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Rischia la chiusura la tv che “disturba” il premier Netanyahu

La «tv che disturba» leva il disturbo. A meno che, certo, le cose non cambino. E sempre che la direzione (del Paese) non decida di dare una mano. Ma viste le premesse – e lo storico – se non interverranno fatti nuovi, il 27 gennaio la televisione commerciale israeliana Channel 10 cesserà le trasmissioni. E manderà a casa i suoi 500 dipendenti.

Emittente giovane e fresca, Channel 10 ha trasmesso molte inchieste video ritenute spregiudicate nel Paese: soprattutto perché al centro c’erano spesso – per non dire sempre – uomini politici, persone vicine al governo di Benjamin Netayahu e un malcostume che, per dirla con più di un analista, «sanno più di roba alla italiana, che alla israeliana».

Nata dieci anni fa su iniziativa di due uomini d’affari che hanno investito 260 milioni di euro, negli ultimi tempi l’emittente ha perso ascolti e pubblicità, soprattutto per la sua natura aggressiva nei confronti dei poteri forti (qui l’inchiesta contro il modus operandi dei servizi segreti). Fino a registrare così un rosso di circa 8 milioni di euro da versare al Fisco. Era già successo nel 2008. Ma ora è diverso. Perché il 12 dicembre la Commissione finanze della Knesset (il parlamento) ha stabilito che se la tv non farà fronte ai propri impegni, il mese prossimo la licenza sarà revocata e lo schermo sarà oscurato. Una decisione votata da tutti – tutti – i deputati della coalizione di governo.

Secondo molti giornalisti «la chiusura di Channel 10 è stata ispirata dallo stesso Netanyahu». «Si è voluto mettere a tacere una voce critica, preparata, che sosteneva la protesta sociale e conduceva inchieste approfondite», ha detto Oshrat Kotler, redattrice dell’emittente. A dire il vero la giornalista ha parlato addirittura di «un oscuramento fascista nel mondo delle trasmissioni».

A dare supporto alla Kotler ci hanno pensato anche molti intellettuali israeliani (fra cui lo scrittore Amos Oz): hanno sottoscritto un appello a Netanyahu, avvertendo che la democrazia israeliana è «sull’orlo di un baratro».

© Leonard Berberi
Twitter @leonard_berberi

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“Investigatori di Kadima spiarono Netanyahu”

Nel periodo antecedente le elezioni politiche del 2009, investigatori privati ingaggiati da Kadima cercarono «materiale compromettente» nei confronti del leader del Likud Benyamin Netanyahu nell’albergo che lo ospitava a Tel Aviv: lo ha sostenuto, in una intervista alla televisione israeliana di Stato, il responsabile delle finanze di Kadima Yitzhak Haddad, che nel frattempo è divenuto a sua volta oggetto di una indagine della polizia, perchè sospettato di frode e corruzione.

Haddad ha affermato di aver appreso che gli investigatori avevano avuto istruzione di documentare l’eventuale ingresso di donne nella stanza di Netanyahu, o traffici in contanti. Ma il loro sforzo, ha precisato Haddad, non diede risultato. Le elezioni si conclusero con un vittoria di misura di Kadima sul Likud (rispettivamente 28 e 27 seggi, su un totale di 120). Ma Netanyahu riuscì egualmente a formare un governo di coalizione di centro-destra, obbligando così la leader di Kadima Tzipi Livni a passare alla opposizione.

Le affermazioni di Haddad hanno destato grande indignazione nel Likud, e anche un dirigente di Kadima (Avi Dichter) ha chiesto oggi che sulla vicenda sia fatta luce. Da parte sua la leadership di Kadima accusa Haddad di aver mentito allo scopo di districarsi da una indagine della polizia. La vicenda ha comunque accresciuto le difficoltà per la Livni nel suo partito, dove è costretta anche a misurarsi con la fronda sempre più accesa del suo numero due, Shaul Mofaz.

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Il governo israeliano: è emergenza migranti dall’Africa

È divenuto «una piaga di Stato» il fenomeno dei «migranti illegali» provenienti dall’Africa, passando attraverso il Sinai egiziano. Lo ha affermato il premier Benyamin Netanyahu nella seduta domenicale del Consiglio dei ministri durante la quale ha esaminato piani di contingenza. Il premier ha anticipato fra l’altro che si recherà in Africa, per studiare in maniera più approfondita le radici del fenomeno e le sue possibili soluzioni nei Paesi di origine. Fra questi figurano Sudan ed Eritrea.

Radio Gerusalemme ha riferito che nel 2011 sono entrati in Israele 30 mila «migranti illegali», il cui numero è oggi stimato in 50 mila. Secondo il ministro degli interni Ely Yishai (Shas) se Israele non prendesse contromisure, l’anno prossimo gli ingressi illegali potrebbero salire a 100 mila.

Fra le misure discusse dal governo vi sono: il completamento (entro 12 mesi) della barriera di confine fra Israele ed Egitto; l’allestimento nel Neghev di grandi campi di alloggiamento forzato; la messa a punto di programmi per il rientro consenziente dei migranti nei Paesi di origine.

In una intervista a radio Gerusalemme Yishai ha affermato che la quasi totalità dei migranti sono sospinti dal desiderio di lavorare in Israele «e solo poche decine di loro sono rifugiati politici veri e propri, ai quali viene data piena accoglienza». Questi dati sono accesamente contestati da alcune ong umanitarie. Da parte sua Netanyahu ha detto al governo che «intere popolazioni africane si sono messe in moto verso Israele». «Se non interverremo – ha avvertito – saremo spazzati via». 

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Il ritorno in pubblico di Shalit: “Grazie a tutti”

Gilad Shalit, il soldato israeliano rimasto ostaggio di Hamas per oltre cinque anni, ha rilasciato sabato 10 dicembre il suo primo messaggio pubblico, ringraziando tutti coloro che hanno lavorato per la sua liberazione. «Non ho dubbi che la vostra lotta risoluta e il sostegno della mia famiglia sono stati i fattori decisivi che mi hanno permesso di tornare a casa», ha detto Shalit, rivolgendosi a circa 300 attivisti riuniti in un kibbutz nel centro di Israele. «Vi ringrazio tutti, e continuerò a ringraziarvi per il resto della mia vita».

Shalit è stato liberato lo scorso 18 ottobre, a seguito di un accordo di scambio di prigionieri con Hamas che ha portato alla scarcerazione di un migliaio di detenuti palestinesi da parte di Israele. Il soldato era stato rapito il 25 giugno 2006 nei pressi del confine con la Striscia di Gaza.

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E Netanyahu annunciò le primarie di partito

E’ tempo di primarie. Con un annuncio a sorpresa, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che il suo partito Likud condurrà elezioni primarie il 31 gennaio prossimo, con un largo anticipo sulla fine della legislatura (prevista per il 2013). In questa data Netanyahu chiederà ai 120 mila membri del partito di confermare la sua leadership. Incontrando la lista parlamentare del Likud, Netanyahu ha giustificato la decisione con la necessità di risparmiare fondi in quanto il 31 gennaio il Likud terrà anche una consultazione interna.

Secondo gli osservatori, Netanyahu intende sfruttare al massimo la sua popolarità in Israele (cresciuta anche in seguito allo scambio di prigionieri con Hamas e alla liberazione del soldato Gilad Shalit), mentre nei sondaggi il Likud precede di larga misura tutti gli altri partiti principali fra cui i centristi di Kadima, i laburisti e i nazionalisti di Israel Beitenu (del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman). La sortita di Netanyahu, secondo gli analisti, ha colto di sorpresa il suo principale rivale in seno al partito, il vice-premier Silvan Shalom, che finora non ha però espresso alcun commento.

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“Gilad Shalit liberato grazie allo sciopero della fame”

A salvare Gilad Shalit è stato Gilad Shalit? La domanda sorge spontanea se è vero che – stando a quel che racconta il quotidiano Yedioth Ahronoth – a un certo punto il soldato israeliano rapito nel 2006 ha iniziato uno sciopero della fame nella “galera del popolo” gestita da Hamas. Una mossa, alla fine, vincente, visto che l’accordo per lo scambio dei prigionieri tra Israele e la formazione paramilitare poi è stato raggiunto in poche ore.

Le notizie del giornale israeliano arriverebbero da informazioni d’intelligence. Una conferma non c’è. E del resto anche la famiglia di Gilad sull’argomento non ha ancora detto nulla. Secondo lo Yedioth Ahronoth il soldatino decise da un giorno all’altro di rifiutare il cibo offerto dai carcerieri mettendo così a repentaglio non solo la sua incolumità, ma anche quella dei canali di dialogo tra Hamas e Gerusalemme. A quel punto, i sequestratori si sarebbero resi conto di non essere in grado di fornirgli, nel luogo scelto per la sua carcerazione, la necessaria assistenza medica.

E così, il timore che il prigioniero morisse nella sua cella fu – secondo il quotidiano – uno dei motivi che spinsero Hamas a dire sì a un compromesso con gl’israeliani, con la mediazione degli egiziani. Accordo che prevedeva lo scambio di Shalit con mille detenuti palestinesi, ma che lasciava in carcere alcuni noti dirigenti della intifada armata.

© Leonard Berberi

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Kosovo, simboli nazisti sulle tombe ebraiche

Nel cuore della notte, a cavallo tra il 29 e il 30 novembre, si sono messi a disegnare delle svastiche sopra le lapidi. Una, due, tre. Tanti segni di profanazione. E non su tombe qualsiasi, ma su quelle del cimitero ebraico – una novantina in tutto – del quartiere Velania di Pristina, la capitale del Kosovo. «Fuori gli ebrei», hanno aggiunto qua e là.

Il gesto – di per sé non nuovo qua e là per l’Europa – fa impressione nei Balcani. Tra la comunità albanese, soprattutto. Quella che, storicamente, può vantarsi di aver salvato tutti gli ebrei durante le persecuzioni nazifasciste.

I giornalisti dell’emittente albanese Top Channel (sotto il video) hanno intervistato alcuni testimoni oculari che avrebbero assistito al blitz. Dicono che a compiere il gesto son stati dei forestieri, «gente mai vista prima».

La polizia, intanto, indaga. Le autorità americane chiedono di fare piena luce sul caso. L’Ocse condanna il gesto. E la popolazione kosovara si chiede se il gesto non sia l’ennesima provocazione della minoranza serba.

© Leonard Berberi

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