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La nuova vita degli israeliani e le scelte di Netanyahu

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un'israeliana 70enne (foto Reuters)

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un’israeliana 70enne (foto Reuters)

L’«Intifada dei coltelli» è proprio come l’avevano immaginato: uno stillicidio quotidiano. Esattamente quello che nel 2011 i vertici dell’intelligence israeliana avevano prospettato al premier Benjamin Netanyahu. E quello che Falafel Cafè aveva anticipato undici giorni fa. Quando le aggressioni erano ancora poche. Quando si pensava si sarebbe spento tutto. Così come spesso si spengono i fuochi che compaiono senz’alcuna avvisaglia in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Ma se c’è una cosa che queste prime due settimane di ottobre hanno fatto è rispolverare negl’israeliani – negli ebrei – quello stato d’allerta, quel senso d’insicurezza, di precarietà che molti avevano seppellito in fondo dopo la «Seconda Intifada» durato quasi quattro anni e mezzo (autunno 2000 – inverno 2005) e con un bilancio da guerra civile che s’è portato sottoterra 1.010 cittadini israeliani, 3.179 palestinesi, 55 stranieri.

Protestante palestinese colpito dalle forze dell'ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Protestante palestinese colpito dalle forze dell’ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Nel 2015 i coltelli e le accette compaiono quando meno te l’aspetti. «Anche perché noi e i palestinesi non siamo diversi fisicamente, è difficile individuare subito il malintenzionato», racconta – abbastanza scoraggiata – una 26enne di Tel Aviv. La notizia buona – ammesso che ce ne sia una in questi giorni che hanno registrato la morte di una trentina di persone tra ebrei ed arabi – ecco, la notizia «buona» la spiega una fonte del governo israeliano: dice, la fonte, che nell’incontro notturno dello scorso 13 ottobre lo Shin Bet – l’intelligence interna – ha spiegato a Netanyahu che no, non si ripeterà una «Seconda Intifada» né per modi né, soprattutto, per tempi. «Ci dobbiamo aspettare ancora aggressioni contro gli ebrei – è stato il ragionamento –, ma i numeri torneranno abbastanza presto ai livelli “fisiologici”».

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

A incoraggiare lo scenario degli 007 è l’adesione davvero degli arabo-israeliani (il 21% della popolazione circa). E la posizione del presidente palestinese Mahmoud Abbas che ha invitato i suoi a fermare qualsiasi violenza. Ma è un incoraggiamento che – hanno ammesso gli stessi responsabili della sicurezza nazionale – si regge su basi fragile nel medio e lungo periodo. Nel panorama locale cambia tutto molto in fretta. Hamas ha già chiamato i palestinesi a darsi da fare scavalcando le recinzioni e le mura per attaccare gl’israeliani. Netanyahu, poi, deve badare pure a quello che succede nella Siria in fiamme: migliaia di soldati iraniani – ha raccontato l’agenzia Reuters un paio di giorni fa – sarebbero arrivati per preparare l’offensiva via terra in due grandi città dello Stato arabo.

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Martedì notte, la sera del vertice di sicurezza dove la tensione ha preso più di una volta il posto della diplomazia e della mente lucida, è stato anche il momento in cui esperti militari e diplomatici hanno sintetizzato al primo ministro israeliano un ragionamento che nelle cancellerie europee e in quella statunitense domina da ormai mesi: lo Stato ebraico ha tassi di “simpatia” internazionale tra i più bassi di sempre. Qualsiasi decisione dura di Netanyahu finirebbe per isolare il Paese ancora di più. Questo potrebbe spiegare perché le misure eccezionali prese dal premier – alcune accusate di essere pure al limite della costituzionalità – hanno colto di sorpresa gl’israeliani per il loro impatto «soft».

Diversi analisti dello Stato ebraico lanciano poi l’allarme alle «macerie ideologiche» che questa «Intifada dei coltelli» lascerà sulla popolazione israeliana. «Macerie» che – denunciano – si vedono e si sentono già nei video che accompagnano le aggressioni dei palestinesi: urla di odio, parole che incitano a «neutralizzare» (cioè a uccidere) subito il violento. In un filmato un civile chiede esplicitamente al poliziotto: «Ma che cosa tiri fuori a fare lo spray al peperoncino, ammazzalo subito quel bastardo palestinese!».

Un sondaggio condotto dalla società Migdam per la tv privata Canale 2 ha trovato che la stragrande maggioranza degl’israeliani si ritiene per nulla contento della gestione della crisi attuale da parte di Netanyahu. Il 35% si è detto «insoddisfatto» mentre il 38% «molto insoddisfatto». E quando è stato chiesto il nome della persona più adatta a far finire le violenze il 22% ha detto che quella persona è l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, ex ministro degli Esteri, un altro 17% ha risposto Naftali Bennett, capo del partito dei coloni e solo il 15% ha indicato Netanyahu. In fondo, molto in fondo, Herzog, leader del centro-sinistra (5%) e il centrista Yair Lapid (4%).

Insomma: il Paese, ad oggi, si è spostato a destra. Più di prima. E questo, per il governo Netanyahu che «vive» con un solo un voto di maggioranza potrebbe tradursi nella sua caduta. Nelle elezioni anticipate. E nel trionfo di nazionalisti e ultrareligiosi.

© Leonard Berberi

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Il matrimonio ultraortodosso con 25 mila invitati

Una delle fasi del matrimonio nella comunità ultraortodossa di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun / Reuters)

Una delle fasi del matrimonio nella comunità ultraortodossa di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun / Reuters)

E’ stato uno dei matrimoni “più grandi e affollati” che Gerusalemme ricordi. Circa 25 mila ebrei ultraortodossi hanno preso parte alla cerimonia nuziale, questa settimana, del rabbino Shalom Rokeach, 18 anni – figlio del rabbino Tissachar Dov Rokeach – e Hannah Batya Penet, 19. Entrambi fanno parte di una delle più grandi dinastie d’Israele, quella dei Belz (hassidici). Il nome, Belz, è stato preso dalla città omonima in Ucraina, a pochi chilometri dal confine con la Polonia.

La celebrazione è finita verso le 4 del mattino ed è stata gestita con “rigore militare”, raccontano alcuni degli ospiti. Soltanto gli uomini hanno usato qualcosa come un milione di bicchieri di plastica e per gestire l’enorme flusso di persone gli organizzatori dell’evento hanno mandato tra la folla individui con megafono per dare le disposizioni. In contemporanea alcuni maxi-schermi hanno trasmesso in diretta il matrimonio. Come da tradizione, uomini e donne festeggiano in luoghi separati. In questo caso le ospiti hanno seguito l’evento a due chilometri di distanza dagli uomini. (l.b.)

Ecco alcune delle immagini dell’evento scattate da Ronen Zvulun per l’agenzia Reuters.

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Quegli ebrei ultrareligiosi che si trasferiscono nelle città arabo-israeliane

C’è un preciso disegno, denunciano. Dicono pure che sia in atto da qualche anno. E, fanno capire, o si fa qualcosa o quello degl’insediamenti sarà soltanto un piccolissimo problema in confronto. «Dopo aver occupato la Cisgiordania, ora vogliono cacciare gli arabo-israeliani dallo Stato ebraico trasferendosi in massa nelle città miste». L’allarme l’ha lanciato Mohammad Darawshe, uno dei capi dell’«Abraham Fund Initiatives», l’organizzazione no profit che promuove la convivenza tra ebrei e arabi in Israele.

Dice Darawshe che negli ultimi anni diverse migliaia di ebrei ultraortodossi si sono trasferiti nelle zone periferiche – di Jaffa, Lod, Ramla, Acco – abitate dalla maggioranza araba dove hanno costruito quartieri e attività commerciali soltanto per loro, «minando così la pacifica convivenza che va avanti da tempo». «Lo Stato deve fare qualcosa, non può fare preferenze etniche, altrimenti viola i principi della democrazia», ha sottolineato Darawshe.

Quasi un quinto della popolazione israeliana è araba. La maggior parte vive in città e villaggi a maggioranza araba, tranne qualche eccezione, come Haifa, terza città dello Stato ebraico. Mentre di là, oltre il muro di separazione, in Cisgiordania, nei decenni oltre 300 mila coloni si sono insediati su terre che – da un punto di vista della Comunità internazionale – non appartengono a Israele.

L’attivista Aharon Attias posa davanti al cantiere della città di Lod – tra Tel Aviv e Gerusalemme – dove saranno costruiti i palazzi che ospiteranno soltanto gli israeliani di religione ebraica (foto Ariel Schalit/Ap)

Ma quello che in molti stanno chiamando la «colonizzazione interna» d’Israele allarma ancora di più. «Le modalità di insediamento nello Stato ebraico sono le stesse di quelle che hanno animato e animano le colonie in Cisgiordania», denuncia l’organizzazione no profit. «Per gli stessi coloni la Linea Verde non c’è, quella terra è tutta Israele».

L’Associated Press, in un lungo articolo, rivela che a dare una mano agli ebrei ultraortodossi a costruire case e strutture nelle città israeliane a maggioranza araba è una delle organizzazioni più potenti, l’Israel Land Fund, che si occupa di dare tutto il supporto economico e logistico necessario con l’obiettivo di «assicurare che la terra d’Israele resti nelle mani del popolo ebraico per sempre».

«Grazie al nostro fondo abbiamo portato 50 mila famiglie a Jaffa», ha detto Arieh King, il direttore dell’Israel Land Fund. Jaffa è la città a maggioranza araba che fa parte di Tel Aviv. «Ci sono luoghi in Jaffa dove si sono insediati il Movimento islamico e altri gruppi», ha aggiunto King. «La gente aveva paura di sventolare la nostra bandiera nazionale per paura di qualche reazione araba. Ma ora, grazie a noi, gli ebrei si sentono decisamente più al sicuro».

Un’israeliana passeggia davanti a un cantiere edile che sta costruendo edifici soltanto per ebrei nella città di Lod (foto Ariel Schalit/Ap)

Il fondo non si ferma qui. Ora sta cercando investitori per realizzare un progetto da 16 milioni dollari per costruire condomini e alberghi nell’area portuale di Acco. Ma quell’area di Acco, fanno sapere gli arabi, è patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Non la pensa così il mega-cartellone che compare all’ingresso dell’area interessata: «Come sempre, le ricompense finanziarie sono nulla in confronto ai benefici spirituali e ideologici che deriverebbero dal sapere che il progetto avrà un impatto enorme per far sì che Acco resti una città ebraica».

A proposito di Acco (San Giovanni d’Acri). Qui ci vivono in 50 mila: sette su dieci sono ebrei, il restante è arabo. Nonostante le differenze numeriche hanno vissuto per decenni in tranquillità. Ma per molti l’equilibrio è compromesso con l’arrivo delle nuove famiglie ultraortodosse. «I nuovi arrivati non capiscono la mentalità di ebrei e arabi che convivono qui da anni in santa pace», ha denunciato Adham Jamal, vice-sindaco di Acco il cui primo cittadino è ebreo.

Un processo simile sta avendo luogo anche a Lod, a metà tra Tel Aviv e Gerusalemme, dove l’Associated Press ha sentito un po’ di residenti. Quelli ebrei ultraortodossi parlano di lotta per non lasciare la città in mano agli arabi. Questi ultimi descrivono i «coloni di nuova generazione» come un «cancro che non si riesce più a estirpare».

 © Leonard Berberi

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Quegli occhiali “annebbianti” degli ultraortodossi per combattere l’«immodestia femminile»

Se non puoi evitarle, puoi almeno sfocarle. Così da eliminarle dalla propria vista. Non sia mai capiti di posare gli occhi su femmine sconosciute. Peggio: su femmine vestite in modo «immodesto».

E allora. Passano i mesi e gli anni. Si accumulano le sentenze. Si collezionano gli applausi e le denunce, le manifestazioni e i racconti dell’orrore. Ma in certe aree d’Israele siamo sempre alle solite.

Perché dopo i posti separati sui bus (uomini davanti, donne dietro), dopo i marciapiedi uomini-di-qua-donne-di-là, dopo le mura tirate all’improvviso nel bel mezzo della strada e dopo la pubblicità mono-sesso, ecco, dopo tutto questo, arriva la nuova «arma» degli ebrei ultra-ortodossi, è il caso di dirlo, a tutto tondo: gli occhiali che annebbiano la vista. Non sempre. Solo degli oggetti e delle persone che si trovano a una certa distanza da noi. Perché, ovvio, altrimenti s’inciampa.

Ecco, gli occhiali. Servono a evitare il contatto visivo con le donne «poco» vestite, ché la legge ebraica proibisce che l’uomo e l’altra metà del cielo si sfiorino – anche con gli occhi – se non sono sposati. Basta fare quattro passi in certe vie di Bnei Brak, la città degli ultraortodossi poco lontana dalla laicissima Tel Aviv. Oppure passeggiare al quartiere religioso Mea Shearim di Gerusalemme. Cartelli, affissioni. Ordini. Alle donne, soprattutto. «Copritevi fino al collo!». «Evitate contatti con gli sconosciuti!». E via così.

A proposito di occhiali. Costano poco meno di 30 euro. Il prezzo della devozione a Dio. Ma anche la risposta – della comunità religiosa ebraica più oltranzista – alle sentenze della legge dello Stato. Una risposta che suona come una pernacchia, accusano molti laici israeliani. Una pernacchia alla ragione. Al rispetto. Alle donne.

© Leonard Berberi

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Il mercoledì “da leoni” delle donne d’Israele contro gli ebrei ultraortodossi

Il buonsenso, alla fine. E il progresso. E la lungimiranza. E, ovviamente, la legge. Quella dello Stato, ché quella di Dio da tempo avevo detto la sua. Mercoledì l’Alta corte di giustizia di Gerusalemme ha stabilito un principio che d’ora in avanti farà giurisprudenza: sui bus del trasporto pubblico, anche nelle città «religiose», non può essere vietata la reclamizzazione di prodotti e beni con volti femminili.

Vittoria delle donne, insomma. E dei laici. Soprattutto di quelli del Movimento Yerushalmim. È merito di questa ong che da anni si batte per l’esaltazione della diversità e del pluralismo anche a Gerusalemme se è arrivata questa decisione. L’organizzazione, lo scorso gennaio si era rivolta ai togati dopo che una società di pubblicità (la Cnaan) si era rifiutata di realizzare e installare reclame con volti femminili sui bus della Egged per paura della reazione violenta degli ebrei ultraortodossi.

Un timore infondato, secondo l’Alta corte di giustizia israeliana. «Né la Cnaan, né la Egged hanno mai depositato – nell’ultimo anno – una denuncia per atti vandalici nei confronti di bus con volti di donna nelle pubblicità esposte», hanno fatto notare i giudici. Quindi la decisione.

Lo stesso giorno – ha scritto il quotidiano locale «Israel haYom» (Israele Oggi, nda) – un piccolo tribunale della città ultraortodossa di Beit Shemesh, a pochi passi da Gerusalemme, ha stabilito un risarcimento danni di 13 mila shekel (poco meno di 3 mila euro) nei confronti di una quindicenne costretta dall’autista di un pullman del trasporto locale a sedersi nelle file posteriori, ché quelle anteriori «sono riservate agli uomini». «La segregazione sessuale all’interno di un bus pubblico è incostituzionale», ha sentenziato il giudice.

Beit Shemesh non è nuova a queste vicende. Alcuni mesi fa divenne famosa nel mondo dopo l’inchiesta dell’emittente tv locale Canale 2 in cui si raccontava la storia di Naama Margolese, una bambina di 8 anni di origini americane, tormentata, offesa e minacciata dagli haredim, gli ebrei ultraortodossi, perché secondo loro si vestiva da «prostituta».

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L’Ufficio statistico israeliano: nel 2059 gli ebrei ultraortodossi saranno la maggioranza

Ebrei ultraortodossi (Ammar Awad / Reuters)

«Di cosa vi preoccupate? Tanto, il mondo finisce il 21 dicembre 2012, no?». «Ma chi fornisce questi dati non è diventato famoso per aver sbagliato tutte le previsioni di questi anni?». La buttano sull’ironia gli utenti israeliani dei vari quotidiani del Paese. E non risparmiano nemmeno qualche critica. Però, a sentire chi abita sull’asse Haifa-Tel Aviv, c’è poco da ridere. Soprattutto se le ultime proiezioni sulla vita in Israele nel 2059 dovessero concretizzarsi.

Scrivono i demografi dell’Ufficio centrale di statistica dello Stato ebraico (l’equivalente dell’Istat) che tra 47 anni – mese più, mese meno – nel Paese la popolazione raggiungerà i 15,6 milioni di abitanti. Il doppio rispetto a oggi. Ma quel che più preoccupa gl’israeliani “secolarizzati” è la componente demografica: nel 2059 gli ebrei ultraortodossi – quelli duri e puri – saranno tra i 2,73 e i 5,84 milioni, con un tasso di crescita che varierà dal 264 al 686%. Nella «migliore» delle ipotesi, tra 47 anni, gli ultrareligiosi eguaglieranno i non haredim.

Non solo. Sempre secondo l’Ufficio statistico aumenterà di molto anche la popolazione arabo-israeliana: passando dagli attuali 1,6 milioni circa a una forbice compresa tra i 2,8 e i 4,54 milioni. Tradotto: nel 2059 in Israele potrebbero esserci più ultraortodossi e arabi di ebrei moderati.

A dire il vero, questi non sono gli unici dati clamorosi pubblicati dall’ente governativo. Sorprendono – in positivo – le proiezioni sull’aspettativa di vita nello Stato ebraico. Dicono, i numeri, che tra quasi mezzo secolo gli uomini dovrebbero vivere mediamente 88,7 anni e le donne 94,9.

© Leonard Berberi

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