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Il poliziotto israeliano e quella pistola contro il reporter

Proteste a Gerusalemme Est (foto di Ammar Awad/Reuters)

La confusione durante le proteste a Gerusalemme Est (foto di Ammar Awad/Reuters)

Giorno di protesta a Gerusalemme Est. Come ogni venerdì. Come sempre. Decine di palestinesi scendono in strada. Urlano slogan contro Israele. Lanciano pietre contro le forze dell’ordine dello Stato ebraico. Vengono arrestati.

A gettare benzina sul fuoco, secondo gli abitanti della Cisgiordania, è stata la decisione delle autorità israeliane di fissare un limite d’età per gli uomini palestinesi che vogliono entrare nella Città Vecchia: nella Spianata delle Moschee può metterci piede soltanto chi ha più di 50 anni. Tutti gli altri fuori, se ne stiano a casa.

Il poliziotto israeliano con la pistola puntata contro il reporter dell'Afp (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

Il poliziotto israeliano con la pistola puntata contro il reporter dell’Afp (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

Poi però succede che – forse nella confusione, forse nella tensione – c’è questo poliziotto israeliano, con il volto coperto, che punta la sua pistola. Non contro i palestinesi. Ma contro i fotografi. Contro uno, in particolare: Ahmad Gharabli, reporter dell’agenzia France Press. Che si ritrova a dover «rispondere» a quella minaccia con l’unico strumento a disposizione: una macchina fotografica. La sua. Quella che usa per lavoro.

Gharabli è visibilmente spaventato da quel gesto. Ma non si ferma. Immortala quell’istante in una foto formato Jpeg. La inserisce nel circuito internazionale delle immagini. Insieme ad altre della stessa scena, ma da un’angolazione diversa. Il resto è sui social media. Dove, tra un «vergogna» e un «pazzesco», decine di reporter che ogni giorno seguono le vicende israelo-palestinesi si chiedono se non sia il caso di fermarsi e chiedere di darsi una calmata. Per il bene di tutti.

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Ecco l’unico uomo che decide chi si può sposare in Israele con rito religioso

Il rabbino Itamar Tubul, 35 anni (foto Jta)

Il rabbino Itamar Tubul, 35 anni (foto Jta)

Itamar Tubul è un signore di 35 anni, alto, magro, con la voce bassa e monocorde. Si porta sempre gli occhiali da vista, veste sempre elegante ed è praticamente sconosciuto. Se non fosse per un piccolo particolare: è il rabbino, l’unico per ora, che decide chi si può sposare in Israele con rito religioso e chi no. Siano essi residenti nello Stato ebraico o no.

Itamar di fatto è il responsabile dell’ufficio anagrafe del Gran Rabbinato. Tutte le richieste di matrimonio passano sulla sua scrivania. Lui ha potere di vita o morte sulle coppie che vogliono giurare amore eterno davanti a un rabbino. Un ruolo di grande responsabilità che ultimamente dagli Usa vorrebbero in qualche modo attenuare.

Ma prima facciamo un passo indietro. Per sposarsi con rito religioso tutti devono provare di avere forti legami con l’Ebraismo. Questo è facile per chi vive in Israele. Un po’ meno per chi è nato e ha sempre vissuto fuori: negli Usa, soprattutto, ma anche in Francia, in Spagna, in Italia. Questi ultimi devono farsi rilasciare un documento dall’autorità religiosa locale che certifica l’«ebraicità» delle persone o fare una copia dell’atto di matrimonio dei genitori in cui si attesta che è stato celebrato con rito religioso. Il documento, poi, deve essere spedito a Gerusalemme per essere convalidato da un sol uomo, Itamar Tubul, appunto.

Se il rabbino-funzionario non dà il via libera il matrimonio, in Terra Santa, non si può fare. «Ma in questo modo dipende tutto dal capriccio di una sola persona, che sarà pur brava, ma che lavora in condizioni di potere assoluto», ha polemizzato attraverso la Jewish Telegraphic Agency il rabbino Seth Farber. Farber è anche il fondatore di Itim, organizzazione israeliana che si occupa di aiutare le coppie di fidanzati a compilare i fogli da inviare al Gran Rabbinato d’Israele.

Scene da un matrimonio celebrato con rito religioso ebraico

Scene da un matrimonio celebrato con rito religioso ebraico

Da alcune settimane il ruolo di Itamar Tubul è messo fortemente in discussione. Soprattutto dopo aver scatenato un incidente diplomatico tra l’autorità religiosa americana e quella centrale. Lo scorso ottobre Tubul ha respinto il documento di un rabbino statunitense in cui si attestava l’«ebraicità» della coppia che si voleva sposare. «Ma come si permette questo signore di mettere in discussione la mia credibilità?», ha sbottato Avi Weiss, un famoso rabbino ultraortodosso liberale della comunità di New York che s’è trovato il suo documento smentito da Tubul. «Sono anni che scrivo questi documenti e mai nessuno s’è mai sognato di dire che quello che avevo scritto non era vero».

Tubul non si è scomposto. Ha spiegato che il suo lavoro di verifica si basa su «una rete di contatti personali» nel Paese di riferimento. «Appena ricevo la lettera che attesta il legame con l’Ebraismo della coppia ne discuto con i giudici-rabbini nominati in quella zona dall’autorità centrale: se nessuno di loro conosce il religioso che ha scritto il documento o hanno dubbi sull’autore, allora io mi rivolgo ai colleghi locali. Dopo aver sentito quello che sanno e quello che hanno da dire – ma senza basarmi mai una sola persona – decido se accettare o rigettare. Dopo un lungo giro di consultazioni sono arrivato alla conclusione che è il rabbino Avi Weiss ad avere un problema: non mi sembra sia un seguace fedele della tradizione ebraica».

Il rabbino di New York a quel punto s’è preso un avvocato. E lo scorso gennaio ha ricevuto una lettera in cui il Gran Rabbinato smentisce Tubul e dà l’ok a Weiss. Che, sorridendo, ha spiegato: «Finalmente è stata cancellata un’ingiustizia». E vissero tutti felici e contenti. Forse.

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Bibi, Angela e quel riflesso che fa impazzire la Rete

(foto di Marc Israel Sellem/Jerusalem Post)

(foto di Marc Israel Sellem/Jerusalem Post)

La foto è la solita: c’è un leader di un Paese con un altro leader di Paese che s’incontrano, parlano, discutono, sorridono, indicano a destra e a sinistra, si mettono in posa per gli scatti di rito. Quelli, per intenderci, che poi finiscono nel flusso delle agenzie stampa e negli album ufficiali dei rispettivi governi.

Poi ci sono foto realizzate nel luogo giusto, ma al momento sbagliato. Come questa che vede sopra – scattata da Marc Israel Sellem, fotogiornalista del quotidiano israeliano in lingua inglese Jerusalem Post – dove la posizione del braccio sinistro del premier Benjamin Netanyahu e il riflesso sul viso della cancelliera tedesca Angela Merkel, in visita nello Stato ebraico, finiscono per dare un risultato particolare. E infatti lo scatto, condiviso da migliaia di persone e commentato da centinaia di utenti del web, sta letteralmente facendo il giro della Rete.

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Il lungo silenzio di Netanyahu con i giornalisti israeliani

Una delle ultime interviste rilasciate dal premier israeliano Netanyahu a una testata locale (fermo immagine da Canalae 2 / Falafel Cafè)

Una delle ultime interviste rilasciate dal premier israeliano Netanyahu a una testata locale (fermo immagine da Canalae 2 / Falafel Cafè)

I giorni passano. Gli accordi si fanno e si disfano. I voli ufficiali della Casa Bianca continuano ad atterrare al Ben Gurion. Perché, alla fin fine, lavorano tutti a quella cosa là, alla pace. E però in tutto questo c’è lui, «Bibi», che tace, non si fa vedere. Non risponde alle domande. A quelle dei giornalisti d’Israele. Non si fa intervistare né da Canale 2, né da Canale 10, non replica ai dubbi di Haaretz e nemmeno alle lusinghe degli amici di Israel haYom.

«Bibi» che succede? Sono passati un anno, trentacinque giorni e qualche ora – almeno a considerare come giorno di calcolo oggi, domenica 23 febbraio 2014 – e il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ha ancora concesso un’intervista alla stampa dello Stato ebraico. L’ultima risale al 19 gennaio 2013. Poi più nulla. Nessuna replica alle domande di chi lo segue da anni, soltanto un sacco di «Todah rabah», grazie mille.

Mentre, in parallelo, si sottopone quasi a degli interrogatori dalle tv straniere: dalla Cnn a France 24, passando per i saluti, in cinese, per il capodanno del gigante asiatico. Riceve addirittura la troupe di Bbc Persian. Saluta i telespettatori iraniani in farsi. Ma a loro, ai suoi connazionali, no, nessun accenno. Nemmeno un sorriso. Nemmeno una smorfia da poter appuntare sul taccuino e poi tradurre in una risposta, in una reazione.

Il grafico trasmesso in tv sulle interviste rilasciate ai giornalisti locali per ciascun capo di Stato o di governo nel 2013 (fermo immagine da Canale 2 / Falafel Cafè)

Il grafico trasmesso in tv sulle interviste rilasciate ai giornalisti locali per ciascun capo di Stato o di governo nel 2013 (fermo immagine da Canale 2 / Falafel Cafè)

La questione, ora, è quasi di Stato. Tanto che una delle tv più seguite del Paese, Canale 2 ha realizzato addirittura un servizio sul silenzio lungo più di un anno di Netanyahu. Un servizio polemico. In cui vengono fatti vedere capi di Stato e di governo sottoporsi alle domande dei giornalisti. A un certo punto viene mostrato anche il presidente russo Vladimir Putin circondato – accerchiato, quasi – dai cronisti del suo Paese. E via con interviste ai corrispondenti stranieri in Israele – compreso quello della Rai, Claudio Pagliara – che dicono, all’unanimità, «questa cosa dalle nostre parti non succede». Compare anche il dittatore siriano Bashar al-Assad. Un confronto che sa quasi di provocazione.

Provocazione che diventa palese quando, a un certo punto, nel servizio tv di Canale 2 compare la classifica delle interviste rilasciate ai media del proprio Paese. Stravince il presidente americano, Barack Obama, con 95 in tutto il 2013. Segue la cancelliera tedesca Angela Merkel con 52. Il presidente russo Vladimir Putin si ferma a otto. Tre in più del siriano Assad. E Netanyahu? Zero.

«Cerchiamo di attirare l’attenzione dei nostri colleghi stranieri su questa situazione imbarazzante e pericolosa», scrive su 972 Mag la cronista politica Tal Schneider. Che lancia pure il contatore in tempo reale su quanto dura il silenzio del premier israeliano con le testate locali. «Netanyahu si ostina a descrivere lo Stato ebraico come l’unica democrazia nel Medio Oriente, ma lui stesso non si fa intervistare da noi e non risponde alle nostre domande. Esattamente come un dittatore mediorientale qualsiasi, anzi, peggio».

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Dentro SodaStream tra israeliani, palestinesi e l’attrice Scarlett Johansson

Alcuni dipendenti di SodaStream imballano le bottiglie che conterranno le bibite gassate (foto Nati Shohat/Flash90)

Alcuni dipendenti di SodaStream imballano le bottiglie che conterranno le bibite gassate (foto Nati Shohat/Flash90)

Nella zona industriale di Mishor Adumim è cambiato poco o nulla per anni. Nei circa 300 capannoni industriali si è lavorato ai soliti orari. I dipendenti – uomini e donne, ebrei e musulmani, israeliani e palestinesi – continuavano a entrare e a uscire dalle strutture tenendosi il loro badge bene in vista. Il tutto a tre chilometri di distanza da Ma’ale Adumim, uno degli insediamenti più grandi in Cisgiordania. E a dieci da Gerusalemme.

Poi un’attrice, Scarlett Johansson – famosa, famosissima, formosa, formosissima – ha deciso che le andava di fare da testimonial a quest’azienda, SodaStream, sconosciuta al pubblico europeo e a buona parte di quello americano. Poi è arrivata una pubblicità (in fondo al post, nda). Poi sul web è partita tutta una gran baldoria prima per chiedere alla ragazza di ripensarci. Poi per spingere un’organizzazione non governativa – vedi alla voce «Oxfam» – di cacciare la giovane perché ormai «indegna» di essere un’«ambasciatrice». Perché questa ha prestato il suo volto e la sua voce a un’azienda che ha la sede in una colonia israeliana, quindi in un’entità «illegale» per il diritto internazionale, «che sottrae e sfrutta le risorse del popolo palestinese».

Un impianto di SodaStream (foto di Elhanan Miller/Times of Israel)

Un impianto di SodaStream (foto Elhanan Miller/Times of Israel)

E insomma da allora, e siamo ormai alla fine di gennaio 2014, è cambiato molto nella zona industriale di Mishor Adumim. Sono arrivati i «curiosi». Si sono fatti vedere addirittura dei turisti. Hanno iniziato a parcheggiare bolidi di metallo con tanto di grandi antenne paraboliche puntate verso il cielo e telecamere e treppiedi e luci e microfoni grandi e piccoli. Nemmeno fosse la scena di un crimine o il luogo di un grande evento internazionale.

Forse SodaStream non pensava di creare tutto questo sconquasso mediatico. Forse non immaginava di finire nella top ten mondiale delle notizie più lette, cliccate, condivise, discusse. E sarà per questo che il suo amministratore delegato, Daniel Birnbaum, ha deciso di fare da guida alle troupe tv internazionali e a decine di giornalisti tra i macchinari dell’azienda che fattura circa 450 milioni di dollari all’anno ed è leader, come spiega il sito ufficiale, nella «preparazione domestica di bevande gasate e di acqua minerale frizzante». Quello che a Mishor Adumim pensavano sarebbe scoppiato come una bolla, anzi una bollicina di anidride carbonica, in realtà è cresciuta, è diventata qualcosa di quasi incontrollabile.

Due lavoratrici - una ebrea, una palestinese - di SodaStream (foto Nati Shohat/Flash90)

Due lavoratrici – una ebrea, una palestinese – di SodaStream (foto Nati Shohat/Flash90)

«All’ingresso dell’azienda c’è una statua con alcuni versi del profeta Isaia», racconta Elhanan Miller sul quotidiano elettronico «Times of Israel»: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra». Il boom per SodaStream è iniziato nel 2007 quando è passata di mano e al comando è arrivato Daniel Birnbaum. Ora gli stabilimenti sono 25 in tutto il mondo di cui otto tra Israele e Cisgiordania.

A Mishor Adumim gli impiegati sono 1.300: 350 ebrei, 450 arabo-israeliani, 500 palestinesi. «Qui gli stipendi sono uguali per tutti», spiegano i vertici di SodaStream. E via, a favor di telecamere, a farsi riprendere tra lavoratrici velate e altre a capo scoperto, a dare l’autorizzazione ad alcune palestinesi a rilasciare interviste e a spiegare ai cronisti stranieri che «SodaStream paga tre volte uno stipendio medio in Cisgiordania».

Tra qualche settimana – ne è convinto l’amministratore delegato – di quest’impianto in una terra contesa e contestata non si ricorderà quasi più nessuno. Ma intanto si gode la pubblicità, ulteriore, gratuita e utile agli affari. Perché anche in Cisgiordania vale la vecchia regola del se ne parli pure male, ma l’importante è che se ne parli.

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VIDEO / La pubblicità di SodaStream con Scarlett Johannson

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Ascesa e declino in vent’anni. Viaggio dentro la Stazione degli autobus di Tel Aviv

Una delle rampe dei bus della Nuova stazione centrale di Tel Aviv (foto da Wikipedia)

Una delle rampe dei bus della Nuova stazione centrale di Tel Aviv (foto da Wikipedia)

Doveva essere stupenda, funzionale, innovativa. Il fiore all’occhiello dei trasporti cittadini e nazionali. La stazione più grande del mondo. Uno dei luoghi con il maggior grado di protezione, anche dalle bombe atomiche. Il centro della vita sociale dei telavivini. Oltre che, s’intende, un pezzo d’arte, un simbolo della nuova architettura urbana del Medio Oriente. O meglio: dell’unica democrazia di questo pezzo di mondo. E invece, non è stato niente di tutto questo. Se non, bisogna dirlo, per quell’enorme rifugio anti-atomico scavato nel sottosuolo e ormai uno dei tanti non-luoghi. O per quel primato, di terminal dei bus più grande del mondo, che ha resistito per diciassette anni. Eppure il quartiere, tutt’intorno, ha un nome decisamente rassicurante: «Neve Sha’anan», oasi tranquilla.

Benvenuti alla «Nuova stazione centrale degli autobus» di Tel Aviv. Una mega-costruzione di rampe, negozi, scivoli, passaggi, gallerie alta sette piani, grande 240 mila metri quadrati, inaugurata il 18 agosto 1993 dopo che il Comune aveva dato il via ai lavori nel dicembre 1967. Vent’anni dopo quel sogno è diventato un luogo sempre affollato di giorno. Mentre di notte si trasforma nel regno di senzatetto, migranti in cerca di uno straccio di posto dove dormire, spacciatori, prostitute locali e dell’Est Europa, adolescenti palestinesi che si vendono per pochi shekel.

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Un gruppo di ragazzi fa break dance (foto di Yifa Yaakov)

«Non poteva essere altrimenti», spiegano da sempre gli abitanti di Tel Aviv. «La stazione non è davvero nel centro della città, è stata costruita al sud, nel quartiere più povero dell’area». «È una delle cose più brutte mai costruite in questa nazione». Qualcuno, poi, ricorda il primato del 2010: un omicidio, tre stupri. Tutti dentro questo eco-mostro legalizzato, utilizzato soltanto per il 60 per cento della sua dimensione, che però, al suo interno, ha anche un cinema con sei sale («mai usate») con una statua di Charlie Chaplin consumata dal tempo e, da poco, un’«oasi» da preservare – in realtà uno dei tunnel usati dagli autobus per entrare e uscire – perché piena di pipistrelli.

I tentativi di «riportarla in vita» non mancano. Secondo «See Tel Aviv», un’organizzazione che gestisce visite guidate nella città, è uno dei posti da non perdere. E ogni giorno ci porta decine di turisti. In realtà di turistico c’è ben poco. All’interno, oltre a vedere una costruzione labirintica che spesso ti fa perdere le tracce, domina l’illuminazione artificiale. Più che una stazione di autobus ricorda un ospedale. Superati gli ingressi dopo il controllo di sicurezza si mostrano questi lunghi percorsi affollati e pieni di negozi e negozietti ai lati. C’è una maggioranza di venditori asiatici (filippini soprattutto), ma anche arabo-israeliani che vendono schede telefoniche, cover per cellulari e vestiti a meno di dieci euro. Sembra, a prima vista, che ogni etnia abbia la sua fetta di mercato. E forse è per questo che tra negozianti non ci sono particolari problemi.

La Stazione all'interno

La Stazione all’interno

La Stazione centrale è stata progettata da Ram Karmi, l’autore della Corte Suprema a Gerusalemme e del Terminal 3 dell’aeroporto «Ben Gurion» di Tel Aviv. Lo stile è quello del «Brutalismo» che prevede il cemento a vista e nelle intenzioni di Karmi doveva essere in grado di gestire un flusso di 2 milioni di persone al giorno, praticamente tre quarti della popolazione israeliana nel 1967. All’interno furono realizzati un centro commerciale dotato di 29 scale mobili e 13 ascensori, più di mille negozi e ristoranti. Il tutto su quattro piani. Perché gli altri tre vennero dedicati ai bus in partenza e in arrivo di diverse compagnie.

Un po’ per le guerre, un po’ per le difficoltà finanziarie, il progetto è stato terminato soltanto nel 1993. E quando i vertici del Paese tagliarono il nastro di apertura, quasi tutti era d’accordo su una cosa: quella stazione nuova di zecca non serviva già a nulla. Vent’anni dopo, in realtà, resta uno degli snodi principali della città. «Ma solo perché per ora non hanno costruito un’alternativa», si lamentano i passeggeri. Che poi non perdono un secondo a elencare quello che non va. E quello che si può trovare, in modo del tutto inatteso, in un posto come questo.

Uno dei tunnel dell'edificio ormai frequentati solo dai turisti con le guide (foto di Yifa Yaakov)

Uno dei tunnel dell’edificio ormai frequentati solo dai turisti con le guide (foto di Yifa Yaakov)

Per dire: all’interno dei sette piani ci sono una sorta di museo improvvisato con almeno 35 mila pezzi della via ebraica nei ghetti d’Europa durante la seconda guerra mondiale. Ma anche una chiesa filippina, un’aula scolastica dove i volontari danno lezioni per i figli dei migranti che lavorano in Israele, uno spazio ormai adibito alla break dance, un altro dedicato a chi vuole fare yoga e meditazione, un ristorante indiano (al terzo piano). Il tutto mentre sullo sfondo migliaia di persone scendono dai bus, camminano veloci, si perdono, si smarriscono in una delle decine di uscite. Bisogna arrivare all’ultimo piano che funziona anche come terrazza per vedere qualcosa di «bello»: il panorama di Tel Aviv, il mare, il tramonto, un pezzo di Gerusalemme, uno scorcio di Cisgiordania.

Il Comune vorrebbe comunque disfarsene della Stazione. Anche perché, secondo alcuni immobiliaristi, dalle «ceneri» dell’edificio potrebbero «sorgere» almeno 3 mila appartamenti. Quanto basterebbe per calmare i prezzi al metro quadro che ormai, da queste parti, fanno concorrenza ai centri di Roma e Milano, ma anche per risolvere – anche se soltanto per poco – la domanda cronica di case che a Tel Aviv dura ormai da anni.

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Negoziati, Israele verso il sì alla bozza di Kerry. Ecco i sei punti del piano di pace coi palestinesi

Il segretario di Stato Usa John Kerry (il secondo da sinistra), nel tavolo con il capo dei negoziatori israeliani Tzipi Livni (di fronte) e il capo della delegazione palestinese Saeb Erekat (foto di Craig Ruttle/Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry (il secondo da sinistra), nel tavolo con il capo dei negoziatori israeliani Tzipi Livni (di fronte) e il capo della delegazione palestinese Saeb Erekat (foto di Craig Ruttle/Ap)

«Noi ci siamo, noi ci stiamo. Diciamo ok, andiamo avanti con la bozza di Kerry. Ma i palestinesi? Sono d’accordo?». Sono ore delicate. A Gerusalemme e a Ramallah. Ma anche a Washington. Perché, a meno di colpi di scena dell’ultimo momento, per la prima volta lo Stato d’Israele dovrebbe dire «sì» al piano del segretario di Stato Usa, John Kerry. A spiegarlo è la tv israeliana Canale 2 e nessuna smentita o precisazione è arrivata dal governo. L’unica incertezza, per il premier Benjamin Netanyahu, è la tenuta della maggioranza. Il ministro dell’Economia e del commercio, Naftali Bennett, da giorni si dice contrario ad alcuni punti della bozza di accordo. E minaccia di lasciare l’esecutivo, portandosi via i parlamentari del suo partito, Jewish Home Party.

Resta ora da capire cosa farà l’Autorità palestinese. Da giorni voci e indiscrezioni convergono sul fatto che il presidente Mahmoud Abbas sarebbe contrario. Uno, in particolare, il punto delicato: il riconoscimento dello Stato ebraico d’Israele. Secondo Abbas non c’è bisogno. Mentre Saeb Erekat, capo dei negoziatori palestinesi, si dice apertamente contrario. «Quando voi dite che dobbiamo “accettare Israele come uno Stato ebraico”, voi ci state chiedendo di cambiare la storia: i miei antenati hanno vissuto in questa regione 5.500 anni prima che Joshua Bin-Nun venisse e incendiasse la mia città natale Gerico», ha detto Erekat in un panel a Monaco di Baviera davanti a centinaia di persone e soprattutto davanti alla controparte israeliana, Tzipi Livni.

John Kerry (a sinistra) insieme a Martin Indyk, inviato speciale americano per i negoziati israelo-palestinesi all'aeroporto "Ben Gurion" di Tel Aviv lo scorso 5 gennaio (fotp Brendan Smialowski/Pool/Ap)

John Kerry (a sinistra) insieme con Martin Indyk, inviato speciale americano per i negoziati israelo-palestinesi all’aeroporto “Ben Gurion” di Tel Aviv lo scorso 5 gennaio (fotp Brendan Smialowski/Pool/Ap)

Insomma le incertezze – sei mesi dopo l’avvio dei colloqui di Pace dopo anni di stallo – restano ancora molte. Per ora si fanno un po’ più chiare le finalità della bozza di accordo tra le due parti. Un piano che poggia su sei punti.

Il primo: riconoscimento reciproco. Gl’israeliani ammettono l’esistenza dello Stato palestinese. I palestinesi di quello israeliano. O meglio: quello ebraico d’Israele.

Il secondo: sicurezza. Le due parti, quando e se l’accordo sarà firmato, acconsentiranno alla creazione di una zona «cuscinetto» lungo il confine tra il futuro Stato palestinese e la Giordania. Un’area di sicurezza che prevede la costruzione di una lunga barriera, l’installazione di sensori e il controllo aereo attraverso i droni.

Il terzo: scambio di territori. Si dovrebbe tornare ai confini pre-1967. La bozza prevede poi che il 75-80 per cento dei coloni lasci la Cisgiordania per trasferirsi nello Stato ebraico. Il tutto con un indennizzo sia per gli ebrei che decideranno di spostarsi, sia per i rifugiati palestinesi che hanno dovuto abbandonare i loro villaggi dal 1948 in poi. Su questo punto, però, secondo fonti americane, ci sarebbe anche una postilla: i coloni potrebbero essere lasciati liberi di restare nei loro insediamenti, ma dovranno accettare la sovranità palestinese.

Il Muro del Pianto e, sopra, la Spianata delle Moschee di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo per Falafel Cafè)

Il Muro del Pianto e, sopra, la Spianata delle Moschee di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo per Falafel Cafè)

Il quarto: lo status di Gerusalemme. Per ora, nella bozza viene menzionata in modo molto vago e di fatto dovrebbe portare – in caso di firma degli accordi – a una sorta di «congelamento» della sua situazione. Negli ultimi mesi, nonostante le pressioni di John Kerry, le due parti non sono riuscite a trovare un punto in comune.

Il quinto: la situazione dei rifugiati palestinesi. Riceveranno un indennizzo (come spiegato nel terzo punto), ma non potranno chiedere di ritornare nei villaggi dove hanno vissuti padri, nonni e antenati e ora in pieno territorio israeliano

Il sesto: fine di tutti i conflitti e di tutte le richieste da entrambe le parti. La firma degli accordi di Pace prevede che tra i due Paesi si riparta da zero. Né Gerusalemme, né Ramallah potranno avanzare pretese, richieste, così come non potranno chiedere altri risarcimenti per quello che è successo fino a ora.

© Leonard Berberi

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