cultura

Arriva sul web il documento biblico più antico del mondo

Il documento biblico più antico al mondo ora è un ebook che si può leggere tutto intero sul pc o sul tablet. Basta collegarsi sul sito http://dss.collections.imj.org.il/, sfogliare le pagine digitalizzate e godersi un testo – tradotto – che non ha eguali. Fino a oggi vengono proposti al pubblico i primi cinque rotoli: dove si trova anche quasi tutto il libro di Isaia (66 capitoli), riprodotto da uno scriba nel 125 prima di Cristo.

Dopo anni di lavoro i “Rotoli del Mar Morto”, il documento biblico più antico arrivato ai giorni nostri, sono da oggi consultabili sul web grazie al Museo Israel di Gerusalemme (dove sono conservati gli originali) e di Google, il grande motore di ricerca che ha provveduto a digitalizzare le pagine senza danneggiarle.

La stessa Google che nei mesi scorsi ha già immesso nel web l’archivio fotografico del Museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme. I rotoli è possibile non solo scorrerli, ma anche ingrandirli fino a mettere in luce particolari che non sarebbero visibili ad occhio nudo. All’interno di ciascun rotolo è anche possibile compiere ricerche per colonna, capitolo, o versetto. Il documento è tradotto in inglese. Basta cliccarci sopra a ogni blocco di testo e automaticamente comparirà la versione in una lingua per noi più conosciuta.

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti nelle grotte di Qumran nel 1947. Nello stesso luogo dove duemila anni fa si era insediata una setta di religiosi ebrei. Sono testi che gli studiosi considerano un punto di riferimento importante per lo studio della evoluzione del pensiero monoteista.

Leonard Berberi

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attualità

Israele dà il via libera alla costruzione di 1.100 alloggi a Gerusalemme Est

Trecentosessantacinque giorni dopo non è cambiato nulla. Stessa scena, stessi protagonisti, stesse minacce e stesso esito: nessun tavolo di Pace, ma solo tante costruzioni. Già, le costruzioni. Il 28 settembre 2010, allo scadere dei dieci mesi di moratoria del governo israeliano, i coloni avevano ripreso a tirar su a colpi di calcestruzzo e mattoni centinaia di abitazioni in Cisgiordania. Fregandosene dei colloqui di Pace che di lì a poco sarebbero naufragati nella retorica mediorientale.

Un anno dopo, siamo esattamente allo stesso punto. Cambia solo il contesto internazionale: stavolta Ramallah ha chiesto all’Onu il riconoscimento dello Stato palestinese. Come finirà si vedrà. Ma tutt’intorno resta il solito copione dell’area: alle parole non seguono mai i fatti. Anzi.

E così, tanto per la cronaca, si è saputo che il ministero dell’Interno israeliano ha formalizzato oggi il via libera alla costruzione di 1.100 nuovi alloggi nell’insediamento ebraico di Gilo, un sobborgo di Gerusalemme Est, quindi oltre la linea verde del 1967 (nella foto sotto le nuove costruzioni). Ci troviamo nel bel mezzo dei territori rivendicati dai palestinesi. E questo di Gilo sarebbe solo uno dei tanti progetti che hanno lo scopo di rilanciare l’edilizia nella zona a maggioranza araba indicata da Abu Mazen quale capitale del futuro Stato palestinese.

Quella degl’insediamenti resta – secondo gli analisti – il vero problema dei negoziati israelo-palestinesi. L’esecutivo Netanyahu non sa come disfarsene dei trecentomila e passa di coloni. E non potrebbe nemmeno imporre l’allontanamento coatto visto che metà governo è legato agl’insediamenti e ci metterebbe mezzo secondo a far cadere il governo. L’autorità palestinese, invece, mette quello dei coloni al primo punto dell’agenda per raggiungere un accordo.

L’altra questione riguarda la Città Santa. Secondo il governo israeliano Gerusalemme Est (annessa unilateralmente a Israele nei primi anni ’80), è parte della capitale «unita, eterna e indivisibile» dello Stato ebraico. Secondo l’Autorità nazionale palestinese, essa è invece una porzione da restituire di quei territori occupati fin dalla guerra dei Sei Giorni del 1967.

Ed ecco che, nel bel mezzo del marasma diplomatico, arriva il via libera a costruire non solo in un territorio che i palestinesi considerano loro, ma anche in quella parte di città che, sempre secondo i palestinesi, sarà la capitale del nuovo Stato.

Leonard Berberi

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economia

L’italiana Micoperi, il metano e l’appalto da 100 milioni di euro

Toccherà a una società italiana risolvere i problemi di rifornimenti di metano d’Israele. Secondo il quotidiano economico-finanziario dello Stato ebraico «Globes», con ogni probabilità sarà la Micoperi Marine Contractors srl ad aggiudicarsi l’asta per la costruzione delle piattaforme per l’estrazione del gas naturale.

Il progetto tocca i 500 milioni di nuovi shekel (circa 100 milioni di euro) e dovrebbe iniziare a concretizzarsi a partire dalla fine del 2012 al largo di Hadera, nei pressi di Haifa, nel nord del Paese. Una volta finiti i lavori, il metano consentirà all’Ente israeliano dell’elettricità (Iec) di compensare in parte il deficit causato dai continui intoppi nel rifornimento di gas egiziano. In queste settimane, infatti, lo Iec sta ricorrendo al petrolio per soddisfare tutta la domanda di elettricità.

La Micoperi Marine Contractors srl ha la sede legale a Ravenna, il centro delle operazioni di base a Ortona, in provincia di Chieti, e due uffici distaccati in Egitto e Croazia. E si occupa, tra le altre cose, di costruzione, trasporto e installazione di strutture offshore, pontili e terminali marini. (l.b.)

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attualità

L’Egitto: stop all’export di foglie di palma. E in Israele una festa è a rischio

«A.A.A. Foglie di palma cercasi per importante festività. No perditempo. Pagamento immediato». A immaginarlo, l’annuncio, potrebbe essere più o meno così. Quel che è vero, però, è l’appello. A tratti disperato.

Lo Stato ebraico di Israele sta cercando qualcuno – un Paese, un’azienda – che possa metterle a disposizione almeno 700 mila foglie di palma da utilizzare il prossimo 12 ottobre (e per una settimana circa) in occasione della festa ebraica del Sukkot, da noi meglio conosciuta come dei Tabernacoli o delle capanne. Le foglie non sono un elemento di arredo, ma un vero e proprio simbolo della celebrazione.

L’Egitto, l’importatore un tempo storico e fidato, ha fatto sapere che le foglie di palma nate e cresciute sul suo suolo non andranno a finire nelle case degl’israeliani. Non solo quest’anno, ma anche in quello prossimo. Un annuncio «ad personam», visto che il divieto scrive espressamente che vale solo per Israele. Qualcosa di simile era successa nel 2005. Ma allora sembrava fosse tutto frutto di accordi commerciali per far alzare il prezzo del prodotto.

È a quel punto che il ministero dell’Agricoltura dello Stato ebraico ha inserito l’annuncio sul suo sito web. «Il nostro Paese cercherà di aumentare la produzione locale», hanno detto alcuni funzionari del dicastero. L’altra soluzione sarebbe quella di chiedere una mano a Spagna e Giordania. E se questo non dovesse bastare, ci sarebbe sempre la decisione estrema: bussare alle porte di Gaza City e chiedere ad Hamas di prendere qualche foglia.

Le relazioni fra Israele ed Egitto hanno toccato il minimo nelle ultime settimane. Cioè dopo la morte di sei poliziotti egiziani, uccisi dall’esercito israeliano mentre dava la caccia, il 18 agosto scorso, agli autori degli attentati nella zona di Eilat, sul mar Rosso, vicino al confine tra i due Paesi. Il 9 settembre una folla inferocita ha attaccato al Cairo l’ambasciata israeliana, saccheggiandola in parte e costringendo quasi tutto il personale diplomatico a fuggire in Israele nel cuore della notte.

Quanto alla festa, le foglie di palma servono a coprire i tetti delle capanne che i fedeli costruiscono per ricordare l’esilio del popolo ebraico nel deserto del Sinai, dopo la fuga dall’Egitto. Per la celebrare la ricorrenza, la Torah ordina di utilizzare quattro specie di vegetali: il lulav (un ramo di palma), l’etrog (un cedro), un ramo di mirto ed un ramo di salice.

Leonard Berberi

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attualità

Checkpoint di Qalandiya. Ieri

Ieri c’è stata una battaglia. O, se volete, un assaggio di guerra. Con i soldati israeliani a rispondere alla violenza dei palestinesi. E questi ultimi a replicare, a modo loro, all'”invasione” dell’esercito dello Stato ebraico con un fitto lancio di sassi, con copertoni infuocati e botti di fine anno usati manco fossero granate.

Ieri, al checkpoint di Qalandiya, in Cisgiordania, centinaia di giovani palestinesi e decine di uomini dell’Idf si sono scontrati come non succedeva da tempo. Ringalluzziti, i primi, dalla richiesta all’Onu di riconoscere lo Stato di Palestina. Spaventati, i secondi, dall’escalation di violenza che rischia di esondare sul suolo ebraico.

In tutto questo c’è una scena, nel video che trovate sotto, che colpisce: quella che mostra il volto dipinto di Yasser Arafat che giganteggia sul lato palestinese del muro di separazione mentre “osserva” i soldati israeliani all’opera. Ieri, a Qalandiya, in Cisgiordania, è andata in scena la prova generale della Terza intifada. (leonard berberi)

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politica

Una donna alla guida della sinistra israeliana

Il nuovo leader della sinistra israeliana è una donna, una “pasionaria” e un’ex giornalista televisiva. A guidare i laburisti nei prossimi anni sarà la cinquantunenne Shelly Yachimovich (al centro, nella foto sopra) dopo aver battutto al secondo turno Amir Peretz, l’ex numero uno dei sindacalisti dello Stato ebraico e un tempo guida politica della Yachimovich.

A rendere noto l’esito della consultazione di mercoledì 21 settembre che ha coinvolto circa sessantamila laburisti è stata la tv israeliana. La Yachimovich ha vinto raccogliendo il 54% dei consensi contro il 45 di Peretz. Bisognerà aspettare però giovedì pomeriggio per i dati ufficiali.

Tom Wagner, portavoce dell’ex sindacalista e dell’ex ministro della Difesa, ad ammettere la sconfitta e a congratularsi con il nuovo leader via telefono. Ora toccherà alla Yachimovich riportare il partito laburista ai fasti dei primi trent’anni d’Israele per aumentare anche il peso della sinistra in Parlamento (il Labour ha solo otto deputati alla Knesset).

Leonard Berberi

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politica

Israele, i laburisti scelgono il nuovo leader

È un po’ la stessa storia in tutto il mondo. Prendete un partito di sinistra – un tempo grande, ora in decadenza –, prendete la lotta estenuante per decidere la leadership e aggiungeteci che ora, in Parlamento, è all’opposizione e là rischia di rimanerci per un bel po’. A meno che non arrivi il Messia (politico).

Il marasma della sinistra da mesi tocca anche Israeke. E infatti è qui che oltre 60 mila laburisti si stanno recando alle urne per scegliere un nuovo leader del partito «Havoda» (laburisti), rimasto senza una guida dopo che il suo numero uno Ehud Barak, ministro della Difesa di un governo di destra, ha deciso a inizio anno la scissione.

Ora il Labour è il quinto partito alla Knesset per ordine di importanza. E pensare che nel suo memoriale politico può contare su dirigenti e statisti illustri come David Ben Gurion (il padre della Patria), Golda Meir, Shimon Peres (attuale presidente del Paese) e Yitzhak Rabin.

L’esito del voto si saprà solo nella tarda notte. La sfida è tra due contendenti, gli stessi due che nelle elezioni di quindici giorni fa hanno raccolto il maggior numero di consensi. Da un lato c’è l’ex sindacalista ed ex ministro della difesa Amir Peretz (59 anni). Dall’altro, l’ex giornalista televisiva e “pasionaria” Shelly Yehimovic (51), unica donna candidata. Nel primo turno è stata quest’ultima a prevalere – di misura – sul primo: 32% contro il 31 dell’ex sindacalista.

Peretz è stato pubblicamente sostenuto dalla figlia di Rabin, Dalia. La Yehimovic ha raccolto da parte sua il sostegno dell’attuale leader della centrale sindacale Histadrut, Ofer Eini. Diversi analisti sostengono che entrambi i candidati sembrano in sintonia con la protesta degli «indignados» che questa estate hanno invocato nelle strade di Israele una maggiore giustizia sociale piantando tende nel cuore dello shopping telavivino.

In tutto questo ci sono i sondaggi d’opinione che assegnano al partito laburista (oggi ha otto deputati) dai 18 ai 22 seggi, sui 120 della Knesset. Numeri incoraggianti, anche se virtuali. C’è solo un piccolo problema, un problema peraltro molto italiano: i rapporti fra Peretz e Yehimovic sono così tesi che non si possono escludere né faide interne, né nuove scissioni.

Leonard Berberi

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