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Il problema d’Israele con il calcio (e la violenza in campo)

E ora è il tempo della riflessione. E delle accuse. E delle denunce. E delle inchieste giudiziarie. Ché quelle sportive sono arrivate in poche ore e si sono concluse con una marea di condanne. Partite perse a tavolino, calciatori sospesi per settimane, allenatori tenuti alla larga per mesi.

Israele come l’Inghilterra di trent’anni fa. Israele come l’Italia degli ultimi tempi. Peggio: Israele come l’Egitto di Port Said, degli scontri sugli spalti e delle decine di vittime. Per carità, qui la vittima non c’è stata. Però più dell’Iran e del gas che non arriva più dal Cairo, ecco più di tutto questo ci sono quelle immagini, quel tripudio orgiastico di calci-pugni-cazzotti-mosse-di-karate-schiaffi-pestaggi-bandierine-negli-occhi che ha finito con l’allarmare un intero Paese. Non sulle bombe iraniane, ma sulla violenza nel calcio – un calcio nemmeno tanto agonistico – che soltanto nell’ultimo mese e mezzo ha visto scene da guerra civile sull’erba, sugli spalti e addirittura nei centri commerciali.

Hooligans made in Israel. Roba che lo Stato ebraico pensava di essersi risparmiata. Tant’è vero che da oltre trent’anni non s’assisteva a certe immagini. E invece, tutto come negli anni Ottanta. Con foto sparate grandi nelle prime pagine. Video a ripetizione dalla mattina alla notte con tanto di replay, slow motion, zoommate, infografiche animate su questo o quel calciatore diventato improvvisamente un pugile, questo o quel dirigente trasformato in incredibile Hulk.

La scazzottata durante la sfida Hapoel Ramat Gan - Bnei Lod della Serie B israeliana lo scorso 20 aprile (foto Associated Press)

E pensare che da qualche anno la Polizia era stata allontanata dagli stadi per lasciar spazio alla sicurezza privata. Ormai non c’è motivo di tenerli lì i poliziotti, pensavano in molti. E per qualche mese avevano avuto ragione. Poi è successo qualcosa. Le sconfitte hanno portato rabbia. Le espulsioni un po’ – un bel po’ – di violenza. Risultato: una quindicina di partite rinviate. Due campionati – di prima e seconda categoria – sospesi per una settimana. Un premier arrabbiato («Mai più scene simili nei nostri campi», ha detto Benjamin Netanyahu) e una Federazione calcistica che ha deciso di usare il pugno duro e di istituire una commissione permanente per vigilare sulle sfide.

Inizia tutto il 5 marzo. A Tel Aviv, nel bel mezzo di una giornata calda, va in scena il derby cittadino tra l’Hapoel e il Maccabi. Quando l’arbitro decide, nei minuti finali, di cacciare con il rosso due giocatori dell’Hapoel. Salim Toama e Avihai Yadin non la prendono sportivamente. Si avvicinano al direttore di gara con fare minaccioso. Mentre sugli spalti i tifosi smettono di vestire i panni dei simpatizzanti e iniziano prima a lanciare oggetti in campo, poi – una volta nell’erba – a inseguire e a picchiare i giocatori. Finisce con l’intervento della polizia. E la sconfitta del derby, per la prima volta dal 2008, dell’Hapoel.

Due settimane dopo, decine di tifosi del Beitar Jerusalem, una delle squadre più razziste e anti-arabe del campionato israeliano, vengono ripresi dalle telecamere di sicurezza mentre festeggiano la vittoria della formazione rincorrendo e picchiando i clienti palestinesi di un grosso centro commerciale. Le scene, raccapriccianti, portano all’arresto di una dozzina di persone e al loro divieto di ingresso negli stadi per tutta la vita.

IL VIDEO DELLA MAXIRISSA IN CAMPO

Quindi i fatti di aprile. Sfida per la salvezza della serie A israeliana tra il Maccabi Petah Tikva e l’Hapoel Haifa. Finisce in rissa. Tra calciatori e allenatori e dirigenti di entrambe le squadre. Un giocatore dell’Hapoel Haifa finisce pure in ospedale per ferite profonde alla testa e un trauma cranico di media entità. A ridurlo in questo stato l’allenatore del Maccabi Petah Tikva. La giustizia sportiva toglie tre punti alla squadra di casa.

E così si arriva alla sfida, venerdì 20 aprile, che ha fatto perdere le staffe a mezzo governo. Una partita importante, ma per le sorti dei due team, perché la categoria – la seconda (equivalente alla nostra Serie B) – non portava nemmeno a qualche competizione internazionale. E comunque. A fronteggiarsi sono l’Hapoel Ramat Gan e il Bnei Lod. Nemmeno a dirlo finisce in rissa pure questa sfida. Decine tra giocatori, panchinari, allenatori e dirigenti entrano in campo a fare a cazzotti.

Le scene vengono trasmesse in diretta tv. Sulle case degl’israeliani arriva una violenza mai vista prima. La furia non risparmia nemmeno le telecamere a bordo campo, visto che ballano di qua e di là a seconda delle spinte ricevute. Un giornalista – più pazzo che coraggioso – intervista qualche calciatore nel pieno della concitazione. La polizia, aiutata dalla sicurezza privata, cerca di fermare quella mega-rissa. Fino a quando gli animi si calmano. Ma è troppo tardi. La Federcalcio israeliana decide di sospendere il calcio. Di punire. E di cercare di capire se la violenza sia – per loro stessa ammissione – «ai livelli della Grecia e della Turchia» oppure solo un fenomeno passeggero.

© Leonard Berberi

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Gerusalemme, Tel Aviv e quella polemica sulla vera capitale d’Israele

A.A.A. cercasi capitale dello Stato ebraico. Possibilmente che non faccia arrabbiare né gl’israeliani, né i palestinesi. Vi sembra facile? Provateci. Il punto è che, fuor di gioco, diventa sempre più complicato scrivere – e parlare – d’Israele senza urtare qualcuno. E se nemmeno quelli del Guardian, uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, riescono a evitarsi polemiche e maledizioni – da una parte o dall’altra – allora vuol dire che la sfida è ardua.

Facciamo un passo indietro. Israel haYom – che in ebraico sta per Israele Oggi –, il giornale free press (gratuito) che ormai domina il mercato della stampa da Haifa a Eilat ha scritto un articolo al vetriolo contro il giornale britannico. La colpa, del Guardian, starebbe nel fatto di aver osato scrivere che «la capitale d’Israele è Tel Aviv e non Gerusalemme».

Scrive Israel haYom: «Non sono soltanto i quotidiani arabi a considerare Tel Aviv capitale dello Stato ebraico, ora ci si mette pure il britannico The Guardian a non riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e così, incredibilmente, ha deciso di attribuire a Tel Aviv la funzione di capitale». Tutto nasce da una foto e da una didascalia che, nella versione web e in quella cartacea indicava come capitale Gerusalemme. Ma un paio di giorni dopo, nella sezione degli errata corrige lo stesso giornale britannico spiegava che «per errore è stato scritto “Gerusalemme, capitale d’Israele”. Ma la capitale del Paese è Tel Aviv». La correzione si trova anche nella sezione «Style guide» sul sito del giornale.

(foto di Simone Giovanni Colombo / © Falafel Cafè)

Ora, al di là delle polemiche al limite del nazionalismo – e Israel haYom in quanto ad attaccamento ai valori di certo patriottismo non scherza – ecco, il problema resta. E si pone ogni volta per le cancellerie occidentali e per i protocolli. Non è una novità: le ambasciate europee e quella americana hanno sede a Tel Aviv, non a Gerusalemme. Un po’ per stare alla larga dai guai che spesso arriva(va)no dalla Cisgiordania, al di là delle colline, un po’ per non urtare la sensibilità – sempre più instabile – dei palestinesi. E così uffici tutti sul mare azzurro, ma senza mai sbilanciarsi ufficialmente su quale sia la capitale dello Stato ebraico.

Una cosa simile era successa quasi due anni fa con il servizio meteo di Yahoo. A un certo punto la società americana s’era messa in testa di rispettare alla lettera il politically correct. O, se volete, lo status quo diplomatico che prevede il non prendere posizione. E così, un bel giorno, consultando le previsioni del tempo di Gerusalemme sul sito di Yahoo si potevano vedere  le temperature di Gerusalemme Ovest e di quella Est. Apriti cielo. Critiche incredibili da parte degl’israeliani. Minacce economiche da parte degli ebrei d’America. Tempo qualche giorno e la divisione sparì. Gerusalemme tornò una città unita. E, quindi, capitale d’Israele.

E insomma, si continua di questo passo. E una soluzione, a dire il vero, per ora non s’intravvede. Anche perché, al di fuori dai confini di questo pezzo di Medio Oriente strapazzato nei decenni nessuno s’è davvero deciso a risolvere la cosa. Almeno a tracciare una tendenza. Nulla. Nisba. Nada. Nothing. E lo dimostra anche il fatto che la domanda – «Scusi, ma il suo Paese quale considera la capitale: Tel Aviv o Gerusalemme?» – non troverà quasi mai risposta. Ma qui, dove le distanze mentali spesso superano quelle fisiche, ecco qui la questione è dannatamente seria. E infinita.

© Leonard Berberi

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E a Gaza Hamas vorrebbe insegnare l’ebraico nelle scuole superiori

Possibile? Possibile. Almeno così pare. La notizia, un po’ a sorpresa a dire il vero – anzi: un po’ tanto a sorpresa – ecco, la notizia è che Hamas sarebbe intenzionata a introdurre, dal prossimo anno scolastico, l’insegnamento della lingua ebraica nelle scuole superiori della Striscia di Gaza. A dirlo è stato Ziad Thabet, sottosegretario del ministero dell’Istruzione del gruppo paramilitare che comanda nel pezzettino di terra tra Israele ed Egitto.

Thabet ha anche aggiunto che il governo sta cercando e formando docenti. Studenti palestinesi che imparano l’ebraico – la lingua delle persone che nella Striscia odiano – e tutto con il consenso di Hamas? La cosa sembra seria. E vera. E con una ragione ben precisa. Secondo il sottosegretario «gli studenti dovrebbero avere accesso al maggior numero di lingue straniere possibile». Compresa la lingua dei «nemici», pare di capire.

Certo, come spesso accade da queste parti, serve sempre un nulla osta in più del previsto e dell’immaginato. Per questo Thabet ci tiene a far sapere che Hamas, la stessa Hamas di cui lui è un rappresentante, «deve ancora dare l’approvazione finale alla  decisione, ma si tratta di un’ipotesi altamente probabile».

Non che sia la rottura di un tabù, a Gaza. L’ebraico i ragazzi lo imparano all’università. Ma non ci si era mai spinti al di sotto di una formazione altamente qualificata. Anche perché, poliglotti o meno, Israele è sempre quell’ente percepito come oppressore e maligno e portatore di morte e di rogne. Anche se, assicurano in tanti, è proprio in ebraico che parlano certi di Hamas per non farsi capire dal loro popolo.

© Leonard Berberi

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