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Fratelli, cugini e nipoti: se lo scudetto è un affare di famiglia

Due calciatori-parenti del Wadi al-Nes a bordo campo (foto di Dusan Vranic/Ap)

Due calciatori-parenti del Wadi al-Nees a bordo campo (foto di Dusan Vranic/Ap)

Un minareto, un grande clan e ottocento abitanti lassù, in vetta alla classifica del calcio palestinese. Sopra a formazioni di città da 250 mila residenti. E squadre con alle spalle imprenditori che non hanno problemi a spendere milioni di dollari. Il richiamo, biblico, a Davide e Golia sarebbe fin troppo facile. Del resto siamo in Medio oriente. E raccontata così, questa storia avrebbe poco di eccezionale. Se non fosse per un piccolo particolare: nel villaggio di Wadi al-Nees, a sud di Betlemme, da anni le sorti di questa capolista con la maglia blu e le righe bianche — il Taraji — sono un affare di famiglia. Letteralmente.

(continua a leggere l’articolo sull’edizione cartacea
di domenica 9 marzo 2014 del
Corriere della Sera)

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Cori razzisti, offese e violenze: nuova aggressione dei tifosi del Beitar Jerusalem

A volte ritornano. Stavolta ancora più agguerriti. E, soprattutto, già alla prima giornata. I testimoni dicono di aver visto scene di guerriglia urbana. Altri aggiungono che non se ne può più e che la Polizia deve fare qualcosa al più presto.

Protagonisti, ancora una volta, loro: i tifosi del Beitar Jerusalem, una squadra che – negli ultimi anni – ha collezionato più notizie su attacchi razzisti che trofei e successi in campo. Colpa dei supporter, ovvio. Che, non contenti, si sono dati da fare – al di fuori dallo stadio – contro l’ennesimo obiettivo non israeliano ed ebreo. E già alla prima giornata del campionato di calcio.

A finire nel mirino, questa volta, è un dipendente di un McDonald’s di Gerusalemme. Sta pulendo i tavoli esterni del fast food quando gli si avvicinano decine di tifosi del Beitar. Ci mettono poco, gli hooligan in salsa israeliana, a capire che non stanno parlando con un ebreo, ma con un arabo. Ed ecco che inizia l’aggressione. E gli insulti: «Morte agli arabi!», «Maometto l’omosessuale» e «altri insulti che non si possono ripetere», spiega Shlomi Ben Dor, della polizia di Gerusalemme.

La scena viene filmata dalle telecamere di sicurezza della struttura. I poliziotti ora cercano di identificarli tutti, qualcuno l’hanno fermato, ma in molti temono che il lavoro non sarà per nulla facile. E mentre la Federazione di calcio israeliana cerca di prendere una decisione – l’ennesima – sul Beitar Jerusalem, scorrono le immagini di coda dell’aggressione: il dipendente arabo che cerca di salvare la pelle fuggendo all’interno del McDonald’s. Altri colleghi che cercano di reagire alle violenze. E i tifosi, non contenti, che lanciano sedie all’interno.

© Leonard Berberi

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Londra 2012, il pasticcio di Gerusalemme “capitale” di tutti e nessuno

Quel pasticciaccio olimpico della capitale. O meglio: di Gerusalemme. Chiedere agli organizzatori delle Olimpiadi di Londra 2012, a meno di tre mesi dall’inizio dei giochi. Avevano osato, gli organizzatori, scrivere sulle schede dei Paesi partecipanti all’edizione che Gerusalemme era la capitale dello Stato della Palestina. E alla stessa voce nello spazio riservato a Israele avevano lasciato il vuoto. Uno Stato democratico senza capitale. Possibile? Vedere la foto giù per credere.

E così, nel giro di poche ore al Cio – il comitato olimpico internazionale – sono arrivate migliaia di mail.  Tutte scritte da israeliani da tutte le parti del globo che sbraitavano contro quella «bestemmia geografica». «Gerusalemme capitale della Palestina? Mai e poi mai!», hanno detto in molti. E dal ministero degli Esteri dello Stato ebraico non sono stati zitti. «È una delle cose più vergognose e imbarazzanti che un’entità apolitica come quella delle Olimpiadi faccia la più assurda dichiarazione politica scegliendo la capitale di un Paese che non esiste», hanno detto.

Mentre al di là del muro di separazione tra lo Stato ebraico e la Cisgiordania migliaia di palestinesi ridevano e si divertivano e condividevano quella schermata di una pagina ufficiale del massimo organismo mondiale dello sport che sapeva – perché no – del riconoscimento ufficiale del loro Stato tanto sognato e di una capitale tanto contesa.

Poco dopo le schede dei due Paesi sono state cambiate. Ma invece di correggere, i curatori del sito web ufficiale di «London 2012» hanno fatto un’altra scelta destinata a irritare l’altra parte. E insomma, quando la toppa è peggio del buco. Perché nella seconda versione dei profili-Paese, ora Gerusalemme era inserita come capitale d’Israele. E in Palestina? Nessuna capitale. O meglio: un trattino, di quelli che si mettono quando un dato non è disponibile o incerto (foto sopra).

E allora ecco la rabbia dei palestinesi. Ecco i loro status su Facebook e le proteste. Ancora altre lettere e posta elettronica con destinazione Londra e il Cio. Mentre tutt’intorno in Italia la capitale era Roma e nessuno poteva dire nulla, mentre negli Stati Uniti il centro politico era Washington e in Russia, Mosca. Quindi la decisione finale, almeno per ora: via la voce “capitale”. Dalla scheda della Palestina. Da quella d’Israele. Ma anche da tutti i Paesi.

«C’è stato un errore nell’inserimento dei dati sul sito ufficiale di “Londra 2012”», s’è giustificato un portavoce del comitato organizzatore. «Per questo abbiamo deciso di togliere tutte le capitali e ci scusiamo per gli errori». Ha detto proprio così: «gli errori». Al plurale. Che è, alla fin fine, anche il destino di questo pezzo di terra di Medio oriente dove tutto – anche le ovvietà – sono sempre fatte di tante sfaccettature.

© Leonard Berberi

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