attualità

Pannelli solari, Led e riutilizzo del calore: ecco il Parlamento «più green del mondo»

I 1.500 pannelli solari installati sul tetto degli uffici della Knesset, il parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

I 1.500 pannelli solari installati sul tetto degli uffici della Knesset, il parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

Le luci si spengono da sole quando non servono più. I monitor dei computer e dei maxi-schermi pure. L’illuminazione è tutta a Led. L’aria calda emessa durante la produzione di aria fresca viene riutilizzata per riscaldare l’acqua che poi finisce sui rubinetti. L’irrigazione delle piante e degli alberi segue la logica del «non si disperde nemmeno una goccia». E sui tetti sono stati installati 1.500 pannelli solari che, messi insieme, raggiungono un’estensione di 4.560 metri quadrati. «Benvenuti nel Parlamento più eco-sostenibile del mondo», dice Yuli Edelstein, portavoce della Knesset, il parlamento israeliano.

Svelato il 29 marzo scorso e costato 1,7 milioni di euro, il «Green Knesset Project», com’è stato chiamato, è stato lanciato nel gennaio 2014 e ha riguardato tredici diversi progetti. L’impianto fotovoltaico (costato poco meno di mezzo milione di euro) produce da solo 450 kW, «molto di più dei suoi concorrenti al Reichstag di Berlino e del Parliament House di Canberra, in Australia», e fornirà il 10% dell’energia elettrica richiesta dalla Knesset con un risparmio di 60-65 mila euro l’anno. «Uniti agli altri efficientamenti energetici – spiegano dal luogo dove si approvano le leggi – i pannelli di fatto contribuiranno a soddisfare un terzo dell’energia richiesta dagli uffici».

Il portavoce della Knesset, Yuli Edelstein (a sinistra) e il direttore generale Ronen Flut  tra i pannelli solari il 29 marzo scorso, giorno dell'inaugurazione dei nuovo volto del Parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

Il portavoce della Knesset, Yuli Edelstein (a sinistra) e il direttore generale Ronen Flut tra i pannelli solari il 29 marzo scorso, giorno dell’inaugurazione dei nuovo volto del Parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

E ancora. Mai più bottiglie di plastica usa e getta (circa 60 mila all’anno). Comunicazioni, se non espressamente richieste dal protocollo o dalle leggi, soltanto via e-mail per risparmiare 40-50 mila fogli all’anno. Soprattutto: messa in funzione, nelle prossime settimane, dello «scambiatore di calore», un macchinario che riscalda l’acqua utilizzata dentro la Knesset con l’aria calda prodotta dalle ventole dell’impianto dell’aria condizionata. «Una volta operativo il dispositivo ridurrà il consumo di gas del 50%».

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Secondo, ma comunque premier. Così Netanyahu spera di ripetere l’elezione del 2009

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all'ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all’ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Nel suo partito volano gli stracci. Gli sms di fuoco. Le accuse reciproche. Ma lui si mostra tranquillo. Male che vada – è il ragionamento che fa con i suoi più stretti collaboratori – «andrà a finire come nel 2009». Sei anni fa lui arrivò secondo, con un seggio in meno di «Kadima». E però «Kadima» non riuscì a formare un governo. E così le redini del Paese andarono al secondo, lui, che nel frattempo era riuscito a tirare su una coalizione abbastanza solida di 74 parlamentari su 120.

A non essere tranquilli sono però gli alti esponenti del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu. Perché il primo ministro uscente – secondo i sondaggi – potrebbe aver dilapidato un tesoretto politico tanto da essere staccato di quattro o cinque seggi dall’«Unione sionista», la formazione di centro-sinistra del duo Isaac Herzog – Tzipi Livni data come vincitrice.

«Qualcosa non sta andando nella maniera giusta», dice una fonte del Likud al quotidiano Haaretz. «Il discorso di Netanyahu al Congresso avrebbe dovuto creare un punto di svolta per noi e rafforzarci alle elezioni, ma è ormai chiaro che non abbiamo raggiunto il risultato sperato». E così, continua la fonte, «se la vittoria dell’Unione sionista è ormai cosa certa, resta da vedere quanto sarà importante il distacco. Anche se toccherà a noi formare il nuovo governo questa campagna elettorale sarà comunque un fallimento colossale e la colpa sarà soprattutto di Netanyahu».

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni - leader del blocco di centro-sinistra "Unione sionista" - giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni – leader del blocco di centro-sinistra “Unione sionista” – giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Ma mentre da più parti, all’interno del Likud, non mancano scene di panico, Netanyahu ostenta sicurezza. Convinto com’è – secondo fonti del partito – che alla fine gl’israeliani «voteranno per chi davvero è in grado di garantire la sicurezza e l’integrità dello Stato ebraico». Un ragionamento che il premier uscente ha chiarito in tv e nel colloquio con il Jerusalem Post. «Se il divario dei sondaggi tra il Likud e Unione sionista aumenterà tra una settimana Herzog e Livni diventeranno a rotazione primi ministri di questo Paese con l’appoggio dei partiti arabi», ha detto Netanyahu.

«Con loro al governo la nostra sicurezza sarà a rischio – ha continuato il premier –. Herzog e Livni hanno zero leadership, non resisterebbero un millesimo di secondo alle pressioni di fronte alle sfide che attendono Israele nei prossimi mesi: gli sarà chiesto di ritirarsi entro i confini del 1967, di cedere sull’accordo con l’Iran». Quindi la stoccata, indiretta, all’inquilino della Casa Bianca, Barack Obama. «I leader di Unione sionista pensano che l’unica cosa che devono fare è dire di sì a ogni richiesta che viene dal nostro migliore alleato».

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l'intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l’intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Netanyahu ha poi escluso qualsiasi possibilità di un governo di unità nazionale con «Unione sionista» se dalle elezioni non dovesse venire fuori una formazione forte. Lo scenario – ritenuto probabile dagli analisti e i politologi israeliani – è sostenuto dal presidente Reuven Rivlin. Ma Netanyahu non ne vuole sapere: «Non credo proprio, c’è un abisso tra noi e i laburisti», ha commentato.

E intanto a proposito di laburisti il leader Isaac Herzog ha ricevuto l’endorsement da parte dell’ex presidente Simon Peres che ha annunciato il suo sostegno al blocco di centro-sinistra. «Isaac è un leader che agisce a mente fredda, onesto e responsabile», ha detto Peres. «È uno con la testa sulle spalle, pieno di responsabilità nei confronto del popolo israeliano: sono certo che è adatto per l’incarico di primo ministro».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Elezioni in Israele, le proiezioni e le possibili coalizioni

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Alla fine l’ago della bilancia potrebbe essere il nuovo entrato. Un po’ come accadde nell’altra tornata elettorale con «Yesh Atid» del giornalista-conduttore Yair Lapid. «Kulanu», la formazione creata poche settimane fa da Moshe Kahlon (ex ministro del premier uscente Benjamin Netanyahu) con i suoi 8 seggi – secondo la media degli ultimi sondaggi – rischia di decidere le sorti del futuro governo israeliano: è solo con loro, salvo grandi sommovimenti, che i due blocchi possono sperare di prendere almeno 61 seggi (su 120) per un nuovo governo.

A cinque giorni dalle elezioni del 17 marzo «Unione sionista», il blocco di centro-sinistra formato da laburisti e dal partito di Tzipi Livni si attesta attorno ai 24 seggi. Seguito dal «Likud» del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Terzi, con 13 deputati, «Focolare ebraico» di Naftali Bennett, le Liste arabe unite e «Yesh Atid» di Yair Lapid. Seggi anche per «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman (6), per gli ultrareligiosi dello «Shas» (7) e dello «United Torah Judaism» (6), per «Yahad», la formazione di Eli Yishai (ex «Shas», 4) e i comunisti di «Meretz» (5).

israel_poll_1Netanyahu resta il favorito per la formazione del nuovo esecutivo. Giocano, dalla sua parte, sia il campo politico di «Kulanu» (destra) che il fatto di dovere a che fare con realtà non molto distanti dalle idee di base del suo «Likud». Molto più complicata – e frastagliata – la situazione dall’altra parte. Dove il blocco di centro-sinistra («Unione sionista») secondo i seggi che gli assegnano i sondaggi dovrebbe formare una coalizione eterogenea composta da loro, «Yesh Atid» (centrista), le Liste arabe unite, «Meretz» (comunisti) e, appunto, «Kulanu».

Falafel Cafè ha preparato i due principali scenari se dovessero confermarsi i sondaggi. Scenari che, nel caso del blocco di centro-sinistra-arabi, risulta poco probabile. Sempre che non ci si comporti proprio come nel 2013: nessuna maggioranza e governo di grande coalizione. Ma questa è un’altra storia…

© Leonard Berberi

israel_poll_right_no_kulanuisrael_poll_left_center_arabs_no_kulanuisrael_poll_right_with_kulanuisrael_poll_left_center_arabs_with_kulanu

Standard
politica

Cartoni animati al vetriolo e canzoni: in Israele è iniziata la campagna elettorale

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Inizia a muoversi qualcosa sotto il cielo d’Israele a meno di cinquanta giorni dalle elezioni. Per ora la sfida si gioca molto sui social network e a suon di canzoni. Intanto la Commissione elettorale centrale di Gerusalemme ha reso noto il numero degli aventi diritto di voto alla tornata del 17 marzo: 5.881.696 persone potranno esprimere la loro preferenza. Nel 2013 l’affluenza definitiva è stata del 67,7 per cento.

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

L’ultimo sondaggio – La principale tv privata, Canale 2, ha mostrato l’ultimo sondaggio in ordine di tempo su chi, secondo gl’israeliani, dovrebbe guidare il Paese (qui lo speciale). A livello di partiti il blocco di centro-sinistra (chiamato «Blocco sionista») – formato dai partiti Labor (guidato da Isaac Herzog) e Hatnua (guidato da Tzipi Livni) – batterebbe il Likud di Benjamin Netanyahu, premier uscente, 26 seggi (su 120 totali alla Knesset, il parlamento) a 23. Seguono Jewish Home (Naftali Bennett) 15 seggi, il blocco dei partiti arabi con 12, Yesh Atid (Yair Lapid) 9, Kulanu (Moshe Kahlon) 8, Israel Beitenu (Avigdor Lieberman) 7, Shas (ultraortodossi) 7, United Torah Judaism 7, Meretz (sinistra) 6. Insomma: se così dovesse essere sarà caos coalizioni. A livello di leadership è Netanyahu che scavalcherebbe Herzog con il 44,4 per cento delle preferenze contro i 35,4 del volto del centro-sinistra.

Qui Likud – Dopo aver tolto il video (ne abbiamo parlato qui) perché usava under 15enni a scopi elettorali il partito del primo ministro stavolta prende in giro – con un cartone animato (sopra) – direttamente i due leader del centro-sinistra (Herzog e Livni, i quali, in caso di vittoria, governerebbero a rotazione). Nel filmato si prende in giro proprio questo tandem e la «rotazia»: i due volti si vedono seduti di fronte al telefono rosso (quello delle emergenze) che a un certo punto suona. È Obama. Ma nessuno dei due alza la cornetta perché continuano a dirsi l’un l’altro «Tocca a te», «No, tocca a te», «Avevamo deciso per la rotazione». Così, fino alla fine. Fino a quando il telefono smette di squillare. E compare la scritta: «Nel momento della verità, Netanyahu».

Jeremy Bird, una delle principali "menti" delle campagne elettorali - vincenti - di Barack Obama (foto da web)

Jeremy Bird, una delle principali “menti” delle campagne elettorali – vincenti – di Barack Obama (foto da web)

L’anti-Netanyahu – Il quotidiano Haaretz, nella sua versione ebraica, scrive che Jeremy Bird, capo a livello nazionale della campagna elettorale di Obama nel 2012, ex vice direttore nazionale dell’associazione (pro Obama) «Organizing for America» (e tanto altro), si sposterà – momentaneamente – in Israele, da Washington – per gestire «una campagna elettorale contro Netanyahu fuori da Tel Aviv». I finanziamenti anti-Likud, secondo Haaretz, sembrano provenire fuori dallo Stato ebraico. Bird prenderà quindi una pausa dalla campagna di Hillary Clinton.

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Qui Jewish Home – Campagna acquisti, è proprio il caso di dirlo, per Naftali Bennett: la formazione di destra ha «ingaggiato», pardon, candida Eli Ohana, ex famosissimo calciatore del Beitar Gerusalemme. «Senza nessuna esperienza politica», fanno notare i più maliziosi, «ed ex sostenitore del Likud di Netanyahu». Ohana sarà inserito – secondo quanto rivelato da Canale 2 – tra i primi dieci nella lista guidata da Bennett.

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire "C'è un futuro" (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire “C’è un futuro” (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Qui Yesh Atid – Con il motto «Combattere per il nostro Paese» il leader Yair Lapid, ex ministro delle Finanze con Netanyahu, ha avviato la sua campagna elettorale da ieri sera. Tra i candidati ci sono Haim Jelin (al numero sette in lista) capo del Consiglio regionale di Eshkol, Elazar Stern (numero 12) ex Idf, l’esercito israeliano ed ex deputato di Hatnua, il partito di Tzipi Livni. Ma anche Zehorit Sorek (19 in graduatoria) attivista ortodosso per i diritti Lgbt.

Qui Meretz – Nemmeno la sinistra-sinistra sta ferma in queste ore. È diventato un vero tormentone il video-spot «Voglio Meretz al governo» (sopra): in un matrimonio – decisamente noioso – la musica cambia e tutti, compreso il leader (vero) Zahava Gal-Or iniziano a cantare insieme per il proprio partito. «Tutto è possibile – recita il messaggio – è una questione di scelte».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Quel voto su Israele “Stato della nazione ebraica”

Le bandiere d'Israele e, in mezzo, il simbolo della Knesset, il parlamento (foto di Nati Shohat/Flash90)

Le bandiere d’Israele e, in mezzo, il simbolo della Knesset, il parlamento (foto di Nati Shohat/Flash90)

Le bozze sono tre. Tutte sostengono che «Israele è lo Stato della Nazione ebraica». Tutte, fanno notare in tanti, «non scrivono nemmeno una volta la parola “eguaglianza”». E anche se le differenze sono poche, in alcuni casi risultano fondamentali. Ma soltanto una di quelle bozze (scarica e leggi qui), alla fine, sarà messa al voto. Ed è quella proposta dal primo ministro stesso. Che ha deciso così di decidere la caratteristica base di un Paese e pure di andare all’ultima battaglia contro pezzi del suo governo che da giorni non nascondono l’insoddisfazione nei confronti del premier.

Si apre oggi una settimana importante per Israele. Per l’esecutivo di Benjamin Netanyahu. E per il futuro del Medio Oriente. Perché alla Knesset, il parlamento, arriveranno tre bozze – tra cui appunto quella del premier – che prevedono di aggiornare le Leggi fondamentali (è uno degli Stati senza Costituzione scritta).

Da sinistra: Gilad Erdan (ministro dell'Interno), Yuval Steinitz (ministro dell'Intelligence), Benjamin Netanyahu (primo ministro), Avichai Mandelblit (segretario del Gabinetto) e Yehuda Weinstein (procuratore generale) durante la riunione di governo di ieri, domenica 23 novembre 2014.  (foto di Ohad Zweigenberg/Pool/Flash90)

Da sinistra: Gilad Erdan (ministro dell’Interno), Yuval Steinitz (ministro dell’Intelligence), Benjamin Netanyahu (primo ministro), Avichai Mandelblit (segretario del Gabinetto) e Yehuda Weinstein (procuratore generale) durante la riunione di governo di ieri, domenica 23 novembre 2014 (foto di Ohad Zweigenberg/Pool/Flash90)

Un passaggio che ha già diviso il governo. «Una legge cattiva, voterò contro», ha minacciato Yair Lapid, ministro delle Finanze, leader di Yesh Atid e principale oppositore di Netanyahu. «Oggi nemmeno Menachem Begin (storico leader della destra israeliana, nda) si troverebbe a suo agio nel Likud (il partito del primo ministro, nda)». «Quella bozza è inaccettabile», ha aggiunto Tzipi Livni, ministro della Giustizia e al vertice del partito HaTnua. «Sono disposta anche ad essere cacciata per il mio voto contrario», ha detto a Canale 2.

Ma lui, Netanyahu, va avanti. Guarda alle primarie del suo partito. Cerca di rassicurare la destra del Paese. E ribatte a Lapid e Livni spiegando che «il carattere democratico di Israele è ben saldo e radicato». Quando però gli hanno fatto notare che nella bozza si accentua il carattere ebraico del Paese, il primo ministro ha aggiunto: «Vengono espresse delle riserve crescenti su questo aspetto sia dall’interno che dall’estero, dalla minoranza araba (il 20% della popolazione, nda) e da diverse ong. Per questa ragione è più mai necessaria una legge che da un lato garantisce a tutti i cittadini – ebrei e non, in quanto individui – pieni diritti, ma dall’altro stabilisce che il carattere nazionale d’Israele sarà solo e soltanto ebraico».

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell'esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell’esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Ma cosa c’è scritto nella bozza sostenuta da Netanyahu? C’è scritto, subito all’inizio, che «il diritto all’auto-determinazione nazionale nello Stato d’Israele spetta soltanto al popolo ebraico». Ma stabilisce che è uno «Stato democratico, fondato sui principi di libertà, giustizia e pace, in accordo con la visione dei profeti israeliani».

E ancora. Viene stabilito che «la legge ebraica (quella religiosa, nda) servirà da ispirazione alla Knesset». Mentre le altre due bozze dei deputati Ze’ev Elkin (Likud), Yariv Levin (Likud) – Ayelet Shaked (Jewish Home) sono più «radicali»: prevedono che «la legge ebraica dovrà guidare sia il legislatore che i giudici», dando così più rilevanza alla religione.

Yariv Levin, deputato del Likud, il partito del premier Netanyahu e firmatario della bozza sulle nuove "Leggi fondamentali" d'Israele che prevedono una decisa virata verso l'ebraicità dello Stato (foto di Miriam Alster/Flash90)

Yariv Levin, deputato del Likud, il partito del premier Netanyahu e firmatario della bozza sulle nuove “Leggi fondamentali” d’Israele che prevedono una decisa virata verso l’ebraicità dello Stato (foto di Miriam Alster/Flash90)

Sulla lingua araba – considerata come «ufficiale» oggi – la bozza di Netanyahu non si pronuncia. Mentre quella di Elkin prevede di «declassarla» pur prevedendo una sua specificità. Altro capitolo è quello dei simboli. Nella versione di Netanyahu lo shabbat sarà stabilito come il giorno nazionale del riposo. E l’esecutivo lavorerà per rafforzare i suoi legami con le comunità ebraiche nel mondo. Soprattutto: per difendere i luoghi sacri entro i confini israeliani.

Mercoledì, dopodomani, la bozza arriverà in parlamento*. I 25 deputati «laici» di Yesh Atid e HaTnua (il governo ne ha 68 in tutto, la maggioranza è fissata a 61) dovranno decidere se votare contro o assentarsi. In ogni caso Netanyahu dovrà decidere se andare ancora avanti con loro o mandare tutti a elezioni anticipate.

© Leonard Berberi

*Aggiornamento delle 14.15 del 24 novembre 2014: Il voto è stato posticipato di una settimana. Netanyahu cerca di convincere ancora gli oppositori

Standard
attualità

Netanyahu in bilico e lo spettro delle elezioni anticipate

Yair Lapid, leader di "Yesh Atid" e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d'Israele e leader del "Likud" (foto Flash 90)

Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d’Israele e leader del “Likud” (foto Flash 90)

Domenica sera erano entrambi allo stadio di Haifa a seguire la sfida Israele – Bosnia, valida per Euro 2016. La partita l’hanno vinta i padroni di casa per tre a zero. Ma gli occhi dei giornalisti politici erano tutti verso quei due lì. Seduti a qualche metro di distanza. Il primo in una saletta vip con il figlio. Il secondo in mezzo ai tifosi, con cappello evidente e bandierina con la stella di Davide. I due – il premier Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze Yair Lapid – non si sono nemmeno degnati d’uno sguardo. D’un sorriso. D’una foto di fronte ai cronisti.

Perché il primo, Netanyahu, è dato dagli analisti ormai sulla via d’uscita. Il secondo, Lapid, colui che l’accompagnerà – nemmeno tanto con le buone – verso la pensione anticipata. Per questo i rapporti nella coalizione di governo sono ormai arrivati a questi livelli. Con Lapid che – scrive Haaretz – non parla da una settimana con gli esponenti del Likud, il partito di Netanyahu. Figurarsi contattare Netanyahu stesso. E con Netanyahu che da giorni fa capire, fa trapelare, fa intuire che Lapid ha messo in moto una manovra per farlo fuori dal governo. Dalla politica.

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Che qualcosa non andasse si era capito quando Lapid aveva dato buca a una serie di incontri con i responsabili economici del partito di Netanyahu. Incontri importanti, fissati per decidere i punti principali della nuova manovra finanziaria del Paese, ora che i conti hanno rallentato più del previsto. Ma da Yesh Atid respingono tutte le accuse e rilanciano: «Netanyahu deve smetterla di assecondare le posizioni più estreme del suo partito pur di vincere le primarie del Likud di gennaio».

Lo stallo è di difficile risoluzione. Perché secondo gli analisti Lapid non avrebbe i 61 deputati (su 120) per cacciare Netanyahu e formare un nuovo esecutivo. Ma allo stesso tempo Netanyahu non può cacciare Lapid altrimenti non avrebbe più la maggioranza alla Knesset, il parlamento.

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia (foto da Facebook)

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia (foto da Facebook)

La furia del premier si dovrebbe scagliare anche contro Tzipi Livni, ministro della Giustizia, delegata ufficiale d’Israele nei colloqui di pace (ora fermi) con i palestinesi e leader del partito Hatnuah. Ma per fare anche a meno di lei Netanyahu dovrebbe far entrare in coalizione tutti i partiti ultraortodossi ora all’opposizione. Risultato: un governo a forte, fortissima, trazione di estrema destra. Opzione praticabile. Se non fosse per il fatto – fa notare Haaretz – che uno dei «falchi» del governo, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri e leader di Yisrael Beitenu), odia i partiti religiosi.

Lo spettro delle elezioni anticipate – come auspica un altro partito ultrareligioso, lo Shas, se vogliono far fuori Netanyahu – sembra proprio alle porte. E diversi dirigenti del Likud le danno per scontate subito dopo le primarie di gennaio. Anche se il rischio – secondo il primo ministro – è che Yair Lapid faccia cadere il governo subito dopo l’ok alla manovra finanziaria.

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Se però Netanyahu non si è ancora espresso pubblicamente sul caos nel governo, ma ha fatto parlare i suoi, Lapid si è fatto vedere di fronte alle tre tv principali – Canale 1, Canale 2 e Canale 10 – e a tutte e tre ha detto la stessa cosa: non c’è nessun piano per rovesciare l’esecutivo, non ha nessuna intenzione di prendere il posto di Netanyahu o di andare al voto anticipato.

«Non penso abbiamo bisogno di un altro governo o i nuove elezioni», ha detto Lapid. «E non penso che qualcuno voglia queste cose. Non mi piacciono gli ultimatum, le minacce o le “linee rosse”. Non credo ne abbiamo bisogno», ha replicato a un articolo di Yedioth Ahronoth che invece parlava di un Lapid deciso a far fuori Netanyahu proprio a suon di ultimatum e «linee rosse». «Però se il primo ministro vuole andare urne allora si vada alle urne», ha chiarito Meir Cohen, collega di partito di Lapid e ministro per il Welfare.

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

A destabilizzare la coalizione è l’atteggiamento di Netanyahu nei confronti dei colloqui di pace con i palestinesi e delle sue politiche in Cisgiordania. Le formazioni di centro e di sinistra del suo governo attaccano il premier per aver fatto fallire i negoziati e per aver accentuato le tensioni con gli arabo israeliani invitandoli – pochi giorni fa – ad andare a vivere nell’Autorità palestinese se non si trovano bene nello Stato ebraico.

Una tensione che ha raggiunto ufficialmente il picco domenica quando Netanyahu ha deciso di scavalcare il ministro della Giustizia, Tzipi Livni: se Livni proponeva di mandare per la seconda volta in commissione Affari legislativi un disegno di legge molto contestato – quello che prevede l’ufficializzazione dell’ebraicità dello Stato d’Israele – Netanyahu ha stabilito che era finito il tempo della discussione: quel disegno di legge va discusso alla prossima riunione di governo così da essere votato direttamente in parlamento. Una mossa che preoccupa diverse cancellerie occidentali. A partire da quella americana.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

La solitudine di Netanyahu

Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele e leader del partito "Likud"

Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele e leader del partito “Likud”

L’occasione, dal punto di vista di Hamas, è storica: fare fuori, politicamente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Non a colpi di razzi. Non solo almeno. Ma dall’interno: con l’aiuto degli uomini di fiducia del primo ministro che negli ultimi giorni hanno preso le distanze da lui o, peggio, l’hanno apertamente attaccato. Non è un caso se proprio la formazione palestinese ha detto no, per ora, al piano di cessate il fuoco proposto dall’Egitto e accettato dallo Stato ebraico.

Sono giorni davvero difficili per Netanyahu. Da sempre considerato un «falco» della politica israeliana, ora – per paradosso – si sta rivelando l’uomo che non vuole far precipitare le cose. Ed è sempre meno appoggiato nella compagine governativa. Si rifiuta di mandare l’esercito a Gaza. Bolla come «rumore di fondo da non accogliere» le parole del suo (ormai ex) braccio destro Avigdor Lieberman: il ministro degli Esteri, infatti, ha proposto di invadere la Striscia «per farla finita una volta per tutte». Poi caccia dalla compagine di governo Danny Danon, viceministro della Difesa, uno degli uomini di punta del Likud, lo stesso partito del premier. Danon aveva pubblicamente criticato Netanyahu per aver accettato il piano egiziano per la tregua con Hamas: «La decisione del premier è uno schiaffo in faccia agl’israeliani», ha detto Danon.

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Il comunicato sul «licenziamento» la dice lunga sullo stato di agitazione a Gerusalemme. È delle 20.35 di martedì 15 luglio. E bisogna ricordarsela l’ora. «In un momento in cui il governo d’Israele e l’esercito sono nel mezzo di una campagna militare contro le organizzazioni terroristiche e proprio quando stanno facendo di tutto per garantire la sicurezza dello Stato ebraico e dei suoi cittadini, non è accettabile che il viceministro della Difesa attacchi il vertice del Paese proprio sulla gestione della situazione. Alla luce delle sue frasi – che esprimono una mancanza di fiducia nel governo e, personalmente, nel primo ministro, ci si sarebbero aspettate le sue dimissioni. Ma visto che questo non è successo, io (Netanyahu, ndr) ho deciso di allontanarlo dal suo incarico».

L'ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

L’ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

Danon resta parlamentare, sempre nelle file del Likud. E non si capisce se Netanyahu l’abbia cacciato davvero per le sue frasi o, perché, temeva che proprio Danon avrebbe potuto prendersi la fetta più oltranzista del partito. Fatto sta che la replica dell’ex viceministro non si è fatta attendere. Ed è stata altrettanto dura. Durissima. Parte da lontano. E arriva alle redazioni dei giornali alle 20.36. Un minuto dopo la lettera di Netanyahu.

«Il primo ministro è capitolato di fronte al presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, nel momento in cui ha accettato di rilasciare 78 assassini per riprendere i negoziati, quando non ha reagito in modo duro quando i nostri tre ragazzi sono stati uccisi brutalmente e quando stamattina (ieri, ndr) ha accettato il cessate il fuoco con Hamas, rendendo così Israele ancora più debole. Io non potrei accettare l’aria di sconfitta che ormai domina il governo e non tradirei mai i miei valori in cambio della poltrona».

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

La verità è che più passano le ore, più Hamas continua a lanciare razzi, più le sirene continuano a suonare in metà dello Stato ebraico, più la leadership di Netanyahu è messa in discussione dai ministri stessi. Oltre a Lieberman, oltre a Danon, ci sono altre figure di spicco che ormai sono contro le decisioni di Netanyahu. E fanno capire che l’uomo dovrebbe andarsene. Molto critici sono i ministri Yisrael Katz (Likud) e Uzi Landau (Israel Beitenu, il partito di Lieberman).

«Il messaggio che viene dato agl’israeliani dai loro ministri è questo: Netanyahu non sa quello che sta facendo», sintetizzano diversi analisti sui giornali locali e sulle emittenti tv da giorni impegnati con le dirette non stop. «Ma quando la situazione si sarà ristabilita, se si sarà ristabilita, il premier dovrebbe fare i conti una volta per tutte con Lieberman e il suo partito».

© Leonard Berberi

Standard