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La festa, il ballo, i sorrisi: la storia degl’israeliani e dei palestinesi che fecero la pace (anche se per cinque minuti)

Il fermo immagine del video in cui soldati israeliani ballano insieme a giovani palestinesi a Hebron, in Cisgiordania

Il fermo immagine del video in cui soldati israeliani ballano insieme a giovani palestinesi a Hebron, in Cisgiordania

«Dategli il Nobel per la Pace!». La Rete parla. La Rete chiede. La Rete protesta. E si domanda: ma che hanno fatto di male? «Nulla». Anzi, «semmai bisognerebbe farli sedere con i politici – israeliani e palestinesi – a discutere di pace». «Perché sicuramente con loro l’accordo lo troveremmo in pochi minuti». Magari a passo di danza.

Già, la danza. Maledetta danza. E maledetto Psy. Se non fosse per il suo Gangnam Style forse questi soldati, tutti giovanissimi, tutti isolatissimi in quel pezzo di terra che si chiama Hebron, ecco, forse questi soldati non sarebbero ora nei guai. Sospesi dal servizio. Criticati dai capi e messi sott’accusa.

Succede tutto nel giro di poche ore. Un gruppo di soldati israeliani della famosa Brigata Givati sta pattugliando le vie tormentate di Hebron, nel sud della Cisgiordania. Sente della musica provenire da un edificio. C’è una festa. I giovani, armati e in divisa, si avvicinano. È un attimo. Altri giovani, palestinesi, li invitano a unirsi a quel momento di gioia. A passare qualche minuto insieme.

Capita anche questo, a Hebron. Si spara. Ci si ammazza. Ci si manda a quel Paese tutti i santissimi giorni. Ma poi la ragione riesce a dominare per qualche ora. Unisce israeliani e palestinesi. E non ci scappa il morto. Ma solo tante risate.

Ecco, torniamo alla pattuglia della Brigata Givati. I soldati dell’Idf – l’esercito dello Stato ebraico – si uniscono al ballo. Accolti da applausi, fischi di felicitazioni e inviti a mettersi nel centro della sala da danza improvvisata. Scatta Gangnam Style del rapper sudcoreano Psy. Alcuni militari, appesantiti dalle divise, vengono addirittura portati in spalla a muoversi tra le note della canzone più ascoltata del mondo.

Lì, in quel momento, in quella via affollata e stretta di Hebron, nel cuore della Cisgiordania, va in scena la pace tra israeliani e palestinesi. Un momento «storico». Che non può restare nella memoria collettiva di chi c’era. Deve essere condiviso. Visto. Apprezzato. Ed ecco che qualcuno gira un video con uno smartphone. Carica il filmato su Youtube. È un attimo. Le immagini vengono trasmesse nel tg principale della tv Channel 2. E la storia prende un’altra piega.

I vertici dell’Idf non solo vedono il video. Ma scoprono che la pattuglia è stata a casa del clan dei Jaabari. «Si tratta di una famiglia legata a doppio filo ad Hamas», dice l’intelligence israeliana. «Si tratta di un episodio di estrema gravità», commentatno ufficialmente da Gerusalemme. «I soldati sono stati sottoposti a un interrogatorio e le indagini vanno avanti. Quello che è certo è che i responsabili saranno trattati nel modo più appropriato». Il modo appropriato, per ora, è la sospensione. Immediata.

«Quei soldati potevano essere rapiti e consegnati ai terroristi di Hamas», spiegano i generali dell’Idf. «Non vogliamo avere altri Gilad Shalit (sotto il video del rilascio) sulla coscienza». Motivazioni che, però, al «popolo della Rete» non sono piaciute. Tanto che qualcuno parla di «autogol» per l’esercito israeliano. «Che hanno fatto di male questi ragazzi? Anzi, bisognerebbe congratularsi con loro», scrivono in molti su forum e blog.

«Di solito stiamo qui per molti mesi, alla fine succede che con molti palestinesi ti saluti ogni giorno. Spesso ci scambi qualche parola», racconta un soldato che è stato nel limite tra Hebron 1 ed Hebron 2 per trenta settimane. «Io sono stato invitato da almeno tre famiglie palestinesi a prendere un caffè o un tè da loro. Non ci sono mai andato, perché è vietato. Ma quelle stesse famiglie il caffè e il tè sono venuti a portarmelo lì, al posto di blocco».

«La verità è che ogni soldato è stato a Hebron. Ognuno di noi ha fatto di tutto pur di ammazzare il tempo, o meglio la “shchikat kav”, quello stato mentale che si attiva quando stai per troppo tempo in uno stesso posto», scrive il blogger Yoni Zierler sul sito del quotidiano The Times of Israel. «Non posso dire di non essere felice nel vedere il video dei soldati che ballano. Una volta tanto mostra il volto del vero esercito israeliano. Dice che i nostri militari sono esseri umano che amano divertirsi. E la danza con i palestinesi dimostra che non siamo uno Stato che insegna l’odio e la paura ai nostri ragazzi», continua Zierler. «Ma la verità è che siamo nel bel mezzo di un conflitto e anche se nel filmato ci sono palestinesi che non vogliono far male a Israele, tanti altri di loro di certo non ci amano. Il rapimento di Gilad Shalit brucia ancora, abbiamo già pagato un alto prezzo».

E insomma. Le ragioni del cuore. Le ragioni del cervello. Il realismo dei capi. La realtà dei sottoposti. Nel mezzo una festa. Un gruppo di soldati. Decine di giovani. Musica ad alto volume. E la voglia – matta, disperata, naturale – di divertirsi per qualche minuto. Prima che la vita di tutti i giorni prenda il sopravvento. Prima che si alzi il sole. Prima che inizi un giorno, l’ennesimo, di giri per le strade. Di controlli. Di fucili pronti a sparare. Di pericoli dietro ogni angolo. Di muri e barriere da sorvegliare. Di polvere da rimuovere dalla faccia. Di vento caldo, soffocante, da sopportare. In attesa che tutto questo finisca. Se mai finirà.

© Leonard Berberi

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ANALISI / I dubbi di Obama, i timori d’Israele, il nervosismo dei Paesi arabi: così l’Occidente si prepara ad attaccare Assad

«Stanno aspettando tutti che lui decida cosa fare: se intervenire o aggiornare il contatore delle vittime civili in Siria». «Lui» è Barack Obama, il presidente statunitense sulla cui testa pende la decisione finale: rovesciare Bashar al-Assad oppure attendere ancora. Magari un via libera delle Nazioni Unite. Via libera che, spiegano da Gerusalemme, non ci sarà mai. Non solo per l’opposizione della Russia. Ma anche per una certa resistenza della Cina. E d’Israele. Che vorrebbe sì dare il benservito ad Assad, ma teme di trovarsi un altro Libano, altri gruppi di miliziani. E, addirittura, Al Qaeda.

Dallo Stato ebraico però confermano: decine di Paesi sono pronti da giorni con i loro eserciti. Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Turchia, Canada, Qatar, Arabia Saudita, Giordania sarebbero in prima linea. E lo dimostra anche la riunione che i vertici militari di questi Paesi hanno iniziato ieri proprio in Giordania per una due giorni «per fare il punto sulle conseguenze del conflitto in Siria». Al tavolo c’è anche l’americano Martin Dempsey, capo di Stato maggiore congiunto. «Niente di eccezionale, si tratta di un incontro programmato da mesi», hanno spiegato i giordani.

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Programmato o no, sono i tempi a rendere l’appuntamento importante. Forse decisivo. Anche perché contemporaneamente a Washington i telefoni non hanno smesso di squillare tutto il giorno, ieri. E perché un altro incontro «programmato qualche settimana fa» non poteva capitare nel momento più «opportuno» per capire che succederà d’ora in avanti in Siria. Ieri a Washington è piombata una delegazione israeliana capeggiata da Yaakov Amidror, consigliere del premier Benjamin Netanyahu per la sicurezza nazionale. Al centro dei colloqui «la politica e la sicurezza». Netanyahu non può reggere un altro pezzo di confine gestito dall’altra parte da terroristi islamici. Già è dura tenere in sicurezza la frontiera con la Striscia di Gaza, il Sinai e il Libano. Se anche il Golan dovesse diventare instabile Gerusalemme potrebbe essere chiamato a uno stato d’allerta senza precedenti.

Le informazioni, in queste ore, convergono tutte in un’unica direzione: basta una parola e l’attacco ad Assad parte nel giro di pochi minuti. Ma Obama tergiversa. Anche troppo, secondo i sauditi. I quali, racconta un lungo resoconto del Wall Street Journal, il fine settimana hanno più volte contattato la Casa Bianca invitando l’inquilino numero uno a dare l’ok all’intervento militare «con o senza l’Onu». «Come presidente non puoi disegnare una linea rossa e poi non farla rispettare», raccontano fonti arabe al quotidiano americano.

«Proprio il prendere tempo da parte di Obama sta innervosendo i paesi del Golfo arabo», spiegano da Gerusalemme. «Ma non è una scelta facile, quella del presidente americano: se non esiste una strategia concreta per il dopo-Assad, la Siria rischia di diventare un protettorato di Al Qaeda».

«Lui», Obama, intanto ieri ha mandato in prima linea il segretario di Stato Usa John Kerry. «L’attacco con armi chimiche del 21 agosto in Siria ha sconvolto la coscienza del mondo perché è stato indiscriminato e su larga scala», ha detto ieri Kerry. «Il presidente Usa ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne. Per quel che mi riguarda il regime siriano ha qualcosa da nascondere», ha continuato Kerry. Seguito, poco dopo, dal portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «È innegabile che in Siria siano state usate armi chimiche – ha spiegato Carney –. Continuiamo a rivedere le opzioni con i consiglieri nazionali, i partner internazionali e il Congresso». Quando ai piani di Obama, però, lo stesso Carney ha chiarito che «il presidente non ha ancora deciso cosa fare».

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

La diplomazia mondiale guarda alla finestra. S’interroga. Si chiede, soprattutto in Europa, se bisogna per forza aspettare Obama o non convenga muoversi subito. Per poi avere il sostegno Usa. Il presidente americano, nell’incontro di tre ore di sabato con i vertici militari e dell’intelligence, ha chiesto non soltanto di avere un resoconto delle opzioni sul campo, ma anche di informarsi se sia per forza necessario passare attraverso una decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per attaccare militarmente Assad oppure si può procedere senza un voto internazionale magari facendo appello alla Convenzione di Ginevra e a quella sulle armi chimiche. Intanto – racconta l’emittente americana Cbs News – Obama ha ordinato la pubblicazione di un dossier «entro uno o due giorni» con quello che sta succedendo in Siria «prima che venga avviata qualsiasi azione militare».

Intanto bisogna registrare i movimenti nel Mediterraneo. Secondo il Guardian i primi aerei da guerra e trasporti militari britannici (C-130) sarebbero stati avvistati nei cieli di Cipro e nei pressi della base di Akrotiri, a soli 170 chilometri in linea d’aria dalla costa siriana. Quattro navi dell’esercito Usa da qualche giorno si trovano al largo del Medio Oriente. Un sottomarino britannico sarebbe arrivato nelle ultime ore ad affiancare altri due battenti bandiera statunitense.

«Se Obama darà l’ok i primi missili partiranno non prima del tramonto», ragionano da Gerusalemme. «Anzi, molto probabilmente saranno sparati nel cuore della notte». Il motivo? «La gente dorme a quell’ora, le strade sono vuote». L’obiettivo primario dei missili: i depositi di armi chimiche. Poi le altre postazioni militari. Così da neutralizzare Assad nel giro di poche ore. «Esattamente com’è successo con Gheddafi».

© Leonard Berberi

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A volte c’è, a volte no: la geografia (schizofrenica) di Egypt Air su Israele

La cartina (senza Israele) che compare sui monitor a bordo degli aerei della Egypt Air

La cartina (senza Israele) che compare sui monitor a bordo degli aerei della Egypt Air

Ma Israele esiste o no per la Egypt Air? Nel 2011 la compagnia egiziana era finita nell’occhio del ciclone per aver rimosso lo Stato ebraico dalle proprie cartine. Poco più di due anni dopo – come dimostra questa foto scattata a bordo di uno dei suoi aerei – la compagnia egiziana Egypt Air conferma la sua “policy”: Israele, semplicemente, non esiste. Anche se, a ben vedere, si son dimenticati di cancellare una delle sue più grandi città: Beersheba.

Un buco nero che però stavolta sembra valere soltanto sui velivoli.  Perché sul sito ufficiale lo Stato ebraico è stato ripristinato (vedi mappa interattiva). Il tutto in una cartina, quella sul sito, piena di errori geografici. Per esempio: Atene e Larnaca in mare aperto, lontani da Grecia e Cipro. Beirut quasi al confine con Israele. Milano praticamente in Liguria. Piccoli refusi, volendo, di fronte a un intero Paese sparito. (l.b.)

(foto di Flavio Bini)

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Colloqui di pace, la solitudine del negoziatore Livni: “Troppi falchi dietro a Netanyahu”

«E alla pace con i palestinesi chi ci pensa?». La domanda proprio non se l’aspettava Tzipi Livni. Stava girando le bancarelle di Shuk Ha’Carmel, il mercato alimentare più grande di Tel Aviv. Le elezioni del 10 febbraio 2009 erano alle porte e lei, letti i sondaggi, doveva darsi assolutamente da fare per guadagnare ancora qualche voto. «Prima o poi qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di sedersi a un tavolo e parlare con Ramallah», continuò l’uomo. Livni non rispose. Abbozzò un sorriso. Ma non dimenticò.

Quell’anno la pupilla di Ariel Sharon vinse. Ma senza avere la maggioranza di seggi. Così il governo lo formò Benjamin Netanyahu, il secondo arrivato. Lo stesso che ora, nel 2013, le ha affidato il ministero della Giustizia. E soprattutto la nomina a capo della delegazione israeliana per i negoziati diretti con i palestinesi.

Tzipi Livni, 55 anni

Tzipi Livni, 55 anni

«È vero – confidò Livni ai suoi consiglieri politici – qui ci siamo tutti dimenticati della pace con i palestinesi. Prima o poi sarà la questione a travolgerci se non faremo nulla». Passarono i mesi. E anche gli anni. I colloqui di pace continuavano ad essere fermi dal 2008. E anche alle ultime elezioni la questione israelo-palestinese non fu affrontata da nessun partito. Nemmeno dai «comunisti» del partito Meretz.

Poi arrivò la chiamata da Washington. Nelle ultime settimane sono state rispolverate agende e telefoni diretti, consiglieri e diplomatici. Soprattutto: i lunghi incontri che finiscono a tarda sera. L’ultimo, ieri, s’è chiuso poco prima di mezzanotte. Bocche cucite. Nessuna dichiarazione pubblica. Zero strette di mano. Soltanto un tweet, di Mia Bengel, la portavoce di Tzipi Livni. «Il prossimo incontro ci sarà a breve», cinguetta Bengel. Senza dire quando, dove, come, con chi. E soprattutto: senza spiegare su cosa si sta discutendo.

È il nuovo corso della Storia? Lei, Livni, ne è convinta. E da giorni va dicendo ai suoi amici più intimi che sente un’enorme responsabilità sulle spalle. Un peso che vuole scrollarsi di dosso. «Quell’accordo deve essere assolutamente firmato, noi dobbiamo chiudere decenni di violenze e incomprensioni». Il ministro della Giustizia lo sa: se ci riuscisse questo la proietterebbe sicuramente nei libri di Storia di tutto il mondo. Per non parlare della sua carriera politica. Oggi e domani.

Non sarà facile. E questo Livni lo sa. Soprattutto perché nel governo suo, quello guidato da Netanyahu, «è pieno di falchi che non vedono l’ora di far saltare tutto e per questo mi stanno rendendo difficilissimo il lavoro». Parole che il capo dei negoziatori di Gerusalemme ha detto alla Radio israeliana. Ed è stata l’unica «rottura» del protocollo imposto dal segretario di Stato Usa, John Kerry, che ha speso un mese per convincere entrambe le parti non solo a tornare a parlarsi, ma anche a non rivelare nessun dettaglio degli incontri.

«Israele è chiamata a prendere delle decisioni drammatiche», ha continuato a diffondere nell’etere Livni, «perché l’obiettivo finale è quello di porre fine al conflitto con i palestinesi». E quando le hanno chiesto qualche informazione in più sui colloqui di ieri, il ministro della Giustizia non ha detto una parola in più: «più i negoziati stanno lontani dalla luce dei riflettori meglio è per tutti».

Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat (il primo da sinistra) insieme al segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro della Giustizia israeliana Tzipi Livni lo scorso luglio a Washington per annunciare la ripresa ufficiale dei colloqui di pace (foto Ap)

Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat (il primo da sinistra) insieme al segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro della Giustizia israeliana Tzipi Livni lo scorso luglio a Washington per annunciare la ripresa ufficiale dei colloqui di pace (foto Ap)

Nel 2008 i negoziati fallirono nel giro di poco tempo per due motivi: gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e la richiesta palestinese di avere un proprio Stato. E proprio i coloni sono stati al centro dei preparativi di questi mesi. Ramallah poneva come condizione base per la ripresa dei colloqui il congelamento delle nuove costruzioni israeliane nella West Bank. Diktat respinto da Netanyahu. Fino a quando John Kerry non mise d’accordo le parti su una soluzione più realizzabile nell’immediato: il rilascio di decine di palestinesi detenuti per aver ucciso civili e soldati israeliani in cambio di nuovi giri diplomatici tra Gerusalemme e Ramallah.

Ramallah che, oggi più di prima, è tornata a porre tra i punti principali dell’accordo la creazione dello Stato della Palestina. Richiesta che trova contrario almeno un partito al governo. «Non è un mistero – ha continuato Livni alla radio – che c’è una formazione che non condivide l’idea dell’esistenza di due Stati nell’area». Non ha fatto nomi. Ma il riferimento era a Naftali Bennett, capo del partito “Jewish Home Party”, ministro dell’Economia e alleato con una formazione di coloni.

Bennett non è l’unico a pensarla così. Decine di migliaia d’israeliani non vogliono lasciare pezzi della Cisgiordania e Gerusalemme Est. Soprattutto dopo aver mollato la Striscia di Gaza poi conquistata da Hamas che proprio da lì da anni tormenta lo Stato ebraico con missili e razzi e rapimenti. Cose che Livni sa, conosce, tiene in considerazione. Ma proprio quel «decisioni drammatiche» sembra voler preparare tutti gl’israeliani a quello che potrebbe – forse deve – succedere per stare tranquilli nella propria casa.

Cinquantacinque anni, Tzipora Malka Livni (vero nome di Tzipi) sa come destreggiarsi nella politica e nella diplomazia. Non a caso è stata anche ministro degli Esteri, durante il governo di Ehud Olmert. Seconda donna a ricoprire l’incarico dopo Golda Meir. Ma sa anche che, a differenza di Meir, oltre ai «falchi» del suo governo, oltre a quegl’israeliani che non vogliono nemmeno sedersi al tavolo con i palestinesi, oltre ai coloni da settimane sul piede di guerra con Gerusalemme, ecco, oltre a tutto questo, lei deve anche affrontare forse l’argomento più delicato di fronte agli ebrei ultraortodossi: l’essere una donna.

«È venuto il momento di prendere delle decisioni drammatiche», ha ripetuto ieri, quasi fosse un mantra. Consapevole, lei e milioni d’israeliani, che questi sono i mesi dell’«ora o mai più».

© Leonard Berberi

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LA STORIA / Insulti e accuse su Facebook, Netanyahu sospende il responsabile dei social media

Daniel Seaman, 52 anni, ex portavoce del governo israeliano (foto via Haaretz)

Daniel Seaman, 52 anni, ex portavoce del governo israeliano (foto via Haaretz)

Se il capo dei social media finisce nei guai per colpa dei social network. Chiamatela, se volete, legge del contrappasso. O, più semplicemente, la legge di Facebook. Fatta, né più né meno, di un solo e unico articolo: tutto quello che si posta sulla pagina, personale o aziendale, non è più tuo. Diventa di dominio pubblico. Finisce nell’archivio collettivo. Pesa sul futuro professionale. E può anche avere pesanti ricadute per un’intera nazione.

Per questo avrà un bel da fare Daniel Seaman, ora, per riprendersi il posto che per tanto tempo ha sognato e così gelosamente gestito. Da anni uno dei vertici della comunicazione del governo israeliano è stato sospeso dal premier Benjamin Netanyahu dopo aver scritto alcuni commenti non proprio diplomatici sul proprio profilo Facebook. E pensare che da poco era stato nominato dal primo ministro «direttore per i media interattivi».

E interattivo è stato Seaman. Peccato (per lui) che interattiva è stata anche la polemica. Esplosa, post dopo post, cinguettio dopo cinguettio, prima sulla Rete virtuale. Poi in quella diplomatica. Prima ha iniziato dando degli «stupidi» a quei palestinesi che ogni anno ricordano la Naqba (la «catastrofe», la vittoria d’Israele nella guerra del 1948). Poi s’è addirittura scagliato contro i nipponici. Dicendosi «nauseato» da loro, «dai gruppi che si battono per la difesa dei diritti umani e dai pacifisti«» perché «commemorano le vittime di Hiroshima e Nagasaki. Hiroshima e Nagasaki sono state la conseguenza dell’aggressione giapponese. Hanno raccolto quel che hanno seminato». Finito? Non proprio. Nello stesso post Seaman ha invitato proprio loro, i giapponesi (e i pacifisti), a ricordare piuttosto i 50 milioni di cinesi, coreani e altri, tutte vittime «della politica aggressiva» della potenza nipponica.

Il post contro i giapponesi di Daniel Seaman (da Facebook)

Il post contro i giapponesi di Daniel Seaman (da Facebook)

Alcuni giornalisti israeliani, a partire da Barak Ravid di Haaretz, sono andati ancora più indietro. E hanno scoperto che il «muro» virtuale di Seaman ha ospitato per settimane esternazioni anche violente. In un post l’uomo si scaglia contro la Chiesa scozzese. In un altro usa il mese di digiuno del Ramadan per attaccare i musulmani («Questo vuol dire che gli islamici smetteranno di mangiarsi l’un l’altro durante il giorno?»). In un altro ancora sbraita contro Saeb Erekat, capo dei negoziatori di Ramallah, che poneva come condizioni basilari per i colloqui di pace lo stop a nuovi insediamenti in Cisgiordania e il ritorno ai confini del 1967 («C’è un modo diplomatico per dire “Vai a farti f…?”»).

Tokyo non ha gradito. Ha chiesto a Gerusalemme se le parole di Seaman riflettevano in qualche modo la linea del governo israeliano. «Quelle frasi sono inaccettabili e non rappresentano ovviamente la posizione dell’esecutivo», ha risposto l’ufficio del premier Netanyahu. Poi, stando ai bene informati, proprio «Bibi» avrebbe deciso di calmare le acque decidendo per la sospensione.

Personaggio particolare Daniel Seaman. Nato in una base militare americana in Germania 52 anni fa, l’ex capo ufficio stampa del primo ministro non ha mai nascosto la sua risolutezza. Chi lo conosce bene lo paragona addirittura a Edgar J. Hoover, ex potente capo dell’Fbi. Lui, Seaman, si vanta di essere anche peggio. Tanto che, per far capire chi comandava – da numero uno del Press office – non ha esitato a negare gli accrediti stampa a più di sessanta giornalisti in pochi anni. Atteggiamento che, secondo molti, «ha creato più danni di qualsiasi blitz militare». Per dire: il 12 maggio 2009, a pochi metri da papa Benedetto XVI in visita alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, l’allora capo ufficio stampa di Netanyahu fu immortalato dalle telecamere mentre afferrava una fotografa e la trascinava lontano, sotto lo sguardo incredulo della sicurezza vaticana e dei giornalisti di mezzo mondo. Non contento, il 26 maggio 2010, inviò una mail a dir poco provocatoria a decine di corrispondenti e inviati stranieri con un elenco delle «bellezze di Gaza da visitare», i ristoranti migliori della Striscia e gli alberghi in cui dormire.

Ora l’«infortunio» via Facebook. E chissà quanto staranno festeggiando le «vittime» di Daniel Seaman.

© Leonard Berberi

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