attualità, cultura

Alice, la pianista di 110 anni sopravvissuta al Nazismo (e candidata all’Oscar)

Alice Herz-Sommer, 110 anni, protagonista del documentario candidato agli Oscar "Lady in number 6"

Alice Herz-Sommer, 110 anni, protagonista del documentario candidato agli Oscar “Lady in number 6”

Lei spera di arrivare, viva, al prossimo marzo. Di salire sul palco del Kodak Theater. Di ricevere la statuetta, e gli applausi e gli onori della sala e l’ammirazione del mondo. Di fare un paio di dediche. Se non altro perché è un primato vivente: è il più anziano ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti. È la pianista con l’età più avanzata. E, se proprio vogliamo dirla tutta, anche «la seconda persona più vecchia di Londra».

Però, prima, questa donna deve entrare nella lista finale di gennaio. Quindi vincerla, quella statuetta tutta luccicante. Potrà farlo se il documentario, tutto incentrato sulla sua vita, saprà farsi largo nei cuori dei giudici. Titolo dell’opera: «La signora al numero 6». Regista: Malcolm Clarke, uno che l’Oscar l’ha già vinto. Probabilmente diventerà famosa per questo, per l’indirizzo della sua residenza attuale, la «signora al numero 6». Ma all’anagrafe si chiama Alice Herz-Sommer. È nata a Praga, ha compiuto 110 anni lo scorso 26 novembre, ha passato la vita a suonare il pianoforte. Anche quand’era circondata dai fili spinati e dalla follia del lager di Theresienstadt, in pieno regime nazista. Ed è, probabilmente, una delle ultime persone ad aver fatto colazione in casa con Franz Kafka, amico di famiglia e ospite fisso durante i fine settimana.

Il documentario – i cui lavori sono durati poco meno di tre anni – parte dalla piccola casa al numero 6, in una via che dal centro porta a nord di Londra. È qui che Alice vive praticamente da sempre. E da sola. Un po’ per colpa dell’uomo. Un po’ per colpa del Destino. Suona Bach e Beethoven per molte ore al giorno. Tant’è che, sostiene, «sono ebrea, ma Beethoven è la mia religione». E, di fronte alla telecamera, ripete spesso: «La musica mi ha salvato la vita e continua a farlo anche ancora».

Alice mentre suona il piano in una scena del documentario che ruota tutto intorno a lei

Alice mentre suona il piano in una scena del documentario che ruota tutto intorno a lei

Quando ha quarant’anni l’Olocausto presenta ad Alice uno spartito diverso. Fatto di violenze, orrore, morte e dolore. La mamma e il marito (Leopold Sommer) vengono messi su un treno con viaggio di sola andata verso Auschwitz. Non ritorneranno mai più. Lei, insieme al figlio di 6 anni, Raphael, diventano prigionieri del campo di Theresienstatd. «Non sapevo né come sfamare Raphael, né come spiegargli cosa stava succedendo», ricorda lei. Nel frattempo Alice suona. All’interno del lager nazista la donna si esibisce più cento volte. «Il pianoforte mi ha fatto uscire viva da quell’inferno».

E deve essere andata così – un po’ come è successo a Władysław Szpilman, diventato «Il pianista» Roman Polanski – perché poi Alice e Raffi (il diminutivo di Raphael) riescono a sopravvivere al campo di concentramento. Si trasferiscono in Israele e ci restano fino al 1986, quando decidono di andare a Londra. Il figlio, nel frattempo, è diventato un bravo violoncellista e direttore d’orchestra. Ma nel 2001 muore all’improvviso. Lasciando Alice completamente da sola, nel suo appartamento al numero sei.

«Non è un documentario sull’Olocausto», spiegano i produttori. «Quello che vogliamo esaltare è la vitalità di questa donna, la sua forza morale, il suo senso dell’umorismo, il suo amore incondizionato per la musica». Prodotto con un budget bassissimo, autofinanziato, gli autori dicono che tutti gli incassi andranno alla «Rafael Sommer Music Foundation», la fondazione creata per ricordare il figlio di Alice.

Alice che suona. Alice che ricorda. Alice che non odia. Nemmeno il Nazismo. «E mai lo odierò», dice. «Non ho mai odiato in vita mia, l’odio porta soltanto altro odio». Poi l’ammissione, alla fine del filmato: «Solo quando siamo davvero vecchi ci rendiamo conto della bellezza della vita». Nonostante Hitler. Nonostante i campi di concentramento. Nonostante la morte improvvisa del figlio. Nonostante tutto.

© Leonard Berberi

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LA STORIA / Ecco Daniel Amit, il 16enne autistico che commuove Israele (in tv)

Il palco di X Factor Israel in onda su Canale 2

Il palco di X Factor Israel in onda su Canale 2

Ma quanto si piange? E quanto si ride? E quanto si discute? E quanto si prende in giro in quest’edizione di «X Factor Israel» all’interno della Nokia Arena di Tel Aviv? Sembra la versione ebraica di «Carramba che sorpresa!». Ricorda le storie strappalacrime di «C’è posta per te». Ha il sapore della «Corrida» di quando a condurlo, il programma, c’era lui, Corrado.

Eppoi c’è la conduttrice, la fotomodella Bar Refaeli, capace di annichilirti con un semplice sorriso tanto è bella, a tratti in modo imbarazzante. Quindi loro, i fantastici quattro della giuria, così diversi che l’unica cosa in comune, forse, è il passaporto. C’è uno dei cultori della musica tradizionale israeliana, Moshe Peretz. All’opposto c’è il cantante pop Ivri Lider, gay dichiarato e da sempre espressione di uno Stato ebraico moderno. In mezzo Shiri Maimon, simpatica, sorridente e con una bella voce in grado di reggere l’R&B. E Rami Fortis, l’anziano, il burbero, l’uomo con la montatura spessa che si vede a decine di metri di distanza da decenni ormai in giro per Israele a trasmettere la sua musica rock.

Daniel Amit, 16 anni di Ramat Gan, uno dei concorrenti di X Factor Israel

Daniel Amit, 16 anni di Ramat Gan, uno dei concorrenti di X Factor Israel

E però, in mezzo a tutto questo, in mezzo ad aspiranti cantanti fallite, a transessuali che hanno svoltato verso via del Declino, a badanti che arrivano dalle Filippine per pulire i fondoschiena degli anziani o per preparare loro la pappa, ecco, in mezzo a tutto questo c’è lui, Daniel Amit, di anni sedici, con una casa a Ramat Gan, capelli riccioli che gli coprono spesso la fronte, la voce di chi ogni giorno deve vedersela sempre con qualcosa e lo sguardo di chi, nonostante tutto, trova il tempo, lo spazio e il modo per sorridere.

Nella prima puntata del talent show Daniel Amit – che condivide lo stesso nome e cognome di un fisico e pacifista israeliano diventato italiano nel 1999 – s’è presentato, a metà programma, con i suoi pantaloni rossi aderenti, le sue All Star ai piedi, la sua camicia a quadri a coprire una maglietta bianca con la scritta «Orgoglioso di essere autistico». Sì perché Daniel autistico lo è davvero. «L’hanno scoperto quando avevo due anni», racconta mentre deve ancora capire cos’ha fatto salendo su quel palco ed entrando nelle case di otto israeliani su dieci.

La scritta sulla maglia di Daniel Amit: "Orgoglioso di essere autistico"

La scritta sulla maglia di Daniel Amit: “Orgoglioso di essere autistico”

«Tutti pensano che chi, come me, ha una disabilità comportamentale o un limite non riesce a fare le cose», spiega il sedicenne. «Beh, non è vero: perché a me hanno sempre insegnato che l’unico ostacolo insormontabile è il cielo. Tutti possono fare tutto, l’importante è che ci mettano l’impegno e che non si abbattano». Daniel, per esempio, è un musicista e cantante. Compone. Disegna anche fumetti con il suo pc portatile. Ha cantato ad alcuni concerti di Aviv Geffen, altro famoso della musica locale. Ha parlato a molte conferenze, comprese quelle di TED. Dove, ovviamente, racconta l’autismo. Il suo nemico. Il suo demone. E guai a nasconderlo. Ci ha fatto anche una canzone, questo adolescente di Ramat Gan, alla periferia est di Tel Aviv. Titolo: «To be or not to live», essere o non vivere.

Ma ora eccolo qui, su questo palco pieno di luci e colori. Davanti a migliaia di persone in carne e ossa. Di fronte a questa giuria. «Ce l’hai l’X Factor?», gli chiedono. E lui, timido, risponde. A questa domanda, che vuol dire tutto e nulla. Alle altre domande. A volte si mangia le parole. Mentre lo sguardo di tutti scorre lentamente – ma facendo attenzione a non farsi notare – verso quel «Orgoglioso di essere autistico».

«Cosa ci canti stasera?», gli chiedono ancora dal tavolo della giuria. «HaNasich HaKatan», dice Daniel. Sarebbe «Il piccolo principe», in ebraico. Non una canzone qualsiasi. Non in Israele. Non per le ultime tre generazioni nate e cresciute in questo pezzo di terra mediorientale. È la canzone composta da Yonatan Geffen. Racconta la storia di questo «piccolo principe» portato via dalla sua adolescenza per difendere la Patria dai nemici. Sintetizza le vite di migliaia di ragazzi strappati all’innocenza e buttati, a volte come carne da macello, nelle follie dell’area.

Le lacrime di Rami Fortis (uno dei giudici), della mamma di Daniel Amit e della conduttrice Bar Refaeli

Le lacrime di Rami Fortis (uno dei giudici), della mamma di Daniel Amit e della conduttrice Bar Refaeli

«Pagashti oto beleiv hamidbar», esordisce Daniel (in fondo il video della performance, nda). «L’ho conosciuto nel cuore del deserto». E scattano i primi segni di apprezzamento. «Yafah shkiyat shemesh leleiv atzuv», continua il ragazzo. «Quanto sembra bello il tramonto a un cuore triste». «Tziyarti lo eitz vekivsah al niyar», gli ho dipinto un albero e una pecora su un foglio, intona il concorrente, e intanto Shiri Maimon è rapita da quella voce. «Vehu hivtiyach li sheyashuv», e lui mi ha promesso che sarebbe tornato. Ed è qui che il giudice più anziano si commuove. E non la smette di piangere. E anche dagli spalti si commuovono. Per Daniel, per quella voce graziosa, per quello che la canzone rappresenta.

«Pagashti oto beleiv hamidbar», conclude il sedicenne. E si alzano tutti in piedi. E applaudono da ogni angolo. E gli fanno cenno di essere andato benissimo. E gli dicono tutti e quattro i giudici «Sì», per spiegargli che sì, è stato preso, che passa alla fase successiva. Fase dove deve vedersela con decine di concorrenti, bravi come lui, ma anche meno e più di lui. Però per ora chi si ne frega della seconda tappa di questa sfida. Ora importa beccarsi gli applausi del pubblico. Le lacrime della mamma. La commozione di Bar Refaeli. Domani è un altro giorno. Sempre in compagnia dell’autismo. Perché Daniel è «orgoglioso di essere autistico».

© Leonard Berberi

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Israele, la sfida di un’organizzazione: “Chi è accusato di aver evaso il fisco non deve apparire in tv”

Il cantante israeliano Moshe Peretz, 30 anni, giudice di X Factor Israel (foto di Eitan Tal)

Il cantante israeliano Moshe Peretz, 30 anni, giudice di X Factor Israel (foto di Eitan Tal)

Divi sì. Giudici di talent show per di più. Ma restano comunque sospettati di aver evaso il fisco. Per questo bisogna toglierli dallo schermo. Perché, ecco, non sono proprio di buon esempio. Lo domanda a gran voce il «Movement for quality government», un’organizzazione israeliana che si batte per migliorare la qualità della democrazia del Paese.

La richiesta è stata ufficializzata giovedì con la consegna dei documenti all’Alta corte di giustizia. E chiede che quei due lì – i cantanti Eyal Golan e Moshe Peretz – vengano cacciati dai talent show di Canale 2, la più seguita nello Stato ebraico. Motivo? Entrambi hanno frodato il fisco. Golan per una cifra superiore ai 2,5 milioni di shekel (circa 500 mila euro). Peretz per non aver dichiarato guadagni pari a 1 milione di shekel (circa 200 mila euro).

Il cantante israeliano Eyal Golan, 42 anni, giudice a "E' nata una stella" (foto di Nati Shohat/Flash90)

Il cantante israeliano Eyal Golan, 42 anni, giudice a “E’ nata una stella” (foto di Nati Shohat/Flash90)

Dice l’organizzazione: «Pagare le tasse è uno degli elementi fondamentali di una democrazia, è un dovere per tutti i cittadini residenti nel nostro Paese. Chi viola questa cosa, viene punito». Quindi il punto: «Se però si dà esposizione mediatica, per di più in prima serata, a individui condannati per aver mentito al Fisco allora il rischio è che passino per eroi». E che, quindi, alla spicciolata tutti gli altri inizino a non pagare più le tasse. O a mentire per pagarne di meno. «Resta fermo il fatto che si è innocenti o colpevoli fino a sentenza definitiva – precisa l’organizzazione – però fino ad allora è meglio non dare esposizione mediatica a chi è coinvolto in vicende giudiziarie di questo tipo».

Il ragionamento, per molti, non fa una piega. Però poi c’è la realtà. Togliere Golan e Peretz non sarà facile. Perché la legge darà pur ragione ai giudici, ma i cantanti sono diventati i protagonisti dei programmi tv dove sono impegnati. Il primo, Eyal Golan, a «Rising star» (ex «È nata una stella»), iniziato a settembre. Il secondo, Moshe Peretz, a «X Factor Israel», inaugurato il mese scorso. Il primo ha 42 anni, è una delle star della musica “mizrahi”. Il secondo di anni ne ha 30, è l’idolo delle ragazze e se la batte con l’altro sullo stesso tipo di musica.

© Leonard Berberi

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Four more years

Quattro anni. Il piccolo cresce. Si alimenta. Incuriosisce. Fa discutere. E comunque, ed è questo che interessa a chi lo cura (cioè il sottoscritto), tiene aperta una finestra. Sul Medio Oriente, ovvio.

Sono passati esattamente quarantotto mesi e più di mille post dal primo, datato 12 novembre 2009. Per chi se lo vuole leggere basta cliccare qui. E di solito, almeno questo ammettiamolo, ci si lascia andare in lunghi sproloqui su quanto è bello, quanto ci divertiamo, quanto siamo utili al mondo.

No, vi risparmio tutto questo. Mi prendo solo qualche riga per ringraziare (soprattutto) chi qui ci viene spesso e condivide e qualche volta commenta o s’arrabbia. Ma devo dire grazie anche a chi qui ci passa soltanto perché veicolato da Google Immagini o perché cerca informazioni “turistiche”. Sì, perché – con mia grande sorpresa – il post più letto per ora è «Dieci cose da fare (e vedere) quando andate a Tel Aviv».

A presto
Leo

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“C’eravamo tanto amati”. Israele e Usa mai stati così lontani

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Mai stati così lontani. Mai stati così l’uno contro l’altro. E se non è rottura poco ci manca. Perché per chiudere una «relazione» durata decenni servono giorni, settimane. Forse mesi. Ma ormai è ufficiale: finché a Washington ci sarà Barack Obama Israele non intende fare nulla di più di quel che richiede il protocollo della diplomazia tra due Paesi che hanno semplici contatti. Tanto che, dice un diplomatico israeliano a Falafel Cafè, «in Medio Oriente siamo al liberi tutti: ognuno può fare quello che vuole».

A Gerusalemme sono furiosi. L’incontro a sorpresa previsto venerdì pomeriggio, 8 novembre, tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, secondo molti porterà alla firma della prima parte dell’accordo sul nucleare di Teheran. Il che si traduce in un alleggerimento delle sanzioni nei confronti del regime islamico. E quindi in una maggiore facilità nel portare dentro il Paese materiale potenzialmente pericoloso. Una mossa – peraltro non annunciata nemmeno agli esponenti dello Stato ebraico – che viene vista come la «pietra tombale» dei rapporti sull’asse Washington-Gerusalemme.

Sull’Iran la posizione del premier israeliano Benjamin Netanyahu è da sempre quella: niente alleggerimento, andare avanti con le sanzioni, cercare di bloccare – con le buone o con le cattive – i progressi nucleari di Teheran. Chiusura totale, insomma. Del resto come potrebbe essere altrimenti, ha sempre detto Netanyahu a Obama, «con uno Stato che non solo ci vede come dei nemici, ma che progetta ed esalta la nostra distruzione? Fai attenzione perché stai facendo un errore storico».

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Nulla da fare. Il presidente americano, nel pieno ormai della seconda fase della sua dottrina, non intende retrocedere. Obama pensa che gli Usa ormai abbiano fatto la loro parte: basta quindi prendersi in carico i problemi del mondo, stop agli interventi – armati e umanitari – in aree di guerra. Washington guarda all’Estremo Oriente. Quello Medio sembra non rientrare più tra le aree strategiche.

A Gerusalemme se ne sono accorti. Hanno provato per un po’ a far cambiare idea all’amministrazione americana. Si sono anche seduti al tavolo con la controparte palestinese, dallo scorso luglio, per riprendere i negoziati di Pace e per risolvere – una volta per tutte – il conflitto che dura da decenni. Ma nulla da fare. Così il governo dello Stato ebraico, dopo una lunga consultazione con i vertici dell’Intelligence, ha preso atto che i tempi sono cambiati.

Il ragionamento che va per la maggiore tra i ministri dell’esecutivo Netanyahu è questo: gli Usa hanno ormai abbandonato il campo mediorientale. Israele è da solo. Da un lato è meno protetta, ma dall’altro ha mani libere sull’area. «Mani libere» che la sera del 30 ottobre hanno portato l’esercito a lanciare razzi contro un deposito militare di Latakia, in Siria. Il primo attacco da luglio. Il primo dopo la decisione di Assad di smaltire le armi chimiche.

Subito dopo – spiegano da Gerusalemme – è stato spiegato all’amministrazione americana quel che era appena successo in territorio siriano. Una notizia che non è per nulla piaciuta a Obama, da settimane impegnato a evitare a tutti i costi l’intervento armato contro Assad. Anche a costo di fare giravolte diplomatiche che non sono per nulla piaciute ad alcuni paesi arabi (vedi alla voce Arabia Saudita).

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d'Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d’Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Di qui la decisione di «rispondere» a questo gesto spifferando il tutto alla Cnn. Il gioco, per gli americani, è stato facile: è bastato un alto funzionario della Casa Bianca. La notizia s’è diffusa in tutto il mondo. E a Gerusalemme è stato una lunga serie di «sono scandalosi», «non ci si comporta così», «Obama a che gioco sta giocando?». «Gli Usa hanno fatto una cosa incredibile, impensabile», hanno raccontato esponenti del governo israeliano alla tv Canale 10. Mentre altri ancora hanno puntato direttamente il dito: «L’indiscrezione del nostro attacco è venuta direttamente dalla Casa Bianca», hanno raccontato altri a Canale 2.

E veniamo a queste ore. Con un’accelerazione improvvisa del tavolo sul nucleare e la rabbia d’Israele. Tanto che a Gerusalemme stanno pensando a come «rispondere» all’atteggiamento americano. I falchi del governo premono per far saltare i colloqui di Pace con i palestinesi. I vertici della sicurezza nazionale, invece, stanno convincendo il primo ministro a dare l’ok alla rivelazione – in via indiretta – di materiale top secret che potrebbe mettere gli americani in una posizione ancora più imbarazzante di quanto non siano già a causa dello scandalo Nsagate.

Un tempo amanti. Poi diventati marito e moglie. Ora in piena causa di separazione. E chissà quando, e se, arriverà il divorzio. Di certo non mancheranno i colpi bassi sia da Washington che da Gerusalemme. Per la gioia di Hezbollah. Di Assad. Dell’ayatollah Khamenei. E, ovviamente, di Putin.

© Leonard Berberi

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Giovane, madre e divorziata: ecco la nuova portavoce di Hamas

Divorziata, mamma, «convinta femminista» e ora portavoce di Hamas. Una donna, per la prima volta. E a solo 23 anni. Due giorni fa l’organizzazione paramilitare che comanda la Striscia di Gaza ha scelto chi sarà il nuovo volto che andrà a parlare a tutti i giornalisti stranieri per conto di quelli che Israele considera dei terroristi.

Lei si chiama Israa al-Mudallal, è divorziata, ha una figlia e parla l’inglese come fosse la prima lingua. Del resto come potrebbe essere altrimenti visto che ha studiato a Bradford, nel Regno Unito, dove ha passato anche l’infanzia. Poi è tornata a Gaza, dove ha fatto la corrispondente con Press Tv, l’all news dell’Iran, per lavorare poi con al-Kitab, un’emittente locale. In parallelo, sulle orme del papà che insegna Scienze politiche all’Università islamica di Gaza, anche lei è docente. Di giornalismo, ovviamente.

Israa al-Mudallal, 23 anni, la nuova portavoce di Hamas con i giornalisti stranieri

Israa al-Mudallal, 23 anni, la nuova portavoce di Hamas con i giornalisti stranieri

Israa dovrà spiegare ai cronisti internazionali Hamas e quello che fa. Da poche ore gestisce un ufficio stampa composto di soli uomini. Uomini che, a proposito, parlano già benissimo di lei e la giudicano un «vulcano di idee». Parlando con l’Ansa, il nuovo portavoce dice di avere molto da imparare. Non vuole ancora esporsi, soprattutto sulle questioni delicate: «Lasciatemi studiare – dice –, ne riparleremo magari fra un mese…».

Che Hamas voglia riguadagnarsi un po’ di credibilità agli occhi dei palestinesi? Probabile. Di certo è un colpo ad effetto assumere una donna, divorziata, per un ruolo da anni assegnato agli uomini. E in una società che per molti è profondamente maschilista.

Il lavoro di Israa, per ora, si concentrerà proprio su questioni sociali: la gioventù di Gaza, i profughi, la condizione femminile. «I miei impegni di lavoro sono assillanti – racconta ancora all’Ansa – mia figlia è adesso con la nonna». Mentre con l’agenzia stampa palestinese Maan analizza già quella che secondo lei è la nuova realtà: «I media occidentali finalmente si sono accorti che i cronisti israeliani falsificano i fatti, per questo dobbiamo sforzarci ancora di più per far scoprire le loro bugie».

© Leonard Berberi

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VIDEO / X Factor Israel tra risate, sorprese, rabbia e lacrime

Rose, badante filippina di 46 anni, poco prima di esibirsi di fronte ai giudici di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

Rose, badante filippina di 46 anni, poco prima di esibirsi di fronte ai giudici di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

Avviso ai naviganti: la puntata è (quasi) tutta in ebraico. Ma merita lo stesso di essere vista. Non solo perché ci sono cantanti famosi in giuria (Ramis Fortis, Shiri Maimon, Ivri Lider e Moshe Peretz), ma anche perché conduce Bar Refaeli, proprio lei, una delle modelle più belle e pagate del mondo.

Il 26 ottobre è iniziato X Factor Israel. Sotto trovate la prima puntata trasmessa da Reshet. Un’ora e venti minuti di sorprese, di risate e lacrime. Con protagonisti interessanti e folli, divertenti e bizzarri. Ho selezionato quelli che, secondo me, sono i momenti assolutamente da vedere:
minuto 27: la diva mancata
minuto 37: il ragazzino prodigio che fa piangere il più anziano della giuria
minuto 43: ecco a voi i “Kippah Live”
minuto 51: la popstar “tigrotta” con fidanzato zerbino
minuto 61: l’uomo delle catene (da non perdere la reazione dopo il voto della giuria)
minuto 72: Rose, la badante filippina con una voce soul

Buona visione!
(l.b.)

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