attualità, politica

“Violenze alla domestica”. Nuovo scandalo sulla moglie del premier israeliano

C’è ricascata. E sempre con le domestiche. Ennesimo scandalo politico-famigliare in casa Netanyahu. Sara, la first lady, moglie del primo ministro Benjamin Netanyahu, è di nuovo finita nell’occhio del ciclone (mediatico). Tanto da costringere addirittura l’ufficio del premier a rilasciare un comunicato ufficiale dedicato alle vicende domestiche.

Secondo la televisione Canale 2 la moglie del premier avrebbe avuto un acceso diverbio, sfociato addirittura nella violenza fisica, con una badante nepalese incaricata di accudire suo padre novantaseienne. La donna di servizio si è rivolta a un’associazione che tutela gli immigrati in Israele e ha denunciato la signora Netanyahu d’averla aggredita.

È a questo punto che l’ufficio del premier si è premurato di smentire la versione della nepalese con una «insolita» nota alla stampa in cui si sostiene il contrario: secondo il gabinetto del primo ministro la domestica sarebbe stata in realtà sorpresa a mettere le mani in un cassetto del suocero del premier. A quel punto Sara l’avrebbe rimproverata. La donna, racconta la nota ufficiale, si sarebbe lasciata andare a un attacco di collera procurandosi da sola le contusioni poi lamentate.

La verità, ora, la stabilirà il tribunale. Ma intanto i media annotano che è l’ennesimo episodio in cui una collaboratrice domestica denuncia maltrattamenti, prepotenze e arroganza. Accuse che la donna e suo marito hanno sempre respinto e che l’entourage governativo ha liquidato come il frutto di campagne politico-mediatiche ostili.

L’ultimo precedente risale a gennaio del 2010. Quando l’ex domestica di casa Netanyahu, Lilian Peretz, decise di denunciare la moglie del primo ministro per le umiliazioni subite in sei anni di lavoro e perché Sara non aveva pagato ancora gli straordinari. Anche in quel caso, i riflettori dell’informazione si erano accesi sulla «first couple», attirati anche dalle telefonate minatorie che – a un certo punto – avevano preso di mira l’ex domestica. «Mi manda Bibi, ti conviene ritirare l’esposto entro dodici ore o per te si mette male», continuava a ripetere la voce (anonima) all’altro lato della linea. Così sono dovuti intervenire anche i servizi segreti. Anche perché «Bibi» è il diminutivo del premier.

La vicenda, poi, s’era chiusa un mesetto dopo. Sara Netanyahu aveva deciso di chiudere il contenzioso versando all’ex domestica 23mila shekel (quasi 4.500 euro). Ma aveva anche tenuto a precisare che le accuse erano infondate. «L’ho trattata come una sorella, con affetto e calore», disse ai microfoni. Ora, alla coppia ministeriale, toccherà risolvere l’ennesima grana domestica. Come se al marito non bastassero quelle politiche ed economiche.

(Twitter: @leonard_berberi)

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“Disordini di massa a settembre”. E l’esercito israeliano addestra i coloni

Dicono gli uni che no, «non ci sarà nessun assalto agl’insediamenti ebraici, ma solo manifestazioni pacifiche». Ribattono gli altri – anzi: lasciano intendere – che migliaia di palestinesi cercheranno di cacciare dalla Cisgiordania altrettanti coloni israeliani. E per questo ecco scattare le operazioni di addestramento delle unità responsabili della sicurezza interna di ciascun insediamento ebraico.

Chiamatela come volete: prove di autodifesa. Oppure prove di guerriglia e terrorismo. La realtà è che dal 20 settembre lo scenario, in Terra Santa, potrebbe cambiare completamente. Perché a New York gli emissari dell’Anp presenteranno all’Onu domanda di adesione dello Stato palestinese. E perché, negli stessi giorni, in Cisgiordania migliaia di palestinesi protesteranno per il pieno riconoscimento del nuovo Stato.

A dare notizia dell’addestramento speciale è stata un’inchiesta pubblicata ieri sul quotidiano israeliano «Haaretz». La notizia non è stata confermata da fonti nel Consiglio che raggruppa tutti gli insediamenti in Cisgiordania, ma un portavoce militare ha detto che le informazioni apparse sul giornale erano fondate. L’esercito – ha raccontato la fonte – oltre ai soldati, sta addestrando anche i coloni a fronteggiare possibili scenari diversi. Uno di questi, il peggiore, prevede l’arrivo di folle di manifestanti all’ingresso degli insediamenti, con il rischio di scontri con i coloni, e perfino di un’irruzione di palestinesi dentro le colonie.

Secondo il giornale le unità di coloni si stanno addestrando all’impiego di candelotti lacrimogeni e di granate assordanti per disperdere la folla. La maggioranza dei coloni è già in possesso di armi, come pistole e fucili automatici, per la difesa personale e degli insediamenti. Così, nel caso di un’irruzione di manifestanti negli insediamenti, la risposta dei coloni dovrebbe essere strettamente difensiva e non offensiva, in attesa dell’arrivo dell’esercito.

Quanto al piano diplomatico, l’Autorità nazionale palestinese – stando a fonti del Palazzo di Vetro – starebbe raccogliendo molte adesioni. I palestinesi chiedono a Israele di accettare la costituzione di uno Stato palestinese in Cisgiordania sui confini antecedenti il conflitto del 1967 e il congelamento della politica di insediamenti nei Territori occupati. Richieste che Israele ha, per ora, rifiutato.

(Twitter: @leonard_berberi)

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Milleottocentonovanta giorni dopo

Aviva Shalit, la mamma di Gilad, protesta davanti all'ufficio del primo ministro israeliano Netanyahu a Gerusalemme, nel giorno del compleanno del figlio rapito (foto di Baz Ratner / Reuters)

Uno strazio. Più che un compleanno. Un colpo al cuore. Più che un sorriso. Milleottocentonovanta giorni dopo siam sempre lì: alle prese con un ragazzo 25enne rinchiuso chissà dove, con due genitori ormai allo stremo e un governo smarrito, incapace di riportare a casa un suo soldato. Soprattutto: un suo figlio.

Milleottocentonovanta giorni dopo, Gilad Shalit, nato a Nahariya il 28 agosto 1986, rapito in territorio israeliano il 25 giugno 2006 dai miliziani di Hamas, ecco, Gilad è sempre là. Fermo. Sospeso. In attesa, lui, di non si sa cosa, visto che ormai qui tutte le opzioni si sono dissolte nel vento caldo che brucia la gola e che soffia in un territorio martoriato più dai muri mentali che da quelli fisici, più dai proiettili verbali che da quelli veri e propri sparati ogni giorno. In attesa, noi, di capire se esiste ancora – in questo mondo – un minimo d’umanità. Un pizzico d’amor filiale. Un briciolo di pietas. Una goccia di sentimento. Qualsiasi sentimento.

Milleottocentonovanta giorni dopo, siamo sempre qui. A celebrare l’ennesimo compleanno di un ragazzo che, in circostanze a lui meno sfavorevoli, il mondo non avrebbe mai conosciuto. Al massimo, l’avrebbe visto in qualche istantanea scattata dai fotografi, di quelle immagini che girano in un flusso senza sosta nelle agenzie stampa internazionali e che finiscono puntualmente sulla carta ogni volta che c’è una frizione tra israeliani e palestinesi.

E invece. Milleottocentonovanta giorni dopo, siamo qui – sempre qui – a parlare di lui. A raccontare, a ricordare, a rinfrescare la memoria su una vicenda che sembra interessare più al popolo che ai politici, più a chi ha figli, fratelli, sorelle e nipoti, che a chi ha il dovere di garantire la sicurezza per ognuno dei suoi cittadini. Nessuno escluso.

Buon compleanno Gilad. Ovunque tu sia. E chissà che, oggi che è il tuo compleanno, ma anche la fine del Ramadan, ecco,  chissà che i tuoi carcerieri non decidano di mettere da parte il loro odio, la loro follia, la loro disumanità, per restituirti a mamma Aviva e a papà Noam. Loro ti aspettano nella nuova casa: una tenda sotto alla villa dei Netanyahu. Così da ricordare a “Bibi” giorno dopo giorno che c’è ancora un figlio da riportare a casa. E da riabbracciare.

© Leonard Berberi
Twitter @leonard_berberi

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