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Mia, la pornostar nata a Beirut che fa arrabbiare il Libano

Mia Khalifa, nata a Beirut 21 anni fa, è una pornostar (via Twitter)

Mia Khalifa, nata a Beirut 21 anni fa, è una pornostar (via Twitter)

Lei non nasconde lo stupore per tutto quel casino. E però, allo stesso tempo, ribatte. Precisa. E contrattacca. «Ma in Medio Oriente non hanno questioni più serie da affrontare invece di perdere tempo con me e quel che faccio? Non ci sono problemi da risolvere?». Per esempio? «Non so, come trovare un nuovo presidente per il Libano? Come contenere l’Isis?».

Senza peli sulla lingua, insomma, se non suonasse un doppio senso. Perché lei, Mia Khalifa, libanese-americana nata 21 anni fa a Beirut, è una pornostar di casa a Miami e – dal 28 dicembre scorso – anche la numero uno su Pornhub, una delle piattaforme a luci rosse più visitate al mondo.

Il tweet della pornostar libanese-americana contro le accuse di blasfemia (via Twitter)

Il tweet della pornostar libanese-americana contro le accuse di blasfemia (via Twitter)

La ragazza rivendica ed esalta le sue origini mediorientali. Ma di là, in Medio Oriente, la cosa non piace affatto. Soprattutto in questo momento, quando in Libano da settimane è iniziata un’offensiva contro i siti vietati ai minori che punta a vietare l’accesso entro il 2015.

Ma a gettare benzina sul fuoco già accesso della guerra al porno, la ragazza ha mostrato uno dei suoi tatuaggi principali. E che c’è sul suo corpo? Alcune frasi, direttamente prese dall’inno del Libano. E così, ogni volta che la pornostar si esibisce nei suoi video a luci rosse ecco che in primo piano finisce un pezzo dell’identità – già fragile – del Paese dei cedri.

Le polemiche sono scoppiate nel giro di poche ore. L’accusa di blasfemia è la più «leggera» rivolta a Mia Khalifa. Poi si passa quasi subito alle minacce di morte. Ma i giovani, a dire il vero, la sostengono. E accusano i “vecchi” di voler portare il Libano indietro, nel Medioevo. In tutto questo lei, forse anche perché al sicuro negli Usa, replica senza batter ciglio. E un po’, pare, se ne frega pure.

© Leonard Berberi

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Dalla distruzione alla vittoria, è un siriano il re di “Arab Idol”

Hazim Sharif festeggia la vittoria alla trasmissione canora "Arab Idol" sabato 13 dicembre a Beirut, in Libano (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

Hazim Sharif festeggia la vittoria alla trasmissione canora “Arab Idol” sabato 13 dicembre a Beirut, in Libano (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

La prima cosa che ha fatto, mentre ancora lo applaudivano, è stata chiedere a Dio di far finire il bagno di sangue. Poi ha ringraziato tutti. Si è commosso. Ha dedicato la vittoria alla sua famiglia e alla sua nazione. Ed è diventato – forse senza volerlo – un altro «eroe» mediorientale. In grado di riaccendere la speranza in una porzione di mondo devastata dalla guerra civile. O, almeno, capace di distrarre per alcune ore milioni di persone alle prese con un nuovo inverno nel bel mezzo del mattatoio a cielo aperto.

È Hazim Sharif, ventunenne di Aleppo, in Siria, il nuovo idolo del mondo musicale arabo. È lui il vincitore dell’ultima edizione di «Arad Idol», premiato sabato 13 dicembre con migliaia di voti del pubblico nella cornice mediterranea di Zouk Mosbeh, quartiere a nord di Beirut, in Libano. Un riconoscimento che, per il secondo anno consecutivo, va a un rappresentante di un’area complicata. Nel 2013 a portarsi a casa il premio è stato Mohammed Assaf, 23enne di Gaza.

Quando hanno fatto il nome di Sharif centinaia di persone sono scese a festeggiare nelle strade bombardate di Aleppo, la città dei ribelli da più di tre anni in guerra contro il presidente siriano Bashar al-Assad. Ma anche Damasco non è stata da meno. Con decine di persone a celebrare la vittoria di Sharif e di una nazione sventolando la bandiera siriana in ristoranti e nelle vie del centro.

Bandiera che il cantante non s’è portata sul palco. Più per motivi diplomatici. Perché di vessilli ora in Siria ce ne sono due: quella ufficiale, di al-Assad, e quella degli oppositori del presidente. «Spero che la mia vittoria riesca a riportare in primo piano la situazione nel mio Paese», ha detto Sharif subito dopo la proclamazione. «Quello che vorrei ora è avere l’onore di organizzare il mio primo concerto in Siria, tra la mia gente».

I tre finalisti della terza stagione di "Arab Idol". Da sinistra: il vincitore Hazim Sharif (Siria), Haitham Khalailah (Palestina), Majid Al Madani (Arabia Saudita) poco prima della fine della puntata (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

I tre finalisti della terza stagione di “Arab Idol”. Da sinistra: il vincitore Hazim Sharif (Siria), Haitham Khalailah (Palestina), Majid Al Madani (Arabia Saudita) poco prima della fine della puntata (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

Finisce così «Arab Idol». Trasmessa dalla tv privata Mbc (Middle East Broadcasting center) è durata quattro mesi ed è stata la trasmissione più seguita del mondo arabo con milioni di telespettatori. Tutti o quasi convinti che a vincere sarebbe stato proprio lui, il siriano di Aleppo Hazim Sharif. Troppo deboli – e forse con storie personali poco convincenti – i diretti concorrenti della fase finale arrivati dalla Palestina (Haitham Khalailah) e dall’Arabia Saudita (Majid Al Madani). Per Sharif il premio è di 66 mila dollari, un contratto discografico con la Platinum Records, l’incisione di tre singoli e un videoclip. E, infine, una vacanza alle Seychelles.

© Leonard Berberi

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“Israele si prepara alla guerra contro Hezbollah”

Un poliziotto accorre in una via di Nahariya, nord d'Israele, sul luogo dove è appena esploso un razzo sparato da Hezbollah. E' il 2006 (foto di Ariel Schalit / Associated Press)

Un poliziotto accorre in una via di Nahariya, nord d’Israele, sul luogo dove è appena esploso un razzo sparato da Hezbollah. E’ il 2006 (foto di Ariel Schalit / Associated Press)

Il punto non è più se. Ma quando. In attesa di saperlo ci si addestra. Si immaginano gli scenari. Da quelli più favorevoli a quelli peggiori. Soprattutto: si cambia località. Non più il fronte sud, ma quello nord. Non più Hamas, ma Hezbollah. Non più Gaza, ma Beirut.

Dopo cinquanta giorni di scontri con la Striscia, l’esercito israeliano starebbe lavorando a un nuovo piano di guerra che prevede un conflitto «molto violento» con i miliziani sciiti. A raccontarlo è un lungo servizio trasmesso venerdì sera dalla tv dello Stato ebraico, Canale 2, dopo aver viaggiato tra le postazioni militari lungo il confine con il Libano.

«Quando sarà, si tratterà di una storia del tutto diversa da quella contro Hamas», spiega Dan Goldfus, colonnello della 769esima Brigata di fanteria «Hiram». «Saremo costretti a usare una forza decisamente maggiore – perché Hezbollah ha alle sue spalle l’Iran – e dovremo agire in modo più drastico».

Dan Goldfus, colonnello della 769esima Brigata di fanteria «Hiram» pattuglia il confine con il Libano (fermo immagine da Canale 2)

Dan Goldfus, colonnello della 769esima Brigata di fanteria «Hiram» lungo il confine con il Libano (fermo immagine da Canale 2)

Secondo Canale 2 – su dati dell’Idf, l’esercito israeliano – Hezbollah avrebbe nei suoi depositi circa 100 mila razzi («dieci volte quelli dell’arsenale di Hamas») e 5 mila missili a lungo raggio «che si trovano a Beirut e altre aree interne del Libano» in grado di colpire «ogni angolo dello Stato ebraico». Una dotazione militare che spaventa Gerusalemme perché «il nostro sistema anti-missilistico, Iron Dome, non sarebbe in grado di reggere quel tipo di assalto – continua Goldfus – per questo dovremmo essere in grado di agire il prima possibile e prevalere da subito nel conflitto».

Non solo. A far paura è anche quello che starebbe succedendo sulla frontiera tra i due Paesi. Yossi Adoni, rappresentante locale della zona di Ma’aleh Yosef, racconta ai microfoni di Canale 2 che «decine di residenti vicini al confine con il Libano hanno parlato di rumori di gente che scava sotto le fondamenta delle loro case dal 2006». Hezbollah sta costruendo tunnel, come ha fatto Hamas? «Ne siamo assolutamente certi», sentenzia Adobi. «Può darsi», replica Goldfus. Una risposta, quest’ultima, che non rassicura gl’israeliani. Anzi.

© Leonard Berberi

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