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Da edificio-simbolo a oggetto di sciacallaggio. La triste fine dell’aeroporto di Gaza

(foto AP)

Per anni non ci aveva messo piede nessuno. Dopo i bombardamenti israeliani non restava più niente, se non lo scheletro di quello che un tempo era la struttura principale. E una pista asfaltata. Che accoglieva gli aerei provenienti dai paesi arabi. O dava lo spazio giusto ai velivoli per decollare. Perché in meno di dieci secondi dalla partenza, i bolidi volanti erano già in territorio egiziano.

Ora, dell’Aeroporto internazionale “Yasser Arafat”, dodici anni dopo la sua inaugurazione, non resta più niente. Né i voli, né il padre spirituale. Ma se quest’ultimo sono in tanti a rimpiangerlo, nessuno si dispera per quell’unica finestra verso il mondo esterno che ora non c’è più. Perché a vederlo com’è ridotto oggi, l’aeroporto, sembra di stare in un mondo post-apocalittico o su Marte.

Opera delle bombe, certo. Ma anche dei palestinesi stessi. Che, senza lavoro e senza soldi, hanno iniziato da qualche mese a spolpare quel che resta di quel gioiello. La pista ormai è ridotta in brandelli che in alcuni tratti sembrano colline. Gli edifici reggono a malapena. E prima o poi cadranno giù. Il ferro contenuto al loro interno è troppo prezioso per le nuove costruzioni. Ed è un materiale che Israele non fa passare attraverso i suoi valichi. Insieme al bitume, al petrolio, al cemento e a tutto quello che serve per costruire case, palazzi, strade e ponti.

(foto AP)

«Non ho un lavoro e in qualche modo devo sfamare i miei figli», dice all’Associated Press Hilmi Izawied, 34 anni, uno dei “saccheggiatori” dell’aeroporto e padre di sei figli. «Qui prendo quello che mi serve per rivenderlo al mercato nero. Riesco a portarmi a casa 15-30 dollari al giorno».

Ogni mattina, per ore intere sotto al sole, centinaia tra uomini, donne e bambini si presentano sulla pista. Scavano, prendono quello che si trova sotto all’asfalto, caricano su carrozze trainate da un asino o da un cavallo e cercano di vendere il tutto. Quelli che vanno per la maggiore sono le barre di ferro e la ghiaia speciale che si trova poco sotto il bitume. Da lontano, i miliziani di Hamas stanno a guardare. O non si fanno proprio vedere.

Tempo qualche mese e del glorioso aeroporto non resterà più niente. E pensare che, proprio su quell’asfalto, Arafat aveva salutato la costruzione come il primo atto concreto verso la creazione e la proclamazione dello Stato palestinese.

Leonard Berberi

Il video di Al Jazeera English

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In Israele è già tempo di far scattare l’ora solare. E le polemiche

Fuori, da Haifa a Eilat, passando per Tel Aviv, ecco fuori ci sono ancora una quarantina di gradi. Il vento caldo, poi, colpisce il deserto del Negev un giorno sì e l’altro pure. E il sole illumina il paese almeno fino alle otto e mezza di sera.

Ma questo non cambia le cose. Perché, caldo o non caldo, luce o non luce, tra due settimane in Israele scatta – ufficialmente – l’ora solare. Con circa due mesi di anticipo rispetto agli Usa e un mese e mezzo prima dell’Europa.

E puntualmente scattano anche le polemiche. Perché più dura l’ora legale più aumentano i risparmi energetici. E perché si lavora di più e meglio. I dati sono lì a dimostrarlo. Ma provate a convincere i religiosi israeliani.

«Siamo l’unico paese dove una minoranza di ebrei osservanti è riuscita a piegare la volontà della maggioranza e a decidere quando far cambiare l’ora ufficiale», polemizza Nehemia Shtrasler sul quotidiano Haaretz. E ricorda che l’andazzo va avanti dal 2005. Da quando alla Knesset passò la richiesta dei parlamentari religiosi e ultraortodossi di far finire l’ora legale il giorno prima dello Yom Kippur, la festa ebraica che scatta tra settembre e ottobre. «Nessun deputato degli altri partiti – nota Shtrasler – si è permesso di dire qualcosa o di opporsi».

Il 12 settembre quindi si cambia. Mentre in Europa l’ora solare scatterà il 31 ottobre e negli Usa addirittura il 7 novembre. «Forse noi israeliani siamo più ricchi degli americani e possiamo permetterci di pagare costi eccessivi», ironizza il giornalista.

I vantaggi di una lunga stagione con l’orario legale sono tanti. Il risparmio energetico, soprattutto. Ma anche una maggiore produttività, un minor numero di incidenti stradali e una migliore vita sociale. Chiude Shtrasler: «Tra due settimane bisognerà preparare cappotti invernali». E pazienza se fuori il Sole picchia come non mai e ci sono quaranta gradi all’ombra.

Leonard Berberi

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E ora Israele e Palestina litigano pure su Wikipedia

Un altro fronte di guerra. A pochi giorni dalla ripresa dei colloqui di pace. Tra Israele e Palestina, tra ebrei e musulmani, ora ci si è messa – senza volerlo – anche Wikipedia.

Dopo l’annuncio di un gruppo di ebrei ultraortodossi di aver aperto «il primo centro sionista per la difesa d’Israele sulle pagine dell’Enciclopedia globale», ora s’è fatta avanti anche un’organizzazione palestinese. Lo scopo: lo stesso. Ma al contrario. E cioè: ribattere, correggere, modificare e cestinare qualsiasi voce del dizionario «non corrispondente alla realtà (palestinese, nda) dei fatti».

La controffensiva digitale palestinese è stata affidata ad Abdul Nasser An-Najar, giornalista e numero uno del sindacato di categoria in Cisgiordania. An-Najar ha anche invitato l’Autorità palestinese a prendere parte all’iniziativa «per contrastare il punto di vista israeliano su Wikipedia».

«La prossima guerra che coinvolgerà il Medio oriente sarà un conflitto mediatico», ha detto An-Najar. Perché, ha spiegato, «le notizie e le opinioni che riguardano la nostra area e che vengono pubblicate sul web finiscono per formare l’opinione pubblica mondiale e non possiamo permettere che il punto di vista ebraico sia alla base delle idee di chi ci guarda da fuori».

A dare il via a questo nuovo conflitto è stata – la scorsa settimana – l’iniziativa dello Yesha Council e dell’Yisrael Sheli (“Il mio Israele”, nda) di organizzare un corso informatico per consentire agli ebrei di presentare il loro punto di vista su Wikipedia e di evitare il più possibile la deformazione delle notizie.

«Non vogliamo cambiare l’Enciclopedia o trasformarla in strumento di propaganda politica», ha riferito Naftali Bennett, direttore dello Yesha Council, al quotidiano britannico Guardian. «Vogliamo soltanto mostrare anche l’altra parte. È indubbio che gli attivisti filo-palestinesi sono di più di quelli filo-israeliani. Per questo le persone pensano che noi israeliani siamo gente malvagia e che facciamo del male agli arabi ogni giorno».

Leonard Berberi

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