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Mia, la pornostar nata a Beirut che fa arrabbiare il Libano

Mia Khalifa, nata a Beirut 21 anni fa, è una pornostar (via Twitter)

Mia Khalifa, nata a Beirut 21 anni fa, è una pornostar (via Twitter)

Lei non nasconde lo stupore per tutto quel casino. E però, allo stesso tempo, ribatte. Precisa. E contrattacca. «Ma in Medio Oriente non hanno questioni più serie da affrontare invece di perdere tempo con me e quel che faccio? Non ci sono problemi da risolvere?». Per esempio? «Non so, come trovare un nuovo presidente per il Libano? Come contenere l’Isis?».

Senza peli sulla lingua, insomma, se non suonasse un doppio senso. Perché lei, Mia Khalifa, libanese-americana nata 21 anni fa a Beirut, è una pornostar di casa a Miami e – dal 28 dicembre scorso – anche la numero uno su Pornhub, una delle piattaforme a luci rosse più visitate al mondo.

Il tweet della pornostar libanese-americana contro le accuse di blasfemia (via Twitter)

Il tweet della pornostar libanese-americana contro le accuse di blasfemia (via Twitter)

La ragazza rivendica ed esalta le sue origini mediorientali. Ma di là, in Medio Oriente, la cosa non piace affatto. Soprattutto in questo momento, quando in Libano da settimane è iniziata un’offensiva contro i siti vietati ai minori che punta a vietare l’accesso entro il 2015.

Ma a gettare benzina sul fuoco già accesso della guerra al porno, la ragazza ha mostrato uno dei suoi tatuaggi principali. E che c’è sul suo corpo? Alcune frasi, direttamente prese dall’inno del Libano. E così, ogni volta che la pornostar si esibisce nei suoi video a luci rosse ecco che in primo piano finisce un pezzo dell’identità – già fragile – del Paese dei cedri.

Le polemiche sono scoppiate nel giro di poche ore. L’accusa di blasfemia è la più «leggera» rivolta a Mia Khalifa. Poi si passa quasi subito alle minacce di morte. Ma i giovani, a dire il vero, la sostengono. E accusano i “vecchi” di voler portare il Libano indietro, nel Medioevo. In tutto questo lei, forse anche perché al sicuro negli Usa, replica senza batter ciglio. E un po’, pare, se ne frega pure.

© Leonard Berberi

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Dalla distruzione alla vittoria, è un siriano il re di “Arab Idol”

Hazim Sharif festeggia la vittoria alla trasmissione canora "Arab Idol" sabato 13 dicembre a Beirut, in Libano (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

Hazim Sharif festeggia la vittoria alla trasmissione canora “Arab Idol” sabato 13 dicembre a Beirut, in Libano (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

La prima cosa che ha fatto, mentre ancora lo applaudivano, è stata chiedere a Dio di far finire il bagno di sangue. Poi ha ringraziato tutti. Si è commosso. Ha dedicato la vittoria alla sua famiglia e alla sua nazione. Ed è diventato – forse senza volerlo – un altro «eroe» mediorientale. In grado di riaccendere la speranza in una porzione di mondo devastata dalla guerra civile. O, almeno, capace di distrarre per alcune ore milioni di persone alle prese con un nuovo inverno nel bel mezzo del mattatoio a cielo aperto.

È Hazim Sharif, ventunenne di Aleppo, in Siria, il nuovo idolo del mondo musicale arabo. È lui il vincitore dell’ultima edizione di «Arad Idol», premiato sabato 13 dicembre con migliaia di voti del pubblico nella cornice mediterranea di Zouk Mosbeh, quartiere a nord di Beirut, in Libano. Un riconoscimento che, per il secondo anno consecutivo, va a un rappresentante di un’area complicata. Nel 2013 a portarsi a casa il premio è stato Mohammed Assaf, 23enne di Gaza.

Quando hanno fatto il nome di Sharif centinaia di persone sono scese a festeggiare nelle strade bombardate di Aleppo, la città dei ribelli da più di tre anni in guerra contro il presidente siriano Bashar al-Assad. Ma anche Damasco non è stata da meno. Con decine di persone a celebrare la vittoria di Sharif e di una nazione sventolando la bandiera siriana in ristoranti e nelle vie del centro.

Bandiera che il cantante non s’è portata sul palco. Più per motivi diplomatici. Perché di vessilli ora in Siria ce ne sono due: quella ufficiale, di al-Assad, e quella degli oppositori del presidente. «Spero che la mia vittoria riesca a riportare in primo piano la situazione nel mio Paese», ha detto Sharif subito dopo la proclamazione. «Quello che vorrei ora è avere l’onore di organizzare il mio primo concerto in Siria, tra la mia gente».

I tre finalisti della terza stagione di "Arab Idol". Da sinistra: il vincitore Hazim Sharif (Siria), Haitham Khalailah (Palestina), Majid Al Madani (Arabia Saudita) poco prima della fine della puntata (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

I tre finalisti della terza stagione di “Arab Idol”. Da sinistra: il vincitore Hazim Sharif (Siria), Haitham Khalailah (Palestina), Majid Al Madani (Arabia Saudita) poco prima della fine della puntata (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

Finisce così «Arab Idol». Trasmessa dalla tv privata Mbc (Middle East Broadcasting center) è durata quattro mesi ed è stata la trasmissione più seguita del mondo arabo con milioni di telespettatori. Tutti o quasi convinti che a vincere sarebbe stato proprio lui, il siriano di Aleppo Hazim Sharif. Troppo deboli – e forse con storie personali poco convincenti – i diretti concorrenti della fase finale arrivati dalla Palestina (Haitham Khalailah) e dall’Arabia Saudita (Majid Al Madani). Per Sharif il premio è di 66 mila dollari, un contratto discografico con la Platinum Records, l’incisione di tre singoli e un videoclip. E, infine, una vacanza alle Seychelles.

© Leonard Berberi

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“Israele si prepara alla guerra contro Hezbollah”

Un poliziotto accorre in una via di Nahariya, nord d'Israele, sul luogo dove è appena esploso un razzo sparato da Hezbollah. E' il 2006 (foto di Ariel Schalit / Associated Press)

Un poliziotto accorre in una via di Nahariya, nord d’Israele, sul luogo dove è appena esploso un razzo sparato da Hezbollah. E’ il 2006 (foto di Ariel Schalit / Associated Press)

Il punto non è più se. Ma quando. In attesa di saperlo ci si addestra. Si immaginano gli scenari. Da quelli più favorevoli a quelli peggiori. Soprattutto: si cambia località. Non più il fronte sud, ma quello nord. Non più Hamas, ma Hezbollah. Non più Gaza, ma Beirut.

Dopo cinquanta giorni di scontri con la Striscia, l’esercito israeliano starebbe lavorando a un nuovo piano di guerra che prevede un conflitto «molto violento» con i miliziani sciiti. A raccontarlo è un lungo servizio trasmesso venerdì sera dalla tv dello Stato ebraico, Canale 2, dopo aver viaggiato tra le postazioni militari lungo il confine con il Libano.

«Quando sarà, si tratterà di una storia del tutto diversa da quella contro Hamas», spiega Dan Goldfus, colonnello della 769esima Brigata di fanteria «Hiram». «Saremo costretti a usare una forza decisamente maggiore – perché Hezbollah ha alle sue spalle l’Iran – e dovremo agire in modo più drastico».

Dan Goldfus, colonnello della 769esima Brigata di fanteria «Hiram» pattuglia il confine con il Libano (fermo immagine da Canale 2)

Dan Goldfus, colonnello della 769esima Brigata di fanteria «Hiram» lungo il confine con il Libano (fermo immagine da Canale 2)

Secondo Canale 2 – su dati dell’Idf, l’esercito israeliano – Hezbollah avrebbe nei suoi depositi circa 100 mila razzi («dieci volte quelli dell’arsenale di Hamas») e 5 mila missili a lungo raggio «che si trovano a Beirut e altre aree interne del Libano» in grado di colpire «ogni angolo dello Stato ebraico». Una dotazione militare che spaventa Gerusalemme perché «il nostro sistema anti-missilistico, Iron Dome, non sarebbe in grado di reggere quel tipo di assalto – continua Goldfus – per questo dovremmo essere in grado di agire il prima possibile e prevalere da subito nel conflitto».

Non solo. A far paura è anche quello che starebbe succedendo sulla frontiera tra i due Paesi. Yossi Adoni, rappresentante locale della zona di Ma’aleh Yosef, racconta ai microfoni di Canale 2 che «decine di residenti vicini al confine con il Libano hanno parlato di rumori di gente che scava sotto le fondamenta delle loro case dal 2006». Hezbollah sta costruendo tunnel, come ha fatto Hamas? «Ne siamo assolutamente certi», sentenzia Adobi. «Può darsi», replica Goldfus. Una risposta, quest’ultima, che non rassicura gl’israeliani. Anzi.

© Leonard Berberi

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Il conflitto in Siria a Tfail, la storia del villaggio libanese isolato dal mondo da 4 mesi

Il villaggio libanese di Tfail, sul confine con la Siria (foto Panoramio)

Il villaggio libanese di Tfail, sul confine con la Siria (foto Panoramio)

Hanno finito il cibo e i soldi a forza di ospitarli tutti e non respingerne nessuno. Ne erano duemila. Ne sono diventati novemila. Ché quei settemila di «troppo» sono tutti profughi fuggiti dalla follia. Hanno finito scorte e farmaci a forza di aiutarli e curarli tutti. Con la speranza – che ormai da quelle parti è diventato un miraggio – di vedere la fine un giorno.

Così, per quattro lunghi, lunghissimi mesi. Poi è arrivato il momento di fare i conti con la realtà. E con una guerra civile che è al di là del confine, ma che ha finito con l’isolare Tfail, questo paesino immerso nella Valle della Bekaa, ma circondato dal territorio siriano. Così qualcuno ha lanciato il grido d’aiuto. Disperato. Rivolto al mondo attraverso il web perché Beirut potesse sentire. E agire.

Alcuni profughi siriani fuggiti da Rankous e arrivati da poco nel villaggio libanese di Tfail (foto di Hussein Malla / Ap)

Alcuni profughi siriani fuggiti da Rankous e arrivati da poco nel villaggio libanese di Tfail (foto di Hussein Malla / Ap)

«Non abbiamo più nulla, sta finendo anche il cibo», hanno detto disperati gli abitanti. «Stiamo aiutando tutti i profughi siriani, ma siamo isolati da settimane dal resto del Libano: non arrivano più cibo, medicinali, scorte». Nel non detto del conflitto che si sta combattendo da mesi ci sono realtà come Tfail. Ufficialmente il villaggio è sul fronte libanese. Ufficiosamente è un luogo di battaglia «preso in consegna» dalle truppe di Bashar al-Assad. E allora Beirut – che ha deciso da mesi di non ficcare il naso nelle cose di Damasco – ha chiuso un occhio e isolato il paesino. «Troppo pericoloso andarci, nemmeno l’esercito riesce a mettere piede», è stata la spiegazione ufficiale.

Chiuse le strade. Interrotti i rifornimenti energetici. Da ultimo avamposto prima della strada verso la Siria, Tfail è diventato un luogo fantasma. Che, dopo settimane, ha finito tutto. L’appello, di pochi giorni fa, è stato rilanciato in Rete. È arrivato negli Stati Uniti. E solo a quel punto a Beirut si sono attivati.

Una parte del convoglio che ha portato cibo, medicinali e carburanti al paesino libanese isolato da quattro mesi (foto di Hussein Malla / Ap)

Una parte del convoglio che ha portato cibo, medicinali e carburanti al paesino libanese isolato da quattro mesi (foto di Hussein Malla / Ap)

Ieri hanno mandato alcune auto della Croce Rossa – scortate da decine di mezzi dell’esercito libanese – che hanno portato diecimila razioni di cibo, alcuni farmaci e seimila libri di carburante. E che, al ritorno, si sono caricate undici feriti (dieci siriani e un locale) per curarli negli ospedali più vicini.

«Non c’è nessuna presenza militare, tantomeno siriana, a Tfail», ha smentito il generale libanese Mohammed Kheir. «Una volta consegnato il materiale la popolazione s’è messa d’accordo sul fatto che bisognava distribuirlo». Cibo e medicinali per quanto? «Quaranta giorni», ha detto Kheir all’agenzia stampa di Stato. E ha anche annunciato che un uomo, un tal Fawzi Hussein Dekko, è stato arrestato.

Centinaia di persone - tra residenti libanesi e profughi siriani - attorno al convoglio per ricevere lo stretto necessario (foto di Hussein Malla / Ap)

Centinaia di persone – tra residenti libanesi e profughi siriani – attorno al convoglio per ricevere lo stretto necessario (foto di Hussein Malla / Ap)

Tra un mese e dieci giorni, insomma, nel villaggio saranno punto e a capo. A meno che l’autorità centrale libanese non decida di dare il via al suo piano di evacuazione generale. «Il progetto è pronto, prevede il trasferimento dei duemila abitanti di Tfail in zone più sicure e attraverso corridoi sorvegliati dal nostro esercito», ha detto Nohad Mashnouq, ministro dell’Interno di Beirut. Il tutto con l’aiuto di Hezbollah (grandi alleati di Assad). In tutto questo dichiarare a mezzo stampa è rimasta senza risposta la domanda sulla sorte dei profughi siriani. Nessuno ha risposto. Nessuno ha voluto rispondere.

© Leonard Berberi

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L’esercito, il massacro, la politica e il coma: vita (e foto) di Ariel Sharon

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Tra le figure più controverse della politica israeliana, Ariel Sharon ha segnato profondamente la storia del Paese. Fu per decenni il volto duro di una politica ostile ai palestinesi per poi, inaspettatamente, cambiare rotta, decidendo il ritiro dalla Striscia di Gaza e fondando un partito di centro. Una parabola che fu bruscamente interrotta dal coma, dal quale non si riprese più.

DA GENERALE A MINISTRO – La storia politica di Sharon inizia quando si guadagna la fama come generale durante la guerra arabo-israeliana del 1973. Fu lui a guidare le forze israeliane lungo il Canale di Suez bloccando parte dell’esercito egiziano e capovolgendo in favore di Israele l’esito del conflitto. Guadagnata la fama, viene eletto quello stesso anno deputato nel Likud, il principale partito di centrodestra del Paese.

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

SABRA E SHATILA – Ministro dell’Agricoltura prima e della Difesa poi, è il protagonista dell’invasione del Libano del 1982, segnato dal massacro dei campi profughi palestinesi a opera delle milizie cristiane maronite, alle quali le forze isaeliane lasciarono mano libera. Da allora il nome di Sharon è stato sempre legato in particolare alla strage del campo di Sabra e Shatila, nel quale furono uccise centinaia o migliaia di persone, a seconda delle fonti. Per quella strage Sharon fu accusato di crimini di guerra ma il suo principale accusatore, Elie Hobeika, capo delle milizie maronite, fu ucciso in un attentato.

Durante l'offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell'esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar / Afp / Getty Images)

Durante l’offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell’esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar/Afp/Getty Images)

LA PASSEGGIATA NELLA SPIANATA DELLE MOSCHEE – Nel 2000 Sharon si distinse per un drammatico gesto dimostrativo, che innescò per reazione la seconda Intifada palestinese: il 28 settembre, accompagnato da un migliaio di militanti, entra nella Spianata delle moschee di Gerusalemme, luogo sacro ai musulmani e tradizionalmente controllato dai palestinesi.

Nel settembre del 2000, Sharon - scortato da centinaia di agenti e poliziotti - decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

Nel settembre del 2000, Sharon – scortato da centinaia di agenti e poliziotti – decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

LA CAMPAGNA CONTRO GLI ACCORDI DI OSLO – Fece una dura campagna contro gli accordi di Oslo del 1993 (quelli che portarono alla storica foto della stretta di mano tra il leader Olp Yasser Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin, tra le braccia del presidente Usa Bill Clinton), che prevedevano il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, e affermavano il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la creazione dell’Autorità nazionale palestinese.

IL CONFINO DI ARAFAT E LA COSTRUZIONE DEL MURO  Sharon vinse le elezioni nel 2001 e divenne primo ministro. Fu lui a confinare Arafat a Ramallah, città della Cisgiordania dalla quale il leader palestinese non potè più muoversi fino al ricovero a Parigi, dove morì. Sulla stessa morte di Arafat pesano tuttora sospetti di avvelenamento. E fu sempre Sharon a volere la costruzione del muro, una barriera che circondava tutta la Cisgiordania.

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l'appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l'allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l’appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l’allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

IL RITIRO DA GAZA – Nel 2003 però qualcosa cambiò. Sharon avviò il dialogo con Mahmoud Abbas (più noto col soprannome di Abu Mazen), primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese. In seguito annunciò l’intenzione di ritirare i soldati israeliani da Gaza, cosa che fece nel 2005, pur mantenendo il controllo del suo spazio aereo e dello specchio di mare antistante (ragione per la quale i movimenti filo-palestinesi la definiscono una «prigione a cielo aperto»).

E' il 2005: l'allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

E’ il 2005: l’allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

LA NASCITA DI KADIMA – Nello stesso anno Sharon lasciò il Likud per fondare un proprio partito moderato di centro, Kadima, in cui confluì anche Shimon Peres. Pochi mesi dopo però fu colpito da una grave emorragia cerebrale e andò in coma. Nel frattempo aveva vinto le elezioni ed era stato nominato nuovamente primo ministro. L’11 aprile 2006, visto il permanere del coma, fu destituito e sostituito da Ehud Olmert. (LaPresse)

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Siria, ora Hezbollah manda i suoi uomini d’élite a combattere per Assad

Miliziani di Hezbollah in territorio siriano, nei pressi di Qusair, da due giorni al centro di una battaglia durissima tra lealisti e ribelli (foto Qusair Lens - autenticità non verificata)

Ribelli nei pressi di Qusair, da due giorni al centro di una battaglia durissima con i lealisti e gli uomini di Hezbollah (foto Qusair Lens – autenticità verificata dall’agenzia Ap)

Il salto di qualità, 798 giorni dall’inizio della crisi. Dopo il successo militare tra domenica e lunedì – con una città, Qusair, ormai strappata ai ribelli – nelle ultime ore centinaia di militari di Hezbollah hanno varcato il confine tra Libano e Siria e si preparano a lanciare l’attacco anche ad altre città in mano agli anti-Assad.

Una novità che fa entrare la guerra civile siriana in un nuovo contesto. Non più faccenda gestita dall’interno, ma sempre più in mano agli stranieri provenienti dal Libano (Hezbollah), dall’Iran che a loro volta se la devono vedere con i milioni di dollari che arrivano da settimane ai ribelli con mittente Qatar. Il tutto poche ore dopo che il presidente Usa Barack Obama ha chiamato Beirut per esternare la sua preoccupazione sul ruolo dei miliziani sciiti. E mentre nel Golan si fanno sempre più intensi gli spari tra esercito di Assad e quello israeliano, tanto da aver portato alla distruzione di una jeep militare di Gerusalemme che percorreva le linee dell’armistizio.

«A Qusair Hezbollah guida l’avanzata militare via terra, mentre l’esercito di Assad bombarda con i caccia», spiega Rami Abdel Rahman, direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, una ong con sede a Londra. Mentre l’agenzia France Presse aggiunge che «fonti vicine al gruppo sciita rivelano che in Siria sono stati mandati uomini dell’unità d’élite». Insomma, non «semplici» militari. Per ora, dopo due giorni di battaglia, sarebbero morti 31 membri di Hezbollah, 70 ribelli, 9 soldati siriani, 3 paramilitari e 4 civili.

Un mortaio sparato dalla Siria nel Golan (foto Gil Eliyahu)

Un mortaio sparato dalla Siria nel Golan (foto Gil Eliyahu)

Per la prima volta, quindi, Hezbollah entra in prima linea nel conflitto. E le conseguenze rischiano di portare l’intera regione a entrare in guerra. Perché Israele – così come gli Stati Uniti – non ha nessuna intenzione di lasciare la zona in mano a miliziani che cercano di impossessarsi delle armi chimiche di Damasco. E c’è chi teme che, con le elezioni alle porte, a Teheran qualcuno possa avere tutto l’interesse – politico – di aizzare gli animi, di provocare una reazione violenta di breve durata, ma utile a spostare le preferenze popolari verso la propria parte.

La situazione inizia a farsi confusa anche in Libano. Anche qui a giugno ci saranno le elezioni. Elezioni che, però, potrebbero saltare in attesa di una legge elettorale che piaccia a tutti. L’incertezza politica quindi cade negli stessi giorni in cui Hezbollah torna alla ribalta internazionale e, secondo alcuni analisti, finirà per dividere ancora una volta il Paese dei cedri tra chi è pro e chi contro i miliziani sciiti.

Una confusione che, novantamila morti dopo, rischia di far annichilire anche le residue speranze legate alla conferenza di Ginevra del prossimo mese. Conferenza proposta e organizzata da Usa (anti-Assad) e Russia (al fianco del presidente siriano) per risolvere la situazione nel Paese. Ma la discesa in campo di Hezbollah, che non ha nessuna intenzione di privarsi del corridoio di collegamento con Teheran, rischia soltanto di complicare la situazione. Situazione che deve tenere sempre più conto anche di quello che succede in Giordania. I profughi siriani sono diventati un problema per la sicurezza nel nord del Paese e ogni giorno che passa sale l’insofferenza per la massiccia presenza.

© Leonard Berberi

(Pubblicato alle ore 11.47 del 21 maggio 2013)

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“Il film è stato girato in Israele”. E il Libano censura la pellicola pluripremiata

Una scena del film libanese "The Attack"

Una scena del film libanese “The Attack”

Quanto costa girare qualche scena in Israele? E quanto coinvolgere attori con il passaporto dello Stato ebraico? Il divieto assoluto di proiezione di «The Attack». In tutti i cinema. In tutto il Libano. Peccato che la nazionalità della pellicola sia proprio quella del Paese dei cedri.

«Cari amici e lettori, mi spiace informarvi che il ministro libanese dell’Interno, Marwan Charbel, ha deciso di punirci vietando il film in tutto il Paese. Ci hanno chiesto di restituire il permesso per la proiezione (in fondo al post). E il motivo principale è perché io ho passato qualche tempo in Israele per girare la pellicola». È lo stesso regista, Ziad Doueiri, a raccontarlo sulla sua pagina Facebook.

«È vero, parte del film è stato girato a Tel Aviv», scrive ancora, «ma solo perché la storia è ambientata anche lì ed è per questo anche che ho usato attori israeliani». Poi quello che sembra un atto di sfida: «Non mi pento di nulla e non mi sento di chiedere scusa». E ricorda come altri film, di realizzazione palestinese «ma con i soldi delle istituzioni cinematografiche israeliane», siano state «regolarmente proiettate nei nostri cinema».

Basato su una storia scritta dall’algerina Yasmina Khadra, «The Attack» racconta la storia di un chirurgo arabo che vive a Tel Aviv. Dopo un attacco kamikaze, l’uomo scopre un segreto inquietante sulle moglie. Una pellicola ben girata, secondo i critici. Tanto da meritarsi tre premi al Colcoa French Film Festival (il Premio del pubblico, quello della critica e il riconoscimento «Nuovi arrivi»).

Non è la prima volta che Libano e Israele «litigano» in campo cinematografico. Qualche mese fa, era stato il ministro del Turismo – Fadi Abboud – a scagliarsi contro la troupe del serial tv «Homeland» colpevole non solo di far sembrare Beirut – la capitale del Paese – come una zona di guerra e insicura, ma anche di aver girato le scene in alcune vie di Tel Aviv.

© Leonard Berberi

Il permesso rilasciato dall'autorità libanese per proiettare il film in tutto il Paese

Il permesso rilasciato dall’autorità libanese per proiettare il film in tutto il Paese

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