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Siria, la svolta drammatica di Israele: due blitz aerei contro Assad e i timori sul collasso della regione

Domenica scorsa Netanyahu l’aveva detto. «Il Medio Oriente non aspetta: o ci muoviamo o rischiamo di trovarci tonnellate di esplosivo chimico in casa. A est, a nord, a sud del nostro Paese tutto è in fermento, dobbiamo prepararci». Quarantotto ore dopo ecco che alle 2 di notte (ora israeliana, l’1 in Italia) di mercoledì 30 gennaio dodici caccia dell’Israeli Air Force e un drone radiocomandato decollavano dalle basi israeliane. Direzione Siria.

Il veicolo radiocomandato è arrivato sopra la città di Al-Zabadani verso le 4,30 del mattino. Qui, in pochi secondi, ha sganciato i suoi missili contro un convoglio che da Damasco stava viaggiando verso il confine libanese. L’esplosione è avvenuta a circa 5 chilometri dall’autostrada Damasco-Beirut. All’interno del mezzo militare munizioni, armi di vario tipo. Soprattutto sistemi missilistici di fabbricazione russa, a partire dagli SA-17.

«Le informazioni in nostro possesso spiegavano che i fedeli del dittatore siriano Assad volevano approfittare del tempo piovoso e nuvoloso per spostare un carico d’armi verso i depositi di Hezbollah», spiegano da Gerusalemme. «Ovvio che se gli SA-17 finivano in mano ai miliziani sciiti questo avrebbe cambiato un bel po’ gli equilibri militari nella regione». Il timore, ancora da provare, è che all’interno di quel convoglio ci fossero anche armi chimiche.

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Più o meno alla stessa ora i dodici caccia – dieci velivoli secondo altre fonti – sorvolavano i cieli sopra il Libano a gruppi di 2-3, passavano sopra Damasco e una volta a Jamraya, a pochi chilometri dalla capitale, attaccavano un deposito di munizioni e un laboratorio chimico. Nell’edificio, secondo l’agenzia di Stato siriana – che smentisce qualsiasi attacco a convogli a Al-Zabadani – almeno due persone avrebbero perso la vita, altre cinque sarebbero ferite in quello che non chiamano deposito militare, ma «centro di ricerca che lavorava per rafforzare la resistenza ai ribelli e ai nemici».

Israele, in via ufficiale, almeno fino alle nove di sera (ora italiana) non ha confermato nessuna delle incursioni. Da Gerusalemme spiegano che il premier Netanyahu starebbe premendo per un coinvolgimento immediato dell’amministrazione americana. «Il nostra timore ora è che Teheran possa vederla come una dichiarazione di guerra all’Iran e si muova di conseguenza». La situazione, a dire il vero, è – come piace classificarla agli esperti – «decisamente fluida». Vuol dire che da ora in avanti nell’area può succedere di tutto. «Oppure, almeno nel breve periodo, non succedere assolutamente nulla», chiariscono esperti militari. Che poi si chiedono come abbiano fatto tutti quei caccia del «nemico» a sorvolare per così tanto tempo – si parla di almeno un paio d’ore – sulla Siria senza essere colpiti.

Quello che è certo è che la località di Al-Zabadani, dove ha colpito il drone, per Gerusalemme è diventato un centro nevralgico del passaggio di armi da Damasco a Beirut. «Da mesi in città c’è un clima di relativa calma», spiegano da Gerusalemme. «Pochissima resistenza ad Assad, poche vittime tra i civili e, soprattutto, cibo che non scarseggia. Dall’anno scorso il dittatore siriano ha concesso una sorta di indipendenza all’area in cambio di due cose: nessun gruppo ribelle e lasciapassare ai convogli militari di Damasco».

La località, secondo gl’israeliani, non sarebbe stata scelta a caso da Assad. «Nelle stesse zone, prima dell’accordo con il dittatore, passavano le armi (missili anti-carro, munizioni, mitra, ecc) fornite dagli occidentali ai ribelli siriani pagate dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e, ovviamente, da Washington.

Che qualcosa stava cambiando, in Israele, lo si era capito anche da quel ch’è successo la scorsa settimana quando l’esercito ha installato due Iron Dome – il sistema anti-missilistico super-sofisticato – nel Nord, tra Haifa e il confine con il Libano. «Magari la guerra non arriva domani, ma dobbiamo essere pronti per ogni scenario», ha spiegato Amir Eshel, generale delle forze armate israeliane. E nel farlo ha parlato, per la prima volta, anche dell’Egitto. Il governo Netanyahu, nella riunione di domenica, ha chiaramente spiegato che «il governo guidato dal presidente Morsi e dai Fratelli Musulmani non funziona più. Nessuno degli aspetti chiave del Paese – l’esercito, la sicurezza interna e la polizia – è ormai sotto il controllo di Morsi».

© Leonard Berberi

primo aggiornamento: 30 gennaio 2013, ore 17.45
ultimo aggiornamento: 30 gennaio 2013, ore 21.55

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Le accuse delle migranti etiopi: Israele ci ha dato di nascosto farmaci anticoncezionali

Donna etiope in arrivo in Israele nel 2012 (foto Jewish agency for Israel)

Donna etiope in arrivo in Israele nel 2012 (foto Jewish agency for Israel)

Farmaci somministrati senza consenso. Controllo delle nascite. Contraccettivi usati per lunghi periodi di tempo. E fasce demografiche che vedono dimezzato il tasso di fertilità in pochissimi anni. La notizia è rimasta nascosta per settimane. Sommersa dalla campagna elettorale. E da quella risposta, sdegnata, delle autorità governative: «Queste accuse sono infamanti». Ma quelle «accuse infamanti» ora rischiano di deflagrare. E di trascinare verso il fondo più di un politico.

Il ministero israeliano della Salute ha dato un contraccettivo e senza consenso alle etiopi migranti nello Stato ebraico? Prima partita come domanda, a dicembre è diventata un’inchiesta televisiva sul canale 23 (Israeli Educational Television). «Sono arrivata qui otto anni fa e allora mi hanno iniettato il Depo-Provera come requisito per mettere piede nello Stato ebraico», ha raccontato una delle donne etiopi. E la sua versione sta trovando conferma anche in altre decine di sue connazionali, tanto da muovere anche l’Acri, l’associazione per i diritti civili in Israele.

Il Depo-Provera è un farmaco per il controllo delle nascite di lunga durata. Farmaco che ora, scrive nero su bianco Roni Gamzo, direttore generale del ministero della Salute, «non deve essere iniettato sulle migranti». Donne soprattutto etiopi, calcolava in uno studio del 2010 Isha le’Isha, una ong che si batte per i diritti femminili. «È chiaramente una politica dello Stato d’Israele per ridurre il numero delle nascite in una comunità che è di colore e soprattutto povera, anche se ebrea», ha spiegato Hedva Eyal, una delle autrici dello studio. Il direttore generale del ministero della Sanità ha ammesso l’uso del farmaco? Ufficialmente no. Ma quelli dell’Acri sono convinti che con la direttiva di questi giorni è come se lo Stato ebraico l’avesse fatto.

Nell’inchiesta tv (sopra) andata in onda a dicembre e curata dalla giornalista Gal Gabbai, molti migranti hanno raccontato di aver ricevuto pressioni dalle autorità israeliane «per tenere il basso il numero dei figli». «Rappresentanti dello Stato ebraico della Joint Distribution Committee e del ministero della Salute ci hanno detto che in Israele è difficile sopravvivere se si ha una famiglia numerosa perché si trova difficilmente lavoro e perché quasi nessuno affitta una casa o un appartamento a chi ha tanti figli», hanno spiegato gli etiopi.

Negli ultimi dieci anni almeno 50 mila di loro hanno messo piede in Israele. La prima iniezione – secondo il racconto delle donne – sarebbe stata fatta ancora prima di arrivare nello Stato ebraico. «Ci hanno fatto la puntura nel campo di transito in Etiopia: ma non ci hanno mai detto che si trattava di farmaci per non rimanere incinta. Pensavamo si trattasse di vaccinazioni». Molte di quelle donne, racconta la giornalista Gabbai, hanno continuato a ricevere il farmaco anche dopo. «Nonostante molte di loro lamentassero da tempo i tipici effetti collaterali del Depo-Provera come forti mal di testa e dolori addominali».

Il risultato di questa politica? Negli ultimi dieci anni «il tasso di natalità è crollato del 50 per cento». Nell’inchiesta tv si vede anche una etiope andare in una delle cliniche dove si somministra il farmaco con una micro-camera. Qui un’infermiera le dice che l’iniezione viene fatta prima alle donne dell’Etiopia «perché loro dimenticano, non capiscono, ed è difficile spiegare a loro, così è meglio dare a loro il farmaco una volta al mese… di solito non capiscono nulla».

«Non è vero nulla», hanno replicato le autorità israeliane. Ma la Gabbai ha mostrato una lettera ufficiale in cui il ministero della Salute elogia e incoraggia il lavoro del dottor Rick Hodes, direttore del programma medico del Jdc in Etiopia. Grazie a lui, si fa intendere nella lettera, il 30% delle donne etiopi usa un farmaco anticoncezionale.

© Leonard Berberi

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Elezioni in Israele / Da Lapid a Netanyahu, le pagelle dei protagonisti

Vincitori e vinti. Eccoli. Mentre in queste ore il premier uscente Benjamin Netanyahu cerca di attirare a sé Yair Lapid. E mentre un Paese si chiede ancora cosa sia successo, martedì 22 gennaio, in questo pezzo di terra che tutti davano drammaticamente schierato alla destra della destra. E che, invece, s’è scoperto uno Stato più moderato. Forse più razionale di quanto si sia scritto e detto, filmato e dipinto in queste settimane. I voti, allora.

Voto 10 – Al popolo israeliano. Andato a votare in massa, nonostante i sondaggi – tutti, nessuno escluso – davano per stravincente la destra e l’estrema destra. «Oggi si celebra la democrazia», ha detto il presidente Simon Peres di prima mattina, mentre inseriva nell’urna il suo voto. Un messaggio che la popolazione ha recepito. E messo in pratica

Voto 9 – A Yair Lapid (foto sotto), 49 anni, ex conduttore di tg. Perché in pochi mesi ha tirato su un partito moderato. Con le idee chiare su alcune cose (un po’ confuse su altre). E con l’obiettivo, dichiarato, di scardinare il sistema. Cosa che ha confermato nel discorso di ringraziamento martedì notte. Discorso che, va detto, si merita un 8,5 per il parallelo con la carriera (politica) del padre. E per quel continuo ripetere «Io non dimenticherò il peso sulle spalle che questo voto mi ha dato». Parole vere o semplice demagogia. Lo vedremo nei prossimi mesi

Yair Lapid

Yair Lapid

Voto 8 – Ai cronisti israeliani. Perché già alle 5 del pomeriggio, cinque ore prima della chiusura dei seggi, avevano capito e intuito che ci sarebbe stata una grande sorpresa. Aiutati, bisogna dirlo, dallo staff di Yesh Atid (voto 7,5) che per prima ha detto «Siamo il secondo partito». Non solo. Giornalisti di radio e tv, siti web e giornali hanno coperto l’evento in tutti i modi possibili: dai taccuini alle videocassette, dagli smartphone ai social network

Voto 7,5 – A Naftali Bennett (foto sotto). Il leader – religioso e milionario – di Jewish Home / National Union s’è scrollato di dosso l’aria del ricco che non ha nulla da perdere. Ha mobilitato migliaia di persone. Soprattutto, è stato chiaro si una cosa: «niente processo di Pace con i palestinesi. Comunque la si pensi – e qui, in questo blog, si preferisce la sana convivenza tra popoli – un segno di chiarezza su un argomento lasciato per troppi anni alle ambiguità e agli interessi di brevissimo termine

Naftali Bennett, leader di "Jewish Home Party" (foto Flash 90)

Naftali Bennett, leader di “Jewish Home Party” (foto Flash 90)

Voto 7 – A Shelly Yechimovich. Passata indenne tra le sabbie mobili delle primarie del partito laburista, ha portato la formazione ad aumentare i seggi alla Knesset. Più forte di tutti, la Yechimovich. Anche di quei suoi compagni di partito che negli ultimi mesi hanno passato più tempo a cercare di destabilizzarla che a darle una mano in campagna elettorale

Voto 6 – A United Torah Judaism e Shas. Le due formazioni ultraortodosse da tre appuntamenti elettorali di fatto non perdono seggi. Nonostante l’altissima concorrenza, soprattutto quest’anno, di formazioni che hanno pescato nel settore ultrareligioso. Se UTJ aveva conquistati 6 seggi nel 2006 e 5 nel 2009, il 22 gennaio ne ha guadagnati 7. Destino simile anche per Shas: 12 parlamentari nel 2006, 11 quattro anni fa e anche oggi

Haredim - pashkevilim

Voto 5 – A Tzipi Livni. Non ha ancora ritrovato sé stessa. Quella grinta che tutti hanno visto, che l’ex premier Ariel Sharon aveva apprezzato e valorizzato, che le donne hanno sostenuto. Non solo per affinità di genere. Ma anche perché, pochi anni fa e per la seconda volta, una donna poteva davvero aspirare a (ri)fare la storia d’Israele. Esattamente come un’altra grande donna: Golda Meir. E invece, la Livni s’è persa. Prima nelle primarie di Kadima (voto 2, come i seggi che è riuscita ad agguantare per pochi centinaia di voti), sconfitta da Shaul Mofaz. Poi in queste elezioni, con i soli 6 seggi presi con il movimento Hatnuah. Messi insieme – Kadima e Hatnuah – racimolano 8 seggi. In tre anni ne hanno persi 20

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Voto 4 – Al nuovo volto della Knesset. Spaccata a metà. Sessanta seggi ai partiti religiosi e di destra. Sessanta seggi a quelli di centro, sinistra e arabi. Una situazione complicata. E delicata. Che può portare a lunghe consultazioni, a trattative al ribasso e degradanti pur di arrivare a formare un governo

Voto 3 – Alle formazioni arabo-israeliane. Incapaci di fare «sistema». Di mettersi insieme in un unico listone. Di creare reti e connessioni con le formazioni di centro e sinistra. Segno di poca lungimiranza politica e sociale. Ma anche simbolo di una fascia della popolazione israeliana – il 20% circa del totale – frammentata, dilaniata, con interessi e scopi diversi. Eppure, insieme, i tre partiti contano 11 seggi

Voto 2 – Agli istituti di sondaggio. Hanno azzeccato il primo partito. Cosa che, va detto, non era molto difficile. Hanno sbagliato – molto – sul resto. Soprattutto, hanno quasi dimezzato i seggi poi vinti da Yesh Atid. Segno che nemmeno loro, gli esperti, hanno colto il grande cambiamento nella mentalità di centinaia di migliaia di elettori

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Voto 1 – A Benjamin Netanyahu e ai suoi consiglieri più stretti. Non solo per come hanno gestito la «campagna di Gaza», tanto che la popolazione continua a chiedersi a cosa sia servita. Ma anche perché non sono stati in grado di intercettare il malcontento della popolazione per l’andamento economico del Paese, per lo stallo dei negoziati, per la mancanza di entusiasmo e riforme incisive. Per non parlare del ticket con gli estremisti di Israel Beitenu di Avigdor Lieberman (voto 1 anche per loro): doveva strizzare l’occhio agli ultraortodossi. Ha finito con lo spaventare gli elettori di sinistra astenuti e a portarli alle urne

© Leonard Berberi

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