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Dalla distruzione alla vittoria, è un siriano il re di “Arab Idol”

Hazim Sharif festeggia la vittoria alla trasmissione canora "Arab Idol" sabato 13 dicembre a Beirut, in Libano (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

Hazim Sharif festeggia la vittoria alla trasmissione canora “Arab Idol” sabato 13 dicembre a Beirut, in Libano (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

La prima cosa che ha fatto, mentre ancora lo applaudivano, è stata chiedere a Dio di far finire il bagno di sangue. Poi ha ringraziato tutti. Si è commosso. Ha dedicato la vittoria alla sua famiglia e alla sua nazione. Ed è diventato – forse senza volerlo – un altro «eroe» mediorientale. In grado di riaccendere la speranza in una porzione di mondo devastata dalla guerra civile. O, almeno, capace di distrarre per alcune ore milioni di persone alle prese con un nuovo inverno nel bel mezzo del mattatoio a cielo aperto.

È Hazim Sharif, ventunenne di Aleppo, in Siria, il nuovo idolo del mondo musicale arabo. È lui il vincitore dell’ultima edizione di «Arad Idol», premiato sabato 13 dicembre con migliaia di voti del pubblico nella cornice mediterranea di Zouk Mosbeh, quartiere a nord di Beirut, in Libano. Un riconoscimento che, per il secondo anno consecutivo, va a un rappresentante di un’area complicata. Nel 2013 a portarsi a casa il premio è stato Mohammed Assaf, 23enne di Gaza.

Quando hanno fatto il nome di Sharif centinaia di persone sono scese a festeggiare nelle strade bombardate di Aleppo, la città dei ribelli da più di tre anni in guerra contro il presidente siriano Bashar al-Assad. Ma anche Damasco non è stata da meno. Con decine di persone a celebrare la vittoria di Sharif e di una nazione sventolando la bandiera siriana in ristoranti e nelle vie del centro.

Bandiera che il cantante non s’è portata sul palco. Più per motivi diplomatici. Perché di vessilli ora in Siria ce ne sono due: quella ufficiale, di al-Assad, e quella degli oppositori del presidente. «Spero che la mia vittoria riesca a riportare in primo piano la situazione nel mio Paese», ha detto Sharif subito dopo la proclamazione. «Quello che vorrei ora è avere l’onore di organizzare il mio primo concerto in Siria, tra la mia gente».

I tre finalisti della terza stagione di "Arab Idol". Da sinistra: il vincitore Hazim Sharif (Siria), Haitham Khalailah (Palestina), Majid Al Madani (Arabia Saudita) poco prima della fine della puntata (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

I tre finalisti della terza stagione di “Arab Idol”. Da sinistra: il vincitore Hazim Sharif (Siria), Haitham Khalailah (Palestina), Majid Al Madani (Arabia Saudita) poco prima della fine della puntata (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

Finisce così «Arab Idol». Trasmessa dalla tv privata Mbc (Middle East Broadcasting center) è durata quattro mesi ed è stata la trasmissione più seguita del mondo arabo con milioni di telespettatori. Tutti o quasi convinti che a vincere sarebbe stato proprio lui, il siriano di Aleppo Hazim Sharif. Troppo deboli – e forse con storie personali poco convincenti – i diretti concorrenti della fase finale arrivati dalla Palestina (Haitham Khalailah) e dall’Arabia Saudita (Majid Al Madani). Per Sharif il premio è di 66 mila dollari, un contratto discografico con la Platinum Records, l’incisione di tre singoli e un videoclip. E, infine, una vacanza alle Seychelles.

© Leonard Berberi

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“X Factor Israel”, il trionfo della badante filippina Rose

Rose Fostanes, badante filippina di 47 anni, mentre si esibisce con "My way" di Sinatra alla finale di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

Rose Fostanes, badante filippina di 47 anni, mentre si esibisce con “My way” di Sinatra alla finale di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

Finisce esattamente com’era iniziata. Con Rose Fostanes che fa impazzire tutti: la giuria, il pubblico in studio, il pubblico a casa, il «popolo del web». Con questa donna, bassa, bassissima – un metro e mezzo d’altezza –, un po’ grassottella, determinata, prima impacciata, poi sempre sorridente, serena, ecco con questa donna che sbanca dalla prima all’ultima puntata X Factor Israel (in fondo al post trovate il video integrale, ndr). E che, nel farlo, si porta con sé la sua vera vita – quella di immigrata che fa la badante a Tel Aviv –, una fidanzata e una famiglia a migliaia di chilometri di distanza, laggiù, nelle Filippine. E proprio mentre là fuori, a pochi metri di distanza, centinaia di altri migranti – peraltro tutti fuggiti dalle guerre – chiedono di non finire nei centri di detenzione e che gli venga riconosciuto lo status di rifugiati. O, almeno, di non venire rimpatriati.

I "Fusion", finalisti di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

I “Fusion”, finalisti di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

E allora. Ha vinto lei. Rose. La donna accolta all’inizio con un misto di supponenza e finta curiosità. Ma anche ammirata per la sua voce. Per la sua capacità di reggere gli acuti. Di emozionare. Di esibirsi senza difficoltà una volta a suon di «Bohemian Rhapsody» dei Queen, l’altra sulle note di «You and I» di Lady Gaga. E, forse, proprio per questo spesso lasciata sola dagli altri concorrenti, lì, in un angolo, mentre a un passo si formavano e disfacevano comitive dove tutti parlavano in ebraico. Lingua ufficiale del Paese, lingua che Rose non conosce. E ora tutti a dire che ormai si tratta di un «fenomeno nazionale». Anche se, a seguire le puntate, la vittoria era ormai annunciata. Soprattutto dopo che, settimana dopo settimana, gli avversari più temibili cadevano, sbattevano contro il televoto.

La finalista Eden Ben Zaken (foto Reshet/Falafel Cafè)

La finalista Eden Ben Zaken (foto Reshet/Falafel Cafè)

Alla finale di martedì sera, 14 gennaio, Rose – che concorreva come la migliore della categoria «over 25 anni» – ha battuto gli altri tre finalisti. Cantando «My Way» (Sinatra), «If I ain’t got yout» (Alicia Keys), «Sweet dreams» (Eurythmics). E non c’è stato davvero nulla da fare per Eden Ben Zaken (categoria «ragazze»), Uri Shakiv («ragazzi») e i Fusion («band»). Perché questa donna – una dei circa 40 mila filippini che vivono e lavorano in Israele – di rivali veri non ne aveva. E ora si gode il trionfo. L’affetto – chissà quanto vero – della gente. Il paragone – chissà quanto felice – con un’altra 47enne, Susan Boyle, quella Susan Boyle che poi ha trionfato a «Britain’s Got Talent» nel 2009.

Il finalista Uri Shakiv (foto Reshet/Falafel Cafè)

Il finalista Uri Shakiv (foto Reshet/Falafel Cafè)

E pensare che se non l’avesse convinta un amico, la scorsa estate, Rose non l’avremmo mai conosciuta. Del resto di tempo ne aveva poco. Quasi tutto il giorno a fare la badante in casa di una signora di Tel Aviv, poco più grande di lei, ma malata. La sera ad animare l’associazione che si batte per i diritti della comunità Lgbt filippina. La notte a dormire in un appartamento alla periferia della città con altri sette coinquilini per risparmiare sulle spese e per mandare quanti più soldi laggiù, nelle Filippine. Stessa storia, per sei anni.

E ora eccola qui, a godersi il trionfo. A ricever applausi. A firmare autografi. A mettersi in posa con i fan per infilare decine di «selfie» con il telefonino. A festeggiare con i suoi connazionali. A chiamare casa. Ecco, a proposito di casa, Rose ci pensa sempre. «La mia famiglia mi manca davvero tanto, per non parlare della mia fidanzata», ha detto, piangendo, ai giornalisti che la assillavano con le domande. «Li vorrei qui, al mio fianco, per avere tutto il supporto che mi serve in questo momento. Ho bisogno di loro».

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Alice, la pianista di 110 anni sopravvissuta al Nazismo (e candidata all’Oscar)

Alice Herz-Sommer, 110 anni, protagonista del documentario candidato agli Oscar "Lady in number 6"

Alice Herz-Sommer, 110 anni, protagonista del documentario candidato agli Oscar “Lady in number 6”

Lei spera di arrivare, viva, al prossimo marzo. Di salire sul palco del Kodak Theater. Di ricevere la statuetta, e gli applausi e gli onori della sala e l’ammirazione del mondo. Di fare un paio di dediche. Se non altro perché è un primato vivente: è il più anziano ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti. È la pianista con l’età più avanzata. E, se proprio vogliamo dirla tutta, anche «la seconda persona più vecchia di Londra».

Però, prima, questa donna deve entrare nella lista finale di gennaio. Quindi vincerla, quella statuetta tutta luccicante. Potrà farlo se il documentario, tutto incentrato sulla sua vita, saprà farsi largo nei cuori dei giudici. Titolo dell’opera: «La signora al numero 6». Regista: Malcolm Clarke, uno che l’Oscar l’ha già vinto. Probabilmente diventerà famosa per questo, per l’indirizzo della sua residenza attuale, la «signora al numero 6». Ma all’anagrafe si chiama Alice Herz-Sommer. È nata a Praga, ha compiuto 110 anni lo scorso 26 novembre, ha passato la vita a suonare il pianoforte. Anche quand’era circondata dai fili spinati e dalla follia del lager di Theresienstadt, in pieno regime nazista. Ed è, probabilmente, una delle ultime persone ad aver fatto colazione in casa con Franz Kafka, amico di famiglia e ospite fisso durante i fine settimana.

Il documentario – i cui lavori sono durati poco meno di tre anni – parte dalla piccola casa al numero 6, in una via che dal centro porta a nord di Londra. È qui che Alice vive praticamente da sempre. E da sola. Un po’ per colpa dell’uomo. Un po’ per colpa del Destino. Suona Bach e Beethoven per molte ore al giorno. Tant’è che, sostiene, «sono ebrea, ma Beethoven è la mia religione». E, di fronte alla telecamera, ripete spesso: «La musica mi ha salvato la vita e continua a farlo anche ancora».

Alice mentre suona il piano in una scena del documentario che ruota tutto intorno a lei

Alice mentre suona il piano in una scena del documentario che ruota tutto intorno a lei

Quando ha quarant’anni l’Olocausto presenta ad Alice uno spartito diverso. Fatto di violenze, orrore, morte e dolore. La mamma e il marito (Leopold Sommer) vengono messi su un treno con viaggio di sola andata verso Auschwitz. Non ritorneranno mai più. Lei, insieme al figlio di 6 anni, Raphael, diventano prigionieri del campo di Theresienstatd. «Non sapevo né come sfamare Raphael, né come spiegargli cosa stava succedendo», ricorda lei. Nel frattempo Alice suona. All’interno del lager nazista la donna si esibisce più cento volte. «Il pianoforte mi ha fatto uscire viva da quell’inferno».

E deve essere andata così – un po’ come è successo a Władysław Szpilman, diventato «Il pianista» Roman Polanski – perché poi Alice e Raffi (il diminutivo di Raphael) riescono a sopravvivere al campo di concentramento. Si trasferiscono in Israele e ci restano fino al 1986, quando decidono di andare a Londra. Il figlio, nel frattempo, è diventato un bravo violoncellista e direttore d’orchestra. Ma nel 2001 muore all’improvviso. Lasciando Alice completamente da sola, nel suo appartamento al numero sei.

«Non è un documentario sull’Olocausto», spiegano i produttori. «Quello che vogliamo esaltare è la vitalità di questa donna, la sua forza morale, il suo senso dell’umorismo, il suo amore incondizionato per la musica». Prodotto con un budget bassissimo, autofinanziato, gli autori dicono che tutti gli incassi andranno alla «Rafael Sommer Music Foundation», la fondazione creata per ricordare il figlio di Alice.

Alice che suona. Alice che ricorda. Alice che non odia. Nemmeno il Nazismo. «E mai lo odierò», dice. «Non ho mai odiato in vita mia, l’odio porta soltanto altro odio». Poi l’ammissione, alla fine del filmato: «Solo quando siamo davvero vecchi ci rendiamo conto della bellezza della vita». Nonostante Hitler. Nonostante i campi di concentramento. Nonostante la morte improvvisa del figlio. Nonostante tutto.

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Il matrimonio ultraortodosso con 25 mila invitati

Una delle fasi del matrimonio nella comunità ultraortodossa di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun / Reuters)

Una delle fasi del matrimonio nella comunità ultraortodossa di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun / Reuters)

E’ stato uno dei matrimoni “più grandi e affollati” che Gerusalemme ricordi. Circa 25 mila ebrei ultraortodossi hanno preso parte alla cerimonia nuziale, questa settimana, del rabbino Shalom Rokeach, 18 anni – figlio del rabbino Tissachar Dov Rokeach – e Hannah Batya Penet, 19. Entrambi fanno parte di una delle più grandi dinastie d’Israele, quella dei Belz (hassidici). Il nome, Belz, è stato preso dalla città omonima in Ucraina, a pochi chilometri dal confine con la Polonia.

La celebrazione è finita verso le 4 del mattino ed è stata gestita con “rigore militare”, raccontano alcuni degli ospiti. Soltanto gli uomini hanno usato qualcosa come un milione di bicchieri di plastica e per gestire l’enorme flusso di persone gli organizzatori dell’evento hanno mandato tra la folla individui con megafono per dare le disposizioni. In contemporanea alcuni maxi-schermi hanno trasmesso in diretta il matrimonio. Come da tradizione, uomini e donne festeggiano in luoghi separati. In questo caso le ospiti hanno seguito l’evento a due chilometri di distanza dagli uomini. (l.b.)

Ecco alcune delle immagini dell’evento scattate da Ronen Zvulun per l’agenzia Reuters.

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“Il film è stato girato in Israele”. E il Libano censura la pellicola pluripremiata

Una scena del film libanese "The Attack"

Una scena del film libanese “The Attack”

Quanto costa girare qualche scena in Israele? E quanto coinvolgere attori con il passaporto dello Stato ebraico? Il divieto assoluto di proiezione di «The Attack». In tutti i cinema. In tutto il Libano. Peccato che la nazionalità della pellicola sia proprio quella del Paese dei cedri.

«Cari amici e lettori, mi spiace informarvi che il ministro libanese dell’Interno, Marwan Charbel, ha deciso di punirci vietando il film in tutto il Paese. Ci hanno chiesto di restituire il permesso per la proiezione (in fondo al post). E il motivo principale è perché io ho passato qualche tempo in Israele per girare la pellicola». È lo stesso regista, Ziad Doueiri, a raccontarlo sulla sua pagina Facebook.

«È vero, parte del film è stato girato a Tel Aviv», scrive ancora, «ma solo perché la storia è ambientata anche lì ed è per questo anche che ho usato attori israeliani». Poi quello che sembra un atto di sfida: «Non mi pento di nulla e non mi sento di chiedere scusa». E ricorda come altri film, di realizzazione palestinese «ma con i soldi delle istituzioni cinematografiche israeliane», siano state «regolarmente proiettate nei nostri cinema».

Basato su una storia scritta dall’algerina Yasmina Khadra, «The Attack» racconta la storia di un chirurgo arabo che vive a Tel Aviv. Dopo un attacco kamikaze, l’uomo scopre un segreto inquietante sulle moglie. Una pellicola ben girata, secondo i critici. Tanto da meritarsi tre premi al Colcoa French Film Festival (il Premio del pubblico, quello della critica e il riconoscimento «Nuovi arrivi»).

Non è la prima volta che Libano e Israele «litigano» in campo cinematografico. Qualche mese fa, era stato il ministro del Turismo – Fadi Abboud – a scagliarsi contro la troupe del serial tv «Homeland» colpevole non solo di far sembrare Beirut – la capitale del Paese – come una zona di guerra e insicura, ma anche di aver girato le scene in alcune vie di Tel Aviv.

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Il permesso rilasciato dall'autorità libanese per proiettare il film in tutto il Paese

Il permesso rilasciato dall’autorità libanese per proiettare il film in tutto il Paese

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Shimon, Amnon e quei violini dell’Orchestra di Auschwitz

L’Orchestra maschile del campo di concentramento di Auschwitz

Ormai pelle e ossa per i mesi di fame e di lavori forzati, inorridito da quel che vedeva giorno dopo giorno, Shimon s’era rifugiato nella musica. E in quel violino, rovinato dall’umidità e dal freddo, che suonava quasi ogni giorno laddove l’umanità s’era smarrita per lasciare spazio all’orrore. Faceva parte, Shimon, dell’Orchestra sinfonica del campo di concentramento di Auschwitz. Tirata su nel bel mezzo dello sterminio non si è mai capito bene se per addolcire la morte agli ebrei o per renderla ancora più apocalittica. La banda, rigorosamente in divisa – ma in quella tipica dei deportati con la stella di Davide – suonava agli ordini del kapò del campo.

Una decina d’anni dopo, quando il mondo ancora doveva rendersi conto di quel che non aveva visto – di quel che non aveva voluto vedere – Shimon ha da tempo messo piede nella Terra promessa d’Israele. Bussa alla porta di questo negozio di violini e di riparazione degli strumenti musicali. Dall’altra parte del bancone c’è Amnon Weinstein, un giovanissimo garzone. Shimon fa vedere ad Amnon il suo violino. Più che un relitto è un cimelio, una testimonianza di quel ch’è stato e non deve più essere.

«Il violino era messo veramente male», ricorda ora Amnon Weinstein. E racconta di quello strumento che non è stato mai più suonato dai tempi del campo di concentramento. «Quando l’ho aperto, dentro c’era della cenere, cenere umana», continua Weinstein. Uno che ha perso decine di parenti nei lager nazisti, tra nonni, zii e cugini. Non era facile, nemmeno per lui, gestire quell’aggeggio. Soprattutto dopo aver incontrato uno che, grazie a quell’aggeggio, s’era salvato. «Non riuscivo a maneggiarlo come avrei dovuto e voluto, non riuscivo proprio ad avere un approccio», ricorda Weinstein.

Amnon Weinstein mette a posto uno dei 18 violini della mostra (foto di Nancy Pierce / Npr)

Sono passati altri anni, una quarantina circa, prima che l’uomo potesse ritoccare quegli strumenti. Quando, nel 1996, inizia a ricercarli i violini dell’Olocausto. Ci mette poco tempo. E si trova un archivio di legno accartocciato e corde sfibrate. Uno dei violini arrivava direttamente dall’orchestra maschile di Auschwitz. Oggi, diciotto strumenti fanno parte della mostra «I violini della speranza».

«Ogni volta che li suono, mi sembra di ripercorrere gli stessi passi nel freddo dei legittimi proprietari», dice David Russell, docente dell’Università del Nord Carolina, uno degli amici più stretti di Weinstein e collaboratore della mostra americana.

«Alcuni violini restaurati – racconta Weinstein – sono intarsiati con una Stella di Davide in madre-perla». Oggetti musicali, ma anche di culto, se è vero che molti di questi strumenti venivano appesi alle pareti delle case degli ebrei. Nel suo negozio di Tel Aviv Weinstein spiega che ha iniziato a raccoglierli per riportare a galla quel passato, ma anche per rompere il silenzio che aveva spinto la sua famiglia a non parlare mai dell’Olocausto. «Quando ho chiesto a mia mamma la fine che avesse fatto il nonno», rivcorda l’uomo, «lei non ha risposto, ha preso un libro di storia e ha indicato una foto con un sacco di cadaveri».

Weinstein, qualche anno fa, ha sposato Assi Bielski. La figlia di uno dei combattenti della resistenza ebraica poi raccontata nel film «Defiance», quello con l’ex 007 Daniel Craig. «Però nella loro casa si parlava della Shoah e della guerra», continua il curatore di violini. E c’è quasi il rimorso per non aver fatto qualcosa di simile a questa mostra tempo fa. Qualcosa che potesse restare nella pelle delle persone, molto più di quei numeri tatuati sul braccio di chi, al tempo, aspettava la Terra promessa. E invece s’è ritrovato al’Inferno.

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“La fabbrica dei fantasmi”, otto voci e un Olocausto

C’è la mamma. Si preoccupa, lei, delle incombenze di casa. E di mettere a posto – nel lavoro e nella vita – la figlia e il figlio. C’è il militare. Si preoccupa, lui, di rispettare il più possibile alla lettera gli ordini calati dall’alto. Così, senza filtri. Senza una ragione. Ma con un obiettivo. Una soluzione. Finale. C’è il ragazzo. Un po’ così. Ma l’unico, terribilmente l’unico, a vedere quello che tutti gli altri non possono vedere. Non vogliono vedere.

Poi c’è la figlia. Giovane. Con la testa già verso il fidanzato da favola, il matrimonio da favola, la vita da favola. L’esistenza – per lei, per tutti – prenderà un’altra piega. C’è il colluso. Ancorato, nel bel mezzo della disperazione, a un pragmatismo mortale. E il Rosso. Che sembra aver trovato, nel puzzo di campagna, la sua dimensione. C’è pure il fantasma. E l’amico del fantasma. Morti viventi, prima. Morti veri, poi.

E infine c’è quella fabbrica. Costruita nel cuore della notte e nel cuore della foresta. Tirata su in modo che nessuno possa vedere cosa si produce dentro. Sorvegliata per tenere tutti a larga. Ché quella non è una vera fabbrica. È un buco nero. È la morte dell’uomo. È il nulla.

L’Olocausto visto dall’altra parte. Dal fronte di chi – e sono stati in tanti – per un pizzico di lavoro non ha voluto vedere. Non ha voluto sentire. Non ha voluto pensare e vivere. Dal fronte di chi vedeva la Morte lavorare giorno dopo giorno. Di chi alla Morte portava il pane e le donne. E lavava e stirava la divisa. Di chi poteva sentire il puzzo di bruciato, ma preferiva sopportare.

C’è tutto questo nel libro di Francesca Bettelli «La fabbrica dei fantasmi» (Gaffi Editore, 130 pagine, 10 euro). C’è la storia di un villaggio (non sapremo mai quale) che vive e lavora come se nulla fosse a pochi passi da un campo di concentramento. Perché questo è stato l’Olocausto. Un ammasso di individui che per mesi, per anni, ha vissuto vite parallele, sospese. Che da un giorno all’altro si son visti sparire il vicino di casa lì da decenni. Per poi non farsi domande. Nemmeno una.

Il libro «corale» di Francesca Bettelli non ricorre a frasi ad effetto. Non strizza l’occhio alla prosa aggraziata. E nemmeno alla pancia – sensibile – di chi si ricorda degli oltre 6 milioni di ebrei sterminati nei lager. Semplicemente racconta. Immagina. Riporta. Sintetizza. Del resto, di fronte all’Orrore umano, non c’è bisogno di fantasia. È successo tutto per davvero.

«Quando saremo all’altro mondo – scrive nell’ultima pagina la Bettelli, riprendendo una frase di Simon Wiesenthal – e incontreremo i milioni di ebrei sterminati nei campi nazisti ed essi ci chiederanno cosa abbiamo fatto noi che siamo sopravvissuti, io risponderò: “Io non ho dimenticato”».

© Leonard Berberi

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