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I caccia, il Boeing e le otto tonnellate di esplosivo. Così Israele ha bombardato il Sudan

Si sono levati in volo – tra il 23 e il 24 ottobre scorso – nel cuore della notte e del deserto del Negev. Hanno viaggiato per quattro ore e per oltre 2.100 chilometri. Prima sorvolando la località turistica di Eilat, poi attraversando il Mar Rosso. A un certo punto hanno svoltato a destra. Sui cieli del «Triangolo Hala’ib», terra contesa tra l’Egitto e il Sudan. Poi eccoli sopra Khartoum, alle 00.31 del 24 ottobre. Una volta a Yarmouk, alla periferia della capitale sudanese, il botto. Quattro bombe da 2 tonnellate di esplosivo ciascuna giù su alcune decine di container che in pochi secondi vengono ridotti in cenere. Nel raggio di 700 metri, poi, vengono danneggiati tutti gli edifici. Alle 00.52, nel punto d’impatto, non resta praticamente nulla. Se non una grande domanda.

Ecco, la domanda. Chi ha compiuto quell’operazione militare «chirurgica»? Dopo ore di speculazioni – e accuse – fonti dell’intelligence israeliana hanno fatto intuire che si sia trattato di un blitz delle forze aeree dello Stato ebraico. Un blitz più che mai necessario «per almeno due motivi». Il primo: «A Yarmouk, in quei container, secondo le nostre informazioni avevano appena finito di inserire e si stavano preparando a inviarli a Teheran e a Beirut i missili a lunga gittata Shehab e i razzi Fajar». Il secondo: «Da quell’angolo della città vengono inviati nella Striscia di Gaza anche gli armamenti che Hamas usa contro il nostro Paese».

L’operazione ha coinvolto in tutto otto caccia F-15I, due elicotteri CH-53, un aereo da ricognizione Gulfstream G550 e un Boeing 707 tanker per il rifornimento in volo degli otto caccia. Rifornimento che è avvenuto sopra il Mar Rosso, un’ora e mezza dopo il decollo. Quattro degli otto F-151I hanno trasportato l’esplosivo. Gli altri caccia sono serviti come appoggio in caso di una risposta dei MiG-29 della flotta aerea sudanese. Risposta che non c’è stata.

L’area di Yarmouk nel 2011 e prima e dopo il bombardamento del 24 ottobre scorso (foto Associated Press / DigitalGlobe via Satellite Sentinel Project / Google Maps / Falafel Cafè)

Si è trattato di un blitz «tecnicamente perfetto». Così «perfetto» da preoccupare le agenzie d’intelligence dell’Europa e degli Stati Uniti. E il motivo è squisitamente geografico e tattico: «Se Israele è in grado di attaccare siti strategici a oltre 2.100 chilometri di distanza, allora può farlo anche contro l’Iran». Teheran, in linea d’aria, dista «soltanto» 1.620 chilometri dalla base militare israeliana nel deserto del Negev.

Dicono i bene informati che il blitz contro i depositi di Yarmouk è stato organizzato a partire dal 2010. Quando gli agenti del Mossad, dopo aver ucciso in un hotel di Dubai Mahmoud Al-Mabhouh – un emissario di Hamas – avrebbero trovato tra i suoi documenti il presunto accordo militare tra l’Iran e il Sudan: Khartoum, secondo il documento, avrebbe offerto a Teheran i suoi siti militari per costruire le bombe a lunga gittata.

«I nostri esperti hanno scoperto che a distruggere il sito di Yarmouk sono stati gl’israeliani», ha commentato il ministro sudanese dell’Informazione Ahmed Belal Othman. Nessuna indicazione, però, è stata fatta sugli «esperti». Anche se a Gerusalemme sono convinti si sia trattato di alcuni dei vertici militari iraniani. E fanno anche qualche nome. Hassan Shah Safi, capo delle forze aeree di Teheran: Amir Ali Hajizadeh, comandante delle forze aeronautiche della Guardia rivoluzionaria iraniana; Aziz Nasirzadeh, vice comandante delle forze aeree; Farzad Esmaili, comandante della base aerea di Khaam al-Anbiya.

E mentre in Israele si avvicinano le elezioni politiche fissate il 22 gennaio prossimo, aumenta il fronte degli analisti che non esclude un blitz aereo dello Stato ebraico – ma ricorrendo ai droni – su siti di stoccaggio iraniani qualche giorno prima dell’apertura delle urne. Non l’inizio di una guerra, dunque. Soltanto un assaggio.

© Leonard Berberi

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Ancora razzi e raid tra Gaza e Israele: lo spettro di un’«Operazione Piombo fuso 2»

Paracadutisti dell’esercito israeliano in attesa di salire sull’aereo militare (foto di Boaz Guttman)

Tu chiamala, se vuoi, operazione «Piombo fuso 2». Mentre si «calmano» gli spiriti sul dossier iraniano, ai piani alti dell’esercito israeliano ora guardano alla Striscia di Gaza. Le voci si rincorrono da giorni. C’è chi giura di aver anche visto una bozza del piano d’intervento armato. E chi di aver sentito il premier (uscente) Benjamin Netanyahu dire a Tony Blair, inviato del Quartetto che «la situazione sta diventando intollerabile: dobbiamo fermare subito il lancio di razzi contro il mio popolo».

Non si tratterebbe soltanto di raid aerei. Che, tra l’altro, da giorni ormai caratterizzano i cieli palestinesi. Si parla di uomini da mandare faccia a faccia con i miliziani del braccio armato di Hamas. La voce è diventata qualcosa di più lunedì sera. Quando, durante l’edizione del tg più seguito nello Stato ebraico – quello di Canale 2 – il colonnello Amir Baram, numero uno della brigata dei paracadutisti, ha detto: «L’esercito potrebbe ricorrere a un’altra incursione via terra nella Striscia».

Vista la portata, Baram ha precisato subito dopo che stava parlando a titolo personale. «Si tratta soltanto di una mia opinione», ha aggiunto. Poi però ha anche detto qualcosa che a molti è sembrato una sorta di sintesi dell’intervento. «Penso che non ci sia molta scelta: dovremmo per forza entrare con i nostri uomini a Gaza. E dovremmo farlo anche presto. I miei uomini potrebbero anche dover ricorrere alla caccia all’uomo casa per casa per mantenere la calma nell’area e far smettere l’invio di razzi su Israele».

Paracadutisti dell’esercito israeliano all’interno di un velivolo militare (foto di Boaz Guttman)

L’obiettivo ufficiale: la deterrenza. «Hamas sa benissimo che a loro non conviene scatenare la nostra forza militare anche via terra», ha spiegato Baram. Che ha anche rivelato il tipo di esercitazioni che si stanno facendo in questi giorni: lo scenario principale prevede scontri armati in un contesto «densamente abitato». «Dobbiamo essere pronti a combattere anche in aree affollate», ha detto Baram.

Negli ultimi giorni decine di razzi – sparati dalla Striscia di Gaza – sono piovuti in territorio israeliano. L’esercito dello Stato ebraico per ora risponde a colpi di incursioni aeree uccidendo alcuni leader dei miliziani. Miliziani che sembrano fuori dal controllo di Hamas.

E mentre a molti tornano in mente i mesi invernali – a cavallo tra il 2008 e il 2009 – dell’Operazione Piombo fuso, più di qualcuno ha fatto notare che le ultime esercitazioni contro le grandi emergenze (dal terremoto alla bomba nucleare) hanno riguardato soprattutto gli ospedali di Haifa e Ashqelon. «Guarda caso le due città più vicine ai confini con il Libano degli Hezbollah e la Striscia di Gaza di Hamas».

© Leonard Berberi

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Se Beirut e Tel Aviv litigano per “colpa” di un telefilm americano

La querela? «Ci stiamo ragionando». Hamra Street? «Non è un covo di terroristi, ma un elegante quartiere pieno di famiglie della Beirut bene». «Sono offesi? Ma se dovrebbero essere solo orgogliosi che hanno usato la nostra città per raffigurare la loro». E via così. Con accuse e repliche.

Non bastasse la voragine culturale e politica, ora ci si mette pure quella mediatica. Scatenata, a onor del vero, da un telefilm americano – Homeland – premiato con il Golden Globe quest’anno, basato sulla serie israeliana “Hatufim” e con al centro il terrorismo islamico, il post 11 settembre e la Cia.

E allora. A Beirut, capitale del Libano martoriata dalle guerre (prima) e dalle autobomba (in questi mesi), ecco, a Beirut sono arrabbiatissimi. La seconda stagione di Homeland è iniziata con uno dei protagonisti che viene mandato nel Paese dei cedri. E una volta lì, com’è prevedibile, succede di tutto: esplosioni, gente che s’ammazza, gente che corre, strade che diventano trappole mortali e l’assenza di qualsiasi apparato di sicurezza statale.

Claire Danes, l’attrice che recita la parte dell’agente Cia Carrie Mathison, durante le riprese a Jaffa della seconda stagione di “Homeland”. Nell’immagine si possono notare, a destra, gli elementi israeliani (foto Ronen Akerman/AP/Showtime)

Il tutto è stato però girato a Jaffa, quartiere a maggioranza araba di Tel Aviv, 250 chilometri dalla vera Beirut. E infatti chi la città la conosce non ha potuto non notare la torre dell’orologio, i grattacieli sul lungomare della città israeliana in alcune inquadrature. Ma anche le targhe gialle dello Stato ebraico, ma oscurate o gli scacchi bianco-rossi sui marciapiedi che indicano le zone di divieto di sosta. In un’intera scena del secondo episodio «Beirut is back», poi, la protagonista cammina in un mercatino tra bancarelle che espongono, però, magliette israeliane, con la scritta «Coca cola» in ebraico, con lo stemma della squadra di calcio Beitar Jerusalem e, addirittura, una menorah.

Troppo. Davvero troppo per i libanesi. E allora ecco che Fadi Abboud, ministro del Turismo del Paese dei cedri ha detto all’Associated Press non solo di essere arrabbiato dal ritratto che viene fatto di Beirut, ma che sta anche pensando a una causa alla società che produce il telefilm. «Il ministero dell’Informazione sta studiando la possibilità di querelare il telefilm», ha detto Abboud. «Hamra Street nel serial viene presentata come una zona pericolosa e violenta – continua il ministro – ma niente di tutto questo è vero: si tratta di un quartiere tranquillo, chic, con tanti locali, pub e librerie».

Da Tel Aviv gli ha risposto Eytan Schwartz, portavoce del sindaco della città israeliana. «I libanesi, invece di lamentarsi, dovrebbero soltanto essere contenti che una città tra le più belle al mondo, con la sua architettura e la sua gente, venga fatta passare per la capitale libanese».

E gli abitanti che ne pensano? In Libano, fa notare l’Associated Press, il telefilm sembra essere sconosciuto ai più. Ma quando a loro si racconta la sceneggiatura e dov’è stata girata, «in molti si dicono arrabbiati e infastiditi». Ma forse, più delle polemiche, vale la risposta di Ibrahim al-Moussawi, portavoce del gruppo para-militare libanese Hezbollah. Homeland? «Non ho la più pallida idea di cosa si tratti», ha risposto l’esponente all’agenzia stampa americana. «È la prima volta che ne sento parlare».

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“I rapitori, le partite di calcio, i disegni”. Gilad Shalit racconta la prigionia in tv

L’arrivo in elicottero di Gilad Shalit, libero da poche ore

La pazzia. C’è stato un momento in cui, ai piani alti di Gerusalemme, più di qualcuno – un anno fa – s’è chiesto se avesse senso quello scambio appena concordato con il nemico: 1.027 carcerati palestinesi da liberare in cambio di un soldato israeliano, ostaggio da più di cinque anni nella Striscia di Gaza. Un giovane che, per le sue condizioni di detenzione, poteva aver perso la testa. E chissà cos’altro.

Un anno dopo quell’elemento viene a galla. Ma stavolta a parlarne è il diretto interessato: Gilad Shalit. Il protagonista del più drammatico – e positivo – caso di rapimento sul suolo israeliano da parte dei miliziani di Hamas s’è concesso in una lunga intervista – la prima volta – per la tv Channel 10 che verrà trasmessa i prossimi giorni.

Il soldato ha raccontato molti dettagli – anticipati in parte dal quotidiano Yedioth Ahronoth ­– sulla sua prigionia. Ha detto, Gilad, che i militanti l’hanno trattato sostanzialmente bene per la maggior parte del tempo. Ma ha anche rivelato di quando, a un certo punto, ha iniziato a pensare che non sarebbe mai stato liberato. «Pensavo di fare la fine di Ron Arad, il pilota abbattuto nel 1986 con il suo jet in Libano e non ancora tornato a casa», dice il giovane 26enne. Ma «cercavo anche di essere ottimista, mi concentravo sulle piccole, belle cose che avevo lì davanti a me».

L’incontro con papà Noam e il premier Benjamin Netanyahu (foto Idf)

I militanti, svela Gilad nell’intervista, giocavano con lui a scacchi e domino. «Mi permettevano anche di guardare le notizie sulla tv araba. È così che ho imparato anche un po’ la loro lingua». Poi dice che gli è stato data anche una radiolina. «Così potevo sentire quello che succedeva a casa mia e in ebraico».

«Spesso ho anche riso insieme ai miei rapitori», continua il soldato. «Soprattutto quando guardavamo un film o una partita di calcio». «Una volta i miliziani sono rimasti letteralmente a bocca aperta quando un israeliano, Eran Zahavi, ha fatto gol nella partita di Champions League Hapoel Tel Aviv – O. Lione. Non potevano credere che una squadra israeliana potesse giocare in quel modo. Fu una delle cose che mi aiutarono a restare sano di mente».

Un’altra cosa che, dice, l’avrebbe aiutato a non impazzire sarebbe stato anche il suo Paese. «Ho fatto spesso schizzi sulla mia città, per non dimenticarla. Anche se ho cercato sempre di nascondere quei disegni per non indispettirli». Perché la prigionia è sempre prigionia. E tempo – e modo – di tenere un diario, di quelli buoni per farci poi un libro e un film e una serie televisiva, ecco, tempo – e modo – per quello proprio non c’era. L’unica cosa che resta, ancora, un mistero è il posto in cui è stato rinchiuso.

«All’inizio – ha ricordato Gilad – è stato difficile, ma poi ho sviluppato una sorta di routine giornaliera: mi svegliavo e andavo a dormire praticamente alle stesse ore». Così, per 1.941 giorni di fila. Fino a quando non ha toccato il suolo israeliano. Fino a quando non ha abbracciato papà e mamma, i fratelli, i nonni, gli amici. Fino a quando non ha messo piede a casa sua, a Mitzpe Hila, nell’Alta Galilea. Fino a quando non s’è addormentato nel suo letto, in quella camera – la sua – che mamma Aviva aveva lasciata intatta perché, ne era convinta, «il mio Gilad prima o poi tornerà».

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LA STORIA / Hassan, cameraman ufficiale di Ahmadinejad e informatore della Cia

Non ha avuto bisogno di parlare, Hassan Gol Khanban. Gli è bastato mostrare ore e ore di filmati su nastri mini-dv e vhs. E poi firmare il documento di piena collaborazione. Che inizierà soltanto quando sul suolo americano metteranno piede la moglie e i figli. «Ora al sicuro in Turchia, ma forse stanno già volando verso gli Stati Uniti».

Da Gerusalemme, parte attiva nella vicenda, assicurano – senza mezzi termini – che si tratta del più grande caso di successo dello spionaggio anti-iraniano negli ultimi decenni. Più degl’infiltrati che, una volta entrati dall’Azerbaigian, hanno eliminato – uno dopo l’altro – le figure chiave del programma nucleare di Teheran.

La storia è roccambolesca e stupefacente allo stesso tempo. Hassan Gol Khanban il primo ottobre scorso s’è presentato agli agenti Cia di New York e ha chiesto asilo politico. I servizi segreti iraniani l’hanno cercato per ore. Perché Hassan Gol Khanban è il cameraman personale del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. L’uomo che più gli è stato a fianco negli ultimi anni. E nella città americana seguiva gli appuntamenti del numero uno di Teheran durante il vertice Onu e tutta la spedizione, 140 uomini in tutto. Fino a quando ha deciso di chiudere con il passato.

Hassan Gol Khanban (nel tondo), l’operatore ufficiale di Ahmadinejad, a New York lo scorso 23 settembre. Una settimana prima di chiedere asilo politico agli Usa consegnando filmati e foto riservati (foto di Gary Krauss/Ap)

Ma quello che manca, in tutta questa storia, è il resto. Che, in questo caso, vuol dire tutto. Perché Hassan, un uomo sulla quarantina ed ex membro basiji (la polizia religiosa), s’è portato con sé decine di filmati, centinaia di foto. «Materiale sensibile». Di più: «vitale, per l’Intelligence di mezzo mondo». In quelle istantanee e in quei nastri ci sono le immagini dei laboratori e dei siti nucleari della Repubblica islamica. Tutto il materiale di cui hanno bisogno Israele e Usa per decidere se la «linea rossa» iraniana sul nucleare è stata superata oppure no.

In quelle videocassette – raccontano da Gerusalemme – ci sarebbero tutte le ultime visite ufficiali, e mai trasmesse nella tv di Stato, di Ahmadinejad e dell’ayatollah Ali Khamenei nei siti nucleari e le sedi delle Guardie rivoluzionarie del Paese. «Il più grande e aggiornato archivio sul cuore scientifico e militare del Paese», spiegano da Israele, «arrivato senza nessun intoppo perché nessuno ha mai pensato di controllare le due valigie del cameraman prima di partire per New York».

Tra il materiale ci sarebbero anche i laboratori che non sono mai stati fatti visionare agli osservatori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica di Vienna: «il complesso nucleare di Natanz, l’impianto di arricchimento nucleare di Farduz, la struttura militare di Teheran e il centro di ricerca di Amir-Abad». «In molti filmati si vedono scienziati ed esperti spiegare nel dettaglio i vari programmi di ricerca ad Ahmadinejad», raccontano estasiati da Gerusalemme. «La cosa è positiva per due motivi: da un lato ci fornisce prove evidenti su quello che hanno intenzione di fare gl’iraniani», spiegano. «Dall’altro, ci permette di inserire, catalogare e memorizzare nei nostri dispositivi di contro-spionaggio le singole voci dei vertici militari, così da individuarli subito ogni volta che intercettiamo le loro comunicazioni».

Hassan Gol Khanban insieme ai vertici militari iraniani (foto Agenzia Fars)

Dallo Stato ebraico spiegano anche che il primo «contatto» tra Cia e Hassan Gol Khanban sarebbe avvenuto esattamente un anno fa. E proprio quando l’operatore tv si trovava a New York per i lavori dell’Assemblea generale dell’Onu. È in quei giorni che sarebbe stato convinto dall’intelligence americana a passare dalla loro parte. In tutti questi mesi, dicono da Gerusalemme, il cameraman non avrebbe mai contattato la Cia. Né altri 007 occidentali presenti in Iran. Per non destare sospetti. «Gli americani hanno avuto, per un anno intero, un loro uomo di fianco ad Ahmadinejad e Khamenei», spiegano.

Poi la svolta. Agli inizi di settembre Hassan Gol Khanban chiede e ottiene – grazie al suo ruolo – un visto per la moglie e i figli per la Turchia. Motivo: visita ai parenti. Una volta che la famiglia ha toccato il suo turco, «e una volta che gli Usa li hanno presi in custodia», per Hassan è stato il momento di «finire il lavoro». Atterrato a New York, il 23 settembre, ha filmato per qualche giorno Ahmadinejad. Poi, quando tutti si erano rilassati alla fine del discorso all’Onu del presidente iraniano, l’operatore tv, l’ombra dell’uomo più potente della Repubblica islamica, ha lasciato la sua stanza al Warwick Hotel e s’è consegnato agli agenti statunitensi affiancato dall’avvocato Paul O’Dwyer. «Sono Hassan Gol Khanban, cittadino iraniano. Chiedo asilo politico agli Stati Uniti d’America». Dando così inizio alla più roccambolesca storia di spionaggio.

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Quegli ebrei ultrareligiosi che si trasferiscono nelle città arabo-israeliane

C’è un preciso disegno, denunciano. Dicono pure che sia in atto da qualche anno. E, fanno capire, o si fa qualcosa o quello degl’insediamenti sarà soltanto un piccolissimo problema in confronto. «Dopo aver occupato la Cisgiordania, ora vogliono cacciare gli arabo-israeliani dallo Stato ebraico trasferendosi in massa nelle città miste». L’allarme l’ha lanciato Mohammad Darawshe, uno dei capi dell’«Abraham Fund Initiatives», l’organizzazione no profit che promuove la convivenza tra ebrei e arabi in Israele.

Dice Darawshe che negli ultimi anni diverse migliaia di ebrei ultraortodossi si sono trasferiti nelle zone periferiche – di Jaffa, Lod, Ramla, Acco – abitate dalla maggioranza araba dove hanno costruito quartieri e attività commerciali soltanto per loro, «minando così la pacifica convivenza che va avanti da tempo». «Lo Stato deve fare qualcosa, non può fare preferenze etniche, altrimenti viola i principi della democrazia», ha sottolineato Darawshe.

Quasi un quinto della popolazione israeliana è araba. La maggior parte vive in città e villaggi a maggioranza araba, tranne qualche eccezione, come Haifa, terza città dello Stato ebraico. Mentre di là, oltre il muro di separazione, in Cisgiordania, nei decenni oltre 300 mila coloni si sono insediati su terre che – da un punto di vista della Comunità internazionale – non appartengono a Israele.

L’attivista Aharon Attias posa davanti al cantiere della città di Lod – tra Tel Aviv e Gerusalemme – dove saranno costruiti i palazzi che ospiteranno soltanto gli israeliani di religione ebraica (foto Ariel Schalit/Ap)

Ma quello che in molti stanno chiamando la «colonizzazione interna» d’Israele allarma ancora di più. «Le modalità di insediamento nello Stato ebraico sono le stesse di quelle che hanno animato e animano le colonie in Cisgiordania», denuncia l’organizzazione no profit. «Per gli stessi coloni la Linea Verde non c’è, quella terra è tutta Israele».

L’Associated Press, in un lungo articolo, rivela che a dare una mano agli ebrei ultraortodossi a costruire case e strutture nelle città israeliane a maggioranza araba è una delle organizzazioni più potenti, l’Israel Land Fund, che si occupa di dare tutto il supporto economico e logistico necessario con l’obiettivo di «assicurare che la terra d’Israele resti nelle mani del popolo ebraico per sempre».

«Grazie al nostro fondo abbiamo portato 50 mila famiglie a Jaffa», ha detto Arieh King, il direttore dell’Israel Land Fund. Jaffa è la città a maggioranza araba che fa parte di Tel Aviv. «Ci sono luoghi in Jaffa dove si sono insediati il Movimento islamico e altri gruppi», ha aggiunto King. «La gente aveva paura di sventolare la nostra bandiera nazionale per paura di qualche reazione araba. Ma ora, grazie a noi, gli ebrei si sentono decisamente più al sicuro».

Un’israeliana passeggia davanti a un cantiere edile che sta costruendo edifici soltanto per ebrei nella città di Lod (foto Ariel Schalit/Ap)

Il fondo non si ferma qui. Ora sta cercando investitori per realizzare un progetto da 16 milioni dollari per costruire condomini e alberghi nell’area portuale di Acco. Ma quell’area di Acco, fanno sapere gli arabi, è patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Non la pensa così il mega-cartellone che compare all’ingresso dell’area interessata: «Come sempre, le ricompense finanziarie sono nulla in confronto ai benefici spirituali e ideologici che deriverebbero dal sapere che il progetto avrà un impatto enorme per far sì che Acco resti una città ebraica».

A proposito di Acco (San Giovanni d’Acri). Qui ci vivono in 50 mila: sette su dieci sono ebrei, il restante è arabo. Nonostante le differenze numeriche hanno vissuto per decenni in tranquillità. Ma per molti l’equilibrio è compromesso con l’arrivo delle nuove famiglie ultraortodosse. «I nuovi arrivati non capiscono la mentalità di ebrei e arabi che convivono qui da anni in santa pace», ha denunciato Adham Jamal, vice-sindaco di Acco il cui primo cittadino è ebreo.

Un processo simile sta avendo luogo anche a Lod, a metà tra Tel Aviv e Gerusalemme, dove l’Associated Press ha sentito un po’ di residenti. Quelli ebrei ultraortodossi parlano di lotta per non lasciare la città in mano agli arabi. Questi ultimi descrivono i «coloni di nuova generazione» come un «cancro che non si riesce più a estirpare».

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Se nemmeno Tel Aviv è la capitale d’Israele

La città non capitale. E la non capitale. Tel Aviv. E Gerusalemme. Comunque la giri, ‘sta storia, via d’uscita non ce n’è. Perché se è vera l’una è vera pure l’altra. Ed è pure valido il contrario. Roba da mal di testa, insomma. «Però le cose stanno così», dice una commissione di teste pensanti. E c’è da crederci. O almeno da fare affidamento. Altrimenti, beh, si torna punto e a capo. Anche se, bisogna ammetterlo, la «sentenza» non sentenzia. Accontenta tutti. E scontenta, pure, tutti.

E allora. La Uk Press Complaints Commission – l’organismo britannico di autoregolamentazione della stampa e dell’informazione – ha detto la sua sull’ambiguità giornalistica che aleggia attorno allo status di Gerusalemme e sulla vera capitale d’Israele. Per il «Guardian», uno dei quotidiani più apprezzati nel mondo, la capitale è Tel Aviv. Affermazione che andava a correggere, lo scorso aprile, un articolo dello stesso giornale in cui c’era scritto che la capitale dello Stato ebraico era Gerusalemme. Il passo indietro – o di lato, se preferite – non è però piaciuto al gruppo filo-israeliano «Honest Report» (organizzazione che fa le pulci alla stampa). Che ha portato il caso alla Pcc.

(foto di Simone Giovanni Colombo per Falafel Cafè)

Mai correzione fu più sfortunata, però. Almeno a leggere la decisione della commissione. Che ha scritto, lo scorso primo ottobre: «È sbagliato indicare Tel Aviv come capitale d’Israele e la pubblicazione» della frase «in modo inequivocabile rischia di fuorviare i lettori e mina il codice di condotta dei giornalisti». Codice di condotta che, ricorda la Pcc, chiede alla stampa «di avere cura a non pubblicare informazioni inaccurate, fuorvianti, distorte».

La commissione però non fa finta di nulla. E ammette le sue difficoltà. «Sappiamo che esiste un ampio dibattito sullo status di Gerusalemme ed è anche il motivo per cui la maggior parte delle ambasciate si trova a Tel Aviv», scrivono nella motivazione. «E infatti in un primo tempo questa commissione aveva deciso che il quotidiano non aveva violato il Codice indicando in Tel Aviv la capitale del Paese. Ma dopo la pubblica lamentela e nonostante i riferimenti usati dal giornale affermare in modo inequivocabile che Tel Aviv è la capitale d’Israele rischia di andare contro l’articolo 1 del Codice deontologico».

Resta, in tutto questa vicenda, una sola domanda. Per ora. Ma quindi, per i media britannici, la capitale dello Stato ebraico qual è?

© Leonard Berberi

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