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Albania / Il reportage sulle elezioni amministrative

Cari lettori,
uscendo un po’ fuori dal campo solito di questo blog, vi propongo questo reportage-documentario su uno spicchio delle elezioni amministrative albanesi che si sono svolte l’8 maggio scorso. Elezioni che se a Kavaje, la città-oggetto del video, ha portato una sorpresa, a Tirana ha fatto precipitare la crisi politica che dura ormai da giugno 2009. Ancora oggi, a due settimane dal voto, il sindaco della capitale non c’è ancora. Tra conteggi e riconteggi continua il braccio di ferro tra il premier Sali Berisha (centrodestra) e il leader dell’opposizione (e sindaco di Tirana) Edi Rama. Buona visione (leonard berberi)

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Un giorno con la sposa siriana

Dovrebbe essere un giorno di festa. La musica dovrebbe dire a tutto il villaggio che una donna si unisce in matrimonio a un uomo. Le lacrime, poi, dovrebbero diventare il simbolo della vita che passa, dei figli che crescono e della nascita di una nuova coppia. C’è tutto questo. Ma, visto il contesto in cui il matrimonio si svolge – il confine Israele-Siria – il giorno di festa, la musica, le lacrime sintetizzano il dramma di decine di migliaia di persone che vivono nel territorio conteso del Golan.

La scorsa settimana questo blog ha parlato di due ragazzi che dallo stesso pezzo di terra vanno in Siria a rifarsi una vita. Per non tornare mai più. Così come loro, lo stesso discorso vale anche per le spose. Una volta unite in matrimonio a un siriano e una volta oltrepassato il confine – controllato dalle Nazioni Unite – diventano cittadine dello Stato “nemico” (per Israele). La storia delle spose siriane è stata raccontata in modo magistrale da Eran Riklis nel lungometraggio “The Syrian Bride“. In questo video fotografico vedrete le istantanee di un’altra sposa siriana. Una sposa vera, questa volta. (l.b.)

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Il viaggio degli africani verso il Paradiso (israeliano)

C’è chi l’ha chiamata “la terza via verso l’Eden”. Dopo quella degli africani verso Spagna e Italia. E dopo quella dei latinoamericani verso gli Stati Uniti. La “terza via” – più silenziosa, ma anche più drammatica delle altre due – è quella che percorrono gli africani (etiopi, somali, eritrei) ogni giorno. Parte dal Corno d’Africa, passa attraverso il deserto egiziano e finisce in un altro deserto: quello israeliano.

Ed è qui che, sempre se la Morte non li ha assaliti prima, la maggior parte dei clandestini trova la fine della propria esistenza. Vuoi per colpa del caldo, vuoi per colpa dei rispettivi eserciti di frontiera (egiziano e israeliano), fuori perché le forze sono così poche che non consentono più di liberarsi nemmeno del filo spinato. E per chi ce la fa, per chi arriva in un centro abitato, inizia un nuovo tormento.

Quello che vedrete qui sotto è un reportage fotografico a cura di Jonathan Weitzman. Il fotografo ha passato settimane lungo la frontiera israelo-egiziana e ha scattato centinaia di foto. Poi, ha seguito quelli che ce l’hanno fatta. E la loro vita non è poi cambiata di molto. Un reportage che Falafel Cafè pubblica perché certe realtà – come questa – hanno il diritto di essere conosciute. E perché – con almeno un morto al giorno – questa sta diventanda una mattanza. Silenziosa.

Leonard Berberi

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Cartolina da Hebron, il cuore tormentato della Cisgiordania

Un anziano palestinese davanti a un check point e a quello che un tempo fu l’Hebron Hotel

HEBRON (Cisgiordania) – La strada che porta a Hebron è bene asfaltata. E nuova. I cartelli sono così grandi, verdi e pieni d’indicazioni che sembra di stare in una highway statunitense. «Ma è una infrastruttura razzista», dice Alì, l’autista palestinese del Service (così si chiamano i taxi collettivi) che ci porta verso il luogo conteso da ebrei e musulmani. «Mancano i nomi dei villaggi palestinesi. Ci sono soltanto quelli degli insediamenti israeliani che hanno occupato la nostra terra».

Alì è un uomo grassoccio, sulla quarantina, col pancione in evidenza e la barba incolta. Indossa una maglietta color crema e guida un Ford Transit nuovo di zecca, con le imbottiture rifinite in finta pelle e l’aria condizionata al massimo. È lui che dalla stazione improvvisata dei mini-bus di Betlemme si offre di accompagnarci a Hebron. In un tragitto tutto segnato dalle costruzioni dei coloni ebrei e dalle catapecchie palestinesi, dai check point israeliani e dagli agricoltori della West Bank. In sottofondo, la radio non smette un attimo di trasmettere musica araba. Al fianco di Alì, poi, è seduto un anziano – camicia celeste, cappello in testa – che non apre mai bocca. Se non per offrire albicocche e acqua fresca ai passeggeri.

Hebron non è una città qualsiasi. Qui, in fondo alla Cisgiordania, in molti l’hanno battezzata la «Berlino del Medio oriente». Non la Berlino di oggi, però. Ma quella della Germania divisa in due e della Guerra Fredda. Perché Hebron è così: divisa da decine di posti di blocco, ammassi di cemento e chilometri di filo spinato. Da una parte c’è «Hebron 1», circa il 70% della città, che è amministrata dall’Autorità Palestinese. Dall’altra, «Hebron 2», sotto il controllo israeliano e luogo abitato dai coloni. «Quattrocentoventi ebrei protetti da oltre duemila soldati israeliani», racconta un giornalista palestinese che ci aspetta nel tardo pomeriggio in mezzo a un’orgia di taxi.

I cartelli in inglese ed ebraico che indicano il cuore di Hebron (foto di Leonard Berberi)

E non solo. Perché Hebron è anche una città simbolo per gli israeliani (qui, secondo la Bibbia, sarebbero sepolti i patriarchi Abramo, Sara, Isacco, Rebecca e Lia). E per i musulmani. Per avere un’idea della complessità: la Tomba dei Patriarchi è anche la moschea di Ibrahimi. Infine, l’ultimo significativo particolare: è l’unico luogo della Cisgiordania dove gli ebrei si trovano all’interno di una città palestinese.

L’ingresso nella parte palestinese è caotico. Costruzioni basse, case vecchie fatte con grandi pietre, abitazioni più recenti. E tante  antenne paraboliche che quasi nascondono le finestre e i balconcini. Qua e là, soldati e poliziotti dell’Autorità Palestinese. «Ma tanto qui chi comanda è l’esercito israeliano. E loro sono sempre sopra la legge, fanno ciò che vogliono», continua l’autista portandosi la mano sopra la testa.

Il centro della città è ancora più confuso. C’è il mercato giornaliero che si snoda per centinaia di metri lungo l’asfalto nuovo e i vicoli secolari. I taxi e i pulmini sono più numerosi delle auto private (tante le Toyota bianche). Qualche palazzo, con grandi inferriate, riporta ancora le ferite di una passata esplosione o sparatoria. Altre costruzioni, invece, sono coperte da grandi pubblicità dell’università palestinese o della compagnia telefonica locale. Di fronte a quello che un tempo era l’«Hebron Hotel» – ora un edificio in rovina – c’è un checkpoint israeliano dal quale i militari osservano minacciosi. Le donne – tutte rigorosamente velate – entrano ed escono dai negozi di alimentari e di abbigliamento, soprattutto made in China. Parlare con loro è impossibile. E rischia di creare problemi. Buona parte degli uomini, invece, sta seduta sui gradini di una scala o beve e fuma nei bar.

Una delle piazze principali della Hebron palestinese (foto di Leonard Berberi)

Più ci si spinge verso il cuore del suk palestinese, più si capisce il fragile equilibrio che governa la città. Ad un certo punto, in mezzo alle bancarelle di prodotti locali e alle viuzze della città vecchia, sopra la testa spuntano reti metalliche a maglie strette. Il mercato risulta così isolato dalla parte alta. Sulle reti c’è di tutto: contenitori di pittura per muri, scarpe, spazzatura varia, grandi residuati di metallo e soprattutto pietre e mattoni. «È quello che ci hanno lanciato addosso gli ebrei», dice Muhammad, un negoziante, mentre cerca di vendere una tunica per venti shekel (circa quattro euro). Ogni giorno la stessa storia: coloni che si affacciano alla finestra e cominciano a colpire i palestinesi con tutto quello che hanno da buttare via.

Perché Hebron è divisa in modo così contorto che non solo la città è separata in due, ma anche palazzi interi sono tagli a metà: in alcuni edifici civili, il piano terra appartiene a «Hebron 1» (quindi ai palestinesi). Il primo e il secondo (e oltre) a «Hebron 2» (quindi ai coloni ebrei). Per questo, ci hanno messo una rete e hanno eretto torri di controllo israeliane con soldati pronti a intervenire. La situazione è sempre sul punto di esplodere. «Basta un pretesto», racconta Qassem, un cinquantenne palestinese mentre fuma la sua pipa seduto ad un bar, «e diventiamo bersaglio dei coloni che girano armati».

La rete che divide gli abitanti ebrei (sopra) e quelli palestinesi (foto di Leonard Berberi)

C’è anche una missione civile internazionale creata appositamente per Hebron. È la Temporary international presence in Hebron (Tiph, finanziata da Italia, Norvegia, Svizzera, Turchia, Danimarca e Svezia): vigila sul campo, controlla che la «coabitazione» non abbia problemi e scrive dettagliati rapporti sulla situazione della città. Dossier non pubblici, però. E nemmeno i due osservatori della missione – un uomo e una donna – dicono qualcosa. «Non possiamo parlare», rispondono.

Il ragazzo, sulla trentina, è alto, magro e ha i capelli corti biondi. Arriva dal Nord Europa. La ragazza, invece, è bassa e ha i capelli lunghi e neri. Entrambi indossano la divisa d’ordinanza: una camicia blu con adesivi rettangolari rossi e la scritta bianca «Tiph». All’altezza del cuore, un altro adesivo, con le stesse caratteristiche, mostra la scritta «osservatore» in inglese, arabo e israeliano. Il ragazzo allunga l’opuscolo di presentazione della missione e batte l’indice su una frase. C’è scritto: «Dal 2005 l’esercito israeliano opera su tutta l’area in violazione degli accordi». Nel 2002 – dopo la seconda Intifada, con scontri e morti da entrambe le parti – l’esercito israeliano ha preso il controllo dell’intera città. Tre anni più tardi ha costruito decine di torri di controllo nell’area «H1», cioè in quella palestinese. Venendo meno all’accordo di «spartizione».

Nel cuore del suk di Hebron (foto di Leonard Berberi)

Il risultato, oggi, è questo: centinaia tra posti di blocco, muri difensivi, soldati e mezzi militari sparsi in tutta la città, che «limitano fortemente la libertà di circolazione degli abitanti di Hebron». Il problema tocca soprattutto i palestinesi: sono costretti a percorrere le stesse vie, spesso scomode, e a passare per i tornelli o i metal detector. «Per andare a pregare alla moschea – racconta Ahmad, un settantenne tutto curvo e con i vestiti sgualciti – devo attraversare un checkpoint, presentare il mio documento di identità. Ogni giorno, cinque volte al giorno». Piccolo particolare: la moschea dista meno di dieci metri dalla casa dell’anziano.

Racconta un altro: «Ci sono situazioni in cui per andare a visitare i parenti a pochi metri di distanza, alcune famiglie devono percorrerne centinaia in più perché quella più breve è sotto controllo israeliano». Per questo i palestinesi camminano spesso sui tetti. Accorciano il percorso. Ma rischiano anche di essere colpiti dai soldati israeliani che temono siano cecchini.

Dove si trova la moschea e la Tomba dei Patriarchi, ci sono due checkpoint in venti metri. Il primo «filtra» i palestinesi che vogliono andare a pregare. Il secondo, invece, serve solo a rimandarli indietro. Perché oltre c’è «Hebron 2», cioè la parte ebrea. «Ma serve anche a difendere i palestinesi», replicano gl’israeliani. Perché non si ripeta più il massacro del 1994. Era il 25 febbraio e un colono ebreo, Baruch Goldstein, entrò nella moschea e si mise a sparare. Per terra, rimasero i corpi di 29 fedeli palestinesi che stavano pregando.

Soldati israeliani si intrattengono con alcuni palestinesi (foto Leonard Berberi)

«C’è qualche musulmano tra di voi?», chiedono i soldati del secondo checkpoint. Divise verdi, giubbotti antiproiettile, fucili pronti a sparare e radio-trasmittente sempre accesa. Il pezzettino di fronte non protetto dal casco è bagnato dal sudore. Mentre la polvere toglie colore alle divise che sembrano nuove. «Dobbiamo tutelarci», si fanno sfuggire, come a giustificare quella condizione.

In buona parte di «Hebron 2» domina la desolazione: costruzioni sigillate o che cadono a pezzi, erbaccia che spunta dalle mura e un gran polverone ogni volta che arrivano – improvvise – folate di vento. Quattro attività palestinesi, però, resistono in terra israeliana. Proprio di fronte alla Tomba dei Patriarchi. Si tratta di un baretto, due negozi di souvenir, un laboratorio in cui si lavora la terracotta. Sono a dieci metri dal checkpoint. Guardati a vista dai due soldati. Altri venti metri e c’è la «Jeshiva», un collegio talmudico dove studiano i giovani ebrei che vogliono fare della religione il loro stile di vita. Dai suoi megafoni, parole e preghiere si disperdono nell’aria. Ai piedi dell’edificio, jeep militari e veicoli blindati. Soldati ovunque. Pronti a scattare al minimo tentativo di avvicinamento agli ebrei. Cosa che succede quando si incrociano due gruppi di bambini: uno palestinese, l’altro israeliano. In mezzo a loro, una fila di blocchi di cemento armato – alta meno di un metro – che separa le due Hebron. I bambini si fermano e si guardano. Nessuno di loro parla. È una scena surreale. I militari del checkpoint si avvicinano subito e li disperdono.

Khaled Fakhori, palestinese, titolare del negozio di manufatti in terracotta scuote la testa. Ha l’aria dell’imprenditore di successo, veste alla Tony Manero e racconta il suo pezzo di verità. «Loro (indica i soldati) me ne hanno ammazzati otto, di parenti. Fino a quando uno dei miei fratelli non s’è messo una cintura esplosiva attorno al corpo e s’è fatto esplodere in mezzo agli ebrei, uccidendone sei». Alza la voce. Mentre gli altri due fratelli decorano, silenziosi, piccoli vasi. «Qualche volta – si inserisce il proprietario di uno dei negozi di souvenir – i coloni passano e rovesciano i tavoli con gli oggetti che cerco di vendere. Quando la situazione diventa tesa, poi, i carri armati passano e distruggono parte del negozio con il cannone». Ogni volta che c’è aria di scontri, i quattro negozi chiudono. E i palestinesi si rifugiano a «Hebron 1».

Le strade deserte della Hebron dei coloni (foto di Leonard Berberi)

I due militari israeliani, quando non controllano i negozianti palestinesi, siedono ai piedi del box del checkpoint. Sono giovani. Hanno l’aria annoiata. E usano sempre il cellulare. Per chiamare e, soprattutto, per scrivere messaggini. Ogni cinque minuti, un auto blindata di colore blu scuro passa a sorvegliare la situazione. «Diciamo che non è il posto migliore», rivela uno dei soldati. L’altro gli dice qualcosa in ebraico. Sembra rimproverarlo. E infatti non parlano più. Dalla radiotrasmittente qualcuno li chiama. È finito il turno in quel punto di controllo. C’è il cambio.

La strada che porta alla base mostra altre porzioni di «Hebron 2»: un cimitero ebraico, altre vie deserte, un soldato – fuori servizio – che corre in lungo e largo per mantenersi in forma, altre parti di muro incorniciate da metri di filo spinato a dividere in due la città. E tanti edifici abbandonati, segnati con la stella di Davide. Come a rivendicare la proprietà. Un tempo, al posto delle stanze vuote, c’erano esercizi commerciali – palestinesi – vivaci. Con la divisione, i musulmani hanno preferito chiudere. Più in là, alcuni murales colorati raccontano la storia degli ebrei, spiegano la bontà della religione e perché bisogna stare lì. In fondo, ci sono dei negozi con le scritte tutte in ebraico.

Di coloni se ne vedono pochissimi. E quei pochi non dicono nulla, se non per confermare la loro scelta di vita: «Da qui non ce ne andiamo. È la terra che Dio ha promesso a noi e la difenderemo con tutte le nostre forze. Gli usurpatori se ne devono andare da qui». A parlare è un uomo sulla quarantina, barba lunga e nera, cappello in testa, vestiti pesanti e camicia bianca. Tiene per mano due bambini e un sacchetto bianco con del cibo dentro. Sul fianco destro, una fodera con dentro una pistola.

Negozi chiusi da anni e poca vita nella Hebron dove vivono i coloni (foto di Leonard Berberi)

Non c’è un censimento esatto, ma in tutto – di coloni – non dovrebbero esserne più di cinquecento. La maggior parte di loro viene dagli Stati Uniti. Ultrareligiosi che hanno ingaggiato una gara particolare con i palestinesi: fare più figli. Ogni famiglia cerca di averne il più possibile. Perché la «vittoria finale», è il ragionamento, dipende dal fattore numerico. Vince la comunità più numerosa.

«Non capiscono che è un suicidio, perché la terra a disposizione è sempre meno e i punti di contatto, di frizione sempre più», dice sconsolato un giornalista-scrittore del posto. È seduto al tavolo di un bar che non è un bar, ma una sorta di stalla, sorseggia il thè caldo alla menta e stropiccia nervosamente la mazzetta di giornali arabi. E aggiunge: «Non voglio immaginare cosa succederà tra venti, trent’anni». A rendere delicata la «convivenza» è l’alto numero di armi possedute dai coloni. Nella parte israeliana di Hebron, infatti, quasi tutti i maschi – dall’adolescenza in su – usano una pistola o un fucile.

Per uscire da «Hebron 2» si passa per un altro checkpoint. Un prefabbricato di metallo messo di traverso in modo da coprire in larghezza la strada. All’interno, due metal detector e un soldato seduto. Anche lui annoiato. Oltre, nella parte palestinese, sui due blocchi di cemento che ostacolano la strada alle auto, due scritte anti-israeliane e anti-ebraiche.

Vista da fuori, Hebron sembra una città confusa. Vista da dentro, un luogo sull’orlo del precipizio. Che trascorre i giorni tentando di scoprire come far finire tutto questo. Se mai finirà.

© Leonard Berberi

I messaggi sui blocchi di cemento dell’esercito israeliani prima di entrare nella Hebron ebraica dopo aver superato un posto di blocco (foto di Leonard Berberi)


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Yoav, Imanu’el e il sogno perduto dell’ebraismo

IMANU’EL (Samaria) – Tira un vento, alle due del pomeriggio, che Yoav deve fare molta fatica a tenersi la kippah in testa. E il terriccio rosso e leggero di cui è ricoperto questo pezzo di mondo ci mette poco a spiccare il volo. Così l’uomo deve proteggersi pure il naso e la bocca. Yoav ha 49 anni e la voce di chi non nutre più nessuna speranza. Ha la faccia piena di rughe e le mani callose. Un passato negli Stati Uniti e un sogno in Medio Oriente. Ora se ne sta seduto sul marciapiede con i bordi bianchi e rossi della strada principale di Imanu’el.

Tutt’intorno c’è la grande valle desertica della Cisgiordania settentrionale. Con qualche albero qua e là. Qualche gregge di pecore. E macchine dell’esercito israeliano che appaiono, svoltano per le strade, scompaiono. Sul cucuzzolo di una collina c’è Imanu’el, insediamento ebraico abitato da circa tremila abitanti. Le case, quasi tutte ville a schiera, sono ordinate. Per arrivarci ci sono due possibilità: o sbagliare strada, perdendosi nel reticolo di vie asfaltate e passaggi di terra battuta. Oppure arrivarci intenzionalmente, seguendo la strada dei pastori.

Nel centro commerciale dell’insediamento, fresco e bene illuminato, non si vede l’ombra di un cliente. Poco lontano c’è un cartello con la scritta “vendesi” ricoperto di polvere. L’ufficio postale è chiuso. E dei negozi alimentari solo un paio sono aperti. Buona parte degli edifici che un tempo ospitavano attività commerciali sono sbarrati con grandi pannelli in legno o acciaio. E non c’è traccia di una banca. «Se ne sono andati via molto tempo fa», dice Yoav.

Imanu’el non è un insediamento qualsiasi. È il sogno spezzato dell’ebraismo. Doveva essere la prima città moderna degli ebrei ultra-ortodossi. Di quelli che avevano lasciato il Midwest americano per rifondare l’ebraismo quaggiù, a migliaia di chilometri di distanza e in mezzo al nulla. Quando fu posata la prima pietra di Imanu’el, nel 1981, i progettisti parlarono di cittadina «splendida e sofisticata», con appartamenti «spaziosi». E parchi. E giardini. E un treno. E il trasporto in elicottero da e per le grandi città. Per dire: Bnei Brak, un ammasso di case alla periferia di Tel Aviv, il luogo preferito dagli ultraortodossi della costa israeliana, ecco a Bnei Brak, negli anni ’80, i muri erano tappezzati da poster che invitavano a trasferirsi a Imanu’el.

I coloni se lo ricordano ancora il giorno più bello di Imanu’el: l’inaugurazione dell’insediamento. Quando, tra luci e fuochi d’artificio, si esibì Mordechai Ben David, un cantante chassidico famosissimo. Ad ascoltarlo, più di 50mila persone. Tra cui Ariel Sharon, ex primo ministro israeliano, e i leader religiosi dell’ebraismo odierno.

Smaltita la sbornia della festa, vennero i giorni più duri. Due anni più tardi la società di costruzioni dichiarò il fallimento e i sogni di Imanu’el crollarono insieme ai prezzi delle case. «Quello che vedi oggi è stato costruito negli anni Ottanta, nei mesi di attività della ditta», racconta Yoav.

Poi il nulla. Vennero il degrado. L’abbandono. L’Intifada palestinese con quegli attentati ai bus che arrivavano carichi di persone e valigie e sogni. Molti si spaventarono. Perché qui, nel cuore della Samaria, nessuno era più sicuro. Molte famiglie chiusero le proprie case e se ne andarono altrove.

Ora Imanu’el è un posto ancora più tormentato. Perché alle incursioni palestinesi si sono sostituite le divisioni in seno all’ebraismo. Con ashkenaziti (ebrei arrivati dall’Europa) e seferditi (provenienti dalla Spagna) e mizrahi (Nord Africa e Medio Oriente) che da qualche mese hanno iniziato a non parlarsi. A non frequentarsi. E a creare divise con colori differenti a seconda della corrente religiosa.

Ultimo, in ordine di tempo, il caso di due ragazzine. Per di più amiche tra di loro. Ad un certo punto la direzione della scuola elementare ha stabilito che ashkenaziti e mizrahi dovranno indossare grembiulini identificativi. La Corte Suprema israeliana ha parlato di discriminazione, a Tel Aviv hanno fatto la voce grossa, a Gerusalemme, invece, hanno preferito tacere. Tranne il presidente Simon Peres. Che, di fronte ai giovani, ha detto: «Ho un’età che mi ha fatto vedere di tutto e non posso tollerare quanto sta succedendo in Samaria». Ma il risultato, per ora, non è cambiato: le due amiche continuano a vivere da separate in classe.

«Non è più un sogno, è un incubo», continua Yoav. Ma andarsene da Imanu’el? Yoav ci pensa su. Passa qualche secondo. Volta gli occhi verso le ville a schiera. Poi dice: «Non ho più nessun posto dove andare a vivere. La mia vita finirà in questo insediamento».

Leonard Berberi

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Baruch Goldstein il “mite” e il massacro di Hebron

Baruch Goldstein

Con quella faccia così sorridente non spaventava nessuno Baruch Kappel Goldstein. Sempre gentile. Sempre devoto. Sempre al servizio di tutti. Lui, un fisico ebreo di Brooklyn, New York. Proprio come Albert Einstein. E all’Albert Einstein College of Medicine aveva finito gli studi. Davanti: un futuro da stimato professionista.

Solo che a un certo punto Baruch incontra il rabbino Meir Kahane. Studia la Torah. S’iscrive alla Jewish Defense League. Che dalle parti degli States non è niente. Se non una rivendicazione di appartenenza. E una richiesta di salvaguardia della cultura ebraica. Ma a 8.970 chilometri di distanza, a Hebron, tutto questo diventa minaccia di vita, rabbia. Follia. Ed è proprio a Kiryat Arba, una manciata di passi da Hebron, città dei Patriarchi, che Baruch si trasferisce. Inizia a servire nell’esercito israeliano come medico. Si sente finalmente a casa. Aiuta tutti. Tranne i musulmani. Tranne i palestinesi. Quelli no, ché sono degl’invasori. Degli uomini malvagi. Degli usurpatori della terra dei padri dell’Ebraismo.

A Hebron Baruch diventa un uomo sempre più tormentato. Assalito dalla rabbia. Da un tarlo che non lo lascia in pace. Proprio lui, ch’era nato in pace. E che, più di tutti, aveva assaporato l’ebbrezza della libertà di movimento, di studio, di pensiero, di parola. Di vita.

Ma la vita per Baruch inizia a perdere peso. E senso. Si guarda intorno. Minaccia le persone a parole. Forte della divisa verde. E della fede in Dio. Fino a quando, nel bel mezzo del Purim, una delle feste ebraiche più felici, non si mette in testa che Hebron debba essere liberata. Purificata. Riportata alla luce. Così, il 25 febbraio 1994, saluta la moglie Miriam, tutto infagottato nella divisa militare. La bacia. Le concede un sorriso. Poi s’allontana. Con la scusa di prestare servizio. Di salvare vite umane. Vite ebraiche. Le uniche che contano.

Intorno è la solita vita. Litigi quotidiani tra ebrei e musulmani. Bambini che schiamazzano. Ragazzini che lanciano pietre da una parte all’altra. Preghiere arabe. Canti ebraici. Un carrettino trainato da un cavallo in cerca disperata di improbabili turisti. Un suk pieno di cianfrusaglia. E un bar che non è un bar, ma una composizione spoglia di quattro antichissime mura. Ché quella è la città vecchia. Secolare. Tormentata.

Baruch fa pochi passi. Quelli che gli servono – secondo lui – per mettere le cose a posto. Entra nella Tomba dei Patriarchi. Che, per quegli scherzi del Destino, è anche una moschea. La moschea di Ibrahimi. Dentro, almeno duecento persone. Duecento fedeli musulmani. A piedi nudi. Chini verso la Mecca. Adoranti verso Dio. Allah. Un Signore che in quel momento non passava di là. Perché Baruch inizia a sparare. All’impazzata. Decine di colpi. Da destra a sinistra. Da sinistra a destra. Colpi verso qualsiasi cosa si muova. E intanto urla. Canta. Prega. Adora Dio. Il suo Dio. Che non è un nemico di quello dei musulmani. Ma questo Baruch non lo sa. O meglio, lo rifiuta.

Il deserto della Hebron ebraica (foto L.B.)

E intanto cadono proiettili. Così tanti che bisogna sommare le gocce di pioggia cadute negli ultimi mesi su Hebron per pareggiare il conto. Gli uomini palestinesi urlano. Sprizzano sangue che sembra un grande sacrificio. Peggio, l’Apocalisse. Un’Apocalisse senza fine. Minuti interi di colpi d’arma da fuoco. Che fermano Hebron. Gelano il sangue. E chiudono una volta per tutte il libro della possibile convivenza tra ebrei e musulmani. Almeno da quelle parti.

Poi qualcuno prende un estintore. Lo sbatte contro la testa di Baruch. Lo tramortisce. Gli toglie il fiato. Gli spegne il tipico sorriso. Accanto a Baruch Kappel Goldstein ci sono 29 corpi. Tutti senza vita. E 125 altri corpi. Che respirano a malapena. Feriti. Una carneficina. Nella casa del Signore.

Da lì è iniziato tutto. E non è mai finito. Sassaiole, spari, urla, spintoni. E morti. Altri ancora. 25 palestinesi. 5 coloni israeliani. E la decisione finale: dividere in due la città.

Sedici anni dopo, a Hebron non è cambiato nulla. Le pietre continuano a volare da una parte all’altra. L’odio continua a governare la città. La rabbia continua ad allevare generazioni di ebrei e musulmani. La morte a vincere sulla vita. Solo che ora a Hebron c’è un muro. A tratti visibile. A tratti no. Poi ci sono tante reti. E segni di sparatorie. E famiglie spezzate.

Per vedere il più grande fallimento di cui l’uomo è capace bisogna venire qui. A Hebron. Nel bel mezzo del vuoto. Un vuoto fisico. E mentale.

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Appunti di viaggio / 5

Palazzoni sul lungomare di Tel Aviv (foto L.B.)

TEL AVIV – E adesso chi glielo dice al governo Netanyahu che il «nemico» non è solo ai confini, ma anche dentro? Perché i giovani israeliani di religione musulmana non si sentono membri di una stessa nazione. Secondo loro lo Stato li discrimina. Perché non sono ebrei. E perché non sono sangue del loro sangue.

Quando inizia lo Shabbat – il venerdì al calare del sole – il lungomare di Tel Aviv si trasforma. Di ebrei nemmeno l’ombra. Così, per alcuni chilometri. Da Jaffa – la parte vecchia della città – fino al Porto, un tempo in decadenza, ora centro di divertimenti notturni.

In tutto questo tratto, con centinaia di ettari di prato verde con l’erba curata, gli angoli giochi per bambini e salutisti, le piste per il jogging e la bici e decine di locali che danno sul mare, ecco, in tutto questo tratto, si vedono soltanto famiglie e giovani musulmani. Quasi tutti hanno un passaporto israeliano. Ma tutti parlano in arabo. Vestono in arabo. Mangiano arabo. Un pezzo di Palestina o di Siria o di Libano in mezzo a Israele.

Migliaia di persone. Sedute sul prato – nonostante i cartelli di divieto – cucinano la carne, trascorrono la serata fino a notte. Quando non si mangia, i maschi sono da una parte. Le donne – velate – dall’altra. Ma sempre guardate a vista. I giovani siedono sulle panchine o sugli scogli e fumano il tabacco con il narghilè. Altri – un po’ più «occidentalizzati» – alzano al massimo il volume dei loro stereo e ballano, mentre la musica araba-pop si diffonde tra le palme e i grattacieli e il traffico ridotto al minimo.

La spiaggia che da Jaffa porta al cuore di Tel Aviv (foto L.B.)

Verso le dieci, l’ora della passeggiata digestiva, gruppi di ragazzine – anche loro velate – camminano sul lungomare. Ridono, mandano messaggi con il cellulare, lanciano sguardi ammiccanti ai ragazzi – sempre musulmani – che incrociano. Il velo non riesce a nascondere la loro adolescenza. Ma poi basta che se ne accorga il fratellino o un cugino o il padre, che la serata prende un’altra piega. Partono urla, spintoni. E qualche schiaffo. Le madri – le vere complici delle figlie – non parlano. Subiscono. Qualche metro più in là, giovani coppie si fermano a comprare lo zucchero filato. Il venditore – neanche a dirlo – è musulmano. Come lo sono tutti quelli che vendono i gadget più disparati per i bambini.

L’altro volto di Tel Aviv. O, meglio, l’altra Tel Aviv. Una città parallela. Che vive quando quella «ufficiale» è in vacanza. Quando gli ebrei se ne stanno a casa oppure passano lo Shabbat da qualche altra parte. Due comunità. In mezzo, un muro. Invisibile, certo. Ma con effetti concreti.

«Non ho amici ebrei e non ci tengono ad averli», dice – in un inglese imperfetto – Mohammed (almeno è così che si fa chiamare). Ha 23 anni e lavora in un fast food di Jaffa. «Loro non meritano il nostro rispetto e nemmeno le nostre fatiche», continua, mentre al suo fianco altri sembrano discutere sulla qualità del tabacco nel narghilè. «Guarda dove vivono quelli che tu chiami “connazionali” – interviene l’altro dei due – in lussuosi palazzi, con strade pulite, e migliaia di shekel (moneta locale) in tasca. Non come noi che viviamo in palazzi fatiscenti, strade sporche e acqua inquinata». Indica i palazzoni che si affacciano sul mare. «Vivono ad Allenby Street o nella Sheinkin o in Rotschild. Quelli più ricchi stanno in mezzo al verde, al nord, vicino all’Università. Noi, invece, cresciamo vicini alle fogne».

Vicini, ma lontani. Un ristorante kosher vicino a una moschea (foto L.B.)

E il lavoro? «Non ti prende nessun ebreo – risponde Mohammed – e lo capisci da come ti guardano da subito, come se avessimo una malattia venerea. E non vale solo per me, ma anche per mio padre, per i miei zii e per i genitori dei miei amici». «Ho fatto molte richieste alle agenzie interinali – spiega Samir, 25 anni, ma ho ricevuto proposte solo da attività gestite da israeliani musulmani. Proposte di bassa manovalanza, però, anche se ho una laurea». In Legge, presa all’Università del Cairo.

Quanto all’amore, poi, non è che cambi granché. Racconta Samir: «Se sei musulmano le ragazze ebree non si avvicinano. Nemmeno per essere amici, figurarsi qualcosa di più». «Le nostre sono molto più belle – è convinto Mohammed – non abbiamo bisogno di loro. Eppoi c’è il rischio che si facciano figli gay!». Mohammed ride. Anche gli altri ridono. Che intanto sono diventati in tanti. Le domande di un «occidentale» li hanno incuriositi. Ascoltano. Chi seduto per terra, chi sugli scogli, chi appoggiandosi le mani sulle ginocchia. Spesso annuiscono. Si dicono qualcosa in arabo.

Non ci sono gay musulmani? Chiedo. «Scherzi? – dice sicuro Mohammed – E se anche ci fossero, non farebbero una bella fine. Siamo gente seria, non come gli ebrei». L’approvazione generale rischia l’applauso. Nel bel mezzo del lungomare di Tel Aviv, nota città “gay friendly”.

Intanto, il mare s’è fatto più agitato. Le onde sbattono contro gli scogli. La luce dei lampioni illumina la schiuma che arriva a metri di distanza. Gli israeliani musulmani continuano a schiamazzare, a mangiare, a fumare. I bambini a giocare. La polizia è quasi assente. Ogni tanto passa qualche turista. Ogni tanto. Per il resto, il venerdì e il sabato sera, il lungomare di Tel Aviv è un altro posto. Una sentinella, forse, di quello che potrebbe succedere in futuro. Perché l’insofferenza dei musulmani verso lo Stato è tanta. Perché il 20% della popolazione è di religione musulmana. E perché, come dice Samir, il laureato, «questo è un posto musulmano. Bisogna soltanto aspettare un po’, sacrificarsi tanto. Alla fine costruiremo la più grande moschea dell’area in mezzo a Israele».

© Leonard Berberi

TEL AVIV – E adesso chi glielo dice al governo Netanyahu che il «nemico» non è solo ai confini, ma anche dentro? Perché i giovani israeliani di religione musulmana non si sentono membri di una stessa nazione. Secondo loro lo Stato li discrimina. Perché non sono ebrei. E perché non sono sangue del loro sangue.Quando inizia lo Shabbat – il venerdì al calare del sole – il lungomare di Tel Aviv si trasforma. Di ebrei nemmeno l’ombra. Così, per alcuni chilometri. Da Jaffa – la parte vecchia della città – fino al Porto, un tempo in decadenza, ora centro di divertimenti notturni.

In tutto questo tratto, con centinaia di ettari di prato verde con l’erba curata, gli angoli giochi per bambini e salutisti, le piste per il footing e la bici e decine di locali che danno sul mare, ecco, in tutto questo tratto, si vedono soltanto famiglie e giovani musulmani. Quasi tutti hanno un passaporto israeliano. Ma tutti parlano in arabo. Vestono in arabo. Mangiano arabo. Un pezzo di Palestina o di Siria o di Libano in mezzo a Israele.

Migliaia di persone. Sedute sul prato – nonostante i cartelli di divieto – cucinano la carne, trascorrono la serata fino a notte. Quando non si mangia, i maschi sono da una parte. Le donne – velate – dall’altra. Ma sempre guardate a vista. I giovani siedono sulle panchine o sugli scogli e fumano il tabacco con il narghilè. Altri – un po’ più «occidentalizzati» – alzano al massimo il volume dei loro stereo e ballano, mentre la musica araba-pop si diffonde tra le palme e i grattacieli e il traffico ridotto al minimo.

Verso le dieci, l’ora della passeggiata digestiva, gruppi di ragazzine – anche loro velate – camminano sul lungomare. Ridono, mandano messaggi con il cellulare, lanciano sguardi ammiccanti ai ragazzi – sempre musulmani – che incrociano. Il velo non riesce a nascondere la loro adolescenza. Ma poi basta che se ne accorga il fratellino o un cugino o il padre, che la serata prende un’altra piega. Partono urla, spintoni. E qualche schiaffo. Le madri – le vere complici delle figlie – non parlano. Subiscono. Qualche metro più in là, giovani coppie si fermano a comprare lo zucchero filato. Il venditore – neanche a dirlo – è musulmano. Come lo sono tutti quelli che vendono i gadget più disparati per i bambini.

L’altro volto di Tel Aviv. O, meglio, l’altra Tel Aviv. Una città parallela. Che vive quando quella «ufficiale» è in vacanza. Quando gli ebrei se ne stanno a casa oppure passano lo Shabbat da qualche altra parte. Due comunità. In mezzo, un muro. Invisibile, certo. Ma con effetti concreti.

«Non ho amici ebrei e non ci tengono ad averli», dice – in un inglese imperfetto – Mohammed (almeno è così che si fa chiamare). Ha 23 anni e lavora in un fast food di Jaffa. «Loro non meritano il nostro rispetto e nemmeno le nostre fatiche», continua, mentre al suo fianco altri sembrano discutere sulla qualità del tabacco nel narghilè. «Guarda dove vivono quelli che tu chiami “connazionali” – interviene l’altro dei due – in lussuosi palazzi, con strade pulite, e migliaia di shekel (moneta locale) in tasca. Non come noi che viviamo in palazzi fatiscenti, strade sporche e acqua inquinata». Indica i palazzoni che si affacciano sul mare. «Vivono ad Allenby Street o nella Sheinkin o in Rotschild. Quelli più ricchi stanno in mezzo al verde, al nord, vicino all’Università. Noi, invece, cresciamo vicini alle fogne».

E il lavoro? «Non ti prende nessun ebreo – risponde Mohammed – e lo capisci da come ti guardano da subito, come se avessimo una malattia venerea. E non vale solo per me, ma anche per mio padre, per i miei zii e per i genitori dei miei amici». «Ho fatto molte richieste alle agenzie interinali – spiega Samir, 25 anni, ma ho ricevuto proposte solo da attività gestite da israeliani musulmani. Proposte di bassa manovalanza, però, anche se ho una laurea». In Legge, presa all’Università del Cairo.

Quanto all’amore, poi, non è che cambi granché. Racconta Samir: «Se sei musulmano le ragazze ebree non si avvicinano. Nemmeno per essere amici, figurarsi qualcosa di più». «Le nostre sono molto più belle – è convinto Mohammed – non abbiamo bisogno di loro. Eppoi c’è il rischio che si facciano figli gay!». Mohammed ride. Anche gli altri ridono. Che intanto sono diventati in tanti. Le domande di un «occidentale» li hanno incuriositi. Ascoltano. Chi seduto per terra, chi sugli scogli, chi appoggiandosi le mani sulle ginocchia. Spesso annuiscono. Si dicono qualcosa in arabo.

Non ci sono gay musulmani? Chiedo. «Scherzi? – dice sicuro Mohammed – E se anche ci fossero, non farebbero una bella fine. Siamo gente seria, non come gli ebrei». L’approvazione generale rischia l’applauso. Nel bel mezzo del lungomare di Tel Aviv, nota città “gay friendly”.

Intanto, il mare s’è fatto più agitato. Le onde sbattono contro gli scogli. La luce dei lampioni illumina la schiuma che arriva a metri di distanza. Gli israeliani musulmani continuano a schiamazzare, a mangiare, a fumare. I bambini a giocare. La polizia è quasi assente. Ogni tanto passa qualche turista. Ogni tanto. Per il resto, il venerdì e il sabato sera, il lungomare di Tel Aviv è un altro posto. Una sentinella, forse, di quello che potrebbe succedere in futuro. Perché l’insofferenza dei musulmani verso lo Stato è tanta. Perché il 20% della popolazione è di religione musulmana. E perché, come dice Samir, il laureato, «questo è un posto musulmano. Bisogna soltanto aspettare un po’, sacrificarsi tanto. Alla fine costruiremo la più grande moschea dell’area in mezzo a Israele».

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