposto alle donne. Ma è comunque qualcosa. Tanto da spingere qualcuno a tirare in ballo il vecchio detto – religioso, ovviamente – «chi è senza peccato scagli la prima pietra».

E allora. Succede che alla Knesset, nemmeno tanto di nascosto, le donne siano state estromesse da tutte le manifestazioni canore e le celebrazioni che si svolgono all’interno della struttura. Motivo? «C’è un una regola non scritta, introdotta un po’ di tempo fa, che non prevede più le donne alle cerimonie ufficiali», dicono le gole profonde del Parlamento israeliano al quotidiano Ynet. E spiegano che la presenza femminile viene evitata «per non urtare la sensibilità dei deputati ebrei ultraortodossi». Quasi tutti fanno parte della maggioranza di governo. Quasi tutti sono membri dei partiti che sostengono il premier Benjamin Netanyahu.

Il «protocollo», dicevamo. Ecco, il «protocollo» non viene sempre rispettato, a dire il vero. Ma nelle grandi manifestazioni – come, per esempio, l’inaugurazione dei nuovi lavori parlamentari – le donne vengono relegate in ruoli meno visibili. «Di solito, la prassi è questa», continuano ancora le fonti: «quando in Aula è prevista la presenza di deputati e ministri ultrareligiosi cerchiamo di coinvolgere solo gli uomini».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

VIDEO / Gli zeloti e la bambina “immodesta”, il servizio tv che scuote Israele

La bambina non ha nemmeno otto anni. È bionda. Biondissima. E magra. Indossa occhiali da vista. Che aiutano a mettere a fuoco quel che le si presenta davanti ogni giorno. E per questo sono una fortuna e una condanna. «Ho paura che mi facciano del male», dice la piccolina. Poi si mette a piangere.

Si chiama Naama Margolis e sta diventando, senza neanche volerlo, il simbolo di una nazione spaventata. Naama Margolis domenica sera è comparsa per pochi minuti nelle case di buona parte del Paese attraverso la tv. Ha mostrato alla telecamera di Channel 2 i suoi occhioni azzurri e spaventati. Ha messo a nudo le debolezze di una società che fa sempre più fatica a gestire il proprio estremismo religioso. Guardatelo il video. Lo trovate sotto. Date un’occhiata al reportage. Anche se non capite nulla d’ebraico, bastano gli sguardi, il tono di voce, le gesta delle mani a dare un senso.

Siamo a Beit Shemesh, sobborgo a ovest di Gerusalemme. Qui la maggior parte degli abitanti è composta da ebrei ultraortodossi, «gli uomini cattivi vestiti di nero». Centomila abitanti e palazzine che vengono su a velocità impressionante.E’ qui, a Beit Shemesh, che sono stati creati i guardiani della moralità. E’ qui, a Beit Shemesh, che le donne più religiose vanno in giro vestite come quelle talebane, velate da capo a piedi e con solo una fessura a mostrare gli occhi.

E’ qui, tra queste strade, che lo scorso fine settimana, quando da noi si stava celebrando il Natale, i funzionari municipali hanno rimosso i cartelli in cui si obbligavano le donne a camminare soltanto su un lato della strada (foto sotto). «Si tratta di discriminazione sessuale vero e proprio», hanno stabilito i giudici.

Ma la rimozione è avvenuta al calar del sole. Per non dare nell’occhio. Anche se a vedere i tanti “buuu” la strategia non ha per nulla funzionato. Ci sono state proteste. Gli ultraortodossi hanno lanciato anche pietre. C’è stato puro uno scontro fisico, durato poco, con la polizia. Il giorno dopo le cose non sono cambiate. Con la differenza che stavolta quegli uomini se la son presa anche con la troupe di Channel 2, una delle tv più seguite nel Paese. A un certo punto il veicolo dei giornalisti è stato preso d’assalto. Una portiera danneggiata, il vetro anteriore spaccato e pietre incastrate.

E’ per questo che, per far capire a tutti cosa succede a Beit Shemesh, il tg di Channel 2, nella sua edizione di punta, ha ritrasmesso la storia di Naama Margolis. Il servizio inizia mostrando la bambina e la sua mamma. Sono su un marciapiede. La bambina sta piangendo. «Non devi avere paura», le dice la madre. Ma lei continua a singhiozzare. «Ho paura – risponde la piccolina – ho paura che mi facciano male». La strada «della paura» per la Margolis è lunga 300 metri: la distanza da casa sua alla scuola che frequenta. E in quei trecento metri, soprattutto nelle ultime settimane, la bambina viene sistematicamente presa di mira da zeloti ortodossi. Le urlano di tutto. Le danno della scostumata. Anche della «sharmuta», della puttana. A lei, un esserino di otto anni.

Gli ultraortodossi non sopportano la piccolina perché «non si veste in maniera sufficientemente modesta». Ma quel quarto d’ora circa di reportage ha sdegnato un intero Paese. Che ha scoperto, all’improvviso, quel che sta succedendo alle porte della propria capitale. La denuncia trasmessa in tv ha fatto discutere. E così, quando poi la troupe di Channel 2 s’è presentata a Beit Shemesh per filmare le limitazioni imposte alle donne da ambienti rabbinici estremisti locali, i giornalisti sono stati circondati e attaccati fisicamente. Mentre lunedì 26 dicembre sono state aggredite altre due troupes televisive. Alcuni poliziotti sono rimasti feriti, mentre circa 300 zeloti lanciavano strali e pietre. La situazione non è per nulla tranquilla. E spaventa il sit-in organizzato martedì 27 dicembre da un gruppo di attivisti di un movimento progressista. In attesa che nelle prossime ore vengano installate 400 telecamere a circuito chiuso sparse per le vie di un sobborgo sull’orlo della guerra civile.

© Leonard Berberi

Il servizio trasmesso su Channel 2 Israel

Standard
politica

Israele, il ministro Lieberman: nessuna pace con i palestinesi nei prossimi dieci anni

E poi arriva lui. «Yvette». Un leader di partito (nazionalista). Un componente di governo (di destra). Un ministro (degli Esteri). Arriva con la sua parlantina e la sua particolare dottrina delle relazioni internazionali. Istruisce gli ambasciatori. E distrugge quel poco ch’è stato costruito sulla via traballante del processo di Pace.

La soluzione del conflitto con i palestinesi? «Impossibile nel prossimo decennio», dice Avigdor Lieberman, leader di “Israel Beitenu”, ministro degli Esteri e capo degli attaché israeliani sparsi per il mondo riuniti domenica 25 dicembre a Gerusalemme. E quindi, visto che di Pace non se ne parla nemmeno, «la parola chiave da usare deve piuttosto essere “gestione” del conflitto».

Dice Lieberman che «gli sforzi dei palestinesi non hanno lo scopo di giungere a un accordo di pace con Israele, ma di internazionalizzare il conflitto». Per questo motivo, ribadisce, «bisogna adattare la riflessione diplomatica a questa realtà e comprendere che la parola chiave nei nostri rapporti con i palestinesi deve essere “gestione” e non soluzione del conflitto. Chi pensa che sia possibile arrivare a un accordo di pace nei prossimi anni sbaglia di grosso e induce in errore gli altri».

A proposito del conflitto con i palestinesi, «Yvette» sostiene che «le condizioni per un accordo di pace matureranno quando nella società palestinese si formerà una vasta e prospera classe media in grado di influenzare l’Autorità palestinese e non prima che cambi la concezione generale (dal punto di vista palestinese) per un accordo con noi».

E siccome il capo della diplomazia dello Stato ebraico ne ha un po’ per tutti, lancia i suoi strali contro l’Europa «colpevole» di aver condannato la politica degl’insediamenti e la violenza dei coloni. «La nostra democrazia – si è infervorato il ministro – non ha nulla da imparare da quella europea. Israele non ha bisogno di lezioni e sa come comportarsi con chi viola le leggi in Giudea e Samaria (Cisgiordania)».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Israele, Netanyahu batte i pugni: voglio la metropolitana a Tel Aviv

E allora, questa metropolitana quando s’ha da fare? Hai voglia a chiedere, pretendere, battere i pugni sul tavolo, alzare la voce. Perché poi, alla fin fine, il risultato è sempre lo stesso. Da quarant’anni a questa parte: nisba. Niente binari, niente fermate, niente passaggio sotteraneo. Niente di niente.

Ora, è vero che una nazione da 7,5 milioni di abitanti non può pretendere di arredare le città di metropolitane. Soprattutto se, quella che chiamano metro è una funivia e si trova a Haifa. Ma è anche vero che centinaia di migliaia di pendolari entrano ed escono da Tel Aviv, il cuore economico del Paese, usando la propria auto. E così, di mattina e di pomeriggio, ci sono vie e tangenziali della “collina della primavera” che sembra di stare a Milano o Roma. E nel bel mezzo dello shopping natalizio o di una serrata dei trasporti pubblici.

E così, il premier Benjamin Netanyahu ha alzato la voce. Ha chiesto – o meglio: preteso – una metropolitana a Tel Aviv. Da realizzare subito, ovviamente. E soprattutto: con un tracciato che dovrà passare il più possibile sotto terra. Sia inteso: messo così, il progetto richiederebbe miliardi di shekel. Tutti soldi che – sia re-inteso – per il momento non ci sono. Ma in qualche modo bisogna trovarli. Del resto quello di Netanyahu è un ordine. Fatto – racconta la radio militare – durante una riunione di lavoro con i ministri coinvolti nel progetto e con il sindaco di Tel Aviv, Ron Hulday.

A dire il vero, la storia non aiuta il premier. Il progetto della metropolitana a Tel Aviv circola da quarant’anni. Quando anche la celebre Golda Meir batté i pugni sul tavolo per spronare i collaboratori a rimboccarsi le maniche e a realizzare un moderno sistema di trasporti di massa. Quattro decenni dopo gli abitanti di Tel Aviv una metro non ce l’hanno ancora.

I progetti disponibili oggi non è che soddisfino granché “Bibi”. Una prevede la costruzione di una “linea ferroviaria leggera”, per lo più al livello stradale e solo in minima parte sotterranea. «No, deve passare sotto terra il più possibile», avrebbe detto Netanyahu. A quel punto pare anche che qualcuno gli abbia chiesto: “Ma perché?”. E pare che lui abbia risposto piccato con un «cercate di capirlo da soli».

Poi, sia chiaro, nella stessa riunione si è parlato anche di terrorismo e di nucleare. Tanto che il sindaco Hulday ha affrontato la questione della utilizzazione dei parcheggi sotterranei di Tel Aviv come possibili rifugi di massa qualora la città fosse colpita da bombardamenti nemici. Una discussione, quest’ultima, che secondo la radio militare ha fatto capire a tutti una cosa: la futura metropolitana di Tel Aviv – se mai si farà, se mai si costruirà – dovrà essere concepita anche a fini difensivi.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

LA STORIA / La “Rosa Parks” del 2011 che sfida la segregazione sessuale

Cinquantasei anni dopo, la storia è sempre la stessa. C’è una donna giovane. C’è un bus. C’è un tragitto da percorrere. Degli uomini accecati dal loro credo di vita. E un muro – mentale – da abbattere. Ieri l’Alabama. Oggi Israele. Ieri Rosa Parks. Oggi Tanja Rosenblit. Ieri la segregazione razziale. Oggi la segregazione sessuale. Corsi e ricorsi d’una storia – anzi: della Storia – che si ripete. Nonostante mezzo secolo di battaglie per i diritti civili. Nonostante la parità – almeno costituzionale – tra uomini e donne. Nonostante Internet.

E allora, veniamo a oggi. Anzi: a venerdì 16 dicembre 2011. Quando la 28enne israeliana Tanja Rosenblit decide di salire sul bus n. 451 della compagnia “Egged” ad Ashdod, direzione Gerusalemme. Quel pullman lei lo deve prendere perché una delle fermate dista a cinque minuti dal suo punto d’arrivo. Sul mezzo – tutto colorato di verde e con i sedili consumati dalle migliaia di persone che viaggiano ogni giorno – ecco, sul mezzo c’è un po’ di tutto: riservisti, soldati in libera uscita, pendolari di ritorno a casa prima del riposo settimanale. Eppoi ci sono anche loro, uomini ebrei ultraortodossi. Religiosi. Religiosissimi. Così tanto che quando la Rosenblit si siede là, davanti, vicino all’autista, iniziano a borbottare.

Le chiedono – anzi: le urlano – di spostarsi indietro, ché è là che deve sedersi una donna, non qui, tra gli uomini. Le dicono un po’ di tutto. La sfottono. La offendono. Ma lei, Tanja, non si schioda dal suo posto. Anche perché si era piazzata dietro all’autista solo per chiedergli il momento giusto quando scendere. E certo non nasconde un po’ di sorpresa. «Che storia è mai questa?», si chiede. «Siamo nel 2011!». Ma loro, uomini zeloti e devoti alla religione non vogliono sentire ragioni. Si spingono anche a chiederle di scendere dal bus. E così l’autista, vedendo l’ostinazione della «Rosa Parks» d’Israele, inizia a fare da mediatore. Chiede agli ultraortodossi di darsi una calmata. Ma loro niente.

Rosa Parks (1955) e Tanja Rosenblit (2011)

In pochi minuti arriva la polizia. Che, con garbo, chiede a Tanja se non sia il caso di spostarsi in un altro posto. Ma lei non arretra. Mentre nel frattempo arrivano anche altri ultraortodossi. Che circondano il mezzo. Si fanno minacciosi. E siccome non sono giorni di cortesia tra iper-religiosi israeliani e forze dell’ordine, allora si decide di fare un po’ la faccia cattiva. Di mostrare – è il caso di dirlo – il volto duro della legge. Non quella di Dio, ma quella dello Stato. Gli ebrei ultraortodossi allora si calmano. Il capo dei rivoltosi viene fatto scendere. Il bus parte con mezz’ora di ritardo. Arriva a Gerusalemme. Dove, intanto, la notizia è volata quasi in tempo reale. Tanja Rosenblit, quando il pullman si ferma alla sua piazzola, è sempre lì, seduta al suo posto. Nella prima fila, dietro all’autista.

«Fino a ieri ero convinta di vivere in un Paese libero», dice lei dopo essere scesa. «Ero sicura che la libertà e la dignità della persona fossero i valori supremi della nostra società così eterogenea. Ma dopo quello che è successo sul bus n. 451 non ne sono più così certa». Una cosa ci tiene a chiarirla Tanja: «Non sono contro la religione e nemmeno contro gli ultraortodossi». Però, ecco il succo del discorso, «non dobbiamo comportarci come se le libertà acquisite in questo Paese fossero una maledizione!».

Il dibattito, inutile dirlo, s’è fatto rovente. Soprattutto in certa parte dell’anima liberal degl’israeliani. Perché è vero che negli ultimi anni gli ebrei ultraortodossi sono riusciti a imporre la segregazione per sessi nei bus che collegano gl’insediamenti, ma è anche vero che mai era successa una cosa del genere a bordo di un normale pullman di linea. Per non parlare, poi, di certi marciapiedi del quartiere Mea Shearim di Gerusalemme. Ma questa è un’altra storia.

«Oggi ho saputo della richiesta a una donna di spostarsi, su un bus. Mi oppongo categoricamente», ha commentato duro il premier Benjamin Netanyahu. «Alle frange non deve essere permesso di distruggere le nostre posizioni comuni. Dobbiamo difendere gli spazi pubblici in modo che siano aperti e sicuri per tutti i cittadini di Israele».

Ma la sensazione, fuori dai circoli politici e intellettuali, è che nello Stato ebraico avanza un nuovo grattacapo per le istituzioni: la chiusura degli ebrei ultraortodossi. Non una minoranza. Nemmeno in politica, dove sostengono – anzi: reggono – il governo Netanyahu.

© Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: lunedì 19 dicembre, ore 00.23)

Standard