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La notte dei falchi e un Paese che ora rischia l’isolamento

La notte non ha portato consiglio. Né all’esercito israeliano. E nemmeno ai pacifisti delle navi che portavano aiuti alla Striscia di Gaza. Ora che ci sono 9 morti da una parte e 7 soldati feriti – di cui uno grave – dall’altra, è facile cadere nell’errore del dare giudizi. Troppo facile dare la colpa al governo Netanyahu e ai falchi – tanti falchi – che hanno potere all’interno dell’Idf, l’esercito di Gerusalemme. Perché c’è stato un divieto israeliano di attraccare a Gaza per le navi della Pace. Perché questo divieto non è stato rispettato. Anche se, a dirla tutta, la sensazione è che la reazione dei soldati sia stata eccessiva. Forse immotivata. Di sicuro controproducente. Nel breve, medio e lungo periodo.

Proteste a Istanbul, Turchia, contro l'attacco israeliano (Reuters)

Nel breve, perché isola ancora di più lo Stato ebraico. E crea un cordone territoriale ostile a Gerusalemme che parte dalla Turchia (sua la nave attaccata dall’Idf), passa attraverso Siria, Libano, Giordania, Arabia Saudito, Egitto. Per non parlare dell’Iran. O della reazione – che ci sarà – dell’amministrazione Obama.

Nel medio, perché oltre a costringere il governo Netanyahu a rivedere la sua politica estera e interna, obbligherà Israele a darsi da fare per risolvere la questione degli insediamenti in territorio palestinese. E l’unica strada percorribile – agli occhi dell’Occidente – sarà quella di abbattere le case costruite nella West Bank e obbligare i coloni a trasferirsi in territorio israeliano. Ma questo comporterà un prezzo altissimo in termini di sicurezza interna e stabilità sociale per lo Stato ebraico.

Nel lungo periodo, questo gesto impone una revisione delle relazioni diplomatiche di molti paesi con Israele. Perché se da un lato ci saranno sempre i governi filo-israeliani, dall’altro si allargherà sempre più il gruppo degli scettici e di quelli che decideranno il tipo di rapporti soltanto in base a quello che farà, di volta in volta, Gerusalemme. Ma questo vuol dire essere condannati a non avere una diplomazia stabile, ma a brevissima scadenza.

Comunque sia, la Comunità internazionale farebbe l’errore più grande della storia se dovesse risolvere la questione punendo Israele e promuovendo le politiche palestinesi. Perché punire Gerusalemme significherebbe dare linfa vitale a Hamas. E quindi dare il via alla tanto temuta Terza Intifada.

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Eurovision Song Contest 2010, solo un 14esimo posto per l’israeliano Skaat

Harel Skaat, 28 anni, concorrente israeliano all'ultima edizione dell'Eurovision Song Contest 2010 di Oslo, Norvegia. Per lui un 14esimo posto (foto Reuters)

Era dato come favorito al Festival europeo della canzone, l’Eurovision Song Contest. Ma alla fine s’è dovuto accontentare di un 14esimo posto. Fuori dal podio. Lontano dalla gloria. Vittima, dice qualcuno, “del fronte anti-semita che continua a imperversare in Europa”.

Comunque sia, Harel Skaat, il 28enne cantante israeliano di origini yemenite, si dice contento della sua settimana a Oslo, in Norvegia. “Sono orgoglioso perché abbiamo portato l’arte musicale israeliana in tutta l’Europa”, ha detto Skaat, idolo delle ragazzine e delle mamme. “E’ stata un’esperienza divertente e ho cercato di non perdermi nemmeno un attimo dell’evento”.

A vincere l’appuntamento musicale europeo più importante in assoluto – così importante che l’Italia non vi partecipa da anni – è stata la cantante tedesca Lena con la spumeggiante performance di “Satellite”. Dopo di lei, i rappresentanti di Turchia e Romania.

Harel Skaat – dopo aver battuto in Israele la concorrente Maya Buskilla – s’è presentato con la canzone “Milim”. Una canzone premiata per tre volte (dai fondatori dell’evento, dai giornalisti e dai commentatori), ma che non ha ricevuto il massimo dei voti dai 25 paesi che partecipavano all’evento.

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Giallo sulla sparizione delle guardie del corpo del presidente palestinese

Non è facile far arrabbiare Mahmoud Abbas. Il presidente dell’Autorità Palestinese ha la fama di essere un uomo mite, rassicurante e pacifico. Nemmeno Israele è mai riuscito a fargli perdere le staffe. Cosa che, invece, avrebbero fatto i suoi uomini più vicini. Quelli della scorta, in primis. E gli autisti, in secundis. Alla fine, la nottata sarebbe terminata con 250 uomini arrestati. Tutti per aver lasciato da solo il numero uno della Palestina. Il fatto – raccontato da al-Arabiya, ma smentito dal portavoce palestinese per la sicurezza – sarebbe successo qualche giorno fa.

Mahmoud Abbas, 75 anni, presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese dal 2005 (foto Afp)

E’ domenica notte. A Ramallah, “capitale” dell’Autorità Palestinese, Abbas sta dormendo. Qualche stanza più in là, la nipotina inizia ad avere la febbre. Preoccupata, la moglie di Abbas va a svegliare il marito per portare la nipotina in un pronto soccorso. Il presidente si sveglia e inizia a chiamare gli uomini della sicurezza per preparare una macchina.

Ma dopo ripetuti tentativi, nessuno si sarebbe fatto vivo. Nessuno avrebbe risposto al presidente. E’ a questo punto che Abbas avrebbe iniziato a chiamare gli autisti. Ma anche da loro non sarebbe arrivata una risposta. Silenzio.

Il leader dell’Autorità non avrebbe perso più tempo. Avrebbe preso la nipotina febbricitante e l’avrebbe portata all’ospedale della Mezzaluna Rossa. Arrivato al cancello del pronto soccorso sarebbe stato fatto entrare subito dall’addetto alla sicurezza. Sorpreso di vedere il presidente arrivare solo, preoccupato e con una bambina in braccio.

A quel punto, l’addetto avrebbe chiamato la sicurezza aggiuntiva, quella che protegge il figlio del presidente. E solo dopo, a notte fonde, Abbas si sarebbe scatenato come una furia. Facendo arrestare 250 persone, tra uomini della sicurezza e autisti dello staff presidenziale.

Ma alla storia si aggiunge un giallo. Quello che riguarda la veridicità della notizia. Perché subito dopo, il portavoce del corpo di sicurezza palestinese, Adnan al-Damiri, ha smentito la notizia e ha accusato al-Arabiya “di fare il gioco dei nemici della Palestina, offendendo gli uomini della sicurezza interna che stanno facendo il loro lavoro nel migliore dei modi”.

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Una pagina di pubblicità su un giornale israeliano invita a visitare la Siria

La prima pagina del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth

“Venite in Siria. A partire da 329 dollari – volo incluso, albergo a tre stelle e noleggio di un’automobile per quattro giorni – potrete vedere le meraviglie del Paese come le rovine archeologiche di Palmira (circa 200 chilometri dalla capitale Damasco)”.

L’annuncio pubblicitario è molto invitante. Peccato che è comparso nel momento sbagliato, nel mezzo sbagliato e nel posto sbagliato: perché l’inserzione, fatta in forma anonima, si può vedere oggi sulle pagine del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Un giornale che non ci è mai andato leggero con il regime siriano e un Paese, Israele, che considera Damasco una delle città dove i terroristi pianificano la distruzione dello Stato ebraico.

Non solo. Perché a rendere quella pagina intera di pubblicità ancora più senza senso è il fatto che i destinatari – i cittadini israeliani – anche se volessero, non potrebbero metterci piede in Siria.

Tra i due paesi non ci sono relazioni diplomatiche. E, spesso, alle rispettive dogane, i poliziotti cercano di mettere il timbro sul passaporto dei turisti stranieri. Perché con un visto israeliano lo straniero non può più entrare in Siria. E con un visto siriano, un turista non può entrare in Israele.

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Postcards from Middle East / 46

"L'ingresso dello stato d'Israele nell'Ocse - l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico - può aiutare a far ripartire il processo di pace in Medio Oriente". Con queste parole il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, ha accolto l'ingresso dello Stato ebraico guidato dal premier Benjamin Netanyahu dentro gli uffici della sede centrale di Parigi (foto: Avi Ohayon / GPO)

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attualità, economia

Sette arabi su dieci preferiscono i prodotti israeliani

Il boicottaggio no. Nemmeno per sogno. Perché il cibo israeliano è più buono. Perché costa di meno. E perché, tutto sommato, offre più garanzie sulla sua preparazione e conservazione. Parola di consumatore ebreo? No. Parola di israeliano di religione islamica.

Nonostante le azioni di boicottaggio di alcune parti del mondo, loro, gli arabo-israeliani, preferiscono fare spesa nei supermercati ebraici. I conti lo dimostravano. Adesso c’è pure una conferma ufficiale: secondo un sondaggio dell’Istituto israeliano di Geo-cartografia, il 68% dei musulmani di nazionalità israeliana preferisce acquistare prodotti alimentari realizzati in terra ebraica.

Il sondaggio è stato commissionato da una grande catena di supermercati – la Big Zol – che ha intenzione di aprire nei prossimi mesi 15 nuovi centri commerciali nelle città a maggioranza araba, con un investimento di circa 21 milioni di dollari.

Secondo la ricerca, poi, la metà degli acquirenti arabi compra generi alimentari nei mini-market dell’area in cui vivono. Anche se, rispetto agli anni precedenti, la percentuale è diminuita. Più passa il tempo e più aumentat il numero dei consumatori musulmani che vanno a fare la spesa in un supermercato di una qualsiasi città ebraica.

Quanto alla spesa per famiglia nel settore alimentare, questa è rimasta costante negli ultimi quattro anni. Ogni mese, un nucleo arabo spende circa 550 dollari in prodotti alimentari. Un valore che resta molto basso rispetto a quello di una famiglia ebraica, più alta di circa un quinto.

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