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L’Intifada dei coltelli

Otto morti – ebrei, israeliani – finora. Quarantaquattro arabi e palestinesi deceduti. Centinaia di feriti. Un ottobre così complicato non si vedeva da tempo. Dal 2000, da quando scoppiò la Seconda Intifada. Questa, per molti, è un’altra Intifada. L’Intifada dei coltelli. “Falafel Cafè” offre questa mappa-infografica aggiornata sulle vittime israeliane. Nella selezione vengono inserite le aggressioni nei confronti di civili che comportano il decesso di almeno una persona: cliccate ogni pallinea – è anche possibile ingrandire la cartina – per leggere nomi e storie delle persone uccise (l.b.)

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La nuova vita degli israeliani e le scelte di Netanyahu

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un'israeliana 70enne (foto Reuters)

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un’israeliana 70enne (foto Reuters)

L’«Intifada dei coltelli» è proprio come l’avevano immaginato: uno stillicidio quotidiano. Esattamente quello che nel 2011 i vertici dell’intelligence israeliana avevano prospettato al premier Benjamin Netanyahu. E quello che Falafel Cafè aveva anticipato undici giorni fa. Quando le aggressioni erano ancora poche. Quando si pensava si sarebbe spento tutto. Così come spesso si spengono i fuochi che compaiono senz’alcuna avvisaglia in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Ma se c’è una cosa che queste prime due settimane di ottobre hanno fatto è rispolverare negl’israeliani – negli ebrei – quello stato d’allerta, quel senso d’insicurezza, di precarietà che molti avevano seppellito in fondo dopo la «Seconda Intifada» durato quasi quattro anni e mezzo (autunno 2000 – inverno 2005) e con un bilancio da guerra civile che s’è portato sottoterra 1.010 cittadini israeliani, 3.179 palestinesi, 55 stranieri.

Protestante palestinese colpito dalle forze dell'ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Protestante palestinese colpito dalle forze dell’ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Nel 2015 i coltelli e le accette compaiono quando meno te l’aspetti. «Anche perché noi e i palestinesi non siamo diversi fisicamente, è difficile individuare subito il malintenzionato», racconta – abbastanza scoraggiata – una 26enne di Tel Aviv. La notizia buona – ammesso che ce ne sia una in questi giorni che hanno registrato la morte di una trentina di persone tra ebrei ed arabi – ecco, la notizia «buona» la spiega una fonte del governo israeliano: dice, la fonte, che nell’incontro notturno dello scorso 13 ottobre lo Shin Bet – l’intelligence interna – ha spiegato a Netanyahu che no, non si ripeterà una «Seconda Intifada» né per modi né, soprattutto, per tempi. «Ci dobbiamo aspettare ancora aggressioni contro gli ebrei – è stato il ragionamento –, ma i numeri torneranno abbastanza presto ai livelli “fisiologici”».

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

A incoraggiare lo scenario degli 007 è l’adesione davvero degli arabo-israeliani (il 21% della popolazione circa). E la posizione del presidente palestinese Mahmoud Abbas che ha invitato i suoi a fermare qualsiasi violenza. Ma è un incoraggiamento che – hanno ammesso gli stessi responsabili della sicurezza nazionale – si regge su basi fragile nel medio e lungo periodo. Nel panorama locale cambia tutto molto in fretta. Hamas ha già chiamato i palestinesi a darsi da fare scavalcando le recinzioni e le mura per attaccare gl’israeliani. Netanyahu, poi, deve badare pure a quello che succede nella Siria in fiamme: migliaia di soldati iraniani – ha raccontato l’agenzia Reuters un paio di giorni fa – sarebbero arrivati per preparare l’offensiva via terra in due grandi città dello Stato arabo.

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Martedì notte, la sera del vertice di sicurezza dove la tensione ha preso più di una volta il posto della diplomazia e della mente lucida, è stato anche il momento in cui esperti militari e diplomatici hanno sintetizzato al primo ministro israeliano un ragionamento che nelle cancellerie europee e in quella statunitense domina da ormai mesi: lo Stato ebraico ha tassi di “simpatia” internazionale tra i più bassi di sempre. Qualsiasi decisione dura di Netanyahu finirebbe per isolare il Paese ancora di più. Questo potrebbe spiegare perché le misure eccezionali prese dal premier – alcune accusate di essere pure al limite della costituzionalità – hanno colto di sorpresa gl’israeliani per il loro impatto «soft».

Diversi analisti dello Stato ebraico lanciano poi l’allarme alle «macerie ideologiche» che questa «Intifada dei coltelli» lascerà sulla popolazione israeliana. «Macerie» che – denunciano – si vedono e si sentono già nei video che accompagnano le aggressioni dei palestinesi: urla di odio, parole che incitano a «neutralizzare» (cioè a uccidere) subito il violento. In un filmato un civile chiede esplicitamente al poliziotto: «Ma che cosa tiri fuori a fare lo spray al peperoncino, ammazzalo subito quel bastardo palestinese!».

Un sondaggio condotto dalla società Migdam per la tv privata Canale 2 ha trovato che la stragrande maggioranza degl’israeliani si ritiene per nulla contento della gestione della crisi attuale da parte di Netanyahu. Il 35% si è detto «insoddisfatto» mentre il 38% «molto insoddisfatto». E quando è stato chiesto il nome della persona più adatta a far finire le violenze il 22% ha detto che quella persona è l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, ex ministro degli Esteri, un altro 17% ha risposto Naftali Bennett, capo del partito dei coloni e solo il 15% ha indicato Netanyahu. In fondo, molto in fondo, Herzog, leader del centro-sinistra (5%) e il centrista Yair Lapid (4%).

Insomma: il Paese, ad oggi, si è spostato a destra. Più di prima. E questo, per il governo Netanyahu che «vive» con un solo un voto di maggioranza potrebbe tradursi nella sua caduta. Nelle elezioni anticipate. E nel trionfo di nazionalisti e ultrareligiosi.

© Leonard Berberi

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Quella frase (inedita) di Rabin sui coloni: “Sono il cancro di questo Paese”

Yitzhak Rabin e la moglie Leah in un fermo immagine del film-documentario sull'ex primo ministro israeliano (frame da Canale 2)

Yitzhak Rabin e la moglie Leah in un fermo immagine del film-documentario sull’ex primo ministro israeliano (frame da Canale 2)

Dice che il nuovo movimento dei coloni «è come un cancro». Che gli insediamenti sono «scoregge». Aggiunge che se Israele annette anche la popolazione araba in Cisgiordania rischia di diventare uno «Stato apartheid». Guarda al futuro del Paese. E la sensazione è che, alla fine, un po’ aveva previsto già tutto. Tutto, tranne il suo assassinio. Forse.

È un Yitzhak Rabin inedito. Poco politico, molto intellettuale e storico. Parole registrate in un’intervista del 1976 e mai resa pubblica perché si trattava di una chiacchierata «off the records». Fino ad ora. Quando – come anticipato dall’emittente tv locale Canale 2 – quelle frasi sono state inserite in «Rabin – Con le sue stesse parole», un film-documentario di Erez Laufer che sarà proiettato al prossimo Haifa International film festival e che arriva a poche settimane dal 4 novembre, giorno del ventennale della sua morte per mano di un estremista di destra nel cuore di Tel Aviv.

Yitzhak Rabin (nel tondo) in un video ripreso da un turista americano nel 1949

Yitzhak Rabin (nel tondo) in un video ripreso da un turista americano nel 1949 (frame da Canale 2)

Il lungometraggio inizia con delle immagini molto mosse, poco nitide. Risalgono al 1949 e si vede un giovanissimo Rabin mentre conversa con alcuni turisti americani. E americano – e turista – è anche l’autore di quel filmato, inedito pure quello. Lo Stato d’Israele è agli albori e Rabin è un ufficiale nel neonato Commando meridionale. «Non c’è nulla di più difficile per un uomo che parlare di sé, ma è vero che sono una persona chiusa», risponde Rabin pochi minuti più avanti a chi gli chiede del suo carattere introverso.

Poi ecco le frasi sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Frasi che Rabin chiede di non usare, «perché queste cose non le dirò certo pubblicamente». Si lamenta del movimento dei coloni, Rabin. Parla di tentativo – deliberato – di chi è addirittura venuto dagli Usa in nome della religione «di far scontrare il governo israeliano con attivisti che imperversano qua e là» nelle colline oltre Gerusalemme. «Da un punto di vista storico una persona potrebbe chiedersi perché lo Stato d’Israele si sia fatto trascinare nel 1976 in discussioni mistiche su qualche schifoso e insignificante posto sul quale qualcuno ha deciso di legare l’esistenza stessa del nostro Stato. È incredibile».

«Quello che vedo in Gush Emunim (il “Blocco dei fedeli”, i fondatori del movimento dei coloni, ndr) è uno dei fenomeni più pericolosi dello Stato d’Israele», confida ancora Rabin. «Eppoi cos’è un insediamento? Che lotta è mai questa? Quali sono i suoi metodi? L’insediamento è una scoreggia». Ecco perché «Gush Emunim non è un movimento di coloni. È paragonabile a un cancro nel tessuto della società democratica d’Israele. È una realtà che s’impossessa della legge».

© Leonard Berberi

L’ultimo discorso di Rabin prima di essere ucciso

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