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I timori degli occidentali sul nuovo governo Netanyahu

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash 90)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash 90)

Per carità, un po’ di credito si concede sempre. Soprattutto se il governo deve ancora iniziare a lavorare. Però. Però c’è agitazione tra le cancellerie europee – e non solo – a Tel Aviv. Il nuovo esecutivo di Benjamin Netanyahu – risicato, risicatissimo (61 seggi su un totale di 120) –, ecco, il nuovo esecutivo «è decisamente di destra, forse il più di destra da decenni», concordano diversi diplomatici. Di più. Dicono molti analisti israeliani che «questo è uno dei governi più nazionalisti e pieno di falchi che si ricordi».

A preoccupare, molto, è il ruolo di «Casa ebraica», il partito dei coloni guidato da Naftali Bennett che siederà al ministero dell’Educazione della diaspora: la formazione dell’imprenditore dell’hi tech vuole lasciare il segno. E di certo si è preso un dicastero – la Giustizia – che è stato affidato ad Ayelet Shaked, numero due del partito e con idee che, sostengono i palestinesi, «fanno rabbrividire». Soprattutto perché questo 34esimo governo è il primo degli ultimi vent’anni a non menzionare nel suo programma ufficiale le parole «colloqui di pace» con la controparte araba.

Un ebreo ultraortodosso cammina per le vie di Ramat Shlomo, insediamento in Cisgiordania (foto Ronen Zvulun / Reuters)

Un ebreo ultraortodosso cammina per le vie di Ramat Shlomo, insediamento in Cisgiordania (foto Ronen Zvulun / Reuters)

Il timore degli occidentali è che con questo nuovo esecutivo – nell’immediato – qualsiasi residua speranza di pace tra israeliani e palestinesi potrebbe essersi dissolta. Un po’ perché Naftali Bennett e, appunto, Ayelet Shaked, potrebbero portare Netanyahu ad allargare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Un po’ perché – nel medio e lungo periodo – si potrebbe assistere a una terza Intifada.

Proprio Shaked è diventata uno degli esponenti più di spicco nel disegno di leggere su Israele nazione ebraica. Ma ha anche appoggiato la bozza che prevedeva un controllo maggiore sulle decisioni della Corte Suprema. E nessuno dimentica la sua veemenza quando si è trattato di porre un freno alle donazioni straniere alle Ong israeliane. Proprio quest’ultimo punto tornerà nel nuovo esecutivo Netanyahu.

Il leader di "Casa ebraica" Naftali Bennett (seduto) e, a fianco, la numero due del partito, Ayelet Shaked, il nuovo ministro della Giustizia dello Stato d'Israele

Il leader di “Casa ebraica” Naftali Bennett (seduto) e, a fianco, la numero due del partito, Ayelet Shaked, il nuovo ministro della Giustizia dello Stato d’Israele

«La nostra linea rossa non sono solo gli insediamenti», spiega un diplomatico europeo all’agenzia Reuters. «Se si guardano certe proposte di legge c’è da preoccuparsi: sono anti-democratiche e sembrano pensate per spegnere qualsiasi voce critica. È quel tipo di cose che ti aspetteresti in Russia». Anche gli americani non sono entusiasti. Ma contano sul fatto che con un solo parlamentare in più certi disegni di legge potrebbe essere più facile non farli approvare.

Gli occhi degli occidentali sono puntati quindi tutti su Moshe Kahlon. Il leader della formazione centrista «Kulanu», la sorpresa delle elezioni del 17 marzo scorso, potrebbe essere un argine contro «Casa ebraica» e contro la deriva di estrema destra del governo Netanyahu. Ma come fa notare più di un diplomatico europeo, «avevamo puntato molto anche su Yair Lapid, nella passata legislatura, e alla fine abbiamo visto com’è finita: lui ha fatto poco, il governo è crollato e ci siamo trovati con un esecutivo ancora più di destra».

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Sicurezza e rivali, ecco come Netanyahu corre verso la vittoria (salvo sorprese)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Tutto deciso. Salvo sorprese. Perché alle elezioni mancano ancora dei giorni (23, per la precisione). E perché lo scenario mediorientale – incasinato com’è, soprattutto in questi ultimi anni – non lascia spazio alla prevedibilità.

E però chi ha avuto contatti con lo staff di Benjamin Netanyahu parla di un’atmosfera elettrizzante dentro il Likud, il partito del primo ministro israeliano uscente. Se non ci saranno imprevisti – e scossoni – verso le 23 del prossimo il 17 marzo dovrebbe essere proprio Netanyahu a tenere il discorso della vittoria. Con tanto di ringraziamenti – di rito – al popolo. E ai suoi nuovi alleati. Alleati che poi tanto nuovi non sono. E che, comunque, saranno non pochi. Almeno cinque.

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

E comunque. A incoraggiare «Bibi» (come viene chiamato il premier) sono i sondaggi. A rincuorarlo sono le proiezioni. Dall’altra parte, nell’area di centro-sinistra, non si arriva a quota 61 seggi, quelli necessari per formare il governo. Di più. Anche mettendo insieme un ampio spettro politico – dall’«Unione sionista» (il ticket formato da laburisti e la formazione di Tzipi Livni) fino al blocco dei partiti arabo-israeliani passando per quelli di destra come «Kulanu» – si potrebbe arrivare a 60 seggi. Ma è un’ipotesi di scuola remota. Per non dire impossibile.

Dal suo lato, per il Likud splende il sole. Certo, Netanyahu dovrebbe mettersi insieme con altri cinque partiti – «Habayit Hayehudi» di Naftali Bennett, «Kulanu» dell’ex ministro di Netanyahu, Moshe Kahlon, «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman, «Shas» (ultraortodossi), «United Torah Judaism» – ma almeno il campo politico e ideologico è a destra. Niente più accordi e strette di mano con il centro, insomma. Niente più ricatti – questo ha sempre denunciato Bibi – per mano di Tzipi Livni e Yair Lapid.

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita "Noi o lui" dove "lui" è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: "Noi o loro" dove "loro" sono quelli di Unione sionista

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita “Noi o lui” dove “lui” è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: “Noi o loro” dove “loro” sono quelli di Unione sionista

Insomma, Netanyahu. Di nuovo. Da quattordici anni. Nonostante le gaffe. Le accuse. I passi falsi. Le frasi inopportune. Le visite non richieste. I discorsi non graditi. Per chi guarda da fuori la scena politica israeliana lo stupore non è poco. Come può uno come Netanyahu – da anni in prima linea, da settimane al centro delle polemiche – ecco, come può ancora lui essere il favorito alle prossime elezioni?

In realtà quelle che sono apparse come figuracce sembravano volute. Per accreditare il primo ministro come un garante della religione (quando invita gli ebrei europei a trasferirsi in Israele). Per trasformarlo nel salvatore della Patria (quando ricorda i pericoli che rappresentano Isis, Hamas, Hezbollah, l’Iran). Per etichettarlo come bastione degl’israeliani in Medio Oriente e nel mondo (quando s’impone su Washington e decide di andare a parlare al Congresso Usa nonostante la contrarietà della Casa Bianca oppure quando va a far campagna elettorale negl’insediamenti in Cisgiordania).

Isaac Herzog (leader laburista) e l'ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Isaac Herzog (leader laburista) e l’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Sicurezza. Sicurezza. Sicurezza. Il Likud gioca su questo argomento. Il centro-sinistra no. Anzi. Non solo non riesce a portare – finora – la campagna su un tema «delicato» per Netanyahu, l’economia. Ma non si è nemmeno accreditato come alternativa al premier uscente proprio sulla sicurezza. Da una parte (il Likud) la chiarezza politica. Dall’altra (Unione sionista) messaggi poco chiari. Da una parte un volto (Netanyahu). Dall’altra due (Isaac Herzog e Tzipi Livni). In tutto questo il centro-sinistra deve scontare la poca notorietà di Herzog. Leader dell’opposizione da anni, è poco conosciuto nell’elettorato. Fa parte dei «Kennedy d’Israele», gli Herzog, e il papà Chaim è stato il sesto presidente dello Stato d’Israele.

Un handicap che Herzog – e Livni, e gli staff – conosce. E non è un caso se, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel, ha risposto così alla domanda sul tipo di leader per lui migliore: «Levi Eshkol, primo ministro durante la guerra dei Sei giorni nel 1967, per me è un modello. Non era molto carismatico, ma è stato semplicemente un premier eccellente e un grande capo».

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Cartoni animati al vetriolo e canzoni: in Israele è iniziata la campagna elettorale

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Inizia a muoversi qualcosa sotto il cielo d’Israele a meno di cinquanta giorni dalle elezioni. Per ora la sfida si gioca molto sui social network e a suon di canzoni. Intanto la Commissione elettorale centrale di Gerusalemme ha reso noto il numero degli aventi diritto di voto alla tornata del 17 marzo: 5.881.696 persone potranno esprimere la loro preferenza. Nel 2013 l’affluenza definitiva è stata del 67,7 per cento.

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

L’ultimo sondaggio – La principale tv privata, Canale 2, ha mostrato l’ultimo sondaggio in ordine di tempo su chi, secondo gl’israeliani, dovrebbe guidare il Paese (qui lo speciale). A livello di partiti il blocco di centro-sinistra (chiamato «Blocco sionista») – formato dai partiti Labor (guidato da Isaac Herzog) e Hatnua (guidato da Tzipi Livni) – batterebbe il Likud di Benjamin Netanyahu, premier uscente, 26 seggi (su 120 totali alla Knesset, il parlamento) a 23. Seguono Jewish Home (Naftali Bennett) 15 seggi, il blocco dei partiti arabi con 12, Yesh Atid (Yair Lapid) 9, Kulanu (Moshe Kahlon) 8, Israel Beitenu (Avigdor Lieberman) 7, Shas (ultraortodossi) 7, United Torah Judaism 7, Meretz (sinistra) 6. Insomma: se così dovesse essere sarà caos coalizioni. A livello di leadership è Netanyahu che scavalcherebbe Herzog con il 44,4 per cento delle preferenze contro i 35,4 del volto del centro-sinistra.

Qui Likud – Dopo aver tolto il video (ne abbiamo parlato qui) perché usava under 15enni a scopi elettorali il partito del primo ministro stavolta prende in giro – con un cartone animato (sopra) – direttamente i due leader del centro-sinistra (Herzog e Livni, i quali, in caso di vittoria, governerebbero a rotazione). Nel filmato si prende in giro proprio questo tandem e la «rotazia»: i due volti si vedono seduti di fronte al telefono rosso (quello delle emergenze) che a un certo punto suona. È Obama. Ma nessuno dei due alza la cornetta perché continuano a dirsi l’un l’altro «Tocca a te», «No, tocca a te», «Avevamo deciso per la rotazione». Così, fino alla fine. Fino a quando il telefono smette di squillare. E compare la scritta: «Nel momento della verità, Netanyahu».

Jeremy Bird, una delle principali "menti" delle campagne elettorali - vincenti - di Barack Obama (foto da web)

Jeremy Bird, una delle principali “menti” delle campagne elettorali – vincenti – di Barack Obama (foto da web)

L’anti-Netanyahu – Il quotidiano Haaretz, nella sua versione ebraica, scrive che Jeremy Bird, capo a livello nazionale della campagna elettorale di Obama nel 2012, ex vice direttore nazionale dell’associazione (pro Obama) «Organizing for America» (e tanto altro), si sposterà – momentaneamente – in Israele, da Washington – per gestire «una campagna elettorale contro Netanyahu fuori da Tel Aviv». I finanziamenti anti-Likud, secondo Haaretz, sembrano provenire fuori dallo Stato ebraico. Bird prenderà quindi una pausa dalla campagna di Hillary Clinton.

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Qui Jewish Home – Campagna acquisti, è proprio il caso di dirlo, per Naftali Bennett: la formazione di destra ha «ingaggiato», pardon, candida Eli Ohana, ex famosissimo calciatore del Beitar Gerusalemme. «Senza nessuna esperienza politica», fanno notare i più maliziosi, «ed ex sostenitore del Likud di Netanyahu». Ohana sarà inserito – secondo quanto rivelato da Canale 2 – tra i primi dieci nella lista guidata da Bennett.

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire "C'è un futuro" (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire “C’è un futuro” (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Qui Yesh Atid – Con il motto «Combattere per il nostro Paese» il leader Yair Lapid, ex ministro delle Finanze con Netanyahu, ha avviato la sua campagna elettorale da ieri sera. Tra i candidati ci sono Haim Jelin (al numero sette in lista) capo del Consiglio regionale di Eshkol, Elazar Stern (numero 12) ex Idf, l’esercito israeliano ed ex deputato di Hatnua, il partito di Tzipi Livni. Ma anche Zehorit Sorek (19 in graduatoria) attivista ortodosso per i diritti Lgbt.

Qui Meretz – Nemmeno la sinistra-sinistra sta ferma in queste ore. È diventato un vero tormentone il video-spot «Voglio Meretz al governo» (sopra): in un matrimonio – decisamente noioso – la musica cambia e tutti, compreso il leader (vero) Zahava Gal-Or iniziano a cantare insieme per il proprio partito. «Tutto è possibile – recita il messaggio – è una questione di scelte».

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L’odissea politica di Nazareth da due mesi senza sindaco

Nazareth

Uno scorcio della città israeliana di Nazareth dove la maggioranza è araba

L’unica cosa certa è che non sarà di religione ebraica. Poi, ovvio, il rapporto tra i due contendenti – uno vice dell’altro – finisce qui. Perché per il resto è ancora tanta la confusione a Nazareth. E a questo punto, forse, sarebbe il caso di chiedere l’aiuto divino. Non solo per i 17 voti (dei soldati) spariti nel nulla. E nemmeno per un’intera urna – quella dedicata alle persone con disabilità – invalidata. Preferenze mancate che avrebbero potuto incidere molto sul risultato finale.

Il fatto è che, più di due mesi dopo le elezioni municipali (22 ottobre 2013), nella cittadina israeliana a maggioranza araba, laggiù nella Galilea, non si sa ancora chi sarà il prossimo sindaco. In teoria la fascia dovrebbe andare ad Ali Salim, ricco imprenditore musulmano, che al conteggio l’ha spuntata per soli 21 voti sul rivale Ramez Jeraisy, cristiano-ortodosso, per quasi vent’anni primo cittadino della località religiosa visitata ogni anno da migliaia di stranieri, italiani soprattutto.

Ma un giudice del tribunale distrettuale, Nehama Munitz, ha deciso di ricontare le schede. E, alla fine, ha stabilito che prendendo quelle contestate il vincitore non è più Salim, ma Jeraisy. E per nove voti appena. Un risultato che il candidato musulmano non ha preso bene. E, pur essendo stato a lungo vice proprio del rivale ortodosso, ha deciso di andare fino in fondo presentando un altro ricorso. E al diavolo il passato insieme.

«Il sindaco sono e resto io», ha rivendicato Salim ai microfoni della radio militare israeliana. «E la giustizia ribalterà la decisione del giudice Munitz». Parole che cadono, appunto, due mesi dopo una tornata elettorale dove, il primo giudice interpellato, ad ottobre, invitava le parti «a rivolgersi a qualsiasi organo ufficiale, l’importante è che a rimetterci non siano i cittadini». Detto. Ma non fatto.

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Un letto da 127 mila dollari su un aereo. E’ polemica sul premier Netanyahu

Il premier Benjamin Netanyahu con la moglie Sara a bordo di un volo El Al

Il premier Benjamin Netanyahu con la moglie Sara a bordo di un volo El Al

Un letto da togliere il sonno. Di qua i tagli. Di là una matrimoniale da 127 mila dollari. E soltanto per cinque ore e mezza di volo. «Re Bibi» “scivola” su un volo Tel Aviv – Londra per seguire i funerali dell’ex premier britannico Margaret Thatcher. E da un paio di giorni non dorme di certo sonni tranquilli.

A dire agl’israeliani cos’è successo ad aprile è stata Canale 10. «Il nostro primo ministro ha chiesto alla compagnia aerea El Al di mettere un letto matrimoniale sul volo notturno per la capitale inglese per poter riposare con la moglie Sara – ha rivelato la tv locale –. Costo dell’operazione: 127 mila dollari». La cifra è stata aggiunta ai 300 mila dollari spesi per noleggiare l’intero volo dal Ben Gurion Airport a Londra (andata e ritorno). Un Boeing 767 della El Al tutto per il primo ministro, la moglie e lo staff di Bibi Netanyahu.

La reazione di migliaia d’israeliani non s’è fatta attendere. «Ma come, ci chiedono di fare sacrifici, ci hanno detto che taglieranno molte prestazioni e che alzeranno le tasse per rientrare dal deficit di bilancio e allo stesso tempo spendono tutti questi soldi per un volo di così poche ore?», si sono chiesti in molti. Il solo annuncio delle misure di austerity – secondo alcuni analisti – avrebbe già danneggiato il ministro delle Finanze, l’ex volto del tg Yair Lapid. Il viaggio aereo dei Netanyahu rischia di aumentare ancora di più l’insofferenza nei confronti dei politici. Distacco che per ora consiste in una petizione su Facebook firmata da più di quattromila persone in cui si chiede al premier di pagare di tasca sua i 127 mila dollari.

"Re Bibi", la copertina del settimanale americano Time pubblicata l'anno scorso

“Re Bibi”, la copertina del settimanale americano Time pubblicata l’anno scorso

«Bibi (Netanyahu, nda) è un re e in una monarchia – quando il monarca e la regina devono volare, il prezzo non è un problema», ha polemizzato l’opinionista Sima Kadmon in un duro editoriale sulla prima pagina dello Yedioth Ahronoth, il giornale più venduto nel Paese. «Dov’è lo scandalo?», s’è chiesta con ironia la Kadmon, prendendo in giro il premier dello Stato ebraico famoso per il suo soprannome «King Bibi», re Bibi.

Oltre all’imbarazzo, l’ufficio del primo ministro ha dovuto anche ammettere che sì, la cifra rivelata da Canale 10 è corretta. Ha anche “scagionato” Netanyahu dicendo che non sapeva nulla dei costi extra per l’aggiunta del letto matrimoniale. Letto che sarebbe stato installato per far arrivare riposati lui e la moglie il giorno del funerale della Thatcher «dopo una lunga giornata lavorativa», hanno aggiunto i portavoce di Bibi, per poi promettere che non sarà mai più messo un letto in un volo ufficiale del premier.

Non è la prima volta che Netanyahu viene attaccato per le sue spese eccessive. Poche settimane fa in molti avevano criticato quei 2.700 dollari – messi a verbale nel budget annuale della presidenza del Consiglio – per comprare il gelato da una gelateria di Gerusalemme con tanto di precisazione sui gusti preferiti. Nel 2010, invece, non era affatto piaciuta quella spesa di tre milioni di dollari per l’acquisto di tre auto blindate – modello Audi A8 – dotate, all’interno, di rivestimenti in pelle, schermo piatto con lettore Dvd, frigorifero e un contenitore per sigari.

Per Canale 10 è un ritorno a una vecchia questione “personale” con i Netanyahu. Nel 2011 l’emittente tv, insieme al quotidiano Ma’ariv, avevano raccontato che per anni il premier e la moglie avevano effettuato decine di viaggi costosi all’estero a spese di uomini d’affari e organizzazioni stranieri. Subito dopo Bibi aveva deciso di querelare per diffamazione entrambe le testate chiedendo migliaia di shekel come risarcimento danni.

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Israele, il governo è quasi pronto. I partiti ultrareligiosi finiscono all’opposizione

Il leader di "Yesh Atid" Yair Lapid (a sinistra) stringe la mano al primo ministro Benjamin Netanyahu durante l'apertura dei lavori della Knesset lo scorso 5 febbraio (foto Flash90)

Il leader di “Yesh Atid” Yair Lapid (a sinistra) stringe la mano al primo ministro Benjamin Netanyahu durante l’apertura dei lavori della Knesset lo scorso 5 febbraio (foto Flash90)

Ci siamo. O, almeno, così sembra. La rivelazione Yair Lapid andrà a sedersi al ministero delle Finanze. L’altra sorpresa del 22 gennaio, Naftali Bennett, guiderà il Commercio e l’industria. Fuori, ed è una gran novità, le formazioni ultrareligiose. Dopo aver ballato sul filo del tempo, dopo aver chiesto altre due settimane di tempo per formare il nuovo governo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe chiuso i lunghi, lunghissimi, colloqui per dare vita al nuovo esecutivo di 70 seggi (su 120).

Un esecutivo, a dire il vero, variopinto. E che, fino a quando non sarà ufficializzato, potrebbe andare incontro a sorprese dell’ultimo momento. Perché c’è ancora molto su cui accordarsi. Ma comunque dovrebbe essere formato dal ticket “Likud”-“Beitenu” (31 seggi), la formazione di Lapid “Yesh Atid” (19 parlamentari), quella di Bennett “Jewish Home” (12), la realtà di Tzipi Livni “Hatnua” (6) e “Kadima” (2). All’opposizione gli altri partiti: i laburisti di Shelly Yechimovich e gli ultraortodossi dello “Shas” e dello “United Torah Judaism”.

Il ministero degli Esteri dovrebbe essere ancora messo a disposizione di Avigdor Lieberman, già numero uno della diplomazia israeliana fino allo scorso dicembre, quando s’è dimesso dopo l’accusa di corruzione. La Difesa dovrebbe andare a Moshe Ya’alon (“Likud”), ex pezzo grosso dell’esercito. Tzipi Livni, primo leader di un partito a mettersi d’accordo con Netanyahu per il nuovo esecutivo, avrebbe chiesto per sé la guida dei negoziatori israeliani nei colloqui di pace con i palestinesi.

In tutto, nel nuovo governo dovrebbero esserci 23-25 dicasteri. Secondo la Radio militare otto dovrebbero andare al “Likud”, sei a “Yesh Atid”, quattro a “Jewish Home”, tre a “Israel Beitenu”, due a “Hatnua” e uno a “Kadima”. Stasera – sabato 9 marzo – l’ultimo giro d’incontri. Mercoledì l’annuncio ufficiale. E l’avvio di un esecutivo che dovrà risolvere tante questioni. Una su tutte: cosa fare con la Cisgiordania. Obama, in visita tra pochi giorni, lo dirà chiaro a Gerusalemme e Ramallah: bisogna riprendere i negoziati, subito.

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Israele, si allungano i tempi per il nuovo governo: stallo nei negoziati con Yair Lapid

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Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro), il secondo partito più votato alle elezioni israeliane del 22 gennaio scorso (foto Ariel Schalit / Ap)

«Ma Yair a che gioco sta giocando?». Dicono che Benjamin Netanyahu, premier uscente e prossimo alla conferma, stia perdendo la pazienza. Con una crisi – per ora contenuta – con Siria, Iran e Libano, lo Stato ebraico, a più di una settimana dal voto, non ha ancora un nuovo governo. E a bloccare la formazione del prossimo esecutivo sarebbe, secondo i fedelissimi di Netanyahu, Yair Lapid. Il leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro, in ebraico) pare abbia fatto un bel po’ di richieste. «Alcune del tutto inaccettabili», sussurrano dall’ufficio del premier, «il belloccio della tv dovrebbe scendere dal suo cavallo bianco e sporcarsi le mani».

Ed ecco quindi la proposta, estrema: «Fare a meno di Lapid e del suo partito». Formare un governo spostato più a destra. Imbarcare non solo Naftali Bennett con il suo “Jewish Home / National Union”, ma anche gli ultrareligiosi di “Shas”, “United Torah Judaism”. E superare la maggioranza con i centristi di “Kadima” e “Hatnuah”. Totale: 69 seggi su un totale di 120. «Bibi (Netanyahu, nda) non può lasciare il controllo della coalizione a Lapid», spiega un alto rappresentante del “Likud”, il partito del premier. Che aggiunge: «L’obiettivo del leader di “Yesh Atid” è quello di trovare il momento opportuno per far cadere Bibi. L’ha sempre detto prima e confermato in campagna elettorale».

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Un poster elettorale con il volto del premier uscente (e confermato) Benjamin Netanyahu (foto Ariel Schalit / Ap)

I colloqui per il nuovo esecutivo intanto vanno avanti. Mercoledì David Shimron, alto rappresentante del “Likud” ha incontrato Uri Ariel, deputato di “Jewish Home / National Union”, per mettere a punto gli accordi di governo. Il giorno dopo – giovedì – il numero uno di “Israel Beitenu” (il partito che si è presentato insieme al “Likud”), Avigdor Lieberman, ha incontrato direttamente Naftali Bennett. Ma gli analisti avvertono: «Senza i voti di Yair Lapid il premier Netanyahu difficilmente potrà mettere in piedi un governo stabile. Non solo per i partiti che dovrebbero comporlo, ma anche perché la volontà popolare è stata chiara e ha chiesto una tregua dalle politiche di estrema destra».

Sul fronte mediorientale, il settimanale americano Time ha confermato quanto raccontato in esclusiva da Falafel Cafè: il raid notturno israeliano sulla Siria, tra martedì e mercoledì scorso, ha colpito più di un obiettivo. Non soltanto un convoglio in viaggio verso il Libano e un laboratorio chimico alla periferia di Damasco, ma anche un laboratorio chimico. Time aggiunge – citando fonti d’intelligence occidentali – che gli Usa avrebbero dato luce verde allo Stato ebraico non solo a quelle incursioni aeree, ma anche alle prossime.

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