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L’Intifada dei coltelli

Otto morti – ebrei, israeliani – finora. Quarantaquattro arabi e palestinesi deceduti. Centinaia di feriti. Un ottobre così complicato non si vedeva da tempo. Dal 2000, da quando scoppiò la Seconda Intifada. Questa, per molti, è un’altra Intifada. L’Intifada dei coltelli. “Falafel Cafè” offre questa mappa-infografica aggiornata sulle vittime israeliane. Nella selezione vengono inserite le aggressioni nei confronti di civili che comportano il decesso di almeno una persona: cliccate ogni pallinea – è anche possibile ingrandire la cartina – per leggere nomi e storie delle persone uccise (l.b.)

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La nuova vita degli israeliani e le scelte di Netanyahu

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un'israeliana 70enne (foto Reuters)

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un’israeliana 70enne (foto Reuters)

L’«Intifada dei coltelli» è proprio come l’avevano immaginato: uno stillicidio quotidiano. Esattamente quello che nel 2011 i vertici dell’intelligence israeliana avevano prospettato al premier Benjamin Netanyahu. E quello che Falafel Cafè aveva anticipato undici giorni fa. Quando le aggressioni erano ancora poche. Quando si pensava si sarebbe spento tutto. Così come spesso si spengono i fuochi che compaiono senz’alcuna avvisaglia in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Ma se c’è una cosa che queste prime due settimane di ottobre hanno fatto è rispolverare negl’israeliani – negli ebrei – quello stato d’allerta, quel senso d’insicurezza, di precarietà che molti avevano seppellito in fondo dopo la «Seconda Intifada» durato quasi quattro anni e mezzo (autunno 2000 – inverno 2005) e con un bilancio da guerra civile che s’è portato sottoterra 1.010 cittadini israeliani, 3.179 palestinesi, 55 stranieri.

Protestante palestinese colpito dalle forze dell'ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Protestante palestinese colpito dalle forze dell’ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Nel 2015 i coltelli e le accette compaiono quando meno te l’aspetti. «Anche perché noi e i palestinesi non siamo diversi fisicamente, è difficile individuare subito il malintenzionato», racconta – abbastanza scoraggiata – una 26enne di Tel Aviv. La notizia buona – ammesso che ce ne sia una in questi giorni che hanno registrato la morte di una trentina di persone tra ebrei ed arabi – ecco, la notizia «buona» la spiega una fonte del governo israeliano: dice, la fonte, che nell’incontro notturno dello scorso 13 ottobre lo Shin Bet – l’intelligence interna – ha spiegato a Netanyahu che no, non si ripeterà una «Seconda Intifada» né per modi né, soprattutto, per tempi. «Ci dobbiamo aspettare ancora aggressioni contro gli ebrei – è stato il ragionamento –, ma i numeri torneranno abbastanza presto ai livelli “fisiologici”».

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

A incoraggiare lo scenario degli 007 è l’adesione davvero degli arabo-israeliani (il 21% della popolazione circa). E la posizione del presidente palestinese Mahmoud Abbas che ha invitato i suoi a fermare qualsiasi violenza. Ma è un incoraggiamento che – hanno ammesso gli stessi responsabili della sicurezza nazionale – si regge su basi fragile nel medio e lungo periodo. Nel panorama locale cambia tutto molto in fretta. Hamas ha già chiamato i palestinesi a darsi da fare scavalcando le recinzioni e le mura per attaccare gl’israeliani. Netanyahu, poi, deve badare pure a quello che succede nella Siria in fiamme: migliaia di soldati iraniani – ha raccontato l’agenzia Reuters un paio di giorni fa – sarebbero arrivati per preparare l’offensiva via terra in due grandi città dello Stato arabo.

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Martedì notte, la sera del vertice di sicurezza dove la tensione ha preso più di una volta il posto della diplomazia e della mente lucida, è stato anche il momento in cui esperti militari e diplomatici hanno sintetizzato al primo ministro israeliano un ragionamento che nelle cancellerie europee e in quella statunitense domina da ormai mesi: lo Stato ebraico ha tassi di “simpatia” internazionale tra i più bassi di sempre. Qualsiasi decisione dura di Netanyahu finirebbe per isolare il Paese ancora di più. Questo potrebbe spiegare perché le misure eccezionali prese dal premier – alcune accusate di essere pure al limite della costituzionalità – hanno colto di sorpresa gl’israeliani per il loro impatto «soft».

Diversi analisti dello Stato ebraico lanciano poi l’allarme alle «macerie ideologiche» che questa «Intifada dei coltelli» lascerà sulla popolazione israeliana. «Macerie» che – denunciano – si vedono e si sentono già nei video che accompagnano le aggressioni dei palestinesi: urla di odio, parole che incitano a «neutralizzare» (cioè a uccidere) subito il violento. In un filmato un civile chiede esplicitamente al poliziotto: «Ma che cosa tiri fuori a fare lo spray al peperoncino, ammazzalo subito quel bastardo palestinese!».

Un sondaggio condotto dalla società Migdam per la tv privata Canale 2 ha trovato che la stragrande maggioranza degl’israeliani si ritiene per nulla contento della gestione della crisi attuale da parte di Netanyahu. Il 35% si è detto «insoddisfatto» mentre il 38% «molto insoddisfatto». E quando è stato chiesto il nome della persona più adatta a far finire le violenze il 22% ha detto che quella persona è l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, ex ministro degli Esteri, un altro 17% ha risposto Naftali Bennett, capo del partito dei coloni e solo il 15% ha indicato Netanyahu. In fondo, molto in fondo, Herzog, leader del centro-sinistra (5%) e il centrista Yair Lapid (4%).

Insomma: il Paese, ad oggi, si è spostato a destra. Più di prima. E questo, per il governo Netanyahu che «vive» con un solo un voto di maggioranza potrebbe tradursi nella sua caduta. Nelle elezioni anticipate. E nel trionfo di nazionalisti e ultrareligiosi.

© Leonard Berberi

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Quella frase (inedita) di Rabin sui coloni: “Sono il cancro di questo Paese”

Yitzhak Rabin e la moglie Leah in un fermo immagine del film-documentario sull'ex primo ministro israeliano (frame da Canale 2)

Yitzhak Rabin e la moglie Leah in un fermo immagine del film-documentario sull’ex primo ministro israeliano (frame da Canale 2)

Dice che il nuovo movimento dei coloni «è come un cancro». Che gli insediamenti sono «scoregge». Aggiunge che se Israele annette anche la popolazione araba in Cisgiordania rischia di diventare uno «Stato apartheid». Guarda al futuro del Paese. E la sensazione è che, alla fine, un po’ aveva previsto già tutto. Tutto, tranne il suo assassinio. Forse.

È un Yitzhak Rabin inedito. Poco politico, molto intellettuale e storico. Parole registrate in un’intervista del 1976 e mai resa pubblica perché si trattava di una chiacchierata «off the records». Fino ad ora. Quando – come anticipato dall’emittente tv locale Canale 2 – quelle frasi sono state inserite in «Rabin – Con le sue stesse parole», un film-documentario di Erez Laufer che sarà proiettato al prossimo Haifa International film festival e che arriva a poche settimane dal 4 novembre, giorno del ventennale della sua morte per mano di un estremista di destra nel cuore di Tel Aviv.

Yitzhak Rabin (nel tondo) in un video ripreso da un turista americano nel 1949

Yitzhak Rabin (nel tondo) in un video ripreso da un turista americano nel 1949 (frame da Canale 2)

Il lungometraggio inizia con delle immagini molto mosse, poco nitide. Risalgono al 1949 e si vede un giovanissimo Rabin mentre conversa con alcuni turisti americani. E americano – e turista – è anche l’autore di quel filmato, inedito pure quello. Lo Stato d’Israele è agli albori e Rabin è un ufficiale nel neonato Commando meridionale. «Non c’è nulla di più difficile per un uomo che parlare di sé, ma è vero che sono una persona chiusa», risponde Rabin pochi minuti più avanti a chi gli chiede del suo carattere introverso.

Poi ecco le frasi sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Frasi che Rabin chiede di non usare, «perché queste cose non le dirò certo pubblicamente». Si lamenta del movimento dei coloni, Rabin. Parla di tentativo – deliberato – di chi è addirittura venuto dagli Usa in nome della religione «di far scontrare il governo israeliano con attivisti che imperversano qua e là» nelle colline oltre Gerusalemme. «Da un punto di vista storico una persona potrebbe chiedersi perché lo Stato d’Israele si sia fatto trascinare nel 1976 in discussioni mistiche su qualche schifoso e insignificante posto sul quale qualcuno ha deciso di legare l’esistenza stessa del nostro Stato. È incredibile».

«Quello che vedo in Gush Emunim (il “Blocco dei fedeli”, i fondatori del movimento dei coloni, ndr) è uno dei fenomeni più pericolosi dello Stato d’Israele», confida ancora Rabin. «Eppoi cos’è un insediamento? Che lotta è mai questa? Quali sono i suoi metodi? L’insediamento è una scoreggia». Ecco perché «Gush Emunim non è un movimento di coloni. È paragonabile a un cancro nel tessuto della società democratica d’Israele. È una realtà che s’impossessa della legge».

© Leonard Berberi

L’ultimo discorso di Rabin prima di essere ucciso

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Le dure parole del presidente che scuotono Israele

Un gruppo di palestinesi porta il corpicino del piccolo Ali, 18 mesi, morto bruciato dopo l'attacco alla sua casa nel villagio di Duma, vicino Nablus (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Un gruppo di palestinesi porta il corpicino del piccolo Ali, 18 mesi, morto bruciato dopo l’attacco alla sua casa nel villagio di Duma, vicino Nablus (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Perché, poi, quand’è troppo è troppo. E hai voglia ad aggrapparti a tutto quel che di diplomatico c’è in te. Hai voglia ad appellarti a tutta la tua esperienza e alla tua vecchiaia. Che non sei uno qualunque, ma il presidente dello Stato d’Israele. E ti hanno svegliato alle prime luci dell’alba per dirti che a pochi chilometri da casa tua qualcuno – che professa obbedienza al tuo stesso Dio e alla tua stessa bandiera – ecco, quel qualcuno s’è messo a lanciare una bottiglia incendiaria dentro a una casa abitata da palestinesi. E che le fiamme hanno divorato le mura, i mobili, le istantanee di una famiglia, ma soprattutto lui, Ali, piccolo, piccolissimo, 18 mesi appena, morto bruciato mentre la madre era fuggita con un mucchio di lenzuola credendo di avere il figlio tra le braccia, di averlo portato al sicuro e invece no, il figlio non s’era mai mosso. S’era spostato – per il troppo caldo – un metro più in là. E qualche ora dopo di lui rimanevano soltanto le foto e un mucchio più di cenere che d’ossa. Intanto mamma, papà e fratellino di quattro anni lottano ancora in ospedale.

Una foto bruciacchiata di Ali, dentro la casa dov'è morto bruciato il bimbo. I suoi genitori e il fratello di 4 anni lottano in ospedale (foto di Jaafar Ashtiyeh/Afp)

Una foto bruciacchiata di Ali, dentro la casa dov’è morto bruciato il bimbo. I suoi genitori e il fratello di 4 anni lottano in ospedale (foto di Jaafar Ashtiyeh/Afp)

Così lui, Reuven Rivlin, 75enne con quella faccia del nonno buono, di quello – per intenderci – a cui tu ti rivolgi per chiedergli qualche soldo, qualche carineria in più perché i tuoi genitori non ne vogliono sapere, ecco Rivlin ha scritto in arabo ed ebraico sul suo profilo Facebook – per parlare a tutti e a qualsiasi latitudine del globo – che quello scempio umano non poteva passare con delle semplici critiche politiche e le solite polemiche. «Più che vergogna provo dolore, perché membri del mio popolo hanno scelto la via del terrorismo e hanno perso il volto umano», ha commentato il capo dello Stato. «La loro strada non è la mia, la loro strada non è la nostra». Poi ha dato una stoccata a chi, nel recente passato, ha usato la mano morbida – troppo morbida – nei confronti del terrorismo ebraico.

Il presidente d'Israele Reuven Rivlin visita in ospedale Ahmed Dawabsha, papà di Ali (foto di Mark Neyman/GPO)

Il presidente d’Israele Reuven Rivlin visita in ospedale Ahmed Dawabsha, papà di Ali (foto di Mark Neyman/GPO)

«Le fiamme dell’odio che si stanno diffondendo nel Paese finiranno per distruggere Israele», ha avvertito sabato Rivlin durante una manifestazione pubblica a Gerusalemme. E non si riferiva soltanto all’attentato in Cisgiordania contro la famiglia palestinese. Ma anche all’aggressione – da parte di un ebreo ultraortodosso recidivo – durante il Gay Pride di Gerusalemme (6 feriti, una ancora in gravi condizioni). «Lo sappiamo che ogni società ha le sue frange radicali ma oggi dobbiamo chiederci: cosa sta succedendo nel nostro Paese a tal punto da portare estremismo ed estremisti a palesarsi alla luce del giorno e muoversi indisturbati? Cosa ha permesso all’erbaccia di minacciare la sicurezza di un intero giardino di fiori?».

«Provo davvero vergogna che in un Paese come il nostro – che ha assistito ai massacri di Shalhevet Pass (ucciso nel 2001 a Hebron da un cecchino palestinese, nda), della famiglia Fogel (trucidata nel 2011), di Adele Biton (la neonata morta quest’anno dopo essere stata ferita nel 2013), di Eyal, Gilad, Naftali (gli adolescenti rapiti e uccisi l’estate scorsa), di Mohammed Abu Khdeir (il giovanissimo palestinese preso e bruciato vivo poco da estremisti ebrei in risposta all’aggressione ai tre adolescenti) – ci sia ancora gente che non esita un attimo a riaccendere il fuoco, a bruciare la carne di un bambino, ad aumentare l’odio e il terrore».

Un momento della protesta sabato sera, 1° agosto, a Gerusalemme contro ogni tipo di violenza, compra quella omofoba durante il Gay Pride della città di questa settimana (foto di Yonatan Sindel / Flash90)

Un momento della protesta sabato sera, 1° agosto, a Gerusalemme contro ogni tipo di violenza, compra quella omofoba durante il Gay Pride della città di questa settimana (foto di Yonatan Sindel / Flash90)

Odio e terrore. Lo stesso che – nelle ore successive a quelle parole – decine di persone hanno riservato allo stesso Rivlin. Con qualcuno che si chiede se il suo intervento su Facebook non vada interpretato «come un sintomo iniziale di Alzheimer». Un livello di polemica nei confronti del presidente d’Israele che ha comunque allertato la sicurezza interna, tanto da portarla ad aumentare i cordoni di protezione attorno al capo dello Stato. Anche perché più di un utente gli ha ricordato il precedente del 1995. «Farai una fine peggiore di Ariel Sharon, vedrai», gli ha scritto uno. «Prego che venga fuori un altro Yigal Amir (l’estremista di destra che ha ucciso Yitzhak Rabin) e che faccia sparire te e gli arabi dalla nostra nazione ebraica. Ti auguro ogni malattia e ogni sofferenza».

Al fianco di Rivlin – che arriva dal Likud, destra – si sono schierati quasi tutti i partiti presenti in Parlamento. La sinistra. Le forze laiche. Quanto alle indagini sono passate poche ore dopo nelle mani dei servizi segreti israeliani. L’attacco terroristico – come viene di fatto definito – è protetto da censura. Quello che si è riuscito a ricostruire finora è che gli assalitori sarebbero arrivati nel villaggio palestinese a piedi. E proprio per questo dettaglio gli autori potrebbero essere arrivati da alcuni insediamenti ebraici a poca distanza.

© Leonard Berberi

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La “fuga” degli ebrei dalla Francia (e dall’Europa)

Alcuni ebrei residenti in Nord America scendono dall'aereo all'aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv per la loro aliyah il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

Alcuni ebrei residenti in Nord America scendono dall’aereo all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv per la loro aliyah il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

Ebrei in fuga dalla Francia. Dall’Europa Occidentale. Dall’Ucraina. In quello che – a livello generale – rappresenta già di per sé un record. Dice la Jewish Agency che più di ventiseimila persone (26.500, per la precisione) hanno deciso nel 2014 di fare l’aliyah, cioè di andare a vivere, di trasferirsi – forse per sempre, sicuramente per molto tempo – in Israele. L’anno prima erano state in 20 mila. L’aumento dal 2013 è del 32 per cento. Un record, appunto.

Ma nel record c’è un altro primato. Quello di chi lascia Parigi e Bordeaux, Marsiglia e Lione, Nantes e Nizza. Per la prima volta nella storia la Francia è il Paese che dà il contributo maggiore: quasi 7.000 hanno fatto l’aliyah da Oltralpe verso il Medio Oriente. L’anno prima erano stati 3.400. Nel 2014 francese è pure il più vecchio: a 104 anni ha deciso di chiudere con l’Europa.

Al secondo posto c’è l’Ucraina. Dove si è passati da 2.020 ebrei del 2013 a 5.840. I fatti della Crimea, le tensioni con la Russia, le violenze di Donetsk hanno spinto migliaia di persone a lasciare l’Europa. L’incremento, calcolatrice alla mano, è del 190 per cento.

Una parte dei 229 ragazzi ebrei appena sbarcati a Tel Aviv: tutti hanno fatto l'aliyah (foto di Sasson Tiram)

Una parte dei 229 ragazzi ebrei appena sbarcati a Tel Aviv: tutti hanno fatto l’aliyah (foto di Sasson Tiram)

Natan Sharansky, presidente della Jewish Agency, va in più in profondità dei numeri. E rivela che il 2014 è una novità anche per altre ragioni. Non solo per il record della Francia. «Per la prima volta da quando esiste questo tipo di registro, l’anno passato sono arrivate più persone dal “mondo libero” che da quello “in crisi”».

Sharansky esulta. Compito della Jewish Agency è soprattutto quello di promuovere l’aliyah. Grazie anche all’aiuto del ministero per l’Assorbimento dell’immigrazione. «I dati sono eccezionali, sono molto contenta di vedere i risultati dei nostri sforzi di incoraggiare l’aliyah», commenta la ministra Sofa Landver, esponente di Israel Beitenu (“Israele la nostra casa”), il partito di Avigdor Lieberman. «Ma non abbiamo ancora raggiunto il nostro obiettivo. Prevediamo che nel 2015 dalla sola Francia verranno altri 10 mila e nello stesso periodo supereremo i 30 mila nuovi ingressi».

"Grazie Cleveland, Gerusalemme ci siamo" c'è scritto nel cartello che uno statunitense ebreo mostra al suo arrivo - per l'aliyah - al Ben Gurion di Tel Aviv il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

“Grazie Cleveland, Gerusalemme ci siamo” c’è scritto nel cartello che uno statunitense ebreo mostra al suo arrivo – per l’aliyah – al Ben Gurion di Tel Aviv il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

I dati, quindi. L’aliyah – per gli ebrei che vivevano fino a pochi mesi fa nell’Europa occidentale – è aumentata dell’88 per cento (dagli 4.600 del 2013 agli 8.640 del 2014). Oltre alla Francia, altri 620 hanno lasciato il Regno Unito, altri 340 («il doppio rispetto all’anno prima») hanno trasferito la loro residenza dall’Italia. La Germania resta stabile (120). In aumento gli arrivi anche dall’ex Unione sovietica (+50 per cento) e dagli Stati Uniti (+8 per cento). Stabili l’America Latina e il Sudafrica. In calo Europa dell’Est, Australia e Nuova Zelanda.

Ma qual è il profilo medio di chi fa l’aliyah? Giovane, con meno di 35 anni. Laureato. Con un lavoro da ingegnere o informatico (2.500). In tanti hanno specializzazioni in campo umanistico, matematico, fisico o delle scienze sociali. In mille sono medici. In 600 artisti e atleti. Buona parte finisce a Tel Aviv, la destinazione preferita (3.000 trasferimenti). Poi Netanya, altra città sul mare. Gerusalemme si piazza «solo» al terzo posto.

© Leonard Berberi

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La risposta (in musica) ai “rivoluzionari del budino”

Un frame del videoclip "Questa non è l'Europa" (YouTube)

Uriel Yekutiel, artista d’Israele, in un frame del videoclip “Questa non è l’Europa” (YouTube)

«Signora Rothschild è stanca di Tel Aviv? La spiaggia dell’Hilton è troppo affollata così è andata a Parigi. Quindi è tornata con addosso il profumo di Chanel, però non si confonda, è comunque in Ben Yehuda Street». E lei, hipster, «come l’ha trovata Berlino?». «E però questa non è l’Europa, questa è Israele, si rassegni. Questa non è l’Europa, qui è un casino, questo è il vecchio Medio Oriente».

È una trovata pubblicitaria. È cantata da Margalit Tzan’ani, voce famosa dello Stato ebraico (che compare alla fine del videoclip qui sotto) anche se a mostrarsi è Uriel Yekutiel, artista d’Israele. La canzone cerca di portare quante persone più possibili alla festa del 24 ottobre a Tel Aviv. E però è da molti giudicata come la prima risposta ai «rivoluzionari del budino», quelli che da giorni contestano i prezzi troppo elevati d’Israele e invitano a trasferirsi in Europa, soprattutto a Berlino, quella Berlino che per molti nonni ebrei è la culla del Male. Il tutto partendo, appunto, dal confronto dei prezzi sul budino.

Il dibattito, va da sé, è ancora in corso. Le due fazioni continuano a commentare e a ribattere. Il governo cerca di non assecondare la questione. Intanto a Tel Aviv si ascoltano questa canzone.

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Se l’ex presidente Simon Peres cerca lavoro (a 91 anni)

Un fermo immagine del video comico con l'ex presidente israeliano Simon Peres (da YouTube)

Un fermo immagine del video comico con l’ex presidente israeliano Simon Peres (da YouTube)

E ora che si fa? Dopo le guerre, i governi, gli incontri internazionali e la guida dello Stato come presidente. Dopo tutto questo, a 91 anni, come si possono impegnare le giornate? Si continua a cercare un lavoro. Poi, certo, si cerca di fare il nonno. Ma prima bisogna liberare la stanza. Quella «stanza».

E allora via gli oggetti. Di qua quelli da portarsi a casa. Di là quelli da regalare. Ah, guarda, c’è pure il bigino per l’incarico, «Presidency for dummies». Eh, aspetta, ancora un sorso dalla tazza preferita. Quella con la scritta in ebraico «Il presidente più figo». E ancora un’ultima partita a solitario sul pc.

Simon Peres, 91 anni, mentre "svuota" l'ufficio presidenziale (da YouTube)

Simon Peres, 91 anni, mentre “svuota” l’ufficio presidenziale (da YouTube)

Inizia così il filmato di quasi cinque minuti pubblicato su YouTube (in fondo al post, nda), realizzato dal Peres Center for Peace e prodotto da Mika Almog, sceneggiatrice e nipote di Simon Peres, l’ex primo ministro e da poche settimane ex presidente d’Israele. Un cortometraggio comico, dove Peres – l’uomo infaticabile, l’uomo che non invecchia, l’uomo-simbolo dello Stato ebraico – passa gli ultimi minuti nel suo palazzo presidenziale e si mette a cercare un lavoro.

«Che tipo di esperienze ha?», le chiede l’impiegata dell’ufficio di collocamento. «Sono stato un ottimo lattaio», risponde Peres. «Ma ora è tutto automatizzato», replica la donna. «Sono stato anche un pastore. Non ho mai perso nessuna pecora», aggiunge l’ex presidente. «Ora sono tutti vegani», ribatte l’impiegata. E via così. Fino ad arrivare alle esperienze più «tecniche». «Ho costruito i Rafael», continua Peres. «Quale, quel ristorante costoso a Tel Aviv?», chiede la funzionaria, non capendo che si tratta del sistema di difesa contro i razzi, il precursore dell’Iron Dome.

L'ex presidente dello Stato ebraico consegna a domicilio una pizza (da YouTube)

L’ex presidente dello Stato ebraico consegna a domicilio una pizza (da YouTube)

Stacco di scena e Peres si vede lavorare – con esiti discutibili – in un distributore di benzina, come addetto alla sicurezza di un edificio, come cassiere in un supermercato, come pizza boy, come comico nei night, come maestro di paracadutismo dove cita Roosevelt e intanto si lancia nel vuoto sopra Tel Aviv. La dimostrazione – se ce ne fosse bisogno – che l’uomo non si ferma mai. Nemmeno a 91 anni.

© Leonard Berberi

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