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Se anche al Parlamento israeliano va di moda la segregazione sessuale

La Knesset, il parlamento israeliano

Come minimo, prendono le distanze. Poi, visto che in questi casi si fa a gara a chi si allontana di più, è tutto un «nel nostro Paese queste cose non sono tollerate» e «bisogna condannare in modo assoluto». Peccato che poi, nel bel mezzo del polverone contro gli zeloti di Beit Shemesh e le loro politiche sessiste, ecco, peccato che poi si scopre che un pizzico di discriminazione nei confronti delle donne c’è pure nel cuore del Parlamento israeliano. Si chiaro: questo è nulla in confronto ai marciapiedi per soli uomini e al codice di abbigliamento imposto alle donne. Ma è comunque qualcosa. Tanto da spingere qualcuno a tirare in ballo il vecchio detto – religioso, ovviamente – «chi è senza peccato scagli la prima pietra».

E allora. Succede che alla Knesset, nemmeno tanto di nascosto, le donne siano state estromesse da tutte le manifestazioni canore e le celebrazioni che si svolgono all’interno della struttura. Motivo? «C’è un una regola non scritta, introdotta un po’ di tempo fa, che non prevede più le donne alle cerimonie ufficiali», dicono le gole profonde del Parlamento israeliano al quotidiano Ynet. E spiegano che la presenza femminile viene evitata «per non urtare la sensibilità dei deputati ebrei ultraortodossi». Quasi tutti fanno parte della maggioranza di governo. Quasi tutti sono membri dei partiti che sostengono il premier Benjamin Netanyahu.

Il «protocollo», dicevamo. Ecco, il «protocollo» non viene sempre rispettato, a dire il vero. Ma nelle grandi manifestazioni – come, per esempio, l’inaugurazione dei nuovi lavori parlamentari – le donne vengono relegate in ruoli meno visibili. «Di solito, la prassi è questa», continuano ancora le fonti: «quando in Aula è prevista la presenza di deputati e ministri ultrareligiosi cerchiamo di coinvolgere solo gli uomini».

© Leonard Berberi

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VIDEO / Gli zeloti e la bambina “immodesta”, il servizio tv che scuote Israele

La bambina non ha nemmeno otto anni. È bionda. Biondissima. E magra. Indossa occhiali da vista. Che aiutano a mettere a fuoco quel che le si presenta davanti ogni giorno. E per questo sono una fortuna e una condanna. «Ho paura che mi facciano del male», dice la piccolina. Poi si mette a piangere.

Si chiama Naama Margolis e sta diventando, senza neanche volerlo, il simbolo di una nazione spaventata. Naama Margolis domenica sera è comparsa per pochi minuti nelle case di buona parte del Paese attraverso la tv. Ha mostrato alla telecamera di Channel 2 i suoi occhioni azzurri e spaventati. Ha messo a nudo le debolezze di una società che fa sempre più fatica a gestire il proprio estremismo religioso. Guardatelo il video. Lo trovate sotto. Date un’occhiata al reportage. Anche se non capite nulla d’ebraico, bastano gli sguardi, il tono di voce, le gesta delle mani a dare un senso.

Siamo a Beit Shemesh, sobborgo a ovest di Gerusalemme. Qui la maggior parte degli abitanti è composta da ebrei ultraortodossi, «gli uomini cattivi vestiti di nero». Centomila abitanti e palazzine che vengono su a velocità impressionante.E’ qui, a Beit Shemesh, che sono stati creati i guardiani della moralità. E’ qui, a Beit Shemesh, che le donne più religiose vanno in giro vestite come quelle talebane, velate da capo a piedi e con solo una fessura a mostrare gli occhi.

E’ qui, tra queste strade, che lo scorso fine settimana, quando da noi si stava celebrando il Natale, i funzionari municipali hanno rimosso i cartelli in cui si obbligavano le donne a camminare soltanto su un lato della strada (foto sotto). «Si tratta di discriminazione sessuale vero e proprio», hanno stabilito i giudici.

Ma la rimozione è avvenuta al calar del sole. Per non dare nell’occhio. Anche se a vedere i tanti “buuu” la strategia non ha per nulla funzionato. Ci sono state proteste. Gli ultraortodossi hanno lanciato anche pietre. C’è stato puro uno scontro fisico, durato poco, con la polizia. Il giorno dopo le cose non sono cambiate. Con la differenza che stavolta quegli uomini se la son presa anche con la troupe di Channel 2, una delle tv più seguite nel Paese. A un certo punto il veicolo dei giornalisti è stato preso d’assalto. Una portiera danneggiata, il vetro anteriore spaccato e pietre incastrate.

E’ per questo che, per far capire a tutti cosa succede a Beit Shemesh, il tg di Channel 2, nella sua edizione di punta, ha ritrasmesso la storia di Naama Margolis. Il servizio inizia mostrando la bambina e la sua mamma. Sono su un marciapiede. La bambina sta piangendo. «Non devi avere paura», le dice la madre. Ma lei continua a singhiozzare. «Ho paura – risponde la piccolina – ho paura che mi facciano male». La strada «della paura» per la Margolis è lunga 300 metri: la distanza da casa sua alla scuola che frequenta. E in quei trecento metri, soprattutto nelle ultime settimane, la bambina viene sistematicamente presa di mira da zeloti ortodossi. Le urlano di tutto. Le danno della scostumata. Anche della «sharmuta», della puttana. A lei, un esserino di otto anni.

Gli ultraortodossi non sopportano la piccolina perché «non si veste in maniera sufficientemente modesta». Ma quel quarto d’ora circa di reportage ha sdegnato un intero Paese. Che ha scoperto, all’improvviso, quel che sta succedendo alle porte della propria capitale. La denuncia trasmessa in tv ha fatto discutere. E così, quando poi la troupe di Channel 2 s’è presentata a Beit Shemesh per filmare le limitazioni imposte alle donne da ambienti rabbinici estremisti locali, i giornalisti sono stati circondati e attaccati fisicamente. Mentre lunedì 26 dicembre sono state aggredite altre due troupes televisive. Alcuni poliziotti sono rimasti feriti, mentre circa 300 zeloti lanciavano strali e pietre. La situazione non è per nulla tranquilla. E spaventa il sit-in organizzato martedì 27 dicembre da un gruppo di attivisti di un movimento progressista. In attesa che nelle prossime ore vengano installate 400 telecamere a circuito chiuso sparse per le vie di un sobborgo sull’orlo della guerra civile.

© Leonard Berberi

Il servizio trasmesso su Channel 2 Israel

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