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Sicurezza e rivali, ecco come Netanyahu corre verso la vittoria (salvo sorprese)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Tutto deciso. Salvo sorprese. Perché alle elezioni mancano ancora dei giorni (23, per la precisione). E perché lo scenario mediorientale – incasinato com’è, soprattutto in questi ultimi anni – non lascia spazio alla prevedibilità.

E però chi ha avuto contatti con lo staff di Benjamin Netanyahu parla di un’atmosfera elettrizzante dentro il Likud, il partito del primo ministro israeliano uscente. Se non ci saranno imprevisti – e scossoni – verso le 23 del prossimo il 17 marzo dovrebbe essere proprio Netanyahu a tenere il discorso della vittoria. Con tanto di ringraziamenti – di rito – al popolo. E ai suoi nuovi alleati. Alleati che poi tanto nuovi non sono. E che, comunque, saranno non pochi. Almeno cinque.

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

E comunque. A incoraggiare «Bibi» (come viene chiamato il premier) sono i sondaggi. A rincuorarlo sono le proiezioni. Dall’altra parte, nell’area di centro-sinistra, non si arriva a quota 61 seggi, quelli necessari per formare il governo. Di più. Anche mettendo insieme un ampio spettro politico – dall’«Unione sionista» (il ticket formato da laburisti e la formazione di Tzipi Livni) fino al blocco dei partiti arabo-israeliani passando per quelli di destra come «Kulanu» – si potrebbe arrivare a 60 seggi. Ma è un’ipotesi di scuola remota. Per non dire impossibile.

Dal suo lato, per il Likud splende il sole. Certo, Netanyahu dovrebbe mettersi insieme con altri cinque partiti – «Habayit Hayehudi» di Naftali Bennett, «Kulanu» dell’ex ministro di Netanyahu, Moshe Kahlon, «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman, «Shas» (ultraortodossi), «United Torah Judaism» – ma almeno il campo politico e ideologico è a destra. Niente più accordi e strette di mano con il centro, insomma. Niente più ricatti – questo ha sempre denunciato Bibi – per mano di Tzipi Livni e Yair Lapid.

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita "Noi o lui" dove "lui" è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: "Noi o loro" dove "loro" sono quelli di Unione sionista

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita “Noi o lui” dove “lui” è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: “Noi o loro” dove “loro” sono quelli di Unione sionista

Insomma, Netanyahu. Di nuovo. Da quattordici anni. Nonostante le gaffe. Le accuse. I passi falsi. Le frasi inopportune. Le visite non richieste. I discorsi non graditi. Per chi guarda da fuori la scena politica israeliana lo stupore non è poco. Come può uno come Netanyahu – da anni in prima linea, da settimane al centro delle polemiche – ecco, come può ancora lui essere il favorito alle prossime elezioni?

In realtà quelle che sono apparse come figuracce sembravano volute. Per accreditare il primo ministro come un garante della religione (quando invita gli ebrei europei a trasferirsi in Israele). Per trasformarlo nel salvatore della Patria (quando ricorda i pericoli che rappresentano Isis, Hamas, Hezbollah, l’Iran). Per etichettarlo come bastione degl’israeliani in Medio Oriente e nel mondo (quando s’impone su Washington e decide di andare a parlare al Congresso Usa nonostante la contrarietà della Casa Bianca oppure quando va a far campagna elettorale negl’insediamenti in Cisgiordania).

Isaac Herzog (leader laburista) e l'ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Isaac Herzog (leader laburista) e l’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Sicurezza. Sicurezza. Sicurezza. Il Likud gioca su questo argomento. Il centro-sinistra no. Anzi. Non solo non riesce a portare – finora – la campagna su un tema «delicato» per Netanyahu, l’economia. Ma non si è nemmeno accreditato come alternativa al premier uscente proprio sulla sicurezza. Da una parte (il Likud) la chiarezza politica. Dall’altra (Unione sionista) messaggi poco chiari. Da una parte un volto (Netanyahu). Dall’altra due (Isaac Herzog e Tzipi Livni). In tutto questo il centro-sinistra deve scontare la poca notorietà di Herzog. Leader dell’opposizione da anni, è poco conosciuto nell’elettorato. Fa parte dei «Kennedy d’Israele», gli Herzog, e il papà Chaim è stato il sesto presidente dello Stato d’Israele.

Un handicap che Herzog – e Livni, e gli staff – conosce. E non è un caso se, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel, ha risposto così alla domanda sul tipo di leader per lui migliore: «Levi Eshkol, primo ministro durante la guerra dei Sei giorni nel 1967, per me è un modello. Non era molto carismatico, ma è stato semplicemente un premier eccellente e un grande capo».

© Leonard Berberi

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Le miss di due Paesi in guerra e quel selfie finito sotto accusa

Lo scatto delle polemiche. Da sinistra: Doron Matalon (miss Israele), Saly Greige (miss Libano), Urška Bračko (miss Slovenia), Keiko Tsuji (miss Giappone) [via Instagram]

Lo scatto delle polemiche. Da sinistra: Doron Matalon (miss Israele), Saly Greige (miss Libano), Urška Bračko (miss Slovenia), Keiko Tsuji (miss Giappone) [via Instagram]

L’una, Saly Greige (miss Libano), dice che è stato un agguato. Ché, nella realtà, lei è sempre stata attenta a evitare ogni contatto come la legge impone. L’altra, Doron Matalon (miss Israele), si rammarica. Invita a tenere fuori qualsiasi ostilità. Loro – le rispettive popolazioni che da casa assistono alla scena – commentano e scrivono e suggeriscono e inondano i social media di parole e sentenze già scritte. Perché in quel pezzo di mondo di sangue ne scorre, ma non proprio buono.

Se non fosse per il fatto che stiamo a parlare di Medio Oriente, se non fosse per la tempistica – nello stesso giorno in cui un raid via elicottero decapita una parte dei vertici del nemico –, ecco, se non fosse per tutto questo ci si potrebbe pure fare una risata. Ma non è così. Perché lo scatto delle polemiche – meglio: un autoscatto – caricato su Instagram ha tirato fuori le rivalità, le divisioni e l’astio tra due popoli che vivono a un passo uno dall’altro.

Saly Greige, lo scorso ottobre, premiata come la più bella del Lbano (foto di Anwar Amro/Afp/Getty Images)

Saly Greige, lo scorso ottobre, premiata come la più bella del Lbano (foto di Anwar Amro/Afp/Getty Images)

Mettete i selfie nei vostri cannoni. E allora. Succede che a Miami c’è Miss Universo. Le ragazze più belle del mondo sono arrivate negli Stati Uniti e tra queste spunterà la più notevole di tutte. In un momento – uno dei tanti – di relax, alcune ragazze stanno parlando tra loro. Sostiene la libanese, 25 anni, laureata in Ingegneri: «Eravamo io, miss Giappone e miss Slovenia». A quel punto – è sempre la libanese a parlare – «miss Israele si è avvicinata di scatto, ha fatto un selfie con noi e ha caricato la foto sui suoi profili sui social media».

Lo scatto – pubblicato sull’account Instagram proprio da Doron Matalon – non lascia molto spazio alle interpretazioni. Ci sono lei, poi la libanese – che sorride, questo sì, sorride, non si capisce bene se sorpresa o è un vero sorriso –, quindi le colleghe slovena e giapponese. Lo stesso scatto si trova anche nel profilo di Saly Greige. Ma in questo account miss Israele è stata tagliata.

Lo stesso scatto di sopra come appare sul profilo Instagram di miss Libano: la collega israeliana è stata tagliata

Lo stesso scatto di sopra come appare sul profilo Instagram di miss Libano: la collega israeliana è stata tagliata

Una libanese con un’israeliana? Apriti cielo. «Ritiriamo la nostra concorrente da Miss Universo», attaccano da Beirut a Tripoli. «La legge dello Stato vieta qualsiasi contatto con il nemico israeliano», aggiungono altri. «Togliamole la fascia di più bella del nostro Paese», suggeriscono altri ancora. La polemica monta. La rabbia araba pure. E così, poco tempo dopo, la stessa Greige scrive un post su Facebook. «Adesso vi racconto la verità dietro a quella foto», esordisce miss Libano. E via con i dettagli. «Sin dal primo giorno sono stata attenta a evitare qualsiasi contatto con miss Israele (che ha tentato diverse volte di avere una foto con me)…». Insomma, un agguato vero e proprio.

«La reazione di miss Libano non mi sorprende, ma mi rende comunque triste», replica miss Israele, 21 anni, per due sergente nell’esercito. «È brutto non riuscire a tenere le ostilità fuori dal gioco, solo per tre settimane di un’esperienza unica nella vita che ti permette di conoscere ragazze di tutto il mondo e anche dei Paesi vicini».

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Ultimo aggiornamento: ore 23.44 del 18 gennaio 2015

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Le incognite del voto di marzo (e del futuro premier d’Israele)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa in cui annuncia la fine della maggioranza e chiede le elezioni anticipate (foto Reuters)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa in cui annuncia la fine della maggioranza e chiede le elezioni anticipate (foto Reuters)

L’ufficio del primo ministro d’Israele non è molto grande. A vederlo così – con una scrivania, una libreria, una tv a schermo piatto, tende chiare che coprono le finestre da cima a fondo e una lampada da tavolo – ha tutte le caratteristiche di un normale ufficio. E però è qui che vengono prese le decisioni più importanti per milioni di persone. Decisioni che, per dirla con molti analisti, «spesso sono di vita e di morte».

Per entrare nella stanza più «intima» del primo ministro d’Israele bisogna aprire due porte. La prima introduce a una stanzetta, una sorta di disimpegno. La seconda alla scrivania delle scelte storiche. Il premier Benjamin Netanyahu – nonostante le accuse di essere uno spendaccione – l’ha sempre voluto tenere così il suo studio: semplice. Perché è da lì che si fa vedere in tv alla nazione. È da lì che spiega a centinaia di migliaia di persone che cosa succederà nei giorni successivi.

Netanyahu durante la registrazione di un'intervista televisiva dal suo studio gli ultimi giorni di novembre scorso (foto da Facebook)

Netanyahu durante la registrazione di un’intervista televisiva dal suo studio gli ultimi giorni di novembre scorso (foto da Facebook)

Ma queste potrebbero essere le ultime settimane di Netanyahu là dentro. Il voto del 17 marzo 2015 – voto anticipato, dopo il collasso dell’esecutivo – rischia di chiudere la sua carriera politica. Anche se i sondaggi, per ora, danno il suo partito – di destra – al comando. Anche se le altre formazioni di destra uscirebbero ancora più rafforzate di prima. Perché quella del 17 marzo non sarà un’elezione. Sarà un referendum. Su Netanyahu. Il primo ministro che – per molti – ha difeso l’esistenza d’Israele. Per tanti altri ha seppellito qualsiasi tentativo di far la pace con i palestinesi.

Le incognite non mancano. Al netto dei sondaggi – che certo nel Paese hanno dimostrato abbastanza affidabilità – il premier dovrà vedersela con un quadro geopolitico cambiato. Sempre più nazioni – anche se in via simbolica – votano per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Gli Stati Uniti non nascondono l’insofferenza per l’attuale classe dirigente. L’Unione europea si prepara a cambiare registro diplomatico e a cercare di penalizzare ancora di più l’economia degli insediamenti. Il mondo arabo ribolle. La Siria è collassata. Gli estremisti dell’Isis minacciano la sicurezza d’Israele. In generale la vita quotidiana degli ebrei – in Medio Oriente, in Europa, negli Usa – è diventata più complicata. E questo, dietro la tendina del seggio elettorale potrebbe finire per fare la differenza.

Yair Lapid, ex conduttore di tg, ex ministro delle Finanze e leader di Yesh Atid a Gerusalemme lo scorso 2 dicembre subito dopo essere stato "licenziato" dal premier Netanyahu (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Yair Lapid, ex conduttore di tg, ex ministro delle Finanze e leader di Yesh Atid a Gerusalemme lo scorso 2 dicembre subito dopo essere stato “licenziato” dal premier Netanyahu (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

«La verità è che il prossimo primo ministro – chiunque esso sia – potrebbe trovarsi a dover ricoprire l’incarico più delicato e difficile della storia dello Stato d’Israele», commenta Eitan Haber sul quotidiano Yedioth Ahronoth. «La questione non riguarda più la tutela della vita dei cittadini israeliani contro il terrorismo. Il problema non sono più soltanto Hezbollah o Hamas. La questione più grande è l’aumento dell’onda islamica in quasi tutto il mondo, e sicuramente in Europa e Medio Oriente.

«Il premier Netanyahu ha ragione su una cosa: gl’israeliani si meritano un governo migliore», spiega Sima Kadmon, analista sempre per lo Yedioth Ahronoth, il giornale più venduto nel Paese. Ma è l’unica cosa che lei concede al primo ministro. Perché, continua, «la conferenza stampa in cui ha dichiarato il collasso del suo esecutivo è stata patetica. La lista della spesa con gli esempi delle presunte malefatte dei suoi due ministri dissidenti (Yair Lapid, ex capo delle Finanze, e Tzipi Livni, ex guida della Giustizia) è stata così ridicola che nessuno alla fine voleva ricordargli tutte le cose che ha fatto lui quand’era ministro contro il suo stesso premier, Ariel Sharon». «Il tipo di governo che Netanyahu ci sta offrendo – chiude Kadmon – è quello della destra estrema e degli ebrei ultraortodossi. Sono loro i suoi alleati naturali. Solo con loro lui si sente a casa».

Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni con Netanyahu, ora leader di un partito - che non ha ancora un nome - ma che secondo i sondaggi dovrebbe andare molto bene (foto Flash90)

Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni con Netanyahu, ora leader di un partito – che non ha ancora un nome – ma che secondo i sondaggi dovrebbe andare molto bene (foto Flash90)

La stampa si è molto divisa sulla crisi di governo e sull’annuncio delle elezioni anticipate. Ma nessuno, a questo punto, può negare che a livello politico sta succedendo quello che – storicamente – succede da vent’anni a questa parte: il blocco di destra torna compatto, quello di sinistra continua ad essere minoritario, mentre il centro è alla ricerca di un’identità. E intanto dialoga con la sinistra. Nella speranza di avere almeno 61 seggi (su 120) al parlamento.

In tutto questo – e tolte le incognite esterne – ce ne sono almeno cinque «interne». Incognite importanti. Che potrebbero spostare di qua o di là migliaia di voti. Per esempio: quanti voti «ruberà» a Netanyahu il partito (che non ha ancora un nome) di Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni proprio con Netanyahu? E Avigdor Lieberman, di destra anche lui con la sua Yisrael Beitenu e ministro degli Esteri, quanto riuscirà ad attirare l’elettorato di origine sovietica, visto che quella è anche la sua origine? E le formazioni ultrareligiose – quelle sedotte e abbandonate da Netanyahu nel 2013 – perdoneranno l’attuale primo ministro o gli diranno no a una possibile coalizione? E gli arabo-israeliani, un quinto della popolazione totale, andranno a votare in massa questa volta o diserteranno le urne come fanno da decenni? E la sicurezza – che va dal diritto d’esistere alla salvaguardia dei confini – quanto peserà al momento del voto?

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Se i futuri dottori palestinesi saranno formati in Venezuela

Alcuni dei 119 ragazzi palestinesi appena atterrati all'aeroporto di Caracas, in Venezuela, lo scorso giovedì (foto Getty Images)

Alcuni dei 119 ragazzi palestinesi appena atterrati all’aeroporto di Caracas, in Venezuela, lo scorso giovedì (foto Getty Images)

I primi sono atterrati lo scorso giovedì 6 novembre all’aeroporto «Simon Bolivar» di Caracas. In 119 sono scesi dalle scale dall’aereo con indosso una kefiah e accolti come delle star. E loro, di riflesso, hanno alzato le braccia al cielo, quasi a esultare. Qualcuno ha pure fatto il segno della v con le dita. Come a dire: abbiamo vinto.

Sono soltanto alcuni dei mille ragazzi, tutti palestinesi, che vivranno per un po’ di anni in Venezuela dove studieranno Medicina in un ateneo a circa due ore dalla capitale. Tutto a spese del governo sudamericano e grazie a un programma con un nome che più esplicito non si può: «Yasser Arafat Scholarship Program».

I futuri camici bianchi sono stati selezionati nella Striscia e in West Bank. Poi sono stati portati in Giordania. E da lì trasportati in Venezuela con un volo di Stato messo a disposizione dal governo sudamericano. «Sarà dura, ma formeremo un migliaio di medici», ha detto Nicolas Maduro, presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela, accogliendo i ragazzi. «Ho anche chiesto al ministero dell’Educazione di espandere il programma di formazione anche a Ingegneria, Architettura e ogni campo della conoscenza».

Un ragazzo arabo con mini-bandierine della Palestina e del Venezuela lo scorso 6 novembre all'aertoporto di Caracas (che si trova a Maiquetia) dopo un volo lungo diecimila chilometri (foto Ariana Cubillos/Ap)

Un ragazzo arabo con mini-bandierine della Palestina e del Venezuela lo scorso 6 novembre all’aertoporto di Caracas (che si trova a Maiquetia) dopo un volo lungo diecimila chilometri (foto Ariana Cubillos/Ap)

Da Cisgiordania e Gaza fino all’America Latina. Più di diecimila chilometri di distanza. E una politica estera che ormai si fa anche così. E che però fa sorgere più di un dubbio agl’israeliani. «Ma Caracas vuole formare dottori o terroristi?», si chiedono a Gerusalemme. Dove l’iniziativa sudamericana non piace. E proprio nel momento in cui aumentano le prove che indicano il Venezuela come il nuovo porto sicuro per esponenti di Hezbollah e Hamas.

Che il governo di Nicolas Maduro sia filo-palestinese e un filino antisemita non è un mistero. Anche giovedì scorso, mentre salutava i 119 ragazzi venuti dal Medio Oriente, Maduro ha ribadito tutto il suo sostegno a Ramallah e la condanna al Sionismo. Ad agosto, in pieno conflitto mediorientale, Maduro ha accusato Israele di avere come obiettivo lo sterminio del popolo palestinese e ha paragonato Gaza ad Auschwitz.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e quello venezuelano Nicolas Maduro insieme al palazzo presidenziale a Caracas lo scorso 16 maggio (foto Juan Barreto/Afp)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e quello venezuelano Nicolas Maduro insieme al palazzo presidenziale a Caracas lo scorso 16 maggio (foto Juan Barreto/Afp)

Ma più delle parole sono i «fatti» che preoccupano lo Stato ebraico. Perché sono troppi i personaggi pericolosi del mondo arabo che si aggirano in Venezuela. Come Ghazi Atef Nassereddine, avvistato lo scorso febbraio a Caracas. Non uno qualsiasi. È stato, secondo il Dipartimento americano del tesoro, una figura di spicco di Hezbollah in Siria. Ed è molto amico – qualcuno azzarda pure il ruolo di consigliere personale – di Nicolas Maduro.

Negli ultimi giorni, poi, Shin Bet e Mossad hanno rintracciato in Venezuela anche due figure importanti di Hamas. Cosa ci facevano lì? Per conto di chi erano in America Latina? Soprattutto: hanno a che fare con Nassereddine e in generale con Hezbollah? Oppure, come ipotizzano gli 007 israeliani, «cercavano di concludere l’ennesimo affare nella compravendita di armi»?

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“Israele si prepara alla guerra contro Hezbollah”

Un poliziotto accorre in una via di Nahariya, nord d'Israele, sul luogo dove è appena esploso un razzo sparato da Hezbollah. E' il 2006 (foto di Ariel Schalit / Associated Press)

Un poliziotto accorre in una via di Nahariya, nord d’Israele, sul luogo dove è appena esploso un razzo sparato da Hezbollah. E’ il 2006 (foto di Ariel Schalit / Associated Press)

Il punto non è più se. Ma quando. In attesa di saperlo ci si addestra. Si immaginano gli scenari. Da quelli più favorevoli a quelli peggiori. Soprattutto: si cambia località. Non più il fronte sud, ma quello nord. Non più Hamas, ma Hezbollah. Non più Gaza, ma Beirut.

Dopo cinquanta giorni di scontri con la Striscia, l’esercito israeliano starebbe lavorando a un nuovo piano di guerra che prevede un conflitto «molto violento» con i miliziani sciiti. A raccontarlo è un lungo servizio trasmesso venerdì sera dalla tv dello Stato ebraico, Canale 2, dopo aver viaggiato tra le postazioni militari lungo il confine con il Libano.

«Quando sarà, si tratterà di una storia del tutto diversa da quella contro Hamas», spiega Dan Goldfus, colonnello della 769esima Brigata di fanteria «Hiram». «Saremo costretti a usare una forza decisamente maggiore – perché Hezbollah ha alle sue spalle l’Iran – e dovremo agire in modo più drastico».

Dan Goldfus, colonnello della 769esima Brigata di fanteria «Hiram» pattuglia il confine con il Libano (fermo immagine da Canale 2)

Dan Goldfus, colonnello della 769esima Brigata di fanteria «Hiram» lungo il confine con il Libano (fermo immagine da Canale 2)

Secondo Canale 2 – su dati dell’Idf, l’esercito israeliano – Hezbollah avrebbe nei suoi depositi circa 100 mila razzi («dieci volte quelli dell’arsenale di Hamas») e 5 mila missili a lungo raggio «che si trovano a Beirut e altre aree interne del Libano» in grado di colpire «ogni angolo dello Stato ebraico». Una dotazione militare che spaventa Gerusalemme perché «il nostro sistema anti-missilistico, Iron Dome, non sarebbe in grado di reggere quel tipo di assalto – continua Goldfus – per questo dovremmo essere in grado di agire il prima possibile e prevalere da subito nel conflitto».

Non solo. A far paura è anche quello che starebbe succedendo sulla frontiera tra i due Paesi. Yossi Adoni, rappresentante locale della zona di Ma’aleh Yosef, racconta ai microfoni di Canale 2 che «decine di residenti vicini al confine con il Libano hanno parlato di rumori di gente che scava sotto le fondamenta delle loro case dal 2006». Hezbollah sta costruendo tunnel, come ha fatto Hamas? «Ne siamo assolutamente certi», sentenzia Adobi. «Può darsi», replica Goldfus. Una risposta, quest’ultima, che non rassicura gl’israeliani. Anzi.

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Il conflitto in Siria a Tfail, la storia del villaggio libanese isolato dal mondo da 4 mesi

Il villaggio libanese di Tfail, sul confine con la Siria (foto Panoramio)

Il villaggio libanese di Tfail, sul confine con la Siria (foto Panoramio)

Hanno finito il cibo e i soldi a forza di ospitarli tutti e non respingerne nessuno. Ne erano duemila. Ne sono diventati novemila. Ché quei settemila di «troppo» sono tutti profughi fuggiti dalla follia. Hanno finito scorte e farmaci a forza di aiutarli e curarli tutti. Con la speranza – che ormai da quelle parti è diventato un miraggio – di vedere la fine un giorno.

Così, per quattro lunghi, lunghissimi mesi. Poi è arrivato il momento di fare i conti con la realtà. E con una guerra civile che è al di là del confine, ma che ha finito con l’isolare Tfail, questo paesino immerso nella Valle della Bekaa, ma circondato dal territorio siriano. Così qualcuno ha lanciato il grido d’aiuto. Disperato. Rivolto al mondo attraverso il web perché Beirut potesse sentire. E agire.

Alcuni profughi siriani fuggiti da Rankous e arrivati da poco nel villaggio libanese di Tfail (foto di Hussein Malla / Ap)

Alcuni profughi siriani fuggiti da Rankous e arrivati da poco nel villaggio libanese di Tfail (foto di Hussein Malla / Ap)

«Non abbiamo più nulla, sta finendo anche il cibo», hanno detto disperati gli abitanti. «Stiamo aiutando tutti i profughi siriani, ma siamo isolati da settimane dal resto del Libano: non arrivano più cibo, medicinali, scorte». Nel non detto del conflitto che si sta combattendo da mesi ci sono realtà come Tfail. Ufficialmente il villaggio è sul fronte libanese. Ufficiosamente è un luogo di battaglia «preso in consegna» dalle truppe di Bashar al-Assad. E allora Beirut – che ha deciso da mesi di non ficcare il naso nelle cose di Damasco – ha chiuso un occhio e isolato il paesino. «Troppo pericoloso andarci, nemmeno l’esercito riesce a mettere piede», è stata la spiegazione ufficiale.

Chiuse le strade. Interrotti i rifornimenti energetici. Da ultimo avamposto prima della strada verso la Siria, Tfail è diventato un luogo fantasma. Che, dopo settimane, ha finito tutto. L’appello, di pochi giorni fa, è stato rilanciato in Rete. È arrivato negli Stati Uniti. E solo a quel punto a Beirut si sono attivati.

Una parte del convoglio che ha portato cibo, medicinali e carburanti al paesino libanese isolato da quattro mesi (foto di Hussein Malla / Ap)

Una parte del convoglio che ha portato cibo, medicinali e carburanti al paesino libanese isolato da quattro mesi (foto di Hussein Malla / Ap)

Ieri hanno mandato alcune auto della Croce Rossa – scortate da decine di mezzi dell’esercito libanese – che hanno portato diecimila razioni di cibo, alcuni farmaci e seimila libri di carburante. E che, al ritorno, si sono caricate undici feriti (dieci siriani e un locale) per curarli negli ospedali più vicini.

«Non c’è nessuna presenza militare, tantomeno siriana, a Tfail», ha smentito il generale libanese Mohammed Kheir. «Una volta consegnato il materiale la popolazione s’è messa d’accordo sul fatto che bisognava distribuirlo». Cibo e medicinali per quanto? «Quaranta giorni», ha detto Kheir all’agenzia stampa di Stato. E ha anche annunciato che un uomo, un tal Fawzi Hussein Dekko, è stato arrestato.

Centinaia di persone - tra residenti libanesi e profughi siriani - attorno al convoglio per ricevere lo stretto necessario (foto di Hussein Malla / Ap)

Centinaia di persone – tra residenti libanesi e profughi siriani – attorno al convoglio per ricevere lo stretto necessario (foto di Hussein Malla / Ap)

Tra un mese e dieci giorni, insomma, nel villaggio saranno punto e a capo. A meno che l’autorità centrale libanese non decida di dare il via al suo piano di evacuazione generale. «Il progetto è pronto, prevede il trasferimento dei duemila abitanti di Tfail in zone più sicure e attraverso corridoi sorvegliati dal nostro esercito», ha detto Nohad Mashnouq, ministro dell’Interno di Beirut. Il tutto con l’aiuto di Hezbollah (grandi alleati di Assad). In tutto questo dichiarare a mezzo stampa è rimasta senza risposta la domanda sulla sorte dei profughi siriani. Nessuno ha risposto. Nessuno ha voluto rispondere.

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L’ANALISI / Quell’aereo che studia l’atmosfera sopra la Siria e i suggerimenti di Russia e Iran a Damasco

Che ci faceva «Cobra 56» tra Turchia, Siria e Libano? Perché ha passato alcuni minuti sorvolando l’est del Mediterraneo? E perché s’è fatto vedere proprio ora, quando gli occhi del mondo sono tutti lì, in quell’area?

Secondo CSIntel alle 18:45 di ieri (ora italiana) decine di radar del Medio Oriente, compresi quelli di Damasco, hanno intercettato «Cobra 56». Un WC-135W con numero di serie 62-3582 dell’esercito americano rivestito con una pellicola assorbente molto particolare e con a bordo la tecnologia più avanzata che esista per raccogliere particelle nell’atmosfera, analizzarle e dire, nel giro di pochi minuti e a molta distanza, cos’è successo e quale sostanza circola nell’aria.

Perché gli americani stanno raccogliendo ancora prove? Perché vogliono altro materiale dalla Siria? Una spiegazione la fornisce indirettamente Debka, il sito specializzato nello spionaggio israeliano. «Negli ultimi giorni russi e iraniani hanno suggerito ad Assad di spostare i depositi con le armi chimiche in Iran sotto la supervisione di Mosca e Teheran», scrive Debka. Consigli che sarebbero arrivati da Alaeddin Borujerdi, presidente del comitato degli affari esteri e della sicurezza nazionale della Majlis, l’Assemblea consultiva islamica. Borujerdi avrebbe incontrato il presidente siriano lo scorso 1° settembre a Damasco accompagnato da una folta delegazione di esperti e tecnici.

Un WC-135 delle forze armate americane dotato di tecnologia per analizzare le particelle atmosferiche

Un WC-135 delle forze armate americane dotato di tecnologia per analizzare le particelle atmosferiche

«Se fossi Assad userei questi giorni per spostare tutti i miei armamenti chimici», sostiene più di un esperto militare israeliano. Ma mentre per Gerusalemme lo scenario peggiore sarebbe quello di camion che trasportano il materiale in Libano, nelle mani di Hezbollah, il trasferimento in Iran – per la Siria – presenta più di un problema. Logistico, strategico e politico.

E intanto, a proposito degli esperti militari israeliani, è sempre alta la polemica nei confronti del presidente americano Barack Obama. Sia alcuni dei vertici dell’esercito dello Stato ebraico che un paio dei consiglieri sulla sicurezza nazionale del premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbero fatto capire chiaramente al primo ministro che c’è meno del 5% di possibilità che gli Usa, dopo il passaggio al Congresso, decidano di attaccare Assad facendogli davvero male.

Secondo loro, anzi, al prossimo G20 – che si svolgerà a San Pietroburgo il 5 e il 6 settembre – Obama cercherà in tutti i modi di convincere Putin a fare pressioni sul presidente siriano per mostrare una minima apertura alla comunità internazionale. Un gesto che, agli occhi di Washington, potrebbe portare Obama a riconsiderare l’opzione militare contro Damasco.

© Leonard Berberi

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