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Ascesa e declino in vent’anni. Viaggio dentro la Stazione degli autobus di Tel Aviv

Una delle rampe dei bus della Nuova stazione centrale di Tel Aviv (foto da Wikipedia)

Una delle rampe dei bus della Nuova stazione centrale di Tel Aviv (foto da Wikipedia)

Doveva essere stupenda, funzionale, innovativa. Il fiore all’occhiello dei trasporti cittadini e nazionali. La stazione più grande del mondo. Uno dei luoghi con il maggior grado di protezione, anche dalle bombe atomiche. Il centro della vita sociale dei telavivini. Oltre che, s’intende, un pezzo d’arte, un simbolo della nuova architettura urbana del Medio Oriente. O meglio: dell’unica democrazia di questo pezzo di mondo. E invece, non è stato niente di tutto questo. Se non, bisogna dirlo, per quell’enorme rifugio anti-atomico scavato nel sottosuolo e ormai uno dei tanti non-luoghi. O per quel primato, di terminal dei bus più grande del mondo, che ha resistito per diciassette anni. Eppure il quartiere, tutt’intorno, ha un nome decisamente rassicurante: «Neve Sha’anan», oasi tranquilla.

Benvenuti alla «Nuova stazione centrale degli autobus» di Tel Aviv. Una mega-costruzione di rampe, negozi, scivoli, passaggi, gallerie alta sette piani, grande 240 mila metri quadrati, inaugurata il 18 agosto 1993 dopo che il Comune aveva dato il via ai lavori nel dicembre 1967. Vent’anni dopo quel sogno è diventato un luogo sempre affollato di giorno. Mentre di notte si trasforma nel regno di senzatetto, migranti in cerca di uno straccio di posto dove dormire, spacciatori, prostitute locali e dell’Est Europa, adolescenti palestinesi che si vendono per pochi shekel.

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Un gruppo di ragazzi fa break dance (foto di Yifa Yaakov)

«Non poteva essere altrimenti», spiegano da sempre gli abitanti di Tel Aviv. «La stazione non è davvero nel centro della città, è stata costruita al sud, nel quartiere più povero dell’area». «È una delle cose più brutte mai costruite in questa nazione». Qualcuno, poi, ricorda il primato del 2010: un omicidio, tre stupri. Tutti dentro questo eco-mostro legalizzato, utilizzato soltanto per il 60 per cento della sua dimensione, che però, al suo interno, ha anche un cinema con sei sale («mai usate») con una statua di Charlie Chaplin consumata dal tempo e, da poco, un’«oasi» da preservare – in realtà uno dei tunnel usati dagli autobus per entrare e uscire – perché piena di pipistrelli.

I tentativi di «riportarla in vita» non mancano. Secondo «See Tel Aviv», un’organizzazione che gestisce visite guidate nella città, è uno dei posti da non perdere. E ogni giorno ci porta decine di turisti. In realtà di turistico c’è ben poco. All’interno, oltre a vedere una costruzione labirintica che spesso ti fa perdere le tracce, domina l’illuminazione artificiale. Più che una stazione di autobus ricorda un ospedale. Superati gli ingressi dopo il controllo di sicurezza si mostrano questi lunghi percorsi affollati e pieni di negozi e negozietti ai lati. C’è una maggioranza di venditori asiatici (filippini soprattutto), ma anche arabo-israeliani che vendono schede telefoniche, cover per cellulari e vestiti a meno di dieci euro. Sembra, a prima vista, che ogni etnia abbia la sua fetta di mercato. E forse è per questo che tra negozianti non ci sono particolari problemi.

La Stazione all'interno

La Stazione all’interno

La Stazione centrale è stata progettata da Ram Karmi, l’autore della Corte Suprema a Gerusalemme e del Terminal 3 dell’aeroporto «Ben Gurion» di Tel Aviv. Lo stile è quello del «Brutalismo» che prevede il cemento a vista e nelle intenzioni di Karmi doveva essere in grado di gestire un flusso di 2 milioni di persone al giorno, praticamente tre quarti della popolazione israeliana nel 1967. All’interno furono realizzati un centro commerciale dotato di 29 scale mobili e 13 ascensori, più di mille negozi e ristoranti. Il tutto su quattro piani. Perché gli altri tre vennero dedicati ai bus in partenza e in arrivo di diverse compagnie.

Un po’ per le guerre, un po’ per le difficoltà finanziarie, il progetto è stato terminato soltanto nel 1993. E quando i vertici del Paese tagliarono il nastro di apertura, quasi tutti era d’accordo su una cosa: quella stazione nuova di zecca non serviva già a nulla. Vent’anni dopo, in realtà, resta uno degli snodi principali della città. «Ma solo perché per ora non hanno costruito un’alternativa», si lamentano i passeggeri. Che poi non perdono un secondo a elencare quello che non va. E quello che si può trovare, in modo del tutto inatteso, in un posto come questo.

Uno dei tunnel dell'edificio ormai frequentati solo dai turisti con le guide (foto di Yifa Yaakov)

Uno dei tunnel dell’edificio ormai frequentati solo dai turisti con le guide (foto di Yifa Yaakov)

Per dire: all’interno dei sette piani ci sono una sorta di museo improvvisato con almeno 35 mila pezzi della via ebraica nei ghetti d’Europa durante la seconda guerra mondiale. Ma anche una chiesa filippina, un’aula scolastica dove i volontari danno lezioni per i figli dei migranti che lavorano in Israele, uno spazio ormai adibito alla break dance, un altro dedicato a chi vuole fare yoga e meditazione, un ristorante indiano (al terzo piano). Il tutto mentre sullo sfondo migliaia di persone scendono dai bus, camminano veloci, si perdono, si smarriscono in una delle decine di uscite. Bisogna arrivare all’ultimo piano che funziona anche come terrazza per vedere qualcosa di «bello»: il panorama di Tel Aviv, il mare, il tramonto, un pezzo di Gerusalemme, uno scorcio di Cisgiordania.

Il Comune vorrebbe comunque disfarsene della Stazione. Anche perché, secondo alcuni immobiliaristi, dalle «ceneri» dell’edificio potrebbero «sorgere» almeno 3 mila appartamenti. Quanto basterebbe per calmare i prezzi al metro quadro che ormai, da queste parti, fanno concorrenza ai centri di Roma e Milano, ma anche per risolvere – anche se soltanto per poco – la domanda cronica di case che a Tel Aviv dura ormai da anni.

© Leonard Berberi

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