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Il mercoledì “da leoni” delle donne d’Israele contro gli ebrei ultraortodossi

Il buonsenso, alla fine. E il progresso. E la lungimiranza. E, ovviamente, la legge. Quella dello Stato, ché quella di Dio da tempo avevo detto la sua. Mercoledì l’Alta corte di giustizia di Gerusalemme ha stabilito un principio che d’ora in avanti farà giurisprudenza: sui bus del trasporto pubblico, anche nelle città «religiose», non può essere vietata la reclamizzazione di prodotti e beni con volti femminili.

Vittoria delle donne, insomma. E dei laici. Soprattutto di quelli del Movimento Yerushalmim. È merito di questa ong che da anni si batte per l’esaltazione della diversità e del pluralismo anche a Gerusalemme se è arrivata questa decisione. L’organizzazione, lo scorso gennaio si era rivolta ai togati dopo che una società di pubblicità (la Cnaan) si era rifiutata di realizzare e installare reclame con volti femminili sui bus della Egged per paura della reazione violenta degli ebrei ultraortodossi.

Un timore infondato, secondo l’Alta corte di giustizia israeliana. «Né la Cnaan, né la Egged hanno mai depositato – nell’ultimo anno – una denuncia per atti vandalici nei confronti di bus con volti di donna nelle pubblicità esposte», hanno fatto notare i giudici. Quindi la decisione.

Lo stesso giorno – ha scritto il quotidiano locale «Israel haYom» (Israele Oggi, nda) – un piccolo tribunale della città ultraortodossa di Beit Shemesh, a pochi passi da Gerusalemme, ha stabilito un risarcimento danni di 13 mila shekel (poco meno di 3 mila euro) nei confronti di una quindicenne costretta dall’autista di un pullman del trasporto locale a sedersi nelle file posteriori, ché quelle anteriori «sono riservate agli uomini». «La segregazione sessuale all’interno di un bus pubblico è incostituzionale», ha sentenziato il giudice.

Beit Shemesh non è nuova a queste vicende. Alcuni mesi fa divenne famosa nel mondo dopo l’inchiesta dell’emittente tv locale Canale 2 in cui si raccontava la storia di Naama Margolese, una bambina di 8 anni di origini americane, tormentata, offesa e minacciata dagli haredim, gli ebrei ultraortodossi, perché secondo loro si vestiva da «prostituta».

© Leonard Berberi

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La denuncia della “Rosa Parks” israeliana: mi hanno minacciata di morte

Tanya Rosenblit, la “Rosa Parks” israeliana (foto di Tzvika Tishler / Ynet)

E ora le minacce. Via sms. Via telefono. Via Facebook. Tanya Rosenblit, la «Rosa Parks» israeliana che ha rifiutato di obbedire agli ordini di un ultraortodosso su un autobus pubblico, ha denunciato di aver  ricevuto diverse minacce di morte. La donna, diventata uno dei simboli dello scontro fra laici e ultrareligiosi in Israele, ha presentato denuncia alla polizia e ha poi riferito delle minacce durante un’audizione del comitato interministeriale sull’esclusione delle donne nello Stato ebraico.

La Rosenblit è stata il mese scorso protagonista di un episodio simile a quello della signora afroamericana che nel 1955 rifiutò di cedere il posto ad un bianco, in uno degli eventi centrali della lotta contro la segregazione razziale negli Stati Uniti.

La donna era salita a bordo di un autobus pubblico in viaggio da Ashdod a Gerusalemme e si era seduta vicino all’autista per avere da lui indicazioni dove scendere. Un ebreo ultraortodosso ha però preteso che si sedesse in fondo, così da mantenere la separazione fra uomini e donne. Lei si è rifiutata e l’uomo ha aperto la porta del mezzo, bloccandolo per mezz’ora, mentre altri suoi amici venivano a dargli manforte. Il conducente ha allora chiamato la polizia. L’agente giunto sul posto ha chiesto alla Rosenblit di obbedire alla richiesta, ma lei ha ancora rifiutato e alla fine gli ultraortodossi sono stati allontanati (uno è stato in seguito arrestato).

© L.B.

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Israele, la protesta choc degli ebrei ultraortodossi vestiti come le vittime dell’Olocausto

La «manifestazione della vergogna» va in scena l’ultimo giorno dell’anno, al calar del sole. Nel quartiere degli ebrei ultraortodossi per eccellenza di Gerusalemme, Mea Shearim, si concretizza la protesta che ha scosso per la seconda volta, nel giro di pochi giorni, tutto il Paese. Quando centinaia di zeloti scendono in piazza vestiti come le vittime dell’Olocausto, con la stella di Davide gialla attaccata al petto, per sostenere il diritto alla separazione dei generi nei loro quartieri e in altri luoghi pubblici.

Ci sono pure tanti bambini. Addobbati come i coetanei – più sfortunati – degli anni Quaranta: giacche pesanti scure, stella imposta dal Nazismo, sguardo perso. A fianco, uomini con le uniformi a strisce dei campi di concentramento. E così sui giornali è stata pubblicata l’immagine simbolo di un pezzo di Paese sempre più lontano dal cuore d’Israele: un ragazzino con le mani alzate in segno di resa. La stessa posa, o quasi, di un altro bambino ebreo, terrorizzato e immortalato da un fotografo nel bel mezzo del ghetto di Varsavia occupato dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

«È sconvolgente e terribile», ha detto il ministro della Difesa, Ehud Barak. «La leadership degli ebrei ortodossi che in generale mostra senso di responsabilità deve sradicare questo fenomeno intollerabile». Parole al vento. Perché loro, gli ebrei che fanno della religione il loro unico stile di vita, non vogliono sentire ragioni. E chiedono – anzi, pretendono – di imporre le loro regole su pezzi dello Stato ebraico.

La manifestazione del 31 dicembre si svolge in un clima di crescente tensione tra religiosi e laici. C’è una frangia radicale di ebrei ultraortodossi che nelle ultime settimane è stata protagonista di una serie di episodi di discriminazione di donne. Come nel caso di Naama Margolis, la bambina di 8 anni di Beit Shemesh che ha raccontato in televisione di essere stata colpita da insulti e sputi da parte di ebrei ortodossi perché vestita, secondo loro, in modo «immodesto».

Intanto oggi, il primo giorno del 2012, decine di militanti israeliani anti-segregazionisti uomo-donna sono saliti a bordo degli autobus che collegano i quartieri ultra-ortodossi di Gerusalemme per denunciare la regola tacita che obbliga le donne a sedersi nelle file posteriori dei mezzi pubblici. I manifestanti, la maggior parte dei quali giovani, sono saliti sugli autobus in gruppi di 10 e le donne si sono sedute nelle prime file, senza provocare nessuna reazione degli ortodossi a bordo. Ma la sensazione, secondo molti analisti, è che il radicalismo «para-islamico», pur in minoranza, stia diventando sempre più chiassoso. E pericoloso per la tranquillità della nazione.

© Leonard Berberi

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La proposta choc di Netanyahu: dividere in due Beit Shemesh

Dividere in due la città. Di qua i religiosi e i laici. Di là gli zeloti ultraortodossi. In mezzo, chissà. Un muro, magari. O una serie di checkpoint. Perché il sobborgo di Beit Shemesh non è più solo un problema di costume. Ma anche una questione di ordine pubblico. Da risolvere subito. Prima che il virus dell’intolleranza religiosa si estenda al resto del Paese. Prima che i 25 mila appartamenti in costruzione e destinati agli ultraortodossi renda la situazione esplosiva. Prima che distrugga Israele.

In una riunione che doveva restare riservata, ma che puntualmente è comparsa con tanto di dettagli sui quotidiani locali, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha proposto ai colleghi di coalizione del Likud (il suo partito) e dello Shas (formazione religiosa) la più radicale delle soluzioni: dividere in due Beit Shemesh. Non è – non sarebbe – la soluzione definitiva. Ma, viste le tensioni nell’area, si tratterebbe di quella più adeguata al problema.

Due bambini si coprono il volto per non farsi fotografare in una via di Beit Shemesh (foto di Oded Balilty / Ap)

Dai partiti di opposizione fioccano i no. Da quelli di maggioranza arriva più di una presa di distanza dalla proposta. Ma la soluzione radicale del premier israeliano aleggia ormai da qualche ora. «Non possiamo arrenderci di fronte ai fatti di Beit Shemesh», ha detto Miri Regev, deputato del Likud, il partito di Netanyahu. Ma ha anche aggiunto che «potremmo non avere altra strada da percorrere che quella di dividere in due la città, dove religiosi e laici possano vivere in tranquillità nel loro spazio, e gli ebrei ultraortodossi possano condurre la loro vita con le loro regole entro confini precisi».

Intanto, a dimostrazione che Beit Shemesh è solo un sintomo, arriva la notizia – riportata dal quotidiano Ha’aretz – della recita di Hannukkah a Petah Tikva, a est di Tel Aviv. Scrive il giornale che alcuni genitori si sono lamentati per aver dovuto assistere a uno spettacolo al centro culturale della città dove i posti erano divisi: uomini da una parte, donne dall’altra. Ma l’ufficio del sindaco ha tagliato corto: «Sono anni che alcuni appuntamenti culturali prevedono la distribuzione esatta dei posti».

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Al Parlamento israeliano va di moda la segregazione sessuale

IL VIDEO DELL’ASSOCIATED PRESS

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Se anche al Parlamento israeliano va di moda la segregazione sessuale

La Knesset, il parlamento israeliano

Come minimo, prendono le distanze. Poi, visto che in questi casi si fa a gara a chi si allontana di più, è tutto un «nel nostro Paese queste cose non sono tollerate» e «bisogna condannare in modo assoluto». Peccato che poi, nel bel mezzo del polverone contro gli zeloti di Beit Shemesh e le loro politiche sessiste, ecco, peccato che poi si scopre che un pizzico di discriminazione nei confronti delle donne c’è pure nel cuore del Parlamento israeliano. Si chiaro: questo è nulla in confronto ai marciapiedi per soli uomini e al codice di abbigliamento imposto alle donne. Ma è comunque qualcosa. Tanto da spingere qualcuno a tirare in ballo il vecchio detto – religioso, ovviamente – «chi è senza peccato scagli la prima pietra».

E allora. Succede che alla Knesset, nemmeno tanto di nascosto, le donne siano state estromesse da tutte le manifestazioni canore e le celebrazioni che si svolgono all’interno della struttura. Motivo? «C’è un una regola non scritta, introdotta un po’ di tempo fa, che non prevede più le donne alle cerimonie ufficiali», dicono le gole profonde del Parlamento israeliano al quotidiano Ynet. E spiegano che la presenza femminile viene evitata «per non urtare la sensibilità dei deputati ebrei ultraortodossi». Quasi tutti fanno parte della maggioranza di governo. Quasi tutti sono membri dei partiti che sostengono il premier Benjamin Netanyahu.

Il «protocollo», dicevamo. Ecco, il «protocollo» non viene sempre rispettato, a dire il vero. Ma nelle grandi manifestazioni – come, per esempio, l’inaugurazione dei nuovi lavori parlamentari – le donne vengono relegate in ruoli meno visibili. «Di solito, la prassi è questa», continuano ancora le fonti: «quando in Aula è prevista la presenza di deputati e ministri ultrareligiosi cerchiamo di coinvolgere solo gli uomini».

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VIDEO / Gli zeloti e la bambina “immodesta”, il servizio tv che scuote Israele

La bambina non ha nemmeno otto anni. È bionda. Biondissima. E magra. Indossa occhiali da vista. Che aiutano a mettere a fuoco quel che le si presenta davanti ogni giorno. E per questo sono una fortuna e una condanna. «Ho paura che mi facciano del male», dice la piccolina. Poi si mette a piangere.

Si chiama Naama Margolis e sta diventando, senza neanche volerlo, il simbolo di una nazione spaventata. Naama Margolis domenica sera è comparsa per pochi minuti nelle case di buona parte del Paese attraverso la tv. Ha mostrato alla telecamera di Channel 2 i suoi occhioni azzurri e spaventati. Ha messo a nudo le debolezze di una società che fa sempre più fatica a gestire il proprio estremismo religioso. Guardatelo il video. Lo trovate sotto. Date un’occhiata al reportage. Anche se non capite nulla d’ebraico, bastano gli sguardi, il tono di voce, le gesta delle mani a dare un senso.

Siamo a Beit Shemesh, sobborgo a ovest di Gerusalemme. Qui la maggior parte degli abitanti è composta da ebrei ultraortodossi, «gli uomini cattivi vestiti di nero». Centomila abitanti e palazzine che vengono su a velocità impressionante.E’ qui, a Beit Shemesh, che sono stati creati i guardiani della moralità. E’ qui, a Beit Shemesh, che le donne più religiose vanno in giro vestite come quelle talebane, velate da capo a piedi e con solo una fessura a mostrare gli occhi.

E’ qui, tra queste strade, che lo scorso fine settimana, quando da noi si stava celebrando il Natale, i funzionari municipali hanno rimosso i cartelli in cui si obbligavano le donne a camminare soltanto su un lato della strada (foto sotto). «Si tratta di discriminazione sessuale vero e proprio», hanno stabilito i giudici.

Ma la rimozione è avvenuta al calar del sole. Per non dare nell’occhio. Anche se a vedere i tanti “buuu” la strategia non ha per nulla funzionato. Ci sono state proteste. Gli ultraortodossi hanno lanciato anche pietre. C’è stato puro uno scontro fisico, durato poco, con la polizia. Il giorno dopo le cose non sono cambiate. Con la differenza che stavolta quegli uomini se la son presa anche con la troupe di Channel 2, una delle tv più seguite nel Paese. A un certo punto il veicolo dei giornalisti è stato preso d’assalto. Una portiera danneggiata, il vetro anteriore spaccato e pietre incastrate.

E’ per questo che, per far capire a tutti cosa succede a Beit Shemesh, il tg di Channel 2, nella sua edizione di punta, ha ritrasmesso la storia di Naama Margolis. Il servizio inizia mostrando la bambina e la sua mamma. Sono su un marciapiede. La bambina sta piangendo. «Non devi avere paura», le dice la madre. Ma lei continua a singhiozzare. «Ho paura – risponde la piccolina – ho paura che mi facciano male». La strada «della paura» per la Margolis è lunga 300 metri: la distanza da casa sua alla scuola che frequenta. E in quei trecento metri, soprattutto nelle ultime settimane, la bambina viene sistematicamente presa di mira da zeloti ortodossi. Le urlano di tutto. Le danno della scostumata. Anche della «sharmuta», della puttana. A lei, un esserino di otto anni.

Gli ultraortodossi non sopportano la piccolina perché «non si veste in maniera sufficientemente modesta». Ma quel quarto d’ora circa di reportage ha sdegnato un intero Paese. Che ha scoperto, all’improvviso, quel che sta succedendo alle porte della propria capitale. La denuncia trasmessa in tv ha fatto discutere. E così, quando poi la troupe di Channel 2 s’è presentata a Beit Shemesh per filmare le limitazioni imposte alle donne da ambienti rabbinici estremisti locali, i giornalisti sono stati circondati e attaccati fisicamente. Mentre lunedì 26 dicembre sono state aggredite altre due troupes televisive. Alcuni poliziotti sono rimasti feriti, mentre circa 300 zeloti lanciavano strali e pietre. La situazione non è per nulla tranquilla. E spaventa il sit-in organizzato martedì 27 dicembre da un gruppo di attivisti di un movimento progressista. In attesa che nelle prossime ore vengano installate 400 telecamere a circuito chiuso sparse per le vie di un sobborgo sull’orlo della guerra civile.

© Leonard Berberi

Il servizio trasmesso su Channel 2 Israel

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Un giorno nel “commando Internet” d’Israele. Tra Twitter, Facebook e la lobby palestinese

Per capire quanto la guerra mediatica via web si sia fatta dura, basta farsi un giro attraverso Twitter, il servizio di micro-blogging più famoso al mondo. Una sfida, quella tra Israele e Palestina (o meglio: filopalestinesi) che si batte a colpi di cinguettii e di informazioni più o meno vere, più o meno rilevanti, più o meno indipendenti.

In questa battaglia speciale – che, per ora, non provoca vittime – Israele ha messo su un team di specialisti. Uomini e donne che ogni giorno e ogni ora monitora la rete e aggiorna il profilo Twitter d’Israele e non solo. A capo di questa speciale divisione – di cui non si parla quasi mai – c’è Haim Shaham di Beit Shemesh, una cittadina nel centro del paese. I suoi collaboratori gli hanno dato i nomi più svariati. Da «capo dei cinguettii» a «ufficiale capo dei cinguettii». Lui, formalmente, ricopre il ruolo di «capo del dipartimento dell’Informazione e di Internet del ministero degli Esteri».

Il ruolo di Shaham – scrive il quotidiano Yedioth Ahronoth – è molto importante. Perché su di lui cade l’onere – e l’onore – delle pubbliche relazioni sul web da parte delle autorità israeliane. Per questo, la giornata di Haim Shaham è abbastanza monotona e lunga, nonostante matrimonio e tre figli: oltre a navigare sul web dalla mattina alla sera, deve curare l’aggiornamento del profilo Twitter, di quello Facebook, aggiungere foto all’album su Flickr e inserire video sul portale YouTube.

Il suo “commando Internet” è composto da dieci persone. Scrive in cinque lingue diverse e mette in contatto – attraverso l’utilizzo di 90 lingue differenti – le ambasciate israeliane sparse per il mondo. Un lavoro enorme, tanto da classificare il social network israeliano, secondo Clout Index, al 76esimo posto al mondo. Due posizioni dietro al sito del presidente Usa Barack Obama.

Ma Shaham non è contento. «Dobbiamo ancora fare molto, dobbiamo allargare la nostra presenza ovunque nel web – ha detto allo Yedioth Ahronoth –. Dobbiamo farci trovare in tutti i luoghi virtuali che le persone frequentano per leggere le notizie e informarsi». Il perché è semplice: «La lobby palestinese – spiega il responsabile – è più radicale di noi. Pubblica messaggi che attirano l’attenzione per il loro forte impatto e le reti sociali virtuali, per loro natura, non fanno altro che dare a questi messaggi ancora più visibilità».

Leonard Berberi

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