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Siria, voci di assedio parziale al palazzo presidenziale: “Assad è rinchiuso nelle sue stanze”

Stanco, assediato, costretto a non uscire dal suo palazzo e triste, il presidente-dittatore Bashar al-Assad sente che il momento di cadere come Saddam, Mubarak e Gheddafi potrebbe essere arrivato. La Siria è a un punto di svolta? Pare di sì. Almeno a sentire le voci che, per ora non confermate, arrivano da Damasco.

Assad, dicono queste voci, vivrebbe rinchiuso con i suoi più stretti famigliari nel palazzo presidenziale. Obbligato da un battaglione della Guardia repubblicana a non muoversi dalle stanze dove abitualmente dorme e trascorre le giornate di relax.

La voce è rimbalzata nelle agenzie d’intelligence di mezza Europa e per ora non avrebbe incontrato smentite. Secondo le informazione raccolte dagli 007 europei – puntualmente rilanciate da ambienti israeliani – Assad, “dalla seconda metà della scorsa settimana”, sarebbe tenuto rinchiuso nel suo palazzo. Né lui, né la sua famiglia avrebbero la possibilità di lasciare l’edificio senza il permesso del comandante che guida la brigata. Resta da capire chi abbia deciso di prendere un provvedimento simile, considerato il reticolo parentale che governa tutti gli apparati sensibili della Siria.

Asma, la moglie del presidente siriano Assad, nell’ultima foto pubblicata qualche giorno fa mentre è intentata a giocare a badmington

Le fonti d’intelligence, mentre cercano prove a conferma della situazione, non parlano di un assedio vero e proprio al palazzo presidenza. Parlano, piuttosto, di “assedio parziale”, deciso “per evitare la fuga del presidente e della sua famiglia”.

Una condizione, questa, “di cui sono perfettamente a conoscenza sia Assad che la moglie Asma e, proprio per questo, il loro stato d’animo non è dei migliori”. Le foto della first lady siriana fatte circolare qualche giorno fa e dove si vede lei giocare felicemente a badminton sarebbero – secondo queste voci – soltanto il tentativo di mettere a tacere le notizie arrivate agli 007 europei.

Emergono anche le descrizioni della vita all’interno del palazzo. Frasi e gesti per ora impossibili da verificare. Ecco, le descrizioni. Raccontano di una famiglia Assad diffidente. Così tanto da aver ingaggiato – tra le file dell’Intelligence locale – veri e propri “assaggiatori”: persone di cui si fidano così tanto da far assaggiare il cibo e le bevande che riforniscono il palazzo. Assad e parenti temono di essere avvelenati. Cosa che sarebbe stata tentata almeno in un paio di occasioni. “Non beve nemmeno mezzo bicchiere d’acqua senza averla fatta provare prima a uno degli ‘assaggiatori’”.

Arrivare al palazzo presidenziale sarebbe quasi impossibile, dicono gl’israeliani. Che spiegano anche com’è organizzata la struttura. Si accede dal monte Qaisoun, periferia di Damasco, ed esisterebbero soltanto due ingressi sotterranei: strade rinforzate e capaci di resistere a quasi tutti i tipi di bombardamenti aerei e praticamente irrintracciabili dai satelliti e dai droni-spia. Le due strade non si incontrerebbero mai, servono ognuna una delle due entrate e verrebbero percorse soltanto da veicoli in dotazione ai servizi segreti siriani. Ma con un palazzo in stato di “assedio parziale” l’ossessione della sicurezza potrebbe ora ritorcersi contro.

© Leonard Berberi

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Erdogan a Obama: diamo inizio all’intervento armato in Siria. Ma il presidente Usa: i tempi non sono maturi

“Presidente, è venuto il momento di guidare la coalizione militare per far cadere Assad. I tempi sono maturi per un intervento armato arabo-occidentale”. Dicono che martedì 26, sull’asse Ankara-Washington, ci siano state una serie di telefonate – alcune anche drammatiche – tra il premier turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente americano Barack Obama.

Erdogan avrebbe chiesto a Obama di guidare l’intervento armato sul suolo siriano per fermare la strage di civili e far cadere Assad. Ma dall’altra parte dell’oceano – dicono i bene informati – Obama avrebbe fatto orecchie da mercante. L’appello di Erdogan sarebbe caduto nel vuoto. Proprio nel momento più propizio per i turchi per una guerra a tutto campo al regime siriano dopo l’abbattimento di un jet da ricognizione di Ankara abbattuto al largo di Latakia dalla contraerea di Damasco.

Secondo Erdogan, infatti, l’attacco al velivolo turco costituirebbe il pretesto perfetto per fare la guerra ad Assad e per mettere in campo una coalizione araba-occidentale di volenterosi. “Noi siamo pronti”, avrebbe detto il premier turco al presidente Usa. “L’esercito, l’aviazione militare e le nostre navi da guerra sono pronte ad avviare l’offensiva in qualsiasi istante – avrebbe assicurato Erdogan –, ma voi Usa dovete prendere il comando di quest’operazione, mettervi in prima linea e non fare come con il conflitto libico”.

Il premier turco Erdogan e il presidente americano Obama

Il piano militare di Erdogan sarebbe diviso in quattro parti: ingresso nel paese, via terra, via mare e via aria; la creazione di no-fly zone (sul modello iracheno); attacchi mirati contro il regime e gli obiettivi militari più sensibili; la creazione di zone di sicurezza per i civili e per i ribelli.

Un progetto che però non ha convinto Obama. Alle prese anche con una campagna elettorale per la rielezione a presidente che s’è fatta più difficile del previsto proprio nelle ultime settimane. “I tempi non sono ancora maturi”, avrebbe risposto il numero uno americano. Per ora Obama privilegia le operazioni d’intelligence sul territorio portate avanti da americani, inglesi, francesi e turchi. Ma Erdogan, nella serie di telefonate, gli avrebbe fatto notare come nemmeno questa realtà abbia fermato il bagno di sangue tra i civili.

Nulla da fare. Obama, per ora, preferisce non intervenire. Intanto Ankara va per la sua strada. Lungo tutto il confine con la Siria sono stati posizionati carri armati con l’ordine di colpire chiunque tenti di mettere in pericolo il territorio turco. “Per una volta”, dicono da Gerusalemme, “i turchi stanno vivendo una situazione identica a quella israeliana: lo Stato ebraico chiede agli Usa di attaccare l’Iran, ma gli Usa dicono che non è arrivato il momento. Allo stesso modo, Ankara chiede a Washington di intervenire militarmente in Siria, ma Washington prende tempo”. La sensazione degli analisti israeliani è che fino all’autunno di quest’anno non succeda poi più di tanto. A meno che le cose – a Damasco come a Teheran – non dovessero precipitare.

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Quelle forze speciali britanniche da un mese in Siria e il piano per far cadere Assad

Ci sarebbe un gruppo delle forze speciali britanniche in Siria. Da esattamente un mese. Da quando, il 26 maggio, gli uomini super-addestrati di Sua Maestà avrebbero attraversato il confine che separa la Turchia e la carneficina a cielo aperto guidata da Bashar Assad.

Per ora il condizionale è d’obbligo. Ma più fonti d’intelligence – poi riprese dagl’israeliani – danno per certo l’ingresso nel Paese dei britannici. E confermano che ci sarebbero già stati scontri a fuoco tra le forze speciali inglesi e i lealisti a pochi metri dalla sede delle Guardie presidenziali, fuori Damasco.

Di più: secondo i bene informati di Ankara e Parigi, gli uomini addestrati di Sua Maestà avrebbero da giorni preso il comando di alcuni gruppi ribelli locali, coordinando gli attacchi e dicendo loro cosa fare e come farlo. L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, sarebbe quello di evitare ulteriore spargimento di sangue e, soprattutto, di far cadere Assad rompendo il cordone militare che lo difende, senza richiedere un intervento armato esplicito occidentale.

Le forze speciali britanniche in Afghanistan

Le voci, a dire il vero si rincorrono. Altre fonti, provenienti stavolta dai Paesi del Golfo arabo, rivelano che la truppa britannica avrebbe anche il compito di creare una sorta di zona di sicurezza, un’area cuscinetto, lungo il confine turco-siriano per accogliere profughi in fuga dalle città sotto bombardamento. Nelle settimane successive, e con l’intervento di altre forze occidentali, queste zone di sicurezza dovrebbero aumentare nel resto del Paese.

Il successo o meno di quest’incursione, tutta da verificare, dipenderà però dal ruolo di Russia, Iran e Hezbollah (Libano). Non è un mistero che il caccia turco sia stato abbattuto dalla contraerea siriana utilizzando armi russe (i missili Pantsur-1) e non è nemmeno un mistero che Mosca non veda di buon occhio una presenza occidentale in Siria. Il presidente Vladimir Putin l’ha ripetuto anche in questi giorni, nella sua visita ufficiale in Israele: “Non tollereremo un intervento militare in Siria e faremmo di tutto per evitarlo”, ha detto Putin.

Più o meno le stesse parole del regime iraniano. E negli stessi giorni in cui, da più parti, viene data per certa la transazione armi-soldi sull’asse Beirut-Damasco. Assad avrebbe chiesto di rafforzare il suo arsenale non solo ai russi – di cui si fida fino a un certo punto –, ma anche ai miliziani sciiti di Hezbollah, la vera forza militare del Libano.

Intanto tutto da decifrare il ruolo d’Israele. Lo Stato ebraico – in altre faccende affaccendato: Gaza, Iran, proteste sociali interne – ha iniziato lentamente ad accodarsi ai Paesi occidentali che propendono per fare cadere Assad il prima possibile. Ma non è ancora sufficiente a portare Gerusalemme a impegnarsi in prima fila nella disputa. Del resto c’è ancora un’area, il Golan, che Israele sta in tutti i modi cercando di sorvegliare. Per ora, nel mondo, resta l’unica area a fare il tifo per il presidente siriano. E questo per lo Stato ebraico può trasformarsi anche in focolaio terroristico che si andrebbe così a saldare con i miliziani di Hezbollah – a poche decine di chilometri di distanza – e quelli di Hamas nella Striscia di Gaza.

© Leonard Berberi

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Arrestati gli autori delle scritte antisemite allo Yad Vashem. Sono tre ebrei ultraortodossi

Le scritte sul muro dello Yad Vashem. “Hitler, grazie per l’Olocausto” dice una scritta (foto da Ynet)

Niente antisemiti. E nemmeno palestinesi in tenuta da naziskin. A scrivere con lo spray “Hitler, grazie per l’Olocausto” e “Se Hitler non fosse esistito gli Sionisti l’avrebbero inventato loro stessi”, ecco, a scrivere queste cose proprio lì, in un muro del museo Yad Vashem di Gerusalemme erano tre ebrei ultraortodossi.

I responsabili, di 18, 26 e 27 anni, risultano residenti a Gerusalemme e a Bnei Brak, la città haredi a pochi chilometri da Tel Aviv. Secondo la polizia, che li ha arrestati martedì, sono membri della setta di Neturei Karta, quelli – tanto per intenderci – che da un lato rifiutano lo Stato d’Israele e dall’altro vanno a stringer le mani agl’iraniani di Ahmadinejad.

I tre avrebbero pure ammesso le loro colpe e gli inquirenti sospettano che siano gli stessi responsabili dell’atto vandalico all’Ammunition Hill durante il Memorial Day e di gesti simili in altri memoriali nella valle del Giordano. Ma più degli arresti, Israele scopre – ancora una volta – di avere nemici dentro il territorio.

© L.B.

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Faccia a faccia con il figlio del fondatore di Hamas diventato spia degli israeliani

Niente figliol prodigo. Nessun ritorno a casa. O meglio: il ritorno c’è stato. Ma solo per confermare, approfondire, esplicitare quel che andava ripetendo da anni. Hamas? «Merita la distruzione, non vuole il bene dei palestinesi». Cosa diresti a tuo papà? «Lascia l’organizzazione, hai creato un mostro». L’Islam? «Una religione di guerra». Israele? «Amo questo Paese perché questo Paese ama la democrazia». E così via. Parola di Mosab Hassan Youssef. Il figlio – rinnegato – di Sheikh Hassan Youssef, il fondatore proprio di Hamas.

Classe 1978, natali a Ramallah, Mosab Hassan Youssef è il protagonista di una delle storie più rocambolesche di questo lembo di terra. Da quando, nel 1997, decise ch’era troppo quel che stava facendo Hamas. E così pensò bene di contattare quelli dello Shin Bet – l’Intelligence israeliana – e offrirsi come spia al loro servizio. Un palestinese che collabora con gl’israeliani. Il figlio del nemico numero uno per lo Stato ebraico che abbandona il padre per passare dalla parte dell’«avversario».

Per dieci anni, Mosab Hassan Youssef ha visto e sentito e annotato tutto. Per dieci anni ha passato le informazioni sensibili allo Shin Bet. Che, puntualmente, le passava all’esercito per dare il via a operazioni di eliminazione dei pericoli per Israele. E quelli di Hamas lì, a impazzire, a non capire come mai Gerusalemme fosse sempre un passo avanti in ogni cosa. Centinaia di esponenti della formazione paramilitare palestinese sono stati arrestati, grazie a Mosab Hassan Youssef. Decine di attentati sono stati sventati, grazie a Mosab Hassan Youssef.

Mosab Hassan Yousef (a destra) insieme al contatto israeliano allo Shin Bet, Gonen Ben-Itzhak

L’uomo, ora, vive a San Diego, negli Stati Uniti. S’è convertito al Cristianesimo. Nel 2010 ha pubblicato il libro autobiografico «Figlio di Hamas», nel quale racconta la sua vita di agente dello Shin Bet nel cuore della formazione palestinese. L’opera è tradotta in 25 lingue e la versione araba è scaricabile gratis dal sito. A Gerusalemme, dov’è in questi giorni, Mosab Hassan Youssef ha anche annunciato di voler realizzare un film su Maometto, sulla falsariga della «Passione di Cristo» di Mel Gibson.

«Voglio ispirare la nuova generazione di palestinesi», ha detto Mosab Hassan Youssef nella conferenza stampa di martedì 19 giugno. Seduto al suo fianco Gonen Ben-Itzhak, l’ex agente dello Shin Bet – nome in codice: «Capitano Luay» – che gestiva direttamente i rapporti con il figlio del fondatore di Hamas,

«Voglio dire loro che non devono permettere che la religione controlli per intero le loro vite, che ne determini il corso. Sono qui esattamente per questo: per dire ai palestinesi che la vera natura della mia ex religione è quella bellica». E la distanza è talmente incolmabile con la vita passata che quando un giornalista gli domanda in arabo alcune questioni legate alla Striscia di Gaza, Mosab Hassan Youssef non gli risponde. Tutto quel che è stato è stato. Ora, nemmeno la lingua araba gli appartiene più.

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REPORTAGE / Altro raid xenofobo a sud di Tel Aviv. La polizia: situazione al limite

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da TEL AVIV

È stato un petardo, dice, alla fine, la polizia. E sembra quasi voler chiudere lì la questione. Spaventata di dover dare un nome (“xenofobia”) a un fenomeno che da metà maggio divampa a sud di Tel Aviv. Soprattutto qui, nel quartiere di HaTikva, strade strette e spesso sporche, illuminazione non sempre sufficiente e vicoli che appaiono scompaiono e s’intrufolano in un reticolato di vie da perdersi pure con un navigatore satellitare.

È in questo quartiere che nella notte tra sabato e domenica qualcuno ha acceso per l’ennesima volta la miccia della xenofobia. Sperando, chissà, di far esplodere la rabbia sociale già provata dall’aumento del costo della vita. Vittima, ormai fissa, Aminey, trentacinquenne eritreo gestore di un bar, già al centro delle violenze ben più estese del 23 maggio scorso. Sempre qui, in questo pezzo buio di Tel Aviv dove vivono rabbia e frustrazione, crisi economica e centinaia di migranti richiedenti asilo politico.

Il petardo è stato lanciato proprio dentro al bar. In mezzo alle sedie e ai tavoli tutti rossi messi a posto a fatica dopo il raid di maggio. E in mezzo a quegli eritrei sempre meno desiderati e accettati. Una persona, un cliente, è rimasta ferita all’addome. Mentre un pezzo di parete porta il segno giallastro di quel raid.

Aminey non sa dire quanti fossero. Sa solo di aver paura. E pare abbia chiesto alle associazioni dei migranti di tornare a casa con i mille dollari messi a disposizione dal governo israeliano per il rimpatrio volontario e assistito. “Temo per la mia vita”, spiega Aminey mentre indica ai fotografi il luogo esatto dello scoppio del petardo. “Sono giorni che mi minacciano. Non hanno mai smesso e la polizia questo lo sa, ma non fa nulla. Se non vado via uno di questi giorni mi ammazzeranno davvero”.

Gli occhi gonfi, la bocca impastata, le mani tremolanti, Aminey ha il volto di chi, domani, al risveglio, non sa cosa farà. E cosa gli succederà. E non bastano le rassicurazioni della volante arrivata sul posto. “La verità è che come lui ci sono altri eritrei nelle stesse condizioni”, mi spiega uno dei poliziotti. “Riceviamo ogni settimana decine di segnalazioni di migranti che denunciano di essere stati offesi, inseguiti, minacciati anche picchiati e pestati dalla gente del quartiere. Ma non possiamo fare più di tanto, anche se qui le cose stanno precipitando”.

Alle due di notte la situazione torna alla normalità. Aminey è seduto a un tavolo. Osserva prima il muro rovinato dal petardo. Poi guarda nel vuoto. Pensando a chissà chi e chissà cosa. Poi scuote la testa. Mentre poco fuori, quando pure i connazionali se ne sono andati a casa, qualcuno, da una delle decine di finestre, dice in inglese stentato “Nigger go home”, negro torna a casa.

© Leonard Berberi

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Israele, se la polizia chiede la password dell’e-mail prima di farti entrare nel Paese

Passaporto e password, prego. A meno che, ovvio, non voglia farti cacciare dal Paese. Una volta. O per sempre. Dipende tutto da come ti poni. E dall’atteggiamento di chi hai di fronte, alla frontiera. In quella fila di box, tanto per intenderci, dove poliziotti di frontiera ti guardano, ti scrutano, cercano d’intercettare lineamenti mediorientali e tic nervosi, ti domandano perché sei venuto qui, dove hai intenzione di andare, chi devi incontrare, se hai pregiudizi nei confronti d’Israele, perché hai scelto Israele e così via prima di metterti il timbro, prima di darti il visto di tre mesi.

E allora. La notizia di questi giorni è che se hai lontane origini arabe o ricordi vagamente – con nomi, cognomi, pronuncia – quel che sembra arabo, ecco, alla frontiera è possibile che ti chiedano anche le chiavi per entrare nella tua casella e-mail. Per controllare la posta. Non certo per farsi gli affari tuoi, ma per evitare di far entrare possibili nemici, possibili attentatori, possibili turisti ostili o, più semplicemente, turisti dell’occupazione, quelli che ogni santo venerdì non si vogliono perdere per nessuna ragione al mondo le manifestazioni anti-israeliane dei palestinesi in Cisgiordania.

A chiedere la password è direttamente lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno. La testimonianza è di tre cittadini americani con nomi arabi. I quali, a maggio, percorsa la lunga pedana discendente dello scalo internazionale Ben Gurion di Tel Aviv che porta dritto all’imbuto dei box di frontiera, si son visti chiedere la parolina magica, quella più intima.

Poliziotti israeliani allo scalo internazionale “Ben Gurion” di Tel Aviv

I nomi? Najwa Doughman, architetto 25enne di New York, arrivata in Israele il 26 maggio. Ci era già stata in Terra Santa, la Doughman, altre tre volte. In quest’occasione stava viaggiando con l’amica Sasha Al-Sarabi, 24 anni, per la prima volta in questo pezzo di Medio Oriente. Entrambe arrivano da famiglie palestinesi espulse da Haifa e Akko nel 1948.

«Verso le 5 del pomeriggio», racconta Najwa Doughman, «una poliziotta ha iniziato a pressarmi di domande: “ti senti più araba o americana?”, “vuoi andare a vedere Al Aqsa (il nome arabo di Gerusalemme la moschea più importante di Gerusalemme)?”, “perché sei venuta proprio qui per la terza volta? Non potevi andare in Messico, in Canada, in Venezuela: più vicino e meno costoso?”».

Quindi la mossa a sorpresa. La poliziotta che digita http://www.gmail.com e chiede all’architetto di inserire la password. La turista va in panico, inserisce la password e alla frontiera i controllori possono leggere alcune mail sul programma del viaggio, la chat interna alla posta elettronica e tutta quella casella piena zeppa di parole come “Palestina”, “Israele”, “West Bank”, “International Solidarity Movemente”. Troppo. Stessa sorte anche per l’amica. Ore e ore di perquisizione. Poi la decisione: ingresso negato. Le due devono tornare a casa. Un po’ quel che è successo al terzo caso, un’altra turista americana, Sandra Tamari, 42 anni di Saint Louis

Interpellato dal quotidiano Haaretz lo Shin Bet ha confermato l’interrogatorio e i controlli. Ma ha anche precisato che il tutto rientrava nella piena autorità del servizio di sicurezza interno. La legge dello Stato lo prevede – anzi, glielo impone – e loro hanno agito di conseguenza.

© Leonard Berberi

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