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“Sono antisemite”. E H&M ritira le nuove magliette

Il disegno stampato sulle nuove magliette di H&M ed esposte nei negozi di Londra e Birmingham prima di essere ritirate (foto di Eylon Aslan-Levy)

Il disegno stampato sulle nuove magliette di H&M ed esposte nei negozi di Londra e Birmingham prima di essere ritirate (foto di Eylon Aslan-Levy)

Un teschio al centro. Due triangoli incrociati che ricordano tanto, troppo, la Stella di David attorno. Un oceano di polemiche e critiche, accuse e proposte di boicottaggio. Tutto per una maglietta. E un’illustrazione riuscita poco, capita male, bocciata subito. Tanto da costringere la casa produttrice, il marchio svedese H&M – negozi in 53 Paesi nel mondo e 104 mila dipendenti – a ritirare il prodotto e a chiedere scusa.

«Ma che c’entra la Stella di David, un simbolo per l’Ebraismo, con il teschio?». Soprattutto: «Perché mettere lì, insieme, la sintesi della morte e l’elemento di una religione?». Le domande, degli ebrei e non solo, si sono diffuse nel web a velocità supersonica. Non appena i commessi del negozio H&M di Oxford Street a Londra hanno esposto la maglietta in vetrina. E poche ore dopo che la stessa maglietta è apparsa a Birmingham, sempre nel Regno Unito.

Un’accusa tira l’altra, associazioni ebraiche sul piede di guerra e l’invito a non andare nei negozi con quel marchio. «Noi non sappiamo quali erano le intenzioni di chi ha disegnato quella maglia», ha detto al quotidiano The Algemeiner il rabbino Abraham Cooper del Centro Simon Wiesenthal, «ma ci sembra anche sensato chiedere a chi comanda H&M: vi siete per caso chiesti come quella maglia con quei simboli sarebbe stata percepita dai consumatori?».

Un paio di giorni di proteste ed ecco che la società svedese decide il passo indietro. Le maglie saranno ritirate «con effetto immediate» e non se ne faranno altre. Motivo? «A causa delle reazioni ricevute», ha spiegato un portavoce. Che poi, a nome di H&M, ha aggiunto: «Vi preghiamo di accettare le nostre scuse più sincere». Caso chiuso, insomma. Anche se, sulla Rete, continua a girare una domanda, per ora senza una risposta convincente: «Davvero nessuno si era accorto di quel che andavano mettendo sulle loro magliette?».

© Leonard Berberi

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Le ultime parole, i silenzi, i contatti disperati: le otto ore che hanno portato alla ricerca più spettacolare della storia

Nota dell’autore: questo lungo post non c’entra nulla con i temi affrontati di solito da questo blog. Ma dato che per lavoro mi sono dovuto occupare per giorni del mistero dei cieli e della sorte del volo MH 370 mi è sembrato utile poter ricapitolare quello che, penso, sia una delle notizie più rilevanti degli ultimi anni (l.b.)

***

«Volo MH 370 mi sentite? Volo MH 370 mi sentite?». Ci hanno provato per decine di minuti. Almeno cinque aerei in cielo tra il Vietnam e la Malesia tra l’una e le tre di notte hanno tentato di mettersi in contatto con il Boeing 777-200 della Malaysia Airlines. Qualche pilota ha anche cercato di rintracciarlo guardando fuori. Ma senza successo. A conferma di questo mistero che dura da giorni. E che già a questo punto non risponde a una delle domande più rilevanti: come può un bolide sparire nel nulla in uno dei punti più trafficati del mondo?

Il Boeing 777-200ER della Malaysia Airlines in pista. E' questo il velivolo - numero di registro 9M-MRO - sparito dai radar l'8 marzo 2014 (foto di RussAvia/Flickr)

Il Boeing 777-200ER della Malaysia Airlines in pista. E’ questo il velivolo – numero di registro 9M-MRO – sparito dai radar l’8 marzo 2014 (foto di RussAvia/Flickr)

A BORDO
Sono le 00.35 dell’8 marzo 2014. L’ora è quella locale. E il giorno è un tranquillo sabato. Il volo MH 370 decolla dallo scalo internazionale di Kuala Lumpur, in Malesia. Destinazione: Pechino, Cina. Arrivo previsto: alle 6.30 del mattino. Il tempo non dà noie. E durante il tragitto non sono previste perturbazioni da tenere d’occhio. A bordo ci sono 227 passeggeri – soprattutto cinesi – e 12 membri dell’equipaggio.

Due viaggiatori, entrambi iraniani, salgono con passaporti rubati e falsificati. Si tratta di Pouria Nour Mohammad Mehrdad, 18 anni, e Delavar Seyedmohammaderza, 29 anni. Si tratta di due profughi, fuga i sospetti l’Interpol, cercano di emigrare in Europa per ottenere asilo politico. Il primo in Germania. Il secondo in Danimarca. Il percorso, dicono le organizzazioni umanitarie, probabilmente sarebbe stato quello già battuto da centinaia di fuggiaschi. Prima l’acquisto di documenti rubati in Thailandia, poi un biglietto comprato a Kuala Lumpur con scalo a Pechino, quindi l’arrivo ad Amsterdam. Da qui ognuno per la sua strada. Pouria a Francoforte, dove lo aspettavano i parenti. Delavar a Copenhagen. Secondo gl’israeliani, invece, sarebbero però proprio questi due giovani da tenere d’occhio. Sono iraniani. Sono musulmani. Sono facilmente influenzabili. Soprattutto se la promessa finale è quella di farli ricongiungere con i propri parenti.

I due giovani iraniani che sono saliti a bordo del volo MH 370 con passaporti rubati a un italiano e a un austriaco. Sono: Pouria Nour Mohammad Mehrdad, 18 anni (a sinistra), e Delavar Seyedmohammaderza, 29 (foto da Facebook)

I due giovani iraniani che sono saliti a bordo del volo MH 370 con passaporti rubati a un italiano e a un austriaco. Sono: Pouria Nour Mohammad Mehrdad, 18 anni (a sinistra), e Delavar Seyedmohammaderza, 29 (foto da Facebook)

IN CABINA
In cabina, il pilota Zaharie Ahmad Shah, 53 anni, si sta preparando e comunica con la torre di controllo dello scalo di Kuala Lumpur. È l’ennesimo volo di una carriera nella compagnia che ormai va avanti da trent’anni. Mai uno sgarro. Mai un problema. Diciottomila ore di volo di esperienza. Un simulatore costruito in casa. Ad Ahmad Shah il volo piace. Non vuole mai smettere. Al suo fianco, in cabina, siede il co-pilota Fariq Abdul Hamid, 27 anni, poca esperienza, una passione per le belle ragazze – soprattutto se straniere – e per i personaggi famosi che immortala nei selfie e poi pubblica sui suoi profili social.

Il co-pilota Fariq Abdul Hamid, 27 anni, e il pilota Zaharie Ahmad Shah, 53

Il co-pilota Fariq Abdul Hamid, 27 anni, e il pilota Zaharie Ahmad Shah, 53

IL DECOLLO
Alle 00.36 e trenta secondi la prima comunicazione della serata tra cabina e torre di controllo. «Questo è MH 370, buongiorno». «Buongiorno a voi, MH 370», rispondono dalla terraferma, «questa è la torre di controllo di Kuala Lumpur, vi invitiamo a restare nella sezione A10, 32R». Alle 00.40 e trentotto secondi arriva l’ok: «Volo MH 370 avete l’autorizzazione a decollare, la pista è sgombra. Buonanotte». Il jet lascia la pista. Pilota e co-pilota aprono il canale di comunicazione con il radar dell’aeroporto che dovrà portarli fino al confine con la zona di competenza del Vietnam.

Uno degli ufficiali addetti al controllo del traffico aereo dell'aeroporto di Kuala Lumpur, Che Zawawi Che Musa (foto di Iqmal Haqim Rosman)

Uno degli ufficiali addetti al controllo del traffico aereo dell’aeroporto di Kuala Lumpur, Che Zawawi Che Musa (foto di Iqmal Haqim Rosman)

IN VOLO
Venti minuti dopo il decollo, all’1.01, il Boeing 777-200 raggiunge l’altezza di crociera a 35 mila piedi, circa 10.700 metri. Procede tutto come pianificato. Velocità e rotta sono quelle solite. Il gigante dei cieli ha appena passato la costa est della Malesia. All’1.07, l’«Acars», il sistema che trasmette via satellite o via radio i dati sul funzionamento del jet, invia tutte le informazioni a terra. Prossimo appuntamento per l’invio del pacchetto di informazioni: all’1.37. Ma a quell’ora qualcuno, a bordo del velivolo, l’ha già spento. L’orologio segna l’1.19 e ventiquattro secondi. È il momento del passaggio di gestione. «Volo MH 370 vi invitiamo a mettervi in contatto con Ho Chi Minh City (Vietnam, ndr) sulla frequenza 120.9, buona notte», dicono dal centro radar di Kuala Lumpur. «Va bene, buona notte», risponde il co-pilota dalla cabina. È l’una, diciannove minuti e ventinove secondi dell’8 marzo 2014 (clicca qui per leggere l’ultima conversazione registrata).

Le ultime comunicazioni tra cabina e torre di controllo di Kuala Lumpur

Le ultime comunicazioni tra cabina e torre di controllo di Kuala Lumpur

L’ULTIMO SEGNALE
All’1.21, in pieno passaggio di consegne, il transponder del volo MH 370 lancia l’ultimo segnale di identificazione. La rotta è ancora quella prevista, ma l’aggeggio smette da quel momento di inviare il suo particolare codice a quattro cifre. Nove minuti dopo, sui monitor della torre di controllo, l’aereo sparisce del tutto. Poco dopo il Boeing sale a quota 45 mila piedi, circa 13.700 metri. Ben al di sopra del limite approvato dalla casa costruttrice per quel tipo di modello. Il jet vira subito dopo a sinistra, verso Ovest. Poi scende a 23 mila piedi, circa 7.000 metri. Quindi viene rintracciato, alle 02.15 dall’altra parte, nello Stretto di Malacca. A 94 minuti dal decollo viaggia a 29.500 piedi (circa 9 mila metri) e a bordo il transponder – rileva il radar militare – non sta funzionando.

La rotta, quella prevista e quella improvvisata, del volo MH 370

La rotta, quella prevista e quella improvvisata, del volo MH 370

IL FANTASMA DEI CIELI
Negli stessi minuti i vietnamiti non vedono segni dell’MH 370 nei loro cieli. Chiamano i colleghi malesi. E nemmeno questi riescono a ripristinare un contatto. Alle 2.30 i centri di controllo telefonano alla Malaysia Airlines e annunciano: «Non riusciamo a collegarci con il vostro velivolo». Cinque minuti e qualche tentativo dopo è la stessa compagnia aerea a confermare: «È impossibile mettersi in contatto con la cabina di pilotaggio». Alle 2.40 il radar militare della Malesia rintraccia il velivolo. È ancora nello Stretto di Malacca, ma si sta allontanando, dirigendosi a nord-ovest. È l’ultima posizione conosciuta.

Le lacrime di una famigliare di uno di uno dei passeggeri sul volo scomparso (foto di Manan Vatsyayana/Afp/Getty Images)

Le lacrime di una famigliare di uno di uno dei passeggeri sul volo scomparso (foto di Manan Vatsyayana/Afp/Getty Images)

IL SILENZIO DEI PASSEGGERI
Resterà una domanda, forse senza risposta. Com’è possibile che nessuno dei 227 passeggeri a bordo abbia mandato il minimo segnale a terra? Com’è possibile che, nell’era di internet, degli sms, di Twitter e Facebook, non c’è traccia, la minima, di una richiesta di aiuto, di un allarme, di un pericolo? Probabilmente quando l’aereo è salito su su, a quota 45 mila piedi, sfondando il limite consentito, ecco forse un motivo il dirottatore – o i dirottatori – l’avevano: se la cabina non è pressurizzata bene, spiegano gli esperti, a quell’altezza si perdono i sensi. Le maschere di ossigeno servono sì, ma hanno un limite di tempo di pochissimi minuti.

A dimostrazione di quanto il tutto sembra pianificato nei minimi dettagli c’è l’ora di partenza. Quel volo è, come si chiama in gergo, un «red eye flight»: in quell’istante la maggiore parte dei passeggeri – o  forse tutti – tendono a dormire. Pochi, pochissimi si metterebbero a guardare un film. O a leggere. Le luci all’interno sono soffuse, i rumori ridotti al minimo. L’ambiente – e il momento – perfetto per chiudere gli occhi. E riaprirli con il sole all’orizzonte.

Izam Fareq Hassan (al centro), capitano dell'Aeronautica militare della Malesia, consulta le mappe durante le operazioni di ricerca e soccorso (foto Afp)

Izam Fareq Hassan (al centro), capitano dell’Aeronautica militare della Malesia, consulta le mappe durante le operazioni di ricerca e soccorso (foto Afp)

L’ALLARME
Intanto si sono fatte ormai le 3.15 di notte. La compagnia chiama cinque suoi jet che si trovano nell’area e chiede di dare un’occhiata fuori dal finestrino e di provare a mettersi in contatto con il Boeing. Ma dopo lunghi minuti nessuno dei cinque velivoli ottiene risposta. E nessun pilota o co-pilota rintraccia in cielo la sagoma dell’MH 370. Un’ora e quarantacinque minuti dopo le autorità locali dichiarano il codice rosso. Vengono allertati anche i centri di controllo di Hong Kong e Pechino.

È ormai l’alba e alle 7.39 l’agenzia stampa cinese Xinhua lancia il flash: «Persi i contatti con il volo della Malaysia Airlines MH370 partito da Kuala Lumpur con destinazione Pechino». Alle 08.15 il governo della Malesia avvia le operazioni di «Sar», ricerca e salvataggio. Quattro minuti prima, alle 08.11 un satellite rintraccia il Boeing in due possibili corridoi. Impossibile fornire una collocazione precisa, manca la triangolazione con altri satelliti. Ma intanto si scopre che 7 ore e 31 minuti dopo il decollo il velivolo era in un’area, a nord, che parte dalla Thailandia e arriva fino a Kazakistan e Turkmenistan. O verso sud, da Jakarta (Indonesia), giù giù fino al fondo dell’Oceano Indiano.

Le aree dove si sono concentrate le ricerche coordinate dall'Australia (foto Governo australiano)

Le aree dove si sono concentrate le ricerche coordinate dall’Australia (foto Governo australiano)

IL BIVIO
Alle 8.40 del mattino l’aereo non ha più carburante. Se ha virato verso Nord, se non s’è schiantato, se aveva un piano deliberato, probabilmente s’è adagiato sulla terraferma. Se ha svoltato di nuovo a sinistra, direzione Australia o Polo Sud, allora 29 minuti dopo l’ultimo segnale satellitare s’è inabissato in acqua, probabilmente al largo di Perth e della costa ovest. Lasciando il mondo pieno di domande. Domande che restano ancora lì. Senza una risposta. Dov’è sono finite quelle 239 persone? Cos’è successo al velivolo? Se l’aereo è caduto in mare perché la scatola nera non ha mandato nessun segnale? O se si è schiantato al suolo come mai il dispositivo di emergenza, realizzato proprio per dire quando un jet precipita a terra, non s’è ancora fatto vivo? Una risposta potrebbe arrivare dai detriti rintracciati via satellite negli ultimi giorni proprio di fronte all’Australia.

C’è chi, anche tra alcune agenzie d’intelligence, ha ipotizzato che il velivolo possa essere atterrato in uno degli aeroporti militari costruiti dai sovietici nell’ex Urss e abbandonati da decenni. A fare cosa? Non si sa. Lo scenario, comunque, è suggestivo. E serve soltanto ad alimentare la confusione su quella che ormai è, a tutti gli effetti, la caccia più grande, importante e spettacolare della storia.

© Leonard Berberi

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Quegli otto ebrei catturati e uccisi mentre fuggivano dall’Iran

Cadaveri senza corpo. Omicidi senza assassini. Otto su undici sono morti. Uccisi nel tentativo di lasciare il loro Paese. Che, nel frattempo, era diventato il loro inferno in Terra. Dopo anni di indagini e inviati in territorio nemico, l’Istituto per l’intelligence e le operazioni speciali – meglio conosciuto come Mossad – è riuscito a fare luce sulla sparizione misteriosa negli anni Novanta di alcuni ebrei iraniani.

Sugli undici scomparsi, otto sono stati uccisi lungo i confini della Repubblica islamica «mentre lasciavano il Paese, probabilmente per venire in Israele». Il dossier, voluminoso, è stato presentato nei giorni scorsi al primo ministro Benjamin Netanyahu. Resta il giallo degli altri tre, la cui fine è ancora ignota.

Si chiude così, almeno per una parte dei parenti, uno dei capitoli più drammatici degli ebrei nati e cresciuti in Iran. L’indagine è stata voluta del premier stesso che ha incaricato David Meidan, suo consigliere e coordinatore delle operazioni di negoziazione e rilascio di prigionieri israeliani, di tirar su una squadra investigativa per dare una risposta a chi, da anni, chiedeva informazioni sulla sorte dei propri cari.

I parenti degli otto ebrei iraniani scomparsi nel 1994 e uccisi secondo il Mossad (foto Ufficio stampa del primo ministro israeliano)

I parenti degli otto ebrei iraniani scomparsi nel 1994 e uccisi secondo il Mossad (foto Ufficio stampa del primo ministro israeliano)

La storia è rimasta nascosta a lungo. Nel 1994 e 1997 undici ebrei con passaporto iraniano, in quattro gruppi, hanno tentato di abbandonare il Paese camminando per giorni. Ma quando i loro parenti, in Israele e negli Stati Uniti, hanno cercato di mettersi in contatto, non hanno avuto risposte. Dopo anni di battaglie e richieste al Parlamento israeliano e all’ufficio del primo ministro, Netanyahu ha dato l’ok alle ricerche.

«Dalle informazioni che abbiamo ricevuto da una fonte attendibile possiamo dire che gli otto iraniani spariti nel 1994 sono stati sicuramente fermati e assassinati», hanno raccontato dal Mossad. «Si sta lavorando sugli altri tre ebrei spariti, tutti partiti nel 1997, di cui non si sa ancora nulla». L’intelligence israeliana non ha fornito altre informazioni. Non ha spiegato, per esempio, chi abbia catturato gli otto del 1994 e chi li abbia uccisi.

Quello che si conosce sono i nomi. Babak Shaoulian-Tehrani aveva 17 anni al momento della sparizione. Abitava a Teheran. Come Shahin Nik-Khoo (19) e Omid Solouki (17). Salari Behzad, 21 anni, e Farad Ezati-Mahmoudi (22) vivevano a Kermanshah. Homayoun Bala-Zade (41) e Rubin Kohan-Mosleh (17) e Ibrahim Kohan-Mosleh (16), invece, avevano casa a Shiraz. Sono tutti morti, secondo il Mossad. Che ora cerca di capire se anche i tre di cui non si sa ancora nulla – Syrous Ghahremani, 32 anni, Ibrahim Ghahremani (61) Nourollah Rabi-Zade (52) – siano stati uccisi anche loro oppure sono prigionieri o fuggiti chissà dove, chissà come.

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«Violenta e razzista», la moglie di Netanyahu finisce (ancora) sotto accusa

Sara e Benjamin Netanyahu

Sara e Benjamin Netanyahu

Quanti guai in casa Netanyahu. Chiuso nel 2010, pagando, il capitolo Lilian Peretz. Respinte altre accuse simili. Querelati un bel po’ di giornali e tv locali perché avevano scritto e intervistato decine di protagonisti. Ora la coppia Bibi-Sara deve vedersela con un’altra causa che arriva al tribunale del lavoro di Gerusalemme e riporta a galla le denunce fatte negli ultimi anni. Sempre contro le stesse persone. E sempre per gli stessi motivi.

Menny Neftali, ex sovrintendente della residenza ufficiale di Benjamin Netanyahu, ha deciso di trascinare davanti a un giudice il premier e la moglie. E chiede, a mo’ di risarcimento, qualcosa come un milione di shekel (circa 200 mila euro). Motivo? «La first lady non solo mi ha trattato malissimo, ma ha avuto nei miei confronti un atteggiamento vessatorio e violento», accusa Neftali. «Denuncia ridicola e vergognosa», replica lo staff del primo ministro.

«È tutto documentato», ribatte l’ex sovrintendente e anche ex guardia del corpo di Netanyahu. «Sono stato umiliato, mi sono stati rivolti commenti razzisti, ho dovuto subire attacchi d’ira che non avrebbe sopportato nessuno», racconta Neftali. Per non parlare dei contributi previdenziali che non sarebbero stati pagati integralmente.

«A volte Sara veniva a svegliarmi alle 3 del mattino per sgridarmi perché avevo comprato il latte sbagliato», continua Neftali. «Un’altra volta mi ha lanciato contro un vaso di fiori comprati il giorno prima perché secondo lei non erano abbastanza freschi».

Menny Neftali, ex sovrintendente della residenza ufficiale dei Netanyahu (fermo immagine da Canale 2)

Menny Neftali, ex sovrintendente della residenza ufficiale dei Netanyahu (fermo immagine da Canale 2)

Non è la prima volta che la consorte del primo ministro finisce nel mirino. Nel febbraio 2010 la coppia – pur dichiarandosi innocente – aveva deciso di pagare 4.500 euro all’ex domestica Lilian Peretz per chiudere una vertenza nella quale la donna accusava Sara Netanyahu di «comportamento umiliante e tirannico».

Una denuncia, quella della Peretz, che aveva mobilitato tv e giornali, ma anche i servizi segreti dopo che l’ex colf aveva iniziato a ricevere telefonate minatorie nel cuore della notte.

L’anno dopo, nell’agosto 2011, era stata la tv israeliana Canale 2 a rivelare che Sara e Bibi erano stati denunciati una seconda volta. Questa volta per violenza fisica. A rivolgersi al tribunale era stata una nepalese che badava al padre novanteseienne della moglie del premier. «Non è vero nulla», aveva replicato l’ufficio del premier. «Sara Netanyahu ha scoperto la badante a frugare nel cassetto del suocero del primo ministro e dopo il rimprovero di Sara Netanyahu la donna si è lasciata andare a un attacco di collera procurandosi da sola le contusioni».

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Fratelli, cugini e nipoti: se lo scudetto è un affare di famiglia

Due calciatori-parenti del Wadi al-Nes a bordo campo (foto di Dusan Vranic/Ap)

Due calciatori-parenti del Wadi al-Nees a bordo campo (foto di Dusan Vranic/Ap)

Un minareto, un grande clan e ottocento abitanti lassù, in vetta alla classifica del calcio palestinese. Sopra a formazioni di città da 250 mila residenti. E squadre con alle spalle imprenditori che non hanno problemi a spendere milioni di dollari. Il richiamo, biblico, a Davide e Golia sarebbe fin troppo facile. Del resto siamo in Medio oriente. E raccontata così, questa storia avrebbe poco di eccezionale. Se non fosse per un piccolo particolare: nel villaggio di Wadi al-Nees, a sud di Betlemme, da anni le sorti di questa capolista con la maglia blu e le righe bianche — il Taraji — sono un affare di famiglia. Letteralmente.

(continua a leggere l’articolo sull’edizione cartacea
di domenica 9 marzo 2014 del
Corriere della Sera)

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Insediamenti, in un anno le nuove costruzioni sono aumentate del 123,7%

Nuove costruzioni nell'insediamento di Har Homa (foto di Debbie Hill/Upi)

Nuove costruzioni nell’insediamento di Har Homa (foto di Debbie Hill/Upi)

Alla fine succede che, forse, avevano ragione i palestinesi. Per mesi sono andati avanti lamentandosi. Urlando. Bussando alla Casa Bianca. E denunciando. «Ma quale congelamento, i coloni in Cisgiordania costruiscono che è una meraviglia».

E loro, gl’israeliani, a smentire. A dire che no, non era vero nulla. Poi arriva l’Ufficio centrale israeliano di statistica. E smentisce le sue stesse autorità. Perché mentre il premier israeliano si preparava a incontrare a Washington il presidente statunitense Barack Obama, da Gerusalemme sfornavano un dossier niente male per le sorti dei negoziati di pace con i palestinesi.

Ecco, dice quel dossier, che nel 2013 le nuove abitazioni tirate su dai coloni sono aumentate – in un solo anno – del 123,7 per cento. Se nel 2012 erano 1.133, l’anno passato era stata toccata quota 2.534. Il tutto in un contesto, la Cisgiordania, dove ora vivono 350 mila persone con passaporto israeliano, pari al 4,4 per cento della popolazione totale dello Stato ebraico. Per fare un confronto: nello stesso periodo di riferimento le nuove abitazioni nella zona di Tel Aviv sono crollate del 19 per cento.

La cosa, a dire il vero, a Washington la sapevano già. Tanto che proprio il presidente Obama ha detto al giornalista di Bloomberg Jeffrey Goldberg che «negli ultimi due anni abbiamo assistito a una politica edilizia israeliana nella West Bank così aggressiva come non si vedeva da tempo».

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Obama a Netanyahu: pace ora o per Israele si mette male

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a sinistra) e il presidente statunitense Barack Obama durante l'ultima visita alla Casa Bianca (foto di Jim Watson/Afp/Getty Images)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a sinistra) e il presidente statunitense Barack Obama durante l’ultima visita alla Casa Bianca (foto di Jim Watson/Afp/Getty Images)

«Sia chiara una cosa: il tempo per voi sta scadendo. Se non vi decidete a firmare la pace con i palestinesi Israele avrà davanti un futuro cupo fatto di isolamento internazionale e minacce alla vostra democrazia a maggioranza ebraica».

La diplomazia, questa sconosciuta. Indaffarato a risolvere la «grana» ucraina, impegnato sul fronte interno a dare ulteriore impulso all’economia, il presidente statunitense Barack Obama ha deciso di affrontare a muso duro il premier israeliano Benjamin Netanyahu che oggi – lunedì 3 marzo – andrà a fargli visita alla Casa Bianca.

Il retroscena, con tanto di frasi, è stato raccontato da Jeffrey Goldberg, giornalista di Bloomberg, che ha intervistato Obama alla vigilia del vertice tra i due leader. Leader che non si sono mai amati. E che, anzi, negli ultimi mesi si tollerano a malapena. Ma ora il presidente statunitense ha deciso la linea della chiarezza.

L’inquilino della Casa Bianca è convinto che l’unico a poter dare un impulso a un processo di Pace in stallo nelle ultime settimane sia proprio Netanyahu. «Sei l’unico israeliano che ha la forza e la credibilità politica per guidare il popolo lontano dal precipizio», gli dirà Obama, secondo la versione di Goldberg. E per convincerlo pare che ricorrerà alla famosa frase del rabbino Hillel: «Se non ora, quando? E se non lei, signor primo ministro, chi?».

Centrale nucleare in Iran

Centrale nucleare in Iran

In realtà l’incontro non sarà così «unilaterale». Da Gerusalemme i bene informati spiegano che Netanyahu si presenterà al 1600 di Pennsylvania Avenue con un dossier voluminoso sugli «errori» dell’amministrazione Usa fatti negli ultimi mesi. Uno su tutti: sedersi al tavolo con l’Iran e cercare un accordo per fermare una politica nucleare «che Teheran – ne sono convinti nello Stato ebraico – non ha nessuna intenzione di abbandonare». Allo stesso tempo però, secondo l’analista della Cbs Dan Raviv, Obama chiederà a Netanyahu di smetterla con gli omicidi mirati, in territorio iraniano, degli scienziati del programma nucleare del regime islamico. Omicidi che Israele non ha mai né confermato, né smentito.

Insomma, sarà un faccia a faccia molto delicato. E salendo sull’aereo Netanyahu non ha nascosto quella che sarà la posizione di partenza dello Stato ebraico: «Negli ultimi anni Israele è stato sottoposto a diverse pressioni – ha detto ai cronisti –. Le abbiamo respinte, questo è quello che è stato e quello che sarà».

Se sulla Siria l’asse Washington-Gerusalemme ha funzionato, se la Casa Bianca ha assecondato Netanyahu e non è intervenuta militarmente contro il regime di Assad, ora Obama vuole presentare il conto al primo ministro israeliano. E chiarirgli una cosa: «Se tu, Netanyahu, non credi che un accordo di pace con i palestinesi sia la cosa giusta da fare per Israele, allora devi presentarmi un approccio alternativo». Approccio che, per ora, né a Washington, né a Gerusalemme hanno ancora individuato. E, forse, non c’è.

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