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Bibi e Obama, così i due alleati si spiavano a vicenda

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a sinistra) con il presidente americano Barack Obama nell’ncontro alla Casa Bianca, a Washington, il 9 novembre 2015 (foto di Haim Zach / Gpo)

In pubblico le strette di mano, qualche sorriso e più di uno screzio. In privato si spiavano a vicenda con un’intensità inaudita. Il primo registrando le conversazioni tra il premier con i suoi alti ufficiali, con i deputati del Congresso Usa e i leader dei più influenti gruppi ebraici americani nel tentativo di bloccare qualsiasi piano di sabotaggio. Il secondo facendo inseguire dai suoi 007 membri della Casa Bianca spediti in giro per il mondo a riannodare i fili della diplomazia con l’Iran e quindi spifferando tutto alla stampa internazionale.

C’è un nuovo imbarazzo diplomatico sull’asse Washington-Gerusalemme: il Wall Street Journal, citando attuali ed ex funzionari statunitensi, scrive che la National Security Agency ha intercettato per molto tempo Benjamin Netanyahu [link a pagamento], primo ministro d’Israele, nel tentativo di contrastare la campagna del leader mediorientale contro eventuali strette di mano con Teheran. Un timore, quello di Obama, fondato. Perché – come le intercettazioni dell’Nsa hanno poi confermato – diverse spie israeliane hanno in effetti registrato materiale importante, l’hanno consegnato a Gerusalemme che a sua volta l’ha fatto filtrare attraverso i giornali locali.

È a questo punto che la Nsa è entrata in gioco permettendo all’amministrazione Usa di infiltrarsi nei tentativi israeliani di spingere la maggioranza del Congresso americano a votare contro l’accordo sul nucleare della Repubblica islamica. Tra gli esponenti più attivi, in chiave anti-Obama e anti-Iran, il Wsj riporta il nome di Ron Dremer, ambasciatore d’Israele negli Stati Uniti. Il tutto dopo gennaio 2014, quando dopo lo scandalo Datagate – seguito alle rivelazioni di Edward Snowden – Obama promise che avrebbe interrotto qualsiasi atto di spionaggio nei confronti dei leader stranieri.

Cosa che effettivamente sarebbe successa – secondo il quotidiano americano – tranne che nei confronti di Netanyahu sul quale il capo della Casa Bianca avrebbe chiesto di «pedinarlo» nel timore che potesse nuocere alle trattative con Teheran.

© Leonard Berberi

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La nuova vita degli israeliani e le scelte di Netanyahu

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un'israeliana 70enne (foto Reuters)

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un’israeliana 70enne (foto Reuters)

L’«Intifada dei coltelli» è proprio come l’avevano immaginato: uno stillicidio quotidiano. Esattamente quello che nel 2011 i vertici dell’intelligence israeliana avevano prospettato al premier Benjamin Netanyahu. E quello che Falafel Cafè aveva anticipato undici giorni fa. Quando le aggressioni erano ancora poche. Quando si pensava si sarebbe spento tutto. Così come spesso si spengono i fuochi che compaiono senz’alcuna avvisaglia in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Ma se c’è una cosa che queste prime due settimane di ottobre hanno fatto è rispolverare negl’israeliani – negli ebrei – quello stato d’allerta, quel senso d’insicurezza, di precarietà che molti avevano seppellito in fondo dopo la «Seconda Intifada» durato quasi quattro anni e mezzo (autunno 2000 – inverno 2005) e con un bilancio da guerra civile che s’è portato sottoterra 1.010 cittadini israeliani, 3.179 palestinesi, 55 stranieri.

Protestante palestinese colpito dalle forze dell'ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Protestante palestinese colpito dalle forze dell’ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Nel 2015 i coltelli e le accette compaiono quando meno te l’aspetti. «Anche perché noi e i palestinesi non siamo diversi fisicamente, è difficile individuare subito il malintenzionato», racconta – abbastanza scoraggiata – una 26enne di Tel Aviv. La notizia buona – ammesso che ce ne sia una in questi giorni che hanno registrato la morte di una trentina di persone tra ebrei ed arabi – ecco, la notizia «buona» la spiega una fonte del governo israeliano: dice, la fonte, che nell’incontro notturno dello scorso 13 ottobre lo Shin Bet – l’intelligence interna – ha spiegato a Netanyahu che no, non si ripeterà una «Seconda Intifada» né per modi né, soprattutto, per tempi. «Ci dobbiamo aspettare ancora aggressioni contro gli ebrei – è stato il ragionamento –, ma i numeri torneranno abbastanza presto ai livelli “fisiologici”».

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

A incoraggiare lo scenario degli 007 è l’adesione davvero degli arabo-israeliani (il 21% della popolazione circa). E la posizione del presidente palestinese Mahmoud Abbas che ha invitato i suoi a fermare qualsiasi violenza. Ma è un incoraggiamento che – hanno ammesso gli stessi responsabili della sicurezza nazionale – si regge su basi fragile nel medio e lungo periodo. Nel panorama locale cambia tutto molto in fretta. Hamas ha già chiamato i palestinesi a darsi da fare scavalcando le recinzioni e le mura per attaccare gl’israeliani. Netanyahu, poi, deve badare pure a quello che succede nella Siria in fiamme: migliaia di soldati iraniani – ha raccontato l’agenzia Reuters un paio di giorni fa – sarebbero arrivati per preparare l’offensiva via terra in due grandi città dello Stato arabo.

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Martedì notte, la sera del vertice di sicurezza dove la tensione ha preso più di una volta il posto della diplomazia e della mente lucida, è stato anche il momento in cui esperti militari e diplomatici hanno sintetizzato al primo ministro israeliano un ragionamento che nelle cancellerie europee e in quella statunitense domina da ormai mesi: lo Stato ebraico ha tassi di “simpatia” internazionale tra i più bassi di sempre. Qualsiasi decisione dura di Netanyahu finirebbe per isolare il Paese ancora di più. Questo potrebbe spiegare perché le misure eccezionali prese dal premier – alcune accusate di essere pure al limite della costituzionalità – hanno colto di sorpresa gl’israeliani per il loro impatto «soft».

Diversi analisti dello Stato ebraico lanciano poi l’allarme alle «macerie ideologiche» che questa «Intifada dei coltelli» lascerà sulla popolazione israeliana. «Macerie» che – denunciano – si vedono e si sentono già nei video che accompagnano le aggressioni dei palestinesi: urla di odio, parole che incitano a «neutralizzare» (cioè a uccidere) subito il violento. In un filmato un civile chiede esplicitamente al poliziotto: «Ma che cosa tiri fuori a fare lo spray al peperoncino, ammazzalo subito quel bastardo palestinese!».

Un sondaggio condotto dalla società Migdam per la tv privata Canale 2 ha trovato che la stragrande maggioranza degl’israeliani si ritiene per nulla contento della gestione della crisi attuale da parte di Netanyahu. Il 35% si è detto «insoddisfatto» mentre il 38% «molto insoddisfatto». E quando è stato chiesto il nome della persona più adatta a far finire le violenze il 22% ha detto che quella persona è l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, ex ministro degli Esteri, un altro 17% ha risposto Naftali Bennett, capo del partito dei coloni e solo il 15% ha indicato Netanyahu. In fondo, molto in fondo, Herzog, leader del centro-sinistra (5%) e il centrista Yair Lapid (4%).

Insomma: il Paese, ad oggi, si è spostato a destra. Più di prima. E questo, per il governo Netanyahu che «vive» con un solo un voto di maggioranza potrebbe tradursi nella sua caduta. Nelle elezioni anticipate. E nel trionfo di nazionalisti e ultrareligiosi.

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Scontri, proteste e paura: tensione senza fine tra israeliani e palestinesi

Alcuni agenti israeliani con le pistole in mostra e un paio di colleghi mentre picchiano un palestinese che poco prima aveva lanciato pietre a Beit El, alla periferia di Ramallah, in Cisgiordania, il 7 ottobre 2015 (foto di Abbas Momani / Afp)

Alcuni agenti israeliani con le pistole in mostra e un paio di colleghi mentre picchiano un palestinese che poco prima aveva lanciato pietre a Beit El, alla periferia di Ramallah, in Cisgiordania, il 7 ottobre 2015 (foto di Abbas Momani / Afp)

Un sindaco che va in giro per la sua città armato di pistola semi-automatica trasformata in una carabinetta. L’immagine del nuovo volto d’Israele (e della Cisgiordania) sta forse nel video che la tv israeliana Canale 1 ha girato lunedì sera, 5 ottobre, in una via di Beit Hanina, quartiere a maggioranza araba della città contesa.

È qui che Nir Barkat, primo cittadino gerosolomitano, s’è presentato con l’arma – posseduta legalmente – salvo poi nasconderla in auto non appena ha visto la telecamera. «Non c’è nulla di male – ha fatto sapere il sindaco attraverso lo staff –, diversi attacchi palestinesi sono stati sventati da persone comuni ma armate». Ma Adnan Husseini, il numero uno dei palestinesi a Gerusalemme, ha bollato la presenza armata di Barkat «una dichiarazione di guerra».

Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme, lunedì 5 ottobre 2015 con un'arma in un quartiere della città (fermo immagine da Canale 1)

Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme, lunedì 5 ottobre 2015 con un’arma in un quartiere della città (fermo immagine da Canale 1)

Più passano le ore e più quella che molti chiamano «Intifada 3.0» si allarga. Gerusalemme non è più l’unico luogo dove ebrei e musulmani si menano e si accoltellano, si attaccano e si uccidono. Gli incidenti ora interessano parte della Cisgiordania e si avvicinano a Tel Aviv interessando Petah Tikva (video sotto), Kiryat Gat, Lod.

Le forze di polizia sono state mandate anche a presidiare alcune vie di Jaffa, a sud di Tel Aviv, per monitorare la situazione. Per questo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di cancellare all’ultimo una visita – molto attesa – in Germania e chiesto alla sua polizia di proibire l’accesso alla Spianata delle moschee, luogo dove pregano i musulmani, ai suoi ministri e ai deputati del parlamento.

Poliziotti nelle vie di Jaffa, alla periferia di Tel Aviv, martedì 6 ottobre 2015 (foto Tomer Neuberg / Flash90)

Poliziotti nelle vie di Jaffa, alla periferia di Tel Aviv, martedì 6 ottobre 2015 (foto Tomer Neuberg / Flash90)

In pochi giorni il bilancio è di quattro israeliani uccisi a coltellate – per strada, in auto, nelle vie di Gerusalemme – e cinque palestinesi (compresi i tre assalitori degl’israeliani) ammazzati. Nove morti, decine di feriti, una tensione che, a questo punto, né Netanyahu, né il presidente palestinese Abu Mazen sembrano in grado di fermare.

In Cisgiordania ci sono decine di scontri tra palestinesi e forze armate israeliane. Pietre, molotov, colpi di arma da fuoco, oggetti vari. Si lancia di tutto e si spara ovunque sotto l’occhio di macchine fotografiche e telecamere. Tanto che sta facendo il giro della Rete il filmato di agenti israeliani infiltrati tra i rivoltosi mentre picchiano con calci e pugni un palestinese che poco prima lanciava sassi.

L’intelligence israeliana intanto è in subbuglio per quello che potrebbe succedere venerdì 9 ottobre. Giorno di preghiera per i musulmani, ma anche giorno – temono gli 007 – che potrebbe dare il via libera alle violenze vere e proprie dei palestinesi contro gl’israeliani e, soprattutto, i coloni. Non è un caso se nelle ultime ore – secondo i bene informati – centinaia di militari sono stati inviati in Cisgiordania a rafforzare la sicurezza nei grandi insediamenti.

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Una domenica a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee

Un arabo si prepara a lanciare una pietra contro la polizia israeliana sulla Spianata della Moschee di Gerusalemme, domenica 27 settembre 2015 (fermo immagine da Polizia israeliana/Falafel Cafè)

Un arabo si prepara a lanciare una pietra contro la polizia israeliana sulla Spianata della Moschee di Gerusalemme, domenica 27 settembre 2015 (fermo immagine da Polizia israeliana/Falafel Cafè)

Slogan e proteste. Ma anche – e soprattutto – sassi grandi e piccoli, bottiglie incendiarie, pezzi di edifici centenari staccati da usare come arma, fuochi d’artificio. Tutti, o quasi, mascherati. Tutti contro le autorità israeliane. È stata una domenica convulsa al Monte del Tempio, il luogo sacro per i musulmani e anche per gli ebrei. Centinaia di arabi e palestinesi si sono scagliati contro la polizia alla chiusura del quarto giorno dell’Eid al-Adha (festa islamica) e alla vigilia dell’inizio di Sukkot, la celebrazione ebraica che dura una settimana.

Secondo le autorità israeliane – che hanno contenuto le violenze dopo alcuni minuti – nessun membro del Waqf, l’autorità musulmana che sovrintende il Monte del Tempio, avrebbe mosso un dito per fermare le violenze. Ecco le immagini – fornite dalla polizia di Gerusalemme – di quello che è successo.

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Quelle minacce (via app) alla scuola che insegna la convivenza ad arabi ed ebrei

Alia Tunisi (a sinistra) e Sharon Suval sono insegnanti alle elementari della scuola "Mano nella mano" di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Alia Tunisi (a sinistra) e Sharon Suval sono insegnanti alle elementari della scuola “Mano nella mano” di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Se la sono presa anche con una scuola arabo-ebraica. Per tentare di uccidere qualsiasi tentativo di coesistenza pacifica. Annientarla sin dalla culla. E se proprio non si può così presto allora bisogna attivarsi per farlo il prima possibile. Magari sin dalle classi. E, perché no, anche semplicemente instillando paura con la tecnologia.

Chi nei giorni scorsi è passato con l’auto a Gerusalemme nei dintorni della scuola «Mano nella mano» non ha potuto leggere il suo vero nome su Waze, l’app anti-traffico di origine israeliana e comprata da Google per un miliardo di dollari. No. Chi è passato da quelle parti ha letto soltanto «La scuola bilingue – Che possano i loro nomi venire cancellati».

Una parte della scuola "Mano nella mano" di Gerusalemme bruciata dopo l'attacco incendiario di novembre 2014 (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Una parte della scuola “Mano nella mano” di Gerusalemme bruciata dopo l’attacco incendiario di novembre 2014 (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Qualcuno – un utente di Waze – ha stravolto la denominazione di questo istituto che insegna a 624 bambini e ragazzi di religione ebraica e musulmana storia e filosofia, matematica e scienze e, soprattutto, a convivere nel rispetto delle differenze altrui.

La cartina di Waze con le scritte minacciose (foto di David Ben Moshe / Ynet)

La cartina di Waze con le scritte minacciose (foto di David Ben Moshe / Ynet)

Mettete delle scritte minacciose nelle vostre app. Storpiate il nome di chi vuole costruire ponti e non elevare mura. Fate paura. Ché è quella ormai che sembra dominare in certi settori dello Stato ebraico.

Le minacce sono digitali. Il target esiste eccome. Ed è uno dei simboli della convivenza – pacifica – tra israeliani e arabi. Già obiettivo di un attentato incendiario lo scorso novembre da parte di due giovani estremisti di destra. E di svastiche e frasi anti-arabe dipinte sulle pareti esterne lo scorso giugno. Il tutto quasi ad anticipare un’ondata estremista contro palestinesi e arabi, gay e moderati che tra luglio e agosto ha pervaso un pezzo di Medio Oriente.

Zaini e cappotti degli studenti della scuola arabo-ebraica "Mano nella mano" di Gerusalemme (foto da Facebook)

Zaini e cappotti degli studenti della scuola arabo-ebraica “Mano nella mano” di Gerusalemme (foto da Facebook)

L’indicazione dentro l’app è ora sparita. Dopo centinaia di segnalazioni a Google che non ha nascosto l’imbarazzo. «La modifica è stata effettuata da un utente che era abilitato a farlo», chiarisce una fonte di Waze, l’applicazione che spopola in Israele (e non solo) perché si serve del contributo degl’iscritti per avere una mappa sempre aggiornate delle strade intasate e di quelle libere. Utente che – precisa la società mediorientale – è stato ora cancellato.

«Ho denunciato il fatto alla polizia», dice Nadia Kinani, preside della sede gerosolimitana di «Max Rayne – Mano nella mano». Intanto più d’un genitore chiede che venga aumentata la sicurezza per il prossimo anno scolastico. Cosa rara per l’istituto finanziato da una Ong. «Attualmente le nostre cinque sedi sparse per il Paese fanno lezione a 1.100 tra ebrei e arabi», calcolano i vertici dell’ente scolastico. E sperano che l’anno prossimo mamma e papà non ritirino i figli. Questa sì che sarebbe una gran sconfitta. Per tutti.

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Le dure parole del presidente che scuotono Israele

Un gruppo di palestinesi porta il corpicino del piccolo Ali, 18 mesi, morto bruciato dopo l'attacco alla sua casa nel villagio di Duma, vicino Nablus (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Un gruppo di palestinesi porta il corpicino del piccolo Ali, 18 mesi, morto bruciato dopo l’attacco alla sua casa nel villagio di Duma, vicino Nablus (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Perché, poi, quand’è troppo è troppo. E hai voglia ad aggrapparti a tutto quel che di diplomatico c’è in te. Hai voglia ad appellarti a tutta la tua esperienza e alla tua vecchiaia. Che non sei uno qualunque, ma il presidente dello Stato d’Israele. E ti hanno svegliato alle prime luci dell’alba per dirti che a pochi chilometri da casa tua qualcuno – che professa obbedienza al tuo stesso Dio e alla tua stessa bandiera – ecco, quel qualcuno s’è messo a lanciare una bottiglia incendiaria dentro a una casa abitata da palestinesi. E che le fiamme hanno divorato le mura, i mobili, le istantanee di una famiglia, ma soprattutto lui, Ali, piccolo, piccolissimo, 18 mesi appena, morto bruciato mentre la madre era fuggita con un mucchio di lenzuola credendo di avere il figlio tra le braccia, di averlo portato al sicuro e invece no, il figlio non s’era mai mosso. S’era spostato – per il troppo caldo – un metro più in là. E qualche ora dopo di lui rimanevano soltanto le foto e un mucchio più di cenere che d’ossa. Intanto mamma, papà e fratellino di quattro anni lottano ancora in ospedale.

Una foto bruciacchiata di Ali, dentro la casa dov'è morto bruciato il bimbo. I suoi genitori e il fratello di 4 anni lottano in ospedale (foto di Jaafar Ashtiyeh/Afp)

Una foto bruciacchiata di Ali, dentro la casa dov’è morto bruciato il bimbo. I suoi genitori e il fratello di 4 anni lottano in ospedale (foto di Jaafar Ashtiyeh/Afp)

Così lui, Reuven Rivlin, 75enne con quella faccia del nonno buono, di quello – per intenderci – a cui tu ti rivolgi per chiedergli qualche soldo, qualche carineria in più perché i tuoi genitori non ne vogliono sapere, ecco Rivlin ha scritto in arabo ed ebraico sul suo profilo Facebook – per parlare a tutti e a qualsiasi latitudine del globo – che quello scempio umano non poteva passare con delle semplici critiche politiche e le solite polemiche. «Più che vergogna provo dolore, perché membri del mio popolo hanno scelto la via del terrorismo e hanno perso il volto umano», ha commentato il capo dello Stato. «La loro strada non è la mia, la loro strada non è la nostra». Poi ha dato una stoccata a chi, nel recente passato, ha usato la mano morbida – troppo morbida – nei confronti del terrorismo ebraico.

Il presidente d'Israele Reuven Rivlin visita in ospedale Ahmed Dawabsha, papà di Ali (foto di Mark Neyman/GPO)

Il presidente d’Israele Reuven Rivlin visita in ospedale Ahmed Dawabsha, papà di Ali (foto di Mark Neyman/GPO)

«Le fiamme dell’odio che si stanno diffondendo nel Paese finiranno per distruggere Israele», ha avvertito sabato Rivlin durante una manifestazione pubblica a Gerusalemme. E non si riferiva soltanto all’attentato in Cisgiordania contro la famiglia palestinese. Ma anche all’aggressione – da parte di un ebreo ultraortodosso recidivo – durante il Gay Pride di Gerusalemme (6 feriti, una ancora in gravi condizioni). «Lo sappiamo che ogni società ha le sue frange radicali ma oggi dobbiamo chiederci: cosa sta succedendo nel nostro Paese a tal punto da portare estremismo ed estremisti a palesarsi alla luce del giorno e muoversi indisturbati? Cosa ha permesso all’erbaccia di minacciare la sicurezza di un intero giardino di fiori?».

«Provo davvero vergogna che in un Paese come il nostro – che ha assistito ai massacri di Shalhevet Pass (ucciso nel 2001 a Hebron da un cecchino palestinese, nda), della famiglia Fogel (trucidata nel 2011), di Adele Biton (la neonata morta quest’anno dopo essere stata ferita nel 2013), di Eyal, Gilad, Naftali (gli adolescenti rapiti e uccisi l’estate scorsa), di Mohammed Abu Khdeir (il giovanissimo palestinese preso e bruciato vivo poco da estremisti ebrei in risposta all’aggressione ai tre adolescenti) – ci sia ancora gente che non esita un attimo a riaccendere il fuoco, a bruciare la carne di un bambino, ad aumentare l’odio e il terrore».

Un momento della protesta sabato sera, 1° agosto, a Gerusalemme contro ogni tipo di violenza, compra quella omofoba durante il Gay Pride della città di questa settimana (foto di Yonatan Sindel / Flash90)

Un momento della protesta sabato sera, 1° agosto, a Gerusalemme contro ogni tipo di violenza, compra quella omofoba durante il Gay Pride della città di questa settimana (foto di Yonatan Sindel / Flash90)

Odio e terrore. Lo stesso che – nelle ore successive a quelle parole – decine di persone hanno riservato allo stesso Rivlin. Con qualcuno che si chiede se il suo intervento su Facebook non vada interpretato «come un sintomo iniziale di Alzheimer». Un livello di polemica nei confronti del presidente d’Israele che ha comunque allertato la sicurezza interna, tanto da portarla ad aumentare i cordoni di protezione attorno al capo dello Stato. Anche perché più di un utente gli ha ricordato il precedente del 1995. «Farai una fine peggiore di Ariel Sharon, vedrai», gli ha scritto uno. «Prego che venga fuori un altro Yigal Amir (l’estremista di destra che ha ucciso Yitzhak Rabin) e che faccia sparire te e gli arabi dalla nostra nazione ebraica. Ti auguro ogni malattia e ogni sofferenza».

Al fianco di Rivlin – che arriva dal Likud, destra – si sono schierati quasi tutti i partiti presenti in Parlamento. La sinistra. Le forze laiche. Quanto alle indagini sono passate poche ore dopo nelle mani dei servizi segreti israeliani. L’attacco terroristico – come viene di fatto definito – è protetto da censura. Quello che si è riuscito a ricostruire finora è che gli assalitori sarebbero arrivati nel villaggio palestinese a piedi. E proprio per questo dettaglio gli autori potrebbero essere arrivati da alcuni insediamenti ebraici a poca distanza.

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I timori degli occidentali sul nuovo governo Netanyahu

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash 90)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash 90)

Per carità, un po’ di credito si concede sempre. Soprattutto se il governo deve ancora iniziare a lavorare. Però. Però c’è agitazione tra le cancellerie europee – e non solo – a Tel Aviv. Il nuovo esecutivo di Benjamin Netanyahu – risicato, risicatissimo (61 seggi su un totale di 120) –, ecco, il nuovo esecutivo «è decisamente di destra, forse il più di destra da decenni», concordano diversi diplomatici. Di più. Dicono molti analisti israeliani che «questo è uno dei governi più nazionalisti e pieno di falchi che si ricordi».

A preoccupare, molto, è il ruolo di «Casa ebraica», il partito dei coloni guidato da Naftali Bennett che siederà al ministero dell’Educazione della diaspora: la formazione dell’imprenditore dell’hi tech vuole lasciare il segno. E di certo si è preso un dicastero – la Giustizia – che è stato affidato ad Ayelet Shaked, numero due del partito e con idee che, sostengono i palestinesi, «fanno rabbrividire». Soprattutto perché questo 34esimo governo è il primo degli ultimi vent’anni a non menzionare nel suo programma ufficiale le parole «colloqui di pace» con la controparte araba.

Un ebreo ultraortodosso cammina per le vie di Ramat Shlomo, insediamento in Cisgiordania (foto Ronen Zvulun / Reuters)

Un ebreo ultraortodosso cammina per le vie di Ramat Shlomo, insediamento in Cisgiordania (foto Ronen Zvulun / Reuters)

Il timore degli occidentali è che con questo nuovo esecutivo – nell’immediato – qualsiasi residua speranza di pace tra israeliani e palestinesi potrebbe essersi dissolta. Un po’ perché Naftali Bennett e, appunto, Ayelet Shaked, potrebbero portare Netanyahu ad allargare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Un po’ perché – nel medio e lungo periodo – si potrebbe assistere a una terza Intifada.

Proprio Shaked è diventata uno degli esponenti più di spicco nel disegno di leggere su Israele nazione ebraica. Ma ha anche appoggiato la bozza che prevedeva un controllo maggiore sulle decisioni della Corte Suprema. E nessuno dimentica la sua veemenza quando si è trattato di porre un freno alle donazioni straniere alle Ong israeliane. Proprio quest’ultimo punto tornerà nel nuovo esecutivo Netanyahu.

Il leader di "Casa ebraica" Naftali Bennett (seduto) e, a fianco, la numero due del partito, Ayelet Shaked, il nuovo ministro della Giustizia dello Stato d'Israele

Il leader di “Casa ebraica” Naftali Bennett (seduto) e, a fianco, la numero due del partito, Ayelet Shaked, il nuovo ministro della Giustizia dello Stato d’Israele

«La nostra linea rossa non sono solo gli insediamenti», spiega un diplomatico europeo all’agenzia Reuters. «Se si guardano certe proposte di legge c’è da preoccuparsi: sono anti-democratiche e sembrano pensate per spegnere qualsiasi voce critica. È quel tipo di cose che ti aspetteresti in Russia». Anche gli americani non sono entusiasti. Ma contano sul fatto che con un solo parlamentare in più certi disegni di legge potrebbe essere più facile non farli approvare.

Gli occhi degli occidentali sono puntati quindi tutti su Moshe Kahlon. Il leader della formazione centrista «Kulanu», la sorpresa delle elezioni del 17 marzo scorso, potrebbe essere un argine contro «Casa ebraica» e contro la deriva di estrema destra del governo Netanyahu. Ma come fa notare più di un diplomatico europeo, «avevamo puntato molto anche su Yair Lapid, nella passata legislatura, e alla fine abbiamo visto com’è finita: lui ha fatto poco, il governo è crollato e ci siamo trovati con un esecutivo ancora più di destra».

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