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Il piccolo “R”, il papà morto e il desiderio di diventare nonni

Irit Rosenblum, numero uno dell'organizzazione israeliana "New Family" (foto di Tali Mayer / Haaretz)

Irit Rosenblum, numero uno dell’organizzazione israeliana “New Family” (foto di Tali Mayer / Haaretz)

Lui si chiama «R». È un bebè nato a maggio in Israele. Voluto, fortissimamente voluto, dai nonni. Ché il papà non ha fatto in tempo a concepirlo quel figlio. Ucciso a 30 anni, e scapolo, da un male incurabile.

Il papà di «R», però, aveva fatto qualcosa di particolare: prima di fare il servizio militare aveva fatto congelare il suo seme presso la «New Family», l’organizzazione che si batte per difendere quello che ritiene essere un diritto universale ad avere figli. La leva, in Israele, dura 3 anni per gli uomini. E in quel periodo di tempo – nello scenario instabile mediorientale – può succedere di tutto. O nulla. Così l’uomo, temendo di restare ferito o sterile, s’è presentato negli uffici della fondatrice dell’associazione Irit Rosenblum.

La stessa Irit che, qualche mese fa, ha dovuto ascoltare la richiesta di questa coppia d’anziani. Un uomo e una donna, distrutti dalla morte del figlio, ma sicuri di volere un nipotino usando il seme che lui ha depositato. Anche se il piccolo nascerà orfano. Anche se il piccolo non avrà una madre che sia una madre.

Irit, insieme alla «New Family», dice sì. «Mi hanno commosso tantissimo», dice. La coppia, nel frattempo, trova anche una donna – «A» – disposta a portare in grembo il bambino. Bambino che nasce a maggio, pieno di salute e coperto di coccole. Il rapporto con la mamma? «Molto buono», spiega Irit.

Il diritto ad avere un nipote o il diritto ad avere dei genitori? In Israele, quando la notizia è diventata pubblica, le due fazioni hanno detto la loro. Al momento nello Stato ebraico si conoscono soltanto dieci casi di bambini nati grazie allo sperma congelato di un defunto. Ma in tutti gli altri casi l’inseminazione artificiale era stata chiesta dalle vedove.

© Leonard Berberi

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LA STORIA / Il dramma della famiglia Naor e il rene donato a un piccolo palestinese

Noam Naor, il piccolo di 3 anni morto dopo essere caduto accidentalmente dalla finestra di casa. I genitori hanno deciso di donare i suoi organi. Un rene è stato trapiantato in un bambino palestinese

Noam Naor, il piccolo di 3 anni morto dopo essere caduto accidentalmente dalla finestra di casa. I genitori hanno deciso di donare i suoi organi. Un rene è stato trapiantato in un bambino palestinese

«Signor Naor che facciamo? È d’accordo a donare il rene di suo figlio a un palestinese?». Forse qualcuno ci sta già pensando a farne un film. E qualcuno forse userà questa storia per i suoi racconti mediorientali. Per sottolineare i troppi volti delle tensioni tra arabi e israeliani.

«Signor Naor che facciamo?». Succede tutto dieci giorni fa in una casa a Ramle, a pochi chilometri da Tel Aviv. Poche ore prima un dottore, un chirurgo, ha appena spiegato al signor Naor che suo figlio di 3 anni, Noam, è clinicamente morto. La caduta dalla finestra di casa è stata fatale. Il piccolo non ce l’ha fatta. Il padre e la madre decidono di donare gli organi. Tutti. Un rene parte subito nella sala operatoria dove in attesa c’è un altro bambino israeliano.

A chi donare l’altro rene? La domanda non è facile. I medici e il ministero della Salute fanno una ricognizione. Usano l’unico standard accettato: quello del percorso clinico e dell’età di chi ha bisogno. La ruota si ferma al Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme. Lì c’è un ragazzo palestinese di dieci anni che dal 2006 fa avanti e indietro per la dialisi.

E allora ecco che dal ministero telefonano in casa Naor. «Volete donare l’altro rene di vostro figlio a qualcuno che non è israeliano, nel caso in questione un palestinese?». Dall’altra parte della cornetta i Naor reagiscono con qualche secondo di silenzio. Chissà se per la telefonata o per quella domanda, così precisa e diretta, se dire sì o no, se decretare la fine delle sofferenze di un ragazzino oppure far vincere le barriere ideologiche e culturali che ogni tanto qualcuno tenta di tirare sempre più su.

Infermiere in un corridoio del Beilinson Hospital di Petah Tikva, a est di Tel Aviv (foto di David Bachar)

Infermiere in un corridoio del Beilinson Hospital di Petah Tikva, a est di Tel Aviv (foto di David Bachar)

Allora signor Naor? «Non mi interessa chi riceve il rene di mio figlio, l’importante è che questo serva a far finire il calvario a qualche bambino», risponde il padre di Noam. Nel giro di poche ore l’organo viaggia al Beilinson Hospital di Petah Tikva dove l’aspettano chirurghi e infermieri, genitori in ansia e un ragazzino di dieci anni. L’intervento fila liscio. Il piccolo palestinese riapre gli occhi. Ora dovrà affrontare alcuni giorni delicati per far sì che il rene non venga rigettato. Ma i dottori sono ottimisti.

«Non ho parole», commenta il papà del piccolo ragazzino con casa in Cisgiordania. «Voglio solo dire grazie ai Naor per aver dato una nuova vita a mio figlio e a noi dopo anni di sofferenze». Yael German, ministro israeliano della Salute, parla di «esempio da seguire». «I genitori di Noam sono una fonte di ispirazione per tutti noi: nel momento più brutto della loro vita hanno preso una decisione difficile. Siamo orgogliosi di loro».

«Lo spirito umano non fa differenze sulla base del sangue», scrive il presidente Simon Peres sulla sua pagina Facebook. «Ho parlato con Sarit, la mamma del piccolo Noam: s’è comportata in modo coraggioso e ha riempito i nostri cuori di orgoglio». A fianco al messaggio, pubblicato in ebraico e inglese, il volto del piccolo di tre anni. Protagonista, triste, di una storia che accende una piccola speranza in Medio Oriente.

© Leonard Berberi

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