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Faccia a faccia con Ricardo Eichmann, il figlio del gerarca nazista

Adolf Eichmann, durante quello che è stato definito il "Processo del Secolo"

Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Ma ci sono certi figli, il cui semplice cognome, li proietta dritti nelle colpe dei padri. E se già non è facile avere un cognome scomodo, perché è uno di quelli che rimanda subito all’orrore dei tempi recenti, figurarsi se uno dei fautori di quell’orrore è anche tuo papà.

Il figlio in questione si chiama Ricardo. Oggi ha 55 anni e lavora a Berlino, all’Istituto archeologico tedesco. Il papà si chiama Adolf. Come il leader che adorava e di cui era succube (pare). Ma di cognome fa Eichmann.

Ed è, forse, più famoso del leader indiscusso del Nazifascismo. Perché è riuscito a fuggire in Argentina. Perché l’hanno beccato nottetempo gl’israeliani. E perché, dopo un processo pubblico e mediatico nel cuore d’Israele, è stato condannato a morte.

Da allora sono passati cinquant’anni. Eichmann – l’incarnazione della «banalità del Male» secondo la Arendt – risulta essere l’unico civile condannato a morte nel suolo israeliano.

Ricardo Eichmann non ama farsi intervistare. Le sue ultime parole risalgono ad un colloquio del 1995. Da quel momento il silenzio. Lo Yedioth Ahronoth, un giornale israeliano, dopo molti tentativi è riuscito ad avere un appuntamento. E ne ha redatto un lungo articolo che – a molti – è suonata anche come un tentativo di riconciliazione tra mondo ebraico e quel figlio rimasto orfano senza averne colpa. Anche perché quel pezzo è stato scritto da Dor Glick, cronista i cui nonni sono stati cacciati dall’Ungheria proprio in applicazione del piano di annientamento di Adolf Eichmann.

Ricardo Eichmann, il figlio del gerarca nazista esperto di "Affari ebraici"

Ogni mattina – scrive lo Yedioth – Ricardo va all’Istituto dove lavora e segue i lavori del dipartimento sull’Oriente, di cui è anche direttore. Viaggia molto, ma si tiene alla larga dai convegni che hanno come oggetto il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Ma è anche un uomo sorprendente. Che non ha esitato a stringere la mano di Zvi Aharoni, uno degli agenti del Mossad che hanno seguito, arrestato e portato in Israele suo papà.

Non sono molti i ricordi di Ricardo. Del resto aveva solo cinque anni quando il papà gli fu portato via. Le poche istantanee le ha raccontate al settimanale tedesco “Die Zeit”: «Mi ricordo solo il viaggio in un bus dei trasporti pubblici di Buenos Aires e un uomo seduto di fianco a me, di nome Adolf, che mi dava della cioccolata», ha detto in quell’occasione l’archeologo.

Fino a quando, all’improvviso, il padre era scomparso. «Non solo come presenza fisica – dice Ricardo allo Yedioth –, ma anche l’idea stessa».

Leonard Berberi

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