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E il “Grande fratello” israeliano va avanti (anche sotto ai razzi)

Un pezzo della "casa" del Grande fratello israeliano, giunto alla sua sesta edizione (frame da Keshet Broadcasting/ Endemol Productions)

Un pezzo della “casa” del Grande fratello israeliano, giunto alla sua sesta edizione (frame da Keshet Broadcasting)

The show must go on. Anche sotto i razzi di Hamas. Anche nel bel mezzo delle sirene. Il colosso mediatico israeliano Keshet ha deciso di continuare con la sesta edizione di «HaAh HaGadol», il «Grande fratello» locale anche se là fuori c’è una guerra in corso.

Una decisione che ha provocato più di qualche malumore. Ma che cerca di contenere i danni di una crisi che in tre settimane – secondo i quotidiani finanziari israeliani – ha causato ai canali dello Stato ebraico perdite per circa 25 milioni di dollari.

«È stata una scelta sofferta – ha spiegato Ran Telem, vice presidente del palinsesto di Keshet, a Hollywood Reporter – ma alla fine il pubblico sta dimostrando di apprezzare la nostra scelta, soprattutto perché così possono distrarsi un pochino. Noi andiamo avanti in diretta, 24 ore su 24, anche se le difficoltà non mancano».

La «casa» è come quella degli anni precedenti ed è stata costruita a Neve Ilan, a ovest di Gerusalemme. Ma questa volta la produzione s’è dovuta adeguare ai tempi e ha installato un sistema di sirene e sensori e anche un rifugio anti-razzi dove i concorrenti possono nascondersi. Cosa che hanno fatto diverse volte (vedi il video sopra).

Keshet ha però spiegato che ogni volta che ci sono sviluppi importanti sul fronte bellico «interrompiamo la trasmissione e diamo priorità ai telegiornali». Un chiarimento che però non è piaciuto a tutti. «Non si fermano nemmeno di fronte alla guerra», hanno però contestato in molti. «Per loro è più importante il denaro che le vite dei nostri soldati».

© Leonard Berberi

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Il “giallo” della lite al telefono tra Obama e Netanyahu

Un fermo immagine del servizio di Canale 1, la tv di Stato israeliana, in cui vengono raccontati i dettagli di una telefonata tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu che però viene smentita da Washington e Gerusalemme (foto Canale 1)

Un fermo immagine del servizio di Canale 1, la tv di Stato israeliana, in cui vengono raccontati i dettagli di una telefonata tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu che però viene smentita da Washington e Gerusalemme (foto Canale 1)

Ci mancava soltanto il «giallo» della telefonata. E di una conversazione – vera, presunta, falsa – tra il presidente americano Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu dove il primo quasi intimerebbe al secondo di fermare qualsiasi ostilità, «soprattutto i raid aerei». E il secondo chiederebbe al primo chi garantisce per la sicurezza d’Israele. Quasi a confermare una distanza che da mesi va allargandosi tra i due Paesi, un tempo amici e ora quasi un fastidio l’uno per l’altro.

Il fatto è che lui, Oren Nahari, un veterano del giornalismo israeliano e firma di punta di Canale 1, la tv di Stato israeliana, conferma tutto: quella telefonata c’è stata. Quel quasi battibecco pure. «La trascrizione della conversazione mi è stata fornita da un alto funzionario statunitense». Mentre loro, gli uffici di Obama e Netanyahu smentiscono tutto. Definiscono il resoconto «completamente avulso dalla realtà». E stigmatizzano «qualsiasi pubblicazione di dettagli di un colloquio privato».

Il colloquio, secondo Nahari, sarebbe avvenuto il 27 luglio, domenica scorsa. Sarebbe durato circa 35 minuti – e ve n’è traccia anche nei comunicati ufficiali della Casa Bianca. Ma quello che il sito non fornisce sono le frasi, parola per parola. Esattamente quello che di cui sarebbe entrato in possesso il giornalista di Canale 1.

«Dopo i ringraziamenti di rito – racconta Nahari in diretta tv (sopra il servizio video) – la conversazione è diventata improvvisamente tesa e drammatica quando s’è iniziato a parlare degli sforzi per arrivare al cessate il fuoco e per far terminare l’operazione militare israeliana “Margine protettivo”». «Il presidente americano è stato scortese, rigido nelle sue posizioni e per nulla disposto ad ascoltare le rimostranze di Netanyahu. In alcuni momenti l’alto funzionario americano ha definito Obama “ostile”. Ecco una parte della presunta telefonata:

Obama: «Esigo che Israele accetti immediatamente il cessate il fuoco unilaterale e ponga termine a tutti gli attacchi, soprattutto a quelli aerei»

Netanyahu: «E cosa avrà in cambio Israele?»

Obama: «Credo che Hamas smetterà di sparare razzi: la calma in cambio della calma»

Netanyahu: «Ma Hamas ha violato tutte e cinque le tregue precedenti. Si tratta di un’organizzazione terroristica che ha come obiettivo la distruzione d’Israele»

Obama: «Ripeto: mi aspetto che Israele cessi in modo unilaterale tutte le operazioni militari. Le immagini della distruzione di Gaza allontanano il mondo dalle ragioni d’Israele»

Netanyahu: «Presidente, il piano del suo segretario John Kerry per un cessate il fuoco (piano che Israele ha respinto all’unanimità venerdì scorso, nda) era irrealistico e dava ad Hamas un vantaggio militare e politico non indifferente»

Obama: «Entro una settimana dalla fine delle operazioni militari d’Israele, Qatar e Turchia avvieranno i negoziati con Hamas sulla base dell’accordo del 2012 per il cessate il fuoco, compreso l’impegno del suo Paese a togliere l’assedio su Gaza»

Netanyahu: «Ma Turchia e Qatar sono i più grandi sostenitori di Hamas! Non possono essere considerati degli interlocutori obiettivi»

Obama: «Io mi fido di Turchia e Qatar. Israele non è nella posizione di scegliere i mediatori»

Netanyahu: «Così lascerete Hamas libero di lanciare ancora razzi e di usare i tunnel per altri attacchi terroristici contro Israele…»

Obama: «La palla ora è nel campo d’Israele. Dovete far finire tutte le operazioni militari».

© Leonard Berberi

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Oron, Guy e l’ombra della «direttiva Hannibal»

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l'ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l’ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Ufficialmente sono morti in battaglia. Ufficiosamente sarebbero stati uccisi dai loro stessi compagni per un solo scopo: non lasciare ostaggi al nemico. Più passano i giorni e più si rafforzano le voci – che saranno sempre smentite – sul vero destino di Oron Shaul, 22 anni, e Guy Levy, 21, entrambi soldati dell’esercito dello Stato ebraico: il primo sergente nella Brigata Golani, il secondo sergente delle truppe armate combattenti.

Sarebbero due dei 37 militari «assassinati da Hamas» durante l’operazione “Margine protettivo” nella Striscia di Gaza. Ma più di qualcuno sostiene che Oron e Guy potrebbero essere stati vittime della «direttiva Hannibal». Non sarebbe la prima volta. È successo tra il 2008 e il 2009 durante l’operazione – sempre su Gaza – «Piombo fuso». E il 7 ottobre 2000 su addirittura tre persone. Ma la sua applicazione è sempre stata un argomento tabù per gl’israeliani da quando – dopo la cattura di due soldati in Libano nel 1986 – i vertici dell’esercito stilarono la direttiva. «Nel caso di un rapimento, la missione più importante diventa forzare il rilascio dei soldati rapiti da parte dei loro sequestratori, anche se ciò significa ferire e/o danneggiare i nostri soldati».

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

È successa la stessa cosa con Oron e Guy? Entrambi i giovani sarebbero caduti nelle mani dei miliziani palestinesi durante l’incursione nella Striscia. La vicenda di Gilad Shalit, rapito nel 2006 e rilasciato cinque anni dopo, dimostra che queste operazioni dal punto di vista di Hamas «funzionano»: per liberare il militare Gerusalemme ha dovuto a sua volta rimettere in libertà circa mille palestinesi.

Un duro colpo. Tanto che il quotidiano Haaretz aveva citato un comandante israeliano che si era così espresso: «Un nostro soldato non deve essere rapito in nessuna circostanza. Dobbiamo fare di tutto per evitare che questo accada: per questo viene loro imposto di sparare contro un gruppo di sequestratori, anche se questo potrebbe comportare l’uccisione del compagno. È una cosa che ogni militare capisce: non possono diventare un altro Gilad Shalit».

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Quello che è certo è che Oron Shaul si trovava nel carro armato insieme ad altri sei commilitoni il 20 luglio scorso. Una volta attaccati gli altri sei sono morti quasi subito. Oron sarebbe stato portato via, ferito, dai palestinesi. L’Idf, l’esercito israeliano, ha prima detto che Oron era morto insieme con gli altri. Poi Hamas ha annunciato in diretta tv di averlo rapito. Quindi l’Idf, diverse ore dopo, l’ha classificato come «ucciso, non identificato». Una descrizione che i militari dello Stato ebraico di solito non usano.

Soltanto cinque giorni dopo, alle 14.40, Raffi Peretz, rabbino militare capo, ha stabilito che Oron è morto. Anche se il corpo non c’è. Secondo la ricostruzione ufficiosa predominante contro Oron sarebbe scattata la «direttiva Hannibal»: quando il militare è caduto in mano ad Hamas l’aviazione israeliana avrebbe bombardato l’area dove sarebbe stato trattenuto: nell’incursione sarebbero morti i suoi sequestratori e lo stesso Oron.

Mentre veniva «stabilita» la morte di Oron Shaul, a Gaza veniva ucciso Guy Levy. Guy si trovava con i suoi commilitoni in uno dei tunnel illegali costruiti dai miliziani palestinesi. All’improvviso – da un ingresso nascosto – sarebbero spuntati due uomini di Hamas che avrebbero portato via Guy. Nella sparatoria, uno dei miliziani sarebbe stato ucciso subito, mentre l’altro avrebbe tentato di allontanarsi con il soldato israeliano. Non riuscendo a riprenderselo, l’area sarebbe stata bombardata – racconta il sito di notizie Nana – con un carro armato. Tutti morti. Compreso Guy Levy.

© Leonard Berberi

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