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Trovati morti i tre ragazzi rapiti. La rabbia di Netanyahu e lo choc di Israele

Il luogo dove sono stati trovati i corpi dei tre ragazzi rapiti (fermo immagine da Canale 2)

Il luogo dove sono stati trovati i corpi dei tre ragazzi rapiti (fermo immagine da Canale 2)

Era impossibile salvarli. Non c’è mai stata nemmeno la minima chance di rivederli vivi. Perché sono stati uccisi quasi subito. E gettati, come fossero oggetti, nel primo spazio disponibile. Lontani da occhi indiscreti e da strade ad alta percorrenza.

I vertici militari israeliani e i servizi segreti lo sapevano dal secondo giorno del rapimento. Troppi palestinesi, tra quelli fermati, fornivano la stessa versione: «Inutile cercarli, sono già morti. Il rapimento ha fatto troppo rumore, così se ne sono sbarazzati subito». Eppoi c’erano i risultati della Scientifica sulla Hyundai i35 usata per portarli via e poi data alle fiamme. C’erano colpi di pistola incastrati sui sedili posteriori. E qualche chiazza di sangue.

Resta ora da capire, nel pieno dell’emotività collettiva, se gli autori abbiano agito per convinzione, dietro un mandato preciso o, più banalmente, se erano criminali comuni che non hanno avuto di meglio da fare che rapire tre adolescenti e poi ucciderli. Un dettaglio, forse. Ma anche l’unico discrimine tra la guerra e la presa d’atto che il mondo va così, che il Male esiste e bisogna conviverci. O, almeno, provarci.

I soldati israeliani vicino al villaggio di Halhul, Hebron, alla ricerca dei tre giovani scomparsi domenica 29 giugno (foto di Hazem Bader / Afp)

I soldati israeliani vicino al villaggio di Halhul, Hebron, alla ricerca dei tre giovani scomparsi domenica 29 giugno (foto di Hazem Bader / Afp)

Termina nel più drammatico dei modi la ricerca dei sedicenni ebrei Naftali Frankel, Gil-ad Shaar e del 19enne Eyal Yifrach. L’ultima volta li hanno visti la sera del 12 giugno a pochi passi da Gush Etzion, insediamento popolato in Cisgiordania. Da quel momento è stato un continuo perquisire e bussare casa per casa, un lungo elenco di persone arrestate e una sfilza di polemiche da riempire giornali e servizi televisivi.

Poi la svolta drammatica, lunedì 30 giugno. I tweet criptici dei giornalisti israeliani. L’ordine del governo dello Stato ebraico che impone il silenzio a chi già sa che sono morti. Ma intanto la voce si sparge. Al Jazeera e Lbc, la tv del Libano, danno la notizia. «È difficile twittare tutte le informazioni che ho raccolto in questo momento sui ragazzi rapiti. La censura militare è davvero forte», si sfoga sul social network il cronista Barak Ravid che per il quotidiano Haaretz copre la sicurezza nazionale. Intanto una sessione del parlamento viene annullata all’ultimo minuto.

Ebrei in preghiera in Cisgiordania lunedì sera, dopo l'annuncio della morte dei ragazzi rapiti (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Ebrei in preghiera in Cisgiordania lunedì sera, dopo l’annuncio della morte dei ragazzi rapiti (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Poi il via libera alla divulgazione. E l’ufficializzazione di una cosa che ormai si sapeva da più di un’ora. Naftali, Gil-ad e Eyal non torneranno mai più a casa. I loro corpi sono stati trovati vicino Halhul, cinque chilometri a nord di Hebron. Di fatto non si sono mai allontanati dall’area delle ricerche.

In Israele centinaia di persone scendono in strada e pregano. Accendono candele. Cantano. Per le 21.30 locali (le 20.30 in Italia, nda) il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu convoca d’urgenza il consiglio di sicurezza. E annuncia: «Hamas la pagherà cara». «Provi a toccarci e aprirà le porte dell’Inferno», gli replicano da Gaza City. Intanto da tutto il mondo arriva il cordoglio per le tre vittime. L’Autorità nazionale palestinese segue a ruota Gerusalemme e si riunisce d’urgenza a Ramallah. La notte trascorre così, tra lacrime e rabbia, sgomento e paura. E razzi sparati qua e là sull’asse Israele-Gaza. Nel suo ufficio, da solo, Netanyahu ha cercato di prendere una decisione fino a notte fonda. Si saprà presto, molto presto, quale sarà.

© Leonard Berberi

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“Collaborazionisti!”: scoppia la rabbia dei palestinesi contro la propria polizia

Pietre e urla contro il commissariato di polizia di Ramallah nella notte tra sabato e domenica (fermo immagine da Raya.ps)

Pietre e urla contro il commissariato di polizia di Ramallah nella notte tra sabato e domenica (fermo immagine da Raya.ps)

Nel quartier generale di Hamas, a Gaza City, un po’ l’avevano previsto. E ora, senza esagerare, non nascondono la loro soddisfazione. «Tutta questa storia della ricerca dei tre ebrei è una farsa, vogliono soltanto invadere la Palestina. Ma si sbagliano: i nostri fratelli finiranno per appoggiare ancora di più la nostra lotta agli usurpatori».

Detto, fatto. O quasi. Perché quello che è andato in scena la notte tra sabato e domenica ha quasi dell’incredibile. E preoccupa Ramallah e Gerusalemme. Decine di giovani palestinesi si sono scatenati con sassi, oggetti contundenti e urla contro il commissariato della polizia cisgiordana a Ramallah. La miccia è stata la morte di Mohammed Ismail Atallah Tarifi, 30 anni, colpito mortalmente dall’esercito israeliano durante i controlli nella città più importante della West Bank.

Quando la notizia della morte di Tarifi s’è diffusa decine di palestinesi si sono riuniti di fronte al commissariato di Ramallah e hanno iniziato prima a inveire dando dei traditori ai vertici dell’Autorità, poi si sono messi a lanciare di tutto, a spaccare i vetri delle macchine della polizia a tentare l’assalto all’edificio. Salvo poi fuggire non appena gli agenti si sono messi a sparare in aria alcuni colpi di avvertimento. Ma perché la situazione si tranquillizzasse c’è voluto l’intervento dell’esercito israeliano a difesa del commissariato.

Poco dopo la protesta s’è spostata però a Piazza Manara: qui i palestinesi se la sono presa con alcuni soldati dello Stato ebraico impegnati in un raid notturno casa per casa per cercare di trovare notizie utili al ritrovamento dei tre giovanissimi spariti in Cisgiordania ormai undici giorni fa. I militari dell’Idf sono stati accolti con pietre e molotov.

Nella West Bank cresce la rabbia contro gl’israeliani. Ma aumenta ancora di più nei confronti dell’Autorità nazionale palestinese guidata dal presidente Mahmoud Abbas. Proprio Abbas ha offerto al premier israeliano Benjamin Netanyahu «tutto il supporto logistico possibile» per rintracciare i presunti rapitori dei tre ragazzi ebrei e arrivare alla loro liberazione. Una disponibilità che ha spinto i palestinesi ad accusare Abbas e i suoi di collaborazionismo con il «nemico».

© Leonard Berberi

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Nono giorno di ricerche, ma i ragazzi rapiti non si trovano

Centinaia di soldati israeliani per le vie di Hebron, in Cisgiordania, alla ricerca dei tre giovani rapiti (foto di Hazem Bader/Afp)

Centinaia di soldati israeliani per le vie di Hebron, in Cisgiordania, alla ricerca dei tre giovani rapiti (foto di Hazem Bader/Afp)

Per ora è un girare a vuoto. E un continuo arrestare. Nella speranza che, almeno uno dei fermati, sappia qualcosa, abbia sentito o intuito, dia anche una minima indicazione. Perché a nove giorni dalla scomparsa la più grande caccia all’uomo – anzi: agli uomini – non ha portato a casa, non ancora, i sedicenni Naftali Frankel, Gil-ad Shaar ed Eyal Yifrach, di tre anni più grande.

L’ultima volta i tre sono stati visti la sera di giovedì 12 giugno nei pressi di Gush Etzion, uno degli insediamenti più grandi in Cisgiordania. Da allora: blitz nella zona di Hebron, arresti, diversi gruppi paramilitari palestinesi che rivendicano il sequestro. L’esercito israeliano ha chiesto sabato mattina anche l’intervento dei pompieri e delle unità specializzate nella ricerca e nel recupero delle persone in cave, sotterranei, zone difficili da raggiungere.

Ricerche notturne dei soldati israeliani anche per le vie di Ramallah, la città più importante della Cisgiordania (foto di Abbas Moma/Afp)

Ricerche notturne dei soldati israeliani anche per le vie di Ramallah, la città più importante della Cisgiordania (foto di Abbas Moma/Afp)

Si cerca ovunque. Attorno a Hebron. Dove una zona a nord è stata dichiarata off limits. Nel sud della Cisgiordania. La scorsa notte sono state perquisite 140 case e arrestate una decina di persone. «Con gli ultimi interventi dell’esercito siamo a 330 palestinesi fermati dall’inizio dell’operazione», hanno calcolato dall’ufficio stampa dell’Idf. Mentre un sessantenne, secondo la Radio militare israeliana, è morto per un attacco cardiaco mentre cercava di opporsi alla perquisizione della sua casa.

«Sappiamo che i nostri ragazzi e i loro rapitori sono ancora nella West Bank», ha dichiarato un alto ufficiale israeliano alla tv locale Canale 10. «Hanno tentato di portarli prima in Giordania, poi nella Striscia di Gaza, quindi in Egitto, nel Sinai, ma non ce l’hanno fatta». Insomma, il cerchio si stringe. Anche se mancano ancora molte, troppe cose. Una su tutte: gli autori. Bisogna capire prima chi siano. Cosa vogliano. Perché l’abbiano fatto. E non è facile districarsi nelle vie di una terra brulla che incentiva soltanto la confusione.

Un soldato israeliano dell'Idf cammina in una via di Hebron alla ricerca delle telecamere di sicurezza installate nei negozi palestinesi per capire se è possibile riuscire a recuperare i filmati e trovare tracce dei tre giovanissimi rapiti (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Un soldato israeliano dell’Idf cammina in una via di Hebron alla ricerca delle telecamere di sicurezza installate nei negozi palestinesi per capire se è possibile riuscire a recuperare i filmati e trovare tracce dei tre giovanissimi rapiti (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Il gesto è, con ogni evidenza, anche politico. Perché per un Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele, che attacca Hamas e dichiara di ritenere responsabili per il destino dei tre ragazzi i vertici dell’Autorità nazionale palestinese, ecco che dall’altra parte c’è proprio il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, che condanna il rapimento, chiede di liberarli e mette in campo tutti i suoi uomini per aiutare lo Stato ebraico nelle operazioni di ricerca.

Da Gaza City la replica non s’è però fatta attendere. «Gl’israeliani non pensino di spaventarci o di annichilirci con queste operazioni. La nostra popolarità, anzi, non potrà che aumentare dopo questi blitz», ha attaccato Sami Abu Zuheiri, portavoce di Hamas. Ma anche da Gerusalemme non mancano le critiche all’operazione. «Quella dell’esercito nella West Bank è un atto di puro terrorismo», ha commentato Hanin Zoabi, deputato al parlamento israeliano con il partito arabo “Balad”, a una trasmissione tv su Canale 2.

Alla fine, in sottofondo, restano loro: i genitori dei tre giovanissimi. Venerdì sono stati ricevuti nella residenza ufficiale di Netanyahu (sopra, il video). Il primo ministro li ha accolti con la moglie Sarah. Li ha rincuorati. E ha fatto loro una promessa, l’unica che si può fare a mamme e papà che da un momento all’altro non hanno visto i figli aprire la porta di casa per andare a dormire. «Li riporterò tra le vostre braccia, sani e salvi», ha detto Netanyahu. «Gli autori di questo scempio la pagheranno cara. Li rincorreremo casa per casa, li staneremo e li puniremo». E mentre glielo diceva si capiva che sul destino di Naftali, Eyal e Gil-ad si gioca anche quello – politico, umano e storico – di Netanyahu.

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Va di scena il gay pride, in migliaia sfilano a Tel Aviv

Il Municipio di Tel Aviv color arcobaleno in omaggio al gay pride di quest'anno (foto di Yosi Keret)

Il Municipio di Tel Aviv color arcobaleno in omaggio al gay pride di quest’anno (foto di Yosi Keret)

La prima cosa che ti dicono i gay d’Israele è che, alla fin fine, la risposta è tutta in una parola: «gayim». Vuol dire «orgoglioso», in ebraico. E, ti spiegano sul lungomare di Tel Aviv, è così incredibilmente simile a quell’altra – gay, appunto – che è tabù già a una cinquantina di chilometri dalla città che non dorme mai. Che nel 2011 è stata eletta la città più omosex del mondo. E che, quand’è diventato legale, è stata anche la destinazione della luna di miele della prima coppia francese marito-marito.

A dispetto della scaramanzia e dei precetti religiosi che chiedono il riposo assoluto dal pomeriggio in avanti, a Tel Aviv si svolge venerdì 13 il «Gay pride» edizione 2014. Un evento che, quest’anno, dovrebbe vedere la presenza di quasi diecimila omosessuali arrivati da tutto il mondo per sfilare in una città tappezzata di scritte di benvenuto, di bandiere arcobaleno, di inviti a gustarsi le sue attrazioni turistiche. Perché, come spiegano tutte le ricerche di mercato, il cliente gay è anche quello che spende di più quando è in vacanza.

L'Hilton Beach, a Tel Aviv, è la spiaggia più frequentata dai turisti omosessuali (foto Shutterstock)

L’Hilton Beach, a Tel Aviv, è la spiaggia più frequentata dai turisti omosessuali (foto Shutterstock)

«Stiamo cercando di diventare un modello di apertura, pluralismo e tolleranza», ha spiegato all’Associated Press il sindaco Ron Huldai mostrando la sede del Municipio con i neon di tutti i colori in omaggio alla gay parade, poi i preparativi all’Hilton Beach, la striscia di sabbia tra mar Mediterraneo e hotel di lusso diventata luogo di centinaia, migliaia di gay, locali e non. A Huldai s’è affiancato Dan Shapiro, ambasciatore Usa in Israele, il quale – oltre a invitare tutti a festeggiare – ha fatto issare la bandiera arcobaleno di fianco a quella americana.

«Siamo orgogliosi di far parte di questa città!» c’è scritto all’ingresso di molti supermercati della catena «Super Yuda». Anche gli uffici di Google, da fuori e di notte, sono tutti color arcobaleno. I locali – soprattutto quelli notturni – di via Nahalat Binyamin sono pronti ad accogliere i clienti omosessuali. Perché Tel Aviv ci tiene, e non poco, a far vedere al mondo quanto sia diversa, se non all’opposto, di Gerusalemme. Di là, a una quarantina di chilometri, file di turisti e pellegrini tra le vie strette del parte vecchia. Di qua musica, alcool a fiumi, feste in piscina e notti brave.

© Leonard Berberi

LA FOTOGALLERY SU COME SI PRESENTA TEL AVIV

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La preghiera interreligiosa e le speranze sui colloqui di pace

Il presidente israeliano Simon Peres saluta papa Francesco il 26 maggio scorso durante la visita del Pontefice nella residenza ufficiale del capo di Stato (foto Yonatan Sindel/Flash90)

Il presidente israeliano Simon Peres saluta papa Francesco il 26 maggio scorso durante la visita del Pontefice nella residenza ufficiale del capo di Stato (foto Yonatan Sindel/Flash90)

La speranza, forse l’ultima, è ancora su di loro. Gli «anziani». Duecentoquarantasei anni in tre. Ma più giovani, e giovanili, di molti cinquantenni. E quarantenni. Perché, pensano in molti, se si aspettano le nuove generazioni si rischiano soltanto perdite di tempi e facili illusioni. E incomprensioni. E morti. E decenni di tensioni.

Domenica 8 giugno il presidente israeliano Simon Peres, quello palestinese Mahmoud Abbas e papa Francesco si vedranno in Vaticano. Ufficialmente per pregare. Loro, di tre religioni diverse. Uno cattolico. L’altro ebreo. Il terzo musulmano. Ufficiosamente per riportare in vita un processo di pace che si è arenato nelle scorse settimane senza un perché. O, a sentire gl’israeliani, con un unico perché: la riunificazione di Fatah con la fazione estremista di Hamas.

Il presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas dà il benvenuto a papa Francesco il 25 maggio a Betlemme, in Cisgiordania (foto Andrew Medichini/Pool)

Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas dà il benvenuto a papa Francesco il 25 maggio a Betlemme, in Cisgiordania (foto Andrew Medichini/Pool)

Nessuno s’illude, però. Quello di domenica sarà sì un appuntamento storico, ma difficilmente cambierà le cose in Medio Oriente. Intanto è già qualcosa. Soprattutto se, da quelle parti, arriveranno in diretta le immagini di questi tre vecchietti che pregano. E con loro anche tre leader religiosi, uno in rappresentanza di ogni religione: un sacerdote, un rabbino e un imam.

La cerimonia – fa sapere l’ufficio stampa di Peres, vicino al termine del mandato presidenziale – si svolgerà in una località non religiosa. Nessun simbolo di questo o quel credo. Ma ci saranno le letture dei rispettivi testi sacri: il Nuovo Testamento, il Tanach e il Corano. Poi tutti a casa dopo qualche ora. Nella speranza che la saggezza degli anziani serva a qualcosa.

© Leonard Berberi

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