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ANALISI / Così l’Iran sta portando uomini e armi in Siria e Libano per affrontare Israele

Avevano considerato anche l’ipotesi più estrema: spedire i caccia a bombardare i tre aerei in volo. Bastava soltanto l’ok del premier Benjamin Netanyahu. Ma quell’ok non è mai arrivato. Nessuno poteva davvero giurare su cosa ci fosse dentro quei velivoli in quel preciso istante: armi o civili inermi? «Era la tipica situazione 51-49», racconta un giornalista israeliano che ha avuto informazioni di prima mano. «E comunque, anche se ci fossero stati solo militari e armi, Teheran avrebbe fatto passare la cosa come attentato d’Israele contro voli civili per infiammare il mondo islamico e scatenare la guerra».

La notizia è che ci sono due Boeing 747 – uno dell’Iran Air con numero EP-ICD, l’altro di Mahan Air con l’identificativo EP-MNE – e un altro aereo della Yas Air (altra compagnia iraniana) che da giorni viaggiano tra l’Iran e la Siria, sorvolando lo spazio aereo iracheno tra Mosul e Kirkuk e spesso spengono qualsiasi dispositivo di tracciamento. Quei tre aerei civili della Repubblica islamica da mesi non trasportano più passeggeri o turisti. Spediscono uomini dell’esercito dei pasdaran e munizioni per il regime siriano di Assad.

Una fase delle esercitazioni a sorpresa nel Golan da parte dell’esercito israeliano (foto Idf)

Fonti da Gerusalemme spiegano che il più attivo tra i velivoli, da ormai un anno, è quello della Yas Air. Si tratta di un Ilyshin IL-76TD con marchio EP-GOL. La sua base è lo scalo Mehrabad di Teheran. E ogni settimana, da ottobre 2011, compie almeno tre voli settimanali verso l’aeroporto di Aleppo. Trasporterebbe di tutto. Munizioni, in particolar modo, e granate.

Le fonti locali, in Iran, avevano raccontato tutto questo al Mossad già ad aprile. E il Mossad aveva deciso di monitorare la situazione. Scoprendo che, sì, con cadenza praticamente giornaliera in Siria arrivavano uomini delle Guardie rivoluzionarie di Teheran e decine di tonnellate di armi per rafforzare i lealisti di Damasco.

Due settimane fa la conferma delle agenzie d’intelligence europee – compresa quella italiana – sulla vera missione di quei tre bolidi dei cieli. Quindi il dossier riservato è piombato al Palazzo di Vetro, a New York, dove ora gl’israeliani vogliono discutere. E cercare di spingere l’Iran all’angolo.

«Gli iraniani hanno cambiato modus operandi», scrive il dossier. «I velivoli di Teheran volano praticamente ogni giorno verso la Siria trasportando uomini delle Guardie rivoluzionarie e decine di tonnellate di armi per rafforzare l’arsenale dell’esercito di Assad e combattere al meglio la milizia dei ribelli».

Una fase delle esercitazioni a sorpresa nel Golan da parte dell’esercito israeliano (foto Idf)

Le conclusioni europee sono le stesse del Mossad. Tranne che per gli obiettivi. Perché se nel Vecchio Continente pensano che il tentativo di Ahmadinejad sia quello di far durare il più possibile il regime siriano, a Gerusalemme sono convinti che il tutto serva soltanto a preparare l’offensiva ad Israele da più fronti. Uno di questi dovrebbe essere proprio la Siria. L’altro – ne sono convinti di analisti del Mossad – non potrà che essere il Libano. Del resto è stato Mohammed Ali Jafari, capo delle Guardie rivoluzionarie armate dell’Iran, a sostenere pubblicamente : «I nostri uomini stanno fornendo supporto logistico non-militare alla Siria e al Libano». Quelle parole sono state smentite, il giorno dopo, dal ministro degli Esteri di Teheran. Ma la smentita, secondo Gerusalemme, è stata soltanto una seconda conferma.

E mentre nel governo sta dando buoni frutti la minaccia del premier Netanyahu di sottoporre alla macchina della verità i funzionari e i ministri così da capire chi sia la gola profonda che fornisce notizie riservate ai giornalisti, l’esercito dello Stato ebraico questa settimana ha richiamato tutti i riservisti per una maxi-esercitazione militare non prevista nelle Alture del Golan. Guarda caso l’area da dove, secondo il Mossad, potrebbero tentare di attaccare iraniani, siriani e libanesi di Hezbollah. E guarda caso, la stessa area – con una delle stesse brigade, la famosa Golani – dove anche la scorsa settimana si erano addestrati centinaia d’israeliani con la divisa.

«È ovvio che l’Idf, l’esercito ebraico, sta cercando di tenere in forma i suoi uomini», hanno spiegato alcuni analisti ai giornali israeliani. Lasciando intendere che, se l’andazzo dovesse essere questo, una guerra con l’Iran diventerebbe inevitabile.

© Leonard Berberi

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L’ordine di Bibi dopo il no di Obama all’incontro: “Controllare tutti gli impegni di Barack”

«Controllare Obama, secondo per secondo». Per almeno due settimane. Le prossime due. L’ordine perentorio sarebbe partito direttamente dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. A scrutare sulle mosse – tutte le mosse – del presidente americano dovrebbero essere una decina di persone dello staff del governo dello Stato ebraico. L’obiettivo: «stanare Obama». «Capire se davvero il presidente Usa non può incontrare Netanyahu per i troppi impegni oppure perché non vuole».

Dicono, da Gerusalemme, che su questo punto «Bibi» vorrebbe insistere molto. «Quando verrà il momento di decidere cosa fare dell’Iran e delle posizioni americane», giurano in molti di aver sentito dire direttamente dal premier israeliano.

I fatti. Lo staff di Obama ha risposto picche alla richiesta di Netanyahu di un vertice a due, durante il meeting alle Nazioni Unite, nei prossimi giorni a New York. Al centro dell’incontro (che non avrà luogo): l’Iran e le fasi per risolvere la «grana Ahmadinejad». Le posizioni sono note: Israele vorrebbe attaccare i siti nucleari iraniani. Ma per farlo ha bisogno dell’ok americano.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama

Washington, invece, non è convinta dell’opzione militare. E vorrebbe insistere – con la mediazione dell’Ue, dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e, soprattutto, la Russia – nella via diplomatica. Soprattutto ora che Libia ed Egitto si sono infiammate contro le ambasciate americane. Di risposta, Netanyahu ha detto a Obama di aver perso la pazienza. E che il tempo d’attesa si sta esaurendo: o gli Usa decidono cosa fare oppure Israele attacca.

«Il presidente americano sarà a New York il 24 settembre e ripartirà il giorno dopo», ha detto ad Haaretz Tommy Vietor, portavoce del National Security Council della Casa Bianca. «Netanyahu, invece, non sarà a New York prima della settimana successiva. Non saranno in città negli stessi giorni», ha poi aggiunto. Traduzione: è impossibile che s’incontrino. Ufficialmente per, appunto, gl’impegni di Obama. Ufficiosamente – ne sono convinti a Gerusalemme – perché «Obama non vuole decidersi su Teheran». «Obama sa che Netanyahu vuole venire a New York soltanto per incontrare lui, perché l’obiettivo è capire cosa fare e come procedere sul dossier nucleare iraniano».

© Leonard Berberi

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L’inverno dell’informazione israeliana: la crisi di Ma’ariv, Haaretz e Canale 10

Dall’alto: Haaretz, Yedioth Ahronoth (il giornale più venduto nel Paese, il secondo più letto) e Ma’ariv

«Non puoi andare in guerra senza avere l’ok dei giornali. E quando l’ok non arriva, l’unica cosa che puoi fare è comprarteli, i quotidiani. Netanyahu su questo è bravissimo. Soprattutto ora che l’editoria israeliana è in crisi nera».

Vera o no, l’analisi di un giornalista israeliano, di quelli che definiresti una «vecchia volpe», fatta lo scorso giugno in via privata ora torna in primo piano. E assume i toni drammatici di un Paese che, nelle prossime settimane, si ritroverà molto più povero nelle edicole. Con giornali che cambiano – per pochi soldi – proprietà (e quindi linea editoriale), con quotidiani che hanno fatto la storia della sinistra progressista dello Stato ebraico e che ora rischiano la chiusura. E con emittenti tv che hanno dato più di un fastidio al governo in carica con le loro inchieste. Tutto per colpa di Internet, certo. Ma anche di un free press (Israel haYom), filogovernativo, che ha scardinato negli ultimi 4 anni il sistema editoriale israeliano. Per non parlare della crisi e del calo di lettori.

Più che l’autunno, questo sembra essere l’inverno dell’informazione israeliana. E i primi a non accettare questa situazione sono i giornalisti. A decine, in questi giorni, stanno surriscaldando il clima di Tel Aviv. C’è, per esempio, la redazione del quotidiano Ma’ariv che martedì 11 settembre, di fronte alla sede del giornale, ha bruciato gomme di auto e urlato slogan contro la nuova proprietà (vedi la fotogallery sotto). Mentre un centinaio di colleghi incrociavano le braccia pochi chilometri più in là, sempre nella città costiera, tra i corridoi di Haaretz, pietra miliare della sinistra israeliana. In mezzo, il silenzio – preoccupato – dei giornalisti di Canale 10, l’emittente tv privata che da mesi versa in condizioni economiche disperate e non ha ancora chiuso solo perché è stato concesso di pagare i debiti con qualche mese di ritardo.

La situazione più drammatica è quella di Ma’ariv. Il giornale è passato di mano all’imprenditore Shlomo Ben-Tzvi, 47 anni, proprietario tra l’altro di un altro giornale (Makor Rishon). Costo dell’operazione: 21 milioni di dollari. Ben-Tzvi non è solo ricchissimo. È anche uno dei più strenui difensori delle politiche del premier Netanyahu. Il suo tabloid – Makor Rishon, appunto – è apprezzato molto anche tra i coloni. Dove, peraltro, Ben-Tzvi vive.

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L’intero gruppo editoriale di Ma’ariv – tra giornale di carta, prodotti collaterali, sito, parte audio-video – ecco, l’intero gruppo, impiega circa 2.000 persone. Se va bene manterranno il posto solo in 500, un quarto. Ma i bilanci della società, visti dai commercialisti del nuovo proprietario, parlano di entrate inferiori al previsto. Risultato: potrebbero restare senza lavoro in 1.700, gli stipendi di settembre non sono così sicuri e il prezzo inizia di vendita – 21 milioni di dollari – potrebbe ridursi di un 25 per cento. Fondata nel 1948 – anno di nascita dello Stato d’Israele – Ma’ariv per decenni ha sintetizzato l’anima centrista del Paese. Ma dagli anni Novanta il calo di copie vendute è stato lento e inesorabile.

Per le vie di Tel Aviv i giornalisti di Ma’ariv accusano la vecchia proprietà di non aver messo da parte i soldi necessari per aiutare i licenziati. E chiedono garanzie per il futuro. Un futuro che, però, secondo molti di loro sembra già segnato. «Ben-Tzvi vuole licenziare la maggior parte di noi, vuole chiudere la testata e aprirne un’altra con lo stesso nome, ma con una linea filo-governativa e solo con i giornalisti di destra», ha spiegato uno dei portavoce della protesta.

Braccia incrociate anche nella redazione di Haaretz. Un centinaio di cronisti ha annunciato l’interruzione momentanea del lavoro fino a quando l’azienda non spiegherà bene in cosa consiste il piano di contenimento dei costi, di riduzione del debito e che tipo di tagli sul personale saranno fatti. «Se Haaretz sopravvive in questi mesi è solo perché riesce a stampare a poco prezzo nella tipografia del free press Israel haYom», spiega a Falafel Cafè un giornalista del quotidiano progressista. Quotidiano fondato trent’anni prima di Ma’ariv, nel 1918. Da sempre di sinistra, anche Haaretz negli ultimi anni ha perso decine di migliaia di copie. Fino a questi mesi difficili. E con un futuro – per Haaretz, Ma’ariv, Canale 10, l’informazione israeliana – piena di incognite.

© Leonard Berberi

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