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Vivere e lavorare a Hebron

Il momento in cui un soldato israeliano punta il fucile contro un giovane palestinese a Hebron (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Il momento in cui un soldato israeliano punta il fucile contro un giovane palestinese a Hebron (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

«Ti ficco una pallottola in testa». Beit Hadassah, Hebron. Nel cuore tormentato della Cisgiordania, laddove palestinesi e coloni si confondono e si confrontano e spesso si picchiano, un soldato della Brigata Nahal dell’esercito israeliano ha un diverbio con un giovane musulmano.

Nulla di nuovo. Ogni giorno, a Hebron, è così. Ma questa volta – a differenza di altre – ci sono delle fotocamere che registrano tutto. E c’è un soldato, un ragazzo anche lui, che agita l’arma in modo scomposto e la punta ad altezza uomo. A un certo punto il militare si ritrova circondato. E minacciato. Più di qualche palestinese arriva al contatto fisico. Uno tiene sulla mano destra qualcosa che somiglia a un tirapugni.

Il militare ora minaccia uno dei ragazzi che sta riprendendo la scena (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Il militare ora minaccia uno dei ragazzi che sta riprendendo la scena (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Il soldato cerca di allontanarli. In pochi secondi quella situazione si può risolvere nel peggiore dei modi. O per lui. O per i musulmani. Poi il ragazzo in divisa se la prende con un altro palestinesi che sta riprendendo la scena con una videocamera. «Spegnila! Spegnila ti ho detto! O ti ficco una pallottola in testa, figlio di puttana». Poi prende la radio e chiama rinforzi. E quando questi arrivano si porta con sé uno dei palestinesi.

Il video (che trovate in fondo al post) viene caricato su YouTube da un gruppo di attivisti palestinesi. I commenti fioccano. L’Idf, l’esercito israeliano, dice la sua. E agisce. «Le nostre forze in Giudea e Samaria hanno il compito di mantenere la sicurezza in un’area complicata. Questo vuol dire che in ogni momento della giornata devono comportarsi in modo più che professionale, con determinazione e con razionalità. L’atteggiamento di quel soldato nel video è stato aberrante e su questo ci sarà un’indagine». Indagine che, per ora, ha già portato a una prima decisione: il militare sarà sollevato dall’incarico.

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Urla, insulti, minacce: la visita da incubo di alcuni ebrei sulla Spianata delle moschee

Le lacrime di un bambino ultraortodosso e l'aggressione verbale dei palestinesi sulla Spianata delle moschee (foto YouTube/Falafel Cafè)

Le lacrime di due bambini ultraortodossi e l’aggressione di alcuni palestinesi sulla Spianata delle moschee (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Camminano quasi in fila. Grandi e piccoli. Muovono i passi in uno spazio che è un decimo di quello calpestabile. Da un lato hanno il muro. Dall’altro centinaia di uomini e donne – soprattutto donne – che urlano. E guardano in cagnesco. E sembrano lì lì sul punto di aggredire. Fisicamente, s’intende. «Andate via! Non è il vostro posto questo! Siete degli usurpatori! Dovete morire tutti!».

Inizia così il filmato di poco meno di sei minuti (in fondo al post) caricato su YouTube. Mostra – dal punto di vista degli aggrediti – quanto andato in scena sulla Spianata delle moschee. Il cuore di Gerusalemme. Il cuore dei problemi israelo-palestinesi.

Una palestinese urla contro una parte della comitiva di ebrei che aveva deciso di visitare la Spianata delle moschee (foto YouTube/Falafel Cafè)

Una palestinese urla contro una parte della comitiva di ebrei che aveva deciso di visitare la Spianata delle moschee (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Il calendario segna mercoledì 23 aprile 2014. Un gruppo di israeliani ultraortodossi – arrivati dalla città haredim Bnei Brak, periferia di Tel Aviv, e alcuni quartieri religiosi di Gerusalemme – sta facendo il suo tour sulla Spianata delle moschee, dove si trova la cupola dorata della moschea di Al-Aqsa, luogo di preghiera per i musulmani. È una delle poche «finestre» in cui cristiani e, soprattutto, ebrei possono fare visite guidate sopra al Muro del pianto. Con tutti loro ci sono anche un paio di poliziotti, per motivi di sicurezza. Anche se, in tutti questi anni, non ce n’è quasi mai stato bisogno. Sì, certo, qualche parola grossa è volata tra palestinesi e israeliani. Ma mai quanto successo mercoledì scorso.

A un certo punto centinaia di palestinesi si radunano sulla Spianata. Formano quasi un cordone umano contro il gruppo di ultraortodossi. Partono urla. Insulti. Accenni di aggressione fisica. «Ci hanno lanciato anche una scarpa», racconta al sito di news Walla! uno dei presenti, Yisrael Fertig. L’associazione ebraica Haliba – quella che ha organizzato la gita culturale – riprende tutta la scena. E la scarpa, quella denunciata da Fertig, compare nel filmato. È al 55esimo secondo.

Nel tondo rosso la scarpa che viene lanciata - da un palestinese, secondo uno dei testimoni ultraortodossi - verso il gruppo di visitatori (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Nel tondo rosso la scarpa che viene lanciata – da un palestinese, secondo uno dei testimoni ultraortodossi – verso il gruppo di visitatori (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Intanto a dividere musulmani ed ebrei si aggiungono decide di agenti. La folla ostile aumenta di numero. A urlare e a creare tensione ora sono anche giovanissime velate e anziani signori. Qualche bambino ebreo piange. Un ultraortodosso accenna un minimo di reazione a quella cantilena d’insulti. «Allahu akbar! Allahu akbar!», urlano altri palestinesi in arabo. «Dio è grande! Dio è grande!».

Il gruppo viene poi scortato all’uscita. Con centinaia di palestinesi arrabbiati. «Ci hanno provocato. La loro sola presenza qui, nella moschea di Al-Aqsa, è una provocazione! Che vengono a fare qui?», hanno poi spiegato molti musulmani. «Ma quale provocazione: non abbiamo detto e fatto nulla di irrispettoso», hanno replicato alcuni dei visitatori aggrediti. Cosa sia successo davvero, cos’abbia scatenato quella violenza verbale forse non lo si saprà mai. Restano, quelle sì che sono una certezza, gli sguardi smarriti dei bambini. E le loro lacrime.

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Quella “grosse koalition” palestinese che sta uccidendo i negoziati con gli israeliani

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Alzi la mano chi, a questo punto, ha capito qualcosa. Alzi la mano chi, sempre a questo punto, sa come andranno le cose. A.A.A. analisti di diplomazia internazionale cercasi. Possibilmente che ragionino fuori dagli schemi. Perché qui, gli schemi, sono saltati tutti. Un po’ come all’ottantesimo di una sfida di calcio. O meglio: di una finale di Champions League dove entrambe le formazioni sono sullo zero a zero. Dove i giocatori vanno dove li portano le gambe e il cuore, non più la testa, non più il capitano e l’allenatore. E con un arbitro che non sa più come contenere il nervosismo in campo ed evitare fallacci da cartellino rosso.

Il fatto è che si fa fatica, a questo punto – che è lo stesso punto di tutti i precedenti colloqui di pace naufragati – ecco, si fa fatica a trovare un senso al pasticciaccio mediorientale. Soprattutto se le notizie sono così contraddittorie da risultare, in alcuni casi, pura fantasia se sentiti, letti e pronunciati soltanto una settimana fa. Proviamo allora a fare una sintesi. Una sintesi per difetto. Ché ormai informazioni vere, analisi presunte, voci fasulle e testimonianze contraffatte stanno finendo tutte in un frullatore e quel che ne uscirà non lo sa nessuno. E, paradossalmente, l’unica cosa sicura è che qualcosa – al nord, al confine tra Israele e Libano – sta succedendo. Perché da alcune ore le due parti non nascondono un po’ di nervosismo.

Da sinistra: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l'ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si stringono la mano in occasione dell'ennesimo tentativo di riavviare i colloqui di pace: è il settembre 2010 (foto Moshe Milner/GPO/Flash90)

Da sinistra: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si stringono la mano in occasione dell’ennesimo tentativo di riavviare i colloqui di pace: è il settembre 2010 (foto Moshe Milner/GPO/Flash90)

E allora. Questa settimana Fatah – la fazione palestinese «moderata» che ha la maggioranza in Cisgiordania – ha annunciato uno «storico» accordo di riconciliazione con i fratelli-coltelli di Hamas, il blocco «oltranzista» che ha la maggioranza nella Striscia di Gaza. Accordo che prevede un nuovo governo palestinese entro cinque settimane. Elezioni come non se ne organizzano da qualche anno entro sei mesi dalla formazione del nuovo esecutivo. Insomma, una «grosse koalition» in salsa palestinese con, come ciliegina sulla torta, una tornata elettorale «libera e democratica».

Un accordo, quello tra Fatah e Hamas, che arriva dopo centinaia di morti tra le due fazioni, scontri armati senza sosta, condanne a morte di presunte spie del blocco avversario, divieti d’ingresso di esponenti politici opposti, giornali concorrenti vietati e accuse reciproche di far di tutto per danneggiare la causa palestinese. Un accordo, quello tra Fatah e Hamas, che ha sorpreso gli altri due protagonisti di questo triangolo politico: Israele e Usa.

E sono, loro malgrado, protagonisti di questa pacificazione anche lo Stato ebraico e Washington. Perché uno dei tre attori dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi – con la mediazione dell’amministrazione Obama – è Mahmoud Abbas. È il presidente palestinese. Ma è anche il numero uno, di fatto, di Fatah. Fatah che, appunto, questa settimana si è riunita con Hamas. Peccato che Hamas sia considerata dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu un’organizzazione terroristica. E venerdì, rivolgendosi al Paese, Netanyahu ha messo da parte la diplomazia. «Israele non tratta con i terroristi», ha spiegato il premier. Quindi ora nemmeno più con la metà «buona». Risultato: stop ai negoziati. Se ne riparlerà quando la situazione si sarà chiarita. Sempre se ciò avverrà.

Il presidente statunitense Barack Obama alla fine di una conferenza stampa dalla Casa Bianca lo scorso marzo (foto di Yuri Gripas/Afp/Getty Images)

Il presidente statunitense Barack Obama alla fine di una conferenza stampa dalla Casa Bianca lo scorso marzo (foto di Yuri Gripas/Afp/Getty Images)

Che la riunificazione non piaccia a molti lo dimostrano anche le parole di Barack Obama. Il presidente americano, come non capitava da anni, ha pronunciato parole in sintonia con il pensiero di Netanyahu. «Forse è venuto il momento che i negoziati si prendano una pausa», ha detto Obama. «Credo che a questo punto entrambe le parti debbano riflettere e vedere altre alternative», ha spiegato a Seul, in Corea del Sud, durante il suo tour asiatico.

«Il fatto che il presidente Abbas abbia deciso di riappacificarsi con Hamas non aiuta – ha continuato il leader democratico –. Ma questa è soltanto una delle tante scelte fatte da palestinesi e israeliani e che non servono per nulla a risolvere la crisi». Insomma, la colpa, secondo gli americani, è di entrambi. Da una parte hanno chiuso più di un occhio sulle nuove costruzioni negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Dall’altra hanno alzato troppo la posta in gioco e fatto scelte discutibili. «Ma questo non vuol dire che ci arrendiamo: i colloqui restano sul tavolo e noi stiamo lavorando per arrivare alla pace finale», si sono affrettati a chiarire dal Dipartimento di Stato.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Mashaal al Cairo, in Egitto, dopo un vertice nel febbraio 2012 (foto Amr Nabil/Ap)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Mashaal al Cairo, in Egitto, dopo un vertice nel febbraio 2012 (foto Amr Nabil/Ap)

Poi da Ramallah hanno chiamato il segretario di Stato Usa, John Kerry, il «regista» degli incontri mediorientali. «Il nuovo governo di unità nazionale formato da Fatah e Hamas riconoscerà lo Stato d’Israele, glielo prometto», ha detto una voce autorevole dalla Cisgiordania. Quella voce era di Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese. La stessa voce che, qualche settimana fa, ha tuonato: «Non riconoscerò mai Israele come Stato ebraico».

Il punto è proprio questo: Netanyahu dice che i colloqui non vanno avanti se i palestinesi non riconoscono lo Stato ebraico d’Israele. Abbas dice che riconoscerà lo Stato d’Israele, ma non quello ebraico. Mentre Hamas sostiene da sempre che non riconoscerà proprio lo Stato d’Israele. Di più: a Gaza promettono da anni di ridurre in cenere Tel Aviv.

Sullo sfondo resta la questione economica. Con il nuovo accordo Gerusalemme difficilmente girerà centinaia di milioni di euro ai palestinesi così come previsti dagli accordi fiscali tra le due parti. Il motivo? Sono soldi che andrebbero anche ad Hamas. Così come l’Europa forse avrà più di un imbarazzo a continuare con i fondi comunitari per l’Autorità nazionale palestinese. Anche se ora gl’israeliani, dopo un attimo di sorpresa, ne sono sempre più convinti: l’accordo Fatah-Hamas non durerà.

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Il conflitto in Siria a Tfail, la storia del villaggio libanese isolato dal mondo da 4 mesi

Il villaggio libanese di Tfail, sul confine con la Siria (foto Panoramio)

Il villaggio libanese di Tfail, sul confine con la Siria (foto Panoramio)

Hanno finito il cibo e i soldi a forza di ospitarli tutti e non respingerne nessuno. Ne erano duemila. Ne sono diventati novemila. Ché quei settemila di «troppo» sono tutti profughi fuggiti dalla follia. Hanno finito scorte e farmaci a forza di aiutarli e curarli tutti. Con la speranza – che ormai da quelle parti è diventato un miraggio – di vedere la fine un giorno.

Così, per quattro lunghi, lunghissimi mesi. Poi è arrivato il momento di fare i conti con la realtà. E con una guerra civile che è al di là del confine, ma che ha finito con l’isolare Tfail, questo paesino immerso nella Valle della Bekaa, ma circondato dal territorio siriano. Così qualcuno ha lanciato il grido d’aiuto. Disperato. Rivolto al mondo attraverso il web perché Beirut potesse sentire. E agire.

Alcuni profughi siriani fuggiti da Rankous e arrivati da poco nel villaggio libanese di Tfail (foto di Hussein Malla / Ap)

Alcuni profughi siriani fuggiti da Rankous e arrivati da poco nel villaggio libanese di Tfail (foto di Hussein Malla / Ap)

«Non abbiamo più nulla, sta finendo anche il cibo», hanno detto disperati gli abitanti. «Stiamo aiutando tutti i profughi siriani, ma siamo isolati da settimane dal resto del Libano: non arrivano più cibo, medicinali, scorte». Nel non detto del conflitto che si sta combattendo da mesi ci sono realtà come Tfail. Ufficialmente il villaggio è sul fronte libanese. Ufficiosamente è un luogo di battaglia «preso in consegna» dalle truppe di Bashar al-Assad. E allora Beirut – che ha deciso da mesi di non ficcare il naso nelle cose di Damasco – ha chiuso un occhio e isolato il paesino. «Troppo pericoloso andarci, nemmeno l’esercito riesce a mettere piede», è stata la spiegazione ufficiale.

Chiuse le strade. Interrotti i rifornimenti energetici. Da ultimo avamposto prima della strada verso la Siria, Tfail è diventato un luogo fantasma. Che, dopo settimane, ha finito tutto. L’appello, di pochi giorni fa, è stato rilanciato in Rete. È arrivato negli Stati Uniti. E solo a quel punto a Beirut si sono attivati.

Una parte del convoglio che ha portato cibo, medicinali e carburanti al paesino libanese isolato da quattro mesi (foto di Hussein Malla / Ap)

Una parte del convoglio che ha portato cibo, medicinali e carburanti al paesino libanese isolato da quattro mesi (foto di Hussein Malla / Ap)

Ieri hanno mandato alcune auto della Croce Rossa – scortate da decine di mezzi dell’esercito libanese – che hanno portato diecimila razioni di cibo, alcuni farmaci e seimila libri di carburante. E che, al ritorno, si sono caricate undici feriti (dieci siriani e un locale) per curarli negli ospedali più vicini.

«Non c’è nessuna presenza militare, tantomeno siriana, a Tfail», ha smentito il generale libanese Mohammed Kheir. «Una volta consegnato il materiale la popolazione s’è messa d’accordo sul fatto che bisognava distribuirlo». Cibo e medicinali per quanto? «Quaranta giorni», ha detto Kheir all’agenzia stampa di Stato. E ha anche annunciato che un uomo, un tal Fawzi Hussein Dekko, è stato arrestato.

Centinaia di persone - tra residenti libanesi e profughi siriani - attorno al convoglio per ricevere lo stretto necessario (foto di Hussein Malla / Ap)

Centinaia di persone – tra residenti libanesi e profughi siriani – attorno al convoglio per ricevere lo stretto necessario (foto di Hussein Malla / Ap)

Tra un mese e dieci giorni, insomma, nel villaggio saranno punto e a capo. A meno che l’autorità centrale libanese non decida di dare il via al suo piano di evacuazione generale. «Il progetto è pronto, prevede il trasferimento dei duemila abitanti di Tfail in zone più sicure e attraverso corridoi sorvegliati dal nostro esercito», ha detto Nohad Mashnouq, ministro dell’Interno di Beirut. Il tutto con l’aiuto di Hezbollah (grandi alleati di Assad). In tutto questo dichiarare a mezzo stampa è rimasta senza risposta la domanda sulla sorte dei profughi siriani. Nessuno ha risposto. Nessuno ha voluto rispondere.

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E lo status di Gerusalemme ora va alla Corte Suprema (Usa)

La data d’inizio c’è. E anche quella di fine. La location, anche, è nota: la Corte Suprema. Quello che non si conosce ancora è l’esito. Che, in un caso o nell’altro, rischia di interferire – senza volerlo, senza chiederlo, senza prevederlo – con i rapporti tra Stati Uniti e Israele. E rischia, anche, di incidere sul processo di pace tra Stato ebraico e Autorità palestinese. Non è una supposizione. È un timore concreto. Basta leggere la posizione di Washington, scritta nera su bianco.

La questione è, allo stesso tempo, «semplice» ed «esplosiva»: i cittadini americani che nascono a Gerusalemme possono affiancare sul passaporto (statunitense) il nome della città a quella d’Israele? Una legge del Congresso, approvata nel 2002, dice di sì. Ma quando s’è presentato il primo caso utile l’allora capo dell’esecutivo – il presidente George W. Bush – rispose che no, non si poteva fare.

Quella norma – sostenne l’amministrazione repubblicana – incideva molto, troppo sui fatti di politica estera e non rientrava quindi tra le competenze del Congresso. La politica estera, a Washington, è prerogativa del «commander in chief», del presidente insomma. E così, anche oggi, gli americani che nascono nella città contesa si ritrovano con un passaporto che scrive, alla voce «Luogo di nascita» la sola parola «Gerusalemme». Senza nazione. Un modo, forse l’unico, per evitare ripercussioni mediorientali.

Il piccolo Menachem Zivotofsky, 12 anni oggi, con papà Ari nel 2011 davanti alla Corte Suprema americana (foto Ap)

Il piccolo Menachem Zivotofsky, 12 anni oggi, con papà Ari nel 2011 davanti alla Corte Suprema americana (foto Ap)

Una decisione che non piace ai coniugi Zivotofsky. Che sono, anche, i promotori della vicenda legale. Il protagonista – suo malgrado – è il figlio, Menachem Zivotofsky (questo blog ne ha parlato già nel maggio 2011). Il ragazzino è nato a Gerusalemme nel 2002 da genitori statunitensi. Pochi giorni dopo mamma Naomi e papà Ari chiedono il passaporto per il figlio e – grazie alla legge appena approvata al Congresso – di aggiungere dopo Gerusalemme anche la nazione: Israele. I funzionari dell’ambasciata americana di Tel Aviv però respingono la richiesta, facendo appello proprio alla decisione del presidente George W. Bush di bocciare la legge. Del resto gli Usa, come gli altri Paesi, non riconoscono la Città Santa come capitale dello Stato ebraico. Tant’è vero che gli uffici diplomatici nello Stato ebraico si trovano a Tel Aviv.

Dopo un tira e molla burocratico che è arrivato fino ai piani alti del Dipartimento di Stato americano, nel 2003 Naomi e Ari decidono di avviare una trafila giudiziaria. A dare ragione a Bush è stata – in piena presidenza Obama – la Corte d’Appello del Distretto di Columbia, quella che ha giurisdizione su Washington: l’allora presidente aveva ragione – è stato il ragionamento del secondo grado di giudizio nel luglio 2013 –, le implicazioni politiche di tale legge del Congresso sono talmente tanto importanti da dover dare solo all’esecutivo l’ok se inserire o meno una città contesa da una parte o dall’altra.

E così eccoci al caso che arriva (per la seconda volta) alla Corte Suprema. I lavori inizieranno il prossimo ottobre e andranno avanti – sentendo tutte le parti in causa – fino a giugno 2015. Poi i giudici massimi dovrebbero dire la loro sulla legge del Congresso. Per stabilire se sia costituzionale o meno. E, implicitamente, “obbligare” la Casa Bianca a riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Con tutto quello che può succedere un istante dopo.

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Quell’appello per liberare Barghouti firmato da premi Nobel, scrittori e politici

Ci sono i premi Nobel. Gli artisti e gli scrittori. I registi e i politici. E anche alcuni religiosi di spicco. Tanti sono italiani. E tutti sono firmatari di un appello che a Israele non piace e che per Ramallah è una delle manifestazioni più esplicite in favore dello Stato della Palestina.

Nel bel mezzo dei negoziati in fase di stallo – a voler essere ottimisti – e mentre gli Usa cercano di recuperare il recuperabile, ecco spuntare lei, Fadwa Barghouti, moglie di Marwan, in carcere nello Stato ebraico perché considerato la mente della Seconda Intifada, ecco spuntare lei e dire che sì, ormai è intollerabile che suo marito stia a marcire in galera. Soprattutto perché è una farsa politica.

Fadwa Barghouti riposa davanti al maxiposter del marito in cella in Israele da dodici anni (foto James Hill/The New York Times)

Fadwa Barghouti riposa davanti al maxiposter del marito in cella in Israele da dodici anni (foto James Hill/The New York Times)

E giù con un lungo elenco di nomi eccellenti che chiederebbero a Gerusalemme di liberare l’attivista palestinese in galera da dodici anni sottoscrivendo la «Dichiarazione di Robben Island», la campagna che si ispira all’istituto penitenziario sudafricano dove venne incarcerato Nelson Mandela: Massimo D’Alema, Luisa Morgantini, Andrea Camilleri, Ettore Scola, don Luigi Ciotti, Desmond Tutu, Maired Maguire, Jimmy Carter, Roger Waters (Pink Floyd), Ken Loach, Alice Walker.

«La liberazione di mio marito è una questione politica e non legata alle accuse che lo hanno portato in carcere», ha detto Fadwa ieri in conferenza stampa a Ramallah, seduta di fianco a Mohammed Shtayyeh, uno dei capi di al-Fatah. E ancora: «Mio marito appoggia la decisione del presidente Abu Mazen di rivolgersi alle istituzioni internazionali».

Funzionerà? A Gerusalemme hanno da tempo fatto capire la posizione dello Stato ebraico. E ora che i negoziati traballano, l’affaire Barghouti può diventare il punto di non ritorno per colloqui che in questi mesi sono stati più delle montagne russe che veri e propri incontri per la pace.

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Il mediatore Kerry resta a Washington e i negoziati finiscono su un binario morto

Se non è la fine, poco ci manca. Perché mai, come in queste ore, i negoziati di pace sono stati sul punto di fallire. Con Israele infuriata. Ramallah che va per la sua strada. E John Kerry, segretario di Stato Usa e mediatore tra le due parti, che cancella il viaggio in Medio Oriente ad aereo praticamente sulla pista di decollo.

Colloqui? Quali colloqui? La stampa chiede. I diplomatici s’interrogano. Israeliani e palestinesi attendono. Abituati, da decenni, a passi in avanti e stop improvvisi, strette di mano e missili, sorrisi un giorno e porte sbattute in faccia ventiquattro ore dopo.

Il segretario di Stato Usa, John Kerry, sale sull'aereo all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv (foto Reuters)

Il segretario di Stato Usa, John Kerry, sale sull’aereo all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv (foto Reuters)

«È del tutto prematuro considerare senza speranza i colloqui per un accordo di pace tra palestinesi e israeliani», ha rassicurato Kerry. Ma, ad oggi, l’unica cosa concreta è la decisione dell’Anp di presentare richiesta formale di adesione a 15 agenzie delle Nazioni Unite. Tradotto: Ramallah non aspetta l’esito dei negoziati, vuole ora e subito metter piede definitivamente nel Palazzo di Vetro.

La decisione – annunciata in diretta tv dal presidente palestinese Mahmoud Abbas – ha sorpreso gl’israeliani. I quali, qualche ora e telefonata dopo, non hanno nascosto il disappunto. Soprattutto perché il giorno prima il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva quasi provocato una crisi di governo promettendo agli americani due cose: lo stop alle nuove costruzioni negl’insediamenti ebraici in Cisgiordania e il rilascio immediato di centinaia di detenuti palestinesi. In cambio Washington metteva sul piatto la liberazione di Jonathan Pollard, la spia americana condannata all’ergastolo per aver lavorato a favore d’Israele. Il tutto per continuare con i negoziati. E pur di non far arrabbiare i palestinesi che, nel frattempo, avevano dato 24 ore a Kerry per risolvere la questione dei detenuti.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas (seduto) e il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat firmano le richieste di adesione a 15 agenzie Onu (foto di  Issam Rimawi/Flash90)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas (seduto) e il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat firmano le richieste di adesione a 15 agenzie Onu (foto di Issam Rimawi/Flash90)

Nulla da fare. Accontentati dagl’israeliani e rassicurati dagli americani, a Ramallah hanno deciso di procedere per conto loro. Nonostante un suggerimento nemmeno tanto velato delle massime autorità dello Stato ebraico: se i palestinesi chiedono ulteriori riconoscimenti dentro l’Onu, saltano i colloqui di pace. «Israele non ha mantenuto la parola data – ha spiegato il presidente palestinese Abbas – per questo ora bussiamo alle Nazioni Unite».

La «parola data» è la liberazione di decine di detenuti nelle celle israeliane in quattro tranche. Manca l’ultimo gruppo, quello fatto di ex terroristi di spicco. E, su questo, Gerusalemme s’è preso qualche giorno. Un ritardo, secondo Abbas, che va contro l’accordo di fine luglio, quando i negoziati ripresero in pompa magna dopo anni di letargo. In quel documento il presidente palestinese si diceva pronto a sospendere per nove mesi la sua richiesta alle agenzie Onu in cambio del rilascio di 104 prigionieri palestinesi.

Il presidente Usa Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dentro l'Ufficio ovale della Casa Bianca (foto di Pete Souza/White House)

Il presidente Usa Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dentro l’Ufficio ovale della Casa Bianca (foto di Pete Souza/White House)

I nove mesi, calendario alla mano, non sono ancora stati raggiunti. Ma tant’è. «Gli Stati Uniti devono trarre una lezione da questa decisione: noi palestinesi non resteremo passivi mentre la Palestina sta diventando un Bantustan», ha tagliato Mustafa Barghouti, uno dei massimi esponenti dell’autorità palestinese e fratello di Marwan, detenuto nelle prigioni israeliane.

E però, accontentati i falchi bianco-rosso-nero-verdi, Barghouti ha aggiunto che «gli americani devono continuare a guidare il processo di pace e a fare pressioni su Israele per il raggiungimento di un giusto accordo». Poi s’è scagliato contro lo Stato ebraico: «Hanno voluto sin dall’inizio fare collassare i negoziati – ha attaccato – e il recente annuncio della costruzione di nuove abitazioni nella colonia di Gilo ne è la prova».

© Leonard Berberi

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