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“Quell’etichetta è un insulto”. E i marocchini emettono una fatwa sui datteri israeliani

«Un insulto». Di più. «Una provocazione bella e buona». Una cosa così grave da meritare una «fatwa». Ecco, han dovuto scomodare pure un religioso – tal sceicco Ahmed al-Raysouni, giureconsulto islamico di Gedda (Arabia Saudita) – per porre un divieto religioso contro quel che associazioni e movimenti islamici hanno bollato come un subdolo tentativo degli ebrei di corrompere uomini e mezzi del Paese arabo.

Più che il pomo della discordia, qui a far arrabbiare sono i datteri. Siamo in Marocco. È iniziato da poco il Ramadan, il periodo di digiuno per i musulmani di tutto il mondo. Come da tradizione l’assenza di cibo per tutto il giorno s’interrompe proprio con i datteri. Solo che il mercato marocchino non ha retto e la domanda ha superato l’offerta. Così, oltre ai prezzi, a schizzare in alto è stata anche l’esportazione da altri Paesi. Arabi, soprattutto. Ma anche da Israele. Terra di latte e miele, ma anche di datteri (e agrumi, e verdure, ecc).

Così, quando sulle etichette gl’islamici hanno letto «Made in Israel» hanno avvertito tutto. E alzato la voce. «I nostri commercianti si sono dimostrati insensibili», ha accusato l’attivista Khaled al-Soufiyani, portavoce del sedicente «Gruppo d’azione nazionale per la solidarietà con la Palestina e l’Iraq». «Comprare e consumare questi prodotti ­– ha commentato sul sito dell’emittente Al Arabiya – è un insulto ai sentimenti dei marocchini, molti dei quali rifiutano la normalizzazione dei rapporti con Israele». Del resto, è il sillogismo dell’attivista, «vendere e comprare prodotti ebraici rappresenta un sostegno all’occupazione israeliana della Palestina».

E così è arrivata pure la sentenza religiosa del religioso saudita. «È proibito vendere, acquistare, importare o esportare datteri da Israele», ha detto Ahmed al-Raysouni. Pazienza se, poi, il prodotto non arriva direttamente dallo Stato ebraico, ma dall’Europa. E pazienza se i prezzi dei prodotti israeliani sono molto più bassi, persino dei datteri provenienti da Algeria, Tunisia e Arabia Saudita.

© Leonard Berberi

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Quei 13,6 milioni di ebrei di tutto il mondo

Il doppio – o quasi – della popolazione israeliana. Quasi quanti sono quelli della sola Tokyo. In cifre: 13.580.000. Sono gli ebrei presenti sul pianeta Terra (nell’anno 2010). Li ha contati il professore Sergio Della Pergola per conto della Jewish People Policy Institute. I suoi dati sono finiti sulle pagine del settimanale britannico The Economist.

I numeri, dicevamo. Sono in aumento, rispetto al 1970. E anche rispetto al 1948, anno della fondazione dello Stato d’Israele. Meno, però, degli oltre 16 milioni del 1939. Prima dell’Olocausto, insomma. L’81% degli ebrei del mondo vive tra Israele (5,7 milioni) e Stati Uniti d’America (5,3 milioni). Il resto si divide tra Francia (483 mila), Regno Unito (292 mila), Russia (205 mila), Argentina (182 mila) e Germania (119 mila). In Italia siamo sotto quota 30 mila (28.400 per la precisione). «Vittima», questa cifra, anche di quei centinaia di giovani (e non solo) italo-israeliani che decidono di lasciare il nostro Paese per lo Stato ebraico. (l.b.)

(fonte: The Economist)

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“Due ore per portare le armi chimiche a Hezbollah”. Quattro Paesi pronti a intervenire per mettere al sicuro l’arsenale

La conferma definitiva su quel che succederà nei prossimi giorni in Siria gl’israeliani l’hanno avuta nel pomeriggio di lunedì: Aeroflot, la più grande compagnia aerea russa, ha comunicato che volerà verso Damasco per altre due settimane, poi più nulla. Voli sospesi. Ufficialmente per motivi economici. «Troppi pochi passeggeri sui voli».

A Gerusalemme, invece, l’hanno interpretata in modo diverso. E anche a Washington concordano con l’analisi israeliana. Anche la Russia – è stato il ragionamento dell’intelligence dello Stato ebraico – dà ormai per scontata la fine del regime del presidente Bashar al-Assad. Una fine «imminente». «Questione di settimane», dicono a Gerusalemme. E ne sono convinti a tal punto che ormai la loro preoccupazione non è sul cosa succederà dopo in Siria, ma che fine faranno le armi chimiche di cui sono pieni i depositi. In mano a chi finiranno? Chi se le prenderà in carico? Soprattutto: dove saranno spostate?

La situazione è talmente tanto convulsa e preoccupante che quattro capitali, anche quelle che da mesi non si parlano, sono in contatto continuo da tre giorni. La sorte dell’arsenale chimico di Assad ha creato un filo diretto tra Gerusalemme, Washington, Ankara e Amman. Gli analisti dei quattro Paesi sono arrivati tutti alle stesse conclusioni: tutto il deposito letale in mano ai siriani arriverebbe in Libano, dagli Hezbollah, in soltanto due ore.

È questa la finestra in cui possono intervenire americani e israeliani, turchi e giordani. «Anche meno», precisano da Gerusalemme. Per questo motivo gli eserciti dei quattro Paesi hanno messo a punto un’operazione dettagliata e «chirurgica» che ha come unico scopo quello di mettere al sicuro l’arsenale. «Non ci sono segnali precisi che Assad voglia spostare le armi in Libano», sostengono gl’israeliani, «e non abbiamo conferme sul fatto che sia Hezbollah a chiederle, ma dobbiamo evitare lo scenario peggior».

Due ore per intervenire. «Due ore per mettere al sicuro tutto il Medio Oriente», ne sono convinti nello Stato ebraico e anche in Turchia. Per evitare che il tutto arrivi nella Valle della Beqa’, nel nord-est del Libano, al confine con la Siria. Nel momento in cui le armi chimiche dovessero toccare terra comandata da Hezbollah per Israele vorrebbe dire guerra sicura contro i fondamentalisti islamici.

Per questo la zona più monitorata – con satelliti e agenti sul terreno – è l’area attorno ad al-Safira, nord di Damasco, dove si trova una base militare con un vasto deposito sotterraneo. Qui comandano gli uomini più vicini ad Assad. «Se dovessero sentire puzza di un crollo del regime», sostengono gl’israeliani, «è probabile che qualcuno di questi generali decida di spostare le armi verso il più sicuro Libano».

A preoccupare Gerusalemme e Washington sono anche i report sul «magazzino» della base di al-Safira. Dentro si troverebbero anche armi di distruzione di massa e i mezzi per trasportarli: dagli Scud-C e Scud-D, in grado di arrivare rispettivamente a 550 e 300 chilometri dal punti di lancio. Per Israele vorrebbe dire essere costantemente sotto tiro dei miliziani sciiti di Hezbollah. Una situazione talmente inaccettabile da spingere il ministro della Difesa, Ehud Barak, a dire ai giornalisti: «Ho ordinato all’esercito israeliano di prepararsi a valutare la possibilità di effettuare un attacco mirato alla Siria».

© Leonard Berberi

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