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LA STORIA / Insulti e accuse su Facebook, Netanyahu sospende il responsabile dei social media

Daniel Seaman, 52 anni, ex portavoce del governo israeliano (foto via Haaretz)

Daniel Seaman, 52 anni, ex portavoce del governo israeliano (foto via Haaretz)

Se il capo dei social media finisce nei guai per colpa dei social network. Chiamatela, se volete, legge del contrappasso. O, più semplicemente, la legge di Facebook. Fatta, né più né meno, di un solo e unico articolo: tutto quello che si posta sulla pagina, personale o aziendale, non è più tuo. Diventa di dominio pubblico. Finisce nell’archivio collettivo. Pesa sul futuro professionale. E può anche avere pesanti ricadute per un’intera nazione.

Per questo avrà un bel da fare Daniel Seaman, ora, per riprendersi il posto che per tanto tempo ha sognato e così gelosamente gestito. Da anni uno dei vertici della comunicazione del governo israeliano è stato sospeso dal premier Benjamin Netanyahu dopo aver scritto alcuni commenti non proprio diplomatici sul proprio profilo Facebook. E pensare che da poco era stato nominato dal primo ministro «direttore per i media interattivi».

E interattivo è stato Seaman. Peccato (per lui) che interattiva è stata anche la polemica. Esplosa, post dopo post, cinguettio dopo cinguettio, prima sulla Rete virtuale. Poi in quella diplomatica. Prima ha iniziato dando degli «stupidi» a quei palestinesi che ogni anno ricordano la Naqba (la «catastrofe», la vittoria d’Israele nella guerra del 1948). Poi s’è addirittura scagliato contro i nipponici. Dicendosi «nauseato» da loro, «dai gruppi che si battono per la difesa dei diritti umani e dai pacifisti«» perché «commemorano le vittime di Hiroshima e Nagasaki. Hiroshima e Nagasaki sono state la conseguenza dell’aggressione giapponese. Hanno raccolto quel che hanno seminato». Finito? Non proprio. Nello stesso post Seaman ha invitato proprio loro, i giapponesi (e i pacifisti), a ricordare piuttosto i 50 milioni di cinesi, coreani e altri, tutte vittime «della politica aggressiva» della potenza nipponica.

Il post contro i giapponesi di Daniel Seaman (da Facebook)

Il post contro i giapponesi di Daniel Seaman (da Facebook)

Alcuni giornalisti israeliani, a partire da Barak Ravid di Haaretz, sono andati ancora più indietro. E hanno scoperto che il «muro» virtuale di Seaman ha ospitato per settimane esternazioni anche violente. In un post l’uomo si scaglia contro la Chiesa scozzese. In un altro usa il mese di digiuno del Ramadan per attaccare i musulmani («Questo vuol dire che gli islamici smetteranno di mangiarsi l’un l’altro durante il giorno?»). In un altro ancora sbraita contro Saeb Erekat, capo dei negoziatori di Ramallah, che poneva come condizioni basilari per i colloqui di pace lo stop a nuovi insediamenti in Cisgiordania e il ritorno ai confini del 1967 («C’è un modo diplomatico per dire “Vai a farti f…?”»).

Tokyo non ha gradito. Ha chiesto a Gerusalemme se le parole di Seaman riflettevano in qualche modo la linea del governo israeliano. «Quelle frasi sono inaccettabili e non rappresentano ovviamente la posizione dell’esecutivo», ha risposto l’ufficio del premier Netanyahu. Poi, stando ai bene informati, proprio «Bibi» avrebbe deciso di calmare le acque decidendo per la sospensione.

Personaggio particolare Daniel Seaman. Nato in una base militare americana in Germania 52 anni fa, l’ex capo ufficio stampa del primo ministro non ha mai nascosto la sua risolutezza. Chi lo conosce bene lo paragona addirittura a Edgar J. Hoover, ex potente capo dell’Fbi. Lui, Seaman, si vanta di essere anche peggio. Tanto che, per far capire chi comandava – da numero uno del Press office – non ha esitato a negare gli accrediti stampa a più di sessanta giornalisti in pochi anni. Atteggiamento che, secondo molti, «ha creato più danni di qualsiasi blitz militare». Per dire: il 12 maggio 2009, a pochi metri da papa Benedetto XVI in visita alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, l’allora capo ufficio stampa di Netanyahu fu immortalato dalle telecamere mentre afferrava una fotografa e la trascinava lontano, sotto lo sguardo incredulo della sicurezza vaticana e dei giornalisti di mezzo mondo. Non contento, il 26 maggio 2010, inviò una mail a dir poco provocatoria a decine di corrispondenti e inviati stranieri con un elenco delle «bellezze di Gaza da visitare», i ristoranti migliori della Striscia e gli alberghi in cui dormire.

Ora l’«infortunio» via Facebook. E chissà quanto staranno festeggiando le «vittime» di Daniel Seaman.

© Leonard Berberi

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Gli israeliani contro Twitter: “Aiuta i terroristi”

MILANO – Twitter aiuta i terroristi? La domanda se la dovrà porre un giudice, se il sito di microblogging non dovesse accogliere le richieste che gli arrivano da Tel Aviv. Shurat HaDin, un centro legale israeliano, dà al social network da 140 caratteri, pochi giorni prima di portare in Tribunale i vertici dell’azienda se questi non cancellano tutti gli account riconducibili alle organizzazioni terroristiche. Con il rischio che, se il giudice dovesse dare ragione agl’israeliani, i capi del social network potrebbero finire alla sbarra per aver offerto supporto logistico ai terroristi. (continua su corriere.it)

LEGGI ANCHE: Gli israeliani chiedono 1,2 miliardi ad Al Jazeera: “Ha aiutato i terroristi di Hezbollah” (del 13 luglio 2010)

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Ecco “If I die”, l’applicazione per Facebook dove registrare l’ultimo saluto al mondo

Rischia senz’altro di aprire un fronte legale senza precedenti. E di sembrare una cosa macabra. Ma intanto va presa per quel che è: una semplice applicazione per Facebook. Non è un gioco, nemmeno uno di quei test d’intelligenza. È una creazione che serve dopo la morte. Per salutare famigliari, parenti, amici. Per evitare di lasciare il mondo terreno senza spendere una parola. E per diventare mortali anche nel web, dove a regnare è l’immortalità.

Si chiama “If I die” (Se dovessi morire) ed è un’applicazione creata per Facebook dalla startup israeliana Willook che consente agli utenti di registrare un messaggio video d’addio o scrivere una lettera di congedo dal mondo. Per dire e scrivere cosa? Dipende. Dalla persona e dalle circostanze. C’è chi può creare un filmato strappalacrime e chi, invece, chiudere con l’ironia. Chi può dire addio rivelando un segreto e chi, invece, lasciare un testamento.

Una volta fatto tutto questo, la pubblicazione sul profilo del deceduto avverrà solo quando la persona sarà davvero morta. È per questo che per dare l’ok alla pubblicazione servirà l’intervento delle tre persone di fiducia – anche loro iscritte a Facebook – che saranno indicate dall’utente che intende lasciare un messaggio dopo il decesso. A queste verrà affidato il compito di comunicare la notizia a tutti gli amici virtuali. Solo quando tutti e tre avranno notificato la morte, comparirà sul wall del profilo il messaggio di congedo.

L’applicazione è nata da una vicenda vera. E da un discorso che l’amministratore delegato della startup israeliana, Eran Alfonta, ha fatto con un suo amico. «“Se mi succede qualcosa, chi penserà ai miei figli?”, mi ha chiesto a un certo punto il mio amico», racconta Alfonta. «È a quel punto che mi ha chiesto di creare qualcosa che poteva valere sia come testamento che come ultimo messaggio alla famiglia». Qualche settimana dopo l’amico è morto insieme alla moglie in un incidente stradale in Italia. In Israele, hanno lasciato orfani tre figli.

L’applicazione – che prevede un costo, anche se sostenibile – sta cercando anche di ricevere, almeno nello Stato ebraico, un codice di validità, così da far risultare l’ultimo messaggio, che sia video o testo, valido legalmente di fronte alla Giustizia.

A proposito di Facebook: il social network ha fatto il suo primo acquisto tra le startup israeliane. In questi giorni sta perfezionando la compravendita di “Snaptu“, la società che si occupa di applicazioni per gli smartphone. Prezzo? Quasi 70 milioni di dollari.

© Leonard Berberi

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