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E il “Grande fratello” israeliano va avanti (anche sotto ai razzi)

Un pezzo della "casa" del Grande fratello israeliano, giunto alla sua sesta edizione (frame da Keshet Broadcasting/ Endemol Productions)

Un pezzo della “casa” del Grande fratello israeliano, giunto alla sua sesta edizione (frame da Keshet Broadcasting)

The show must go on. Anche sotto i razzi di Hamas. Anche nel bel mezzo delle sirene. Il colosso mediatico israeliano Keshet ha deciso di continuare con la sesta edizione di «HaAh HaGadol», il «Grande fratello» locale anche se là fuori c’è una guerra in corso.

Una decisione che ha provocato più di qualche malumore. Ma che cerca di contenere i danni di una crisi che in tre settimane – secondo i quotidiani finanziari israeliani – ha causato ai canali dello Stato ebraico perdite per circa 25 milioni di dollari.

«È stata una scelta sofferta – ha spiegato Ran Telem, vice presidente del palinsesto di Keshet, a Hollywood Reporter – ma alla fine il pubblico sta dimostrando di apprezzare la nostra scelta, soprattutto perché così possono distrarsi un pochino. Noi andiamo avanti in diretta, 24 ore su 24, anche se le difficoltà non mancano».

La «casa» è come quella degli anni precedenti ed è stata costruita a Neve Ilan, a ovest di Gerusalemme. Ma questa volta la produzione s’è dovuta adeguare ai tempi e ha installato un sistema di sirene e sensori e anche un rifugio anti-razzi dove i concorrenti possono nascondersi. Cosa che hanno fatto diverse volte (vedi il video sopra).

Keshet ha però spiegato che ogni volta che ci sono sviluppi importanti sul fronte bellico «interrompiamo la trasmissione e diamo priorità ai telegiornali». Un chiarimento che però non è piaciuto a tutti. «Non si fermano nemmeno di fronte alla guerra», hanno però contestato in molti. «Per loro è più importante il denaro che le vite dei nostri soldati».

© Leonard Berberi

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Il “giallo” della lite al telefono tra Obama e Netanyahu

Un fermo immagine del servizio di Canale 1, la tv di Stato israeliana, in cui vengono raccontati i dettagli di una telefonata tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu che però viene smentita da Washington e Gerusalemme (foto Canale 1)

Un fermo immagine del servizio di Canale 1, la tv di Stato israeliana, in cui vengono raccontati i dettagli di una telefonata tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu che però viene smentita da Washington e Gerusalemme (foto Canale 1)

Ci mancava soltanto il «giallo» della telefonata. E di una conversazione – vera, presunta, falsa – tra il presidente americano Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu dove il primo quasi intimerebbe al secondo di fermare qualsiasi ostilità, «soprattutto i raid aerei». E il secondo chiederebbe al primo chi garantisce per la sicurezza d’Israele. Quasi a confermare una distanza che da mesi va allargandosi tra i due Paesi, un tempo amici e ora quasi un fastidio l’uno per l’altro.

Il fatto è che lui, Oren Nahari, un veterano del giornalismo israeliano e firma di punta di Canale 1, la tv di Stato israeliana, conferma tutto: quella telefonata c’è stata. Quel quasi battibecco pure. «La trascrizione della conversazione mi è stata fornita da un alto funzionario statunitense». Mentre loro, gli uffici di Obama e Netanyahu smentiscono tutto. Definiscono il resoconto «completamente avulso dalla realtà». E stigmatizzano «qualsiasi pubblicazione di dettagli di un colloquio privato».

Il colloquio, secondo Nahari, sarebbe avvenuto il 27 luglio, domenica scorsa. Sarebbe durato circa 35 minuti – e ve n’è traccia anche nei comunicati ufficiali della Casa Bianca. Ma quello che il sito non fornisce sono le frasi, parola per parola. Esattamente quello che di cui sarebbe entrato in possesso il giornalista di Canale 1.

«Dopo i ringraziamenti di rito – racconta Nahari in diretta tv (sopra il servizio video) – la conversazione è diventata improvvisamente tesa e drammatica quando s’è iniziato a parlare degli sforzi per arrivare al cessate il fuoco e per far terminare l’operazione militare israeliana “Margine protettivo”». «Il presidente americano è stato scortese, rigido nelle sue posizioni e per nulla disposto ad ascoltare le rimostranze di Netanyahu. In alcuni momenti l’alto funzionario americano ha definito Obama “ostile”. Ecco una parte della presunta telefonata:

Obama: «Esigo che Israele accetti immediatamente il cessate il fuoco unilaterale e ponga termine a tutti gli attacchi, soprattutto a quelli aerei»

Netanyahu: «E cosa avrà in cambio Israele?»

Obama: «Credo che Hamas smetterà di sparare razzi: la calma in cambio della calma»

Netanyahu: «Ma Hamas ha violato tutte e cinque le tregue precedenti. Si tratta di un’organizzazione terroristica che ha come obiettivo la distruzione d’Israele»

Obama: «Ripeto: mi aspetto che Israele cessi in modo unilaterale tutte le operazioni militari. Le immagini della distruzione di Gaza allontanano il mondo dalle ragioni d’Israele»

Netanyahu: «Presidente, il piano del suo segretario John Kerry per un cessate il fuoco (piano che Israele ha respinto all’unanimità venerdì scorso, nda) era irrealistico e dava ad Hamas un vantaggio militare e politico non indifferente»

Obama: «Entro una settimana dalla fine delle operazioni militari d’Israele, Qatar e Turchia avvieranno i negoziati con Hamas sulla base dell’accordo del 2012 per il cessate il fuoco, compreso l’impegno del suo Paese a togliere l’assedio su Gaza»

Netanyahu: «Ma Turchia e Qatar sono i più grandi sostenitori di Hamas! Non possono essere considerati degli interlocutori obiettivi»

Obama: «Io mi fido di Turchia e Qatar. Israele non è nella posizione di scegliere i mediatori»

Netanyahu: «Così lascerete Hamas libero di lanciare ancora razzi e di usare i tunnel per altri attacchi terroristici contro Israele…»

Obama: «La palla ora è nel campo d’Israele. Dovete far finire tutte le operazioni militari».

© Leonard Berberi

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Oron, Guy e l’ombra della «direttiva Hannibal»

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l'ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l’ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Ufficialmente sono morti in battaglia. Ufficiosamente sarebbero stati uccisi dai loro stessi compagni per un solo scopo: non lasciare ostaggi al nemico. Più passano i giorni e più si rafforzano le voci – che saranno sempre smentite – sul vero destino di Oron Shaul, 22 anni, e Guy Levy, 21, entrambi soldati dell’esercito dello Stato ebraico: il primo sergente nella Brigata Golani, il secondo sergente delle truppe armate combattenti.

Sarebbero due dei 37 militari «assassinati da Hamas» durante l’operazione “Margine protettivo” nella Striscia di Gaza. Ma più di qualcuno sostiene che Oron e Guy potrebbero essere stati vittime della «direttiva Hannibal». Non sarebbe la prima volta. È successo tra il 2008 e il 2009 durante l’operazione – sempre su Gaza – «Piombo fuso». E il 7 ottobre 2000 su addirittura tre persone. Ma la sua applicazione è sempre stata un argomento tabù per gl’israeliani da quando – dopo la cattura di due soldati in Libano nel 1986 – i vertici dell’esercito stilarono la direttiva. «Nel caso di un rapimento, la missione più importante diventa forzare il rilascio dei soldati rapiti da parte dei loro sequestratori, anche se ciò significa ferire e/o danneggiare i nostri soldati».

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

È successa la stessa cosa con Oron e Guy? Entrambi i giovani sarebbero caduti nelle mani dei miliziani palestinesi durante l’incursione nella Striscia. La vicenda di Gilad Shalit, rapito nel 2006 e rilasciato cinque anni dopo, dimostra che queste operazioni dal punto di vista di Hamas «funzionano»: per liberare il militare Gerusalemme ha dovuto a sua volta rimettere in libertà circa mille palestinesi.

Un duro colpo. Tanto che il quotidiano Haaretz aveva citato un comandante israeliano che si era così espresso: «Un nostro soldato non deve essere rapito in nessuna circostanza. Dobbiamo fare di tutto per evitare che questo accada: per questo viene loro imposto di sparare contro un gruppo di sequestratori, anche se questo potrebbe comportare l’uccisione del compagno. È una cosa che ogni militare capisce: non possono diventare un altro Gilad Shalit».

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Quello che è certo è che Oron Shaul si trovava nel carro armato insieme ad altri sei commilitoni il 20 luglio scorso. Una volta attaccati gli altri sei sono morti quasi subito. Oron sarebbe stato portato via, ferito, dai palestinesi. L’Idf, l’esercito israeliano, ha prima detto che Oron era morto insieme con gli altri. Poi Hamas ha annunciato in diretta tv di averlo rapito. Quindi l’Idf, diverse ore dopo, l’ha classificato come «ucciso, non identificato». Una descrizione che i militari dello Stato ebraico di solito non usano.

Soltanto cinque giorni dopo, alle 14.40, Raffi Peretz, rabbino militare capo, ha stabilito che Oron è morto. Anche se il corpo non c’è. Secondo la ricostruzione ufficiosa predominante contro Oron sarebbe scattata la «direttiva Hannibal»: quando il militare è caduto in mano ad Hamas l’aviazione israeliana avrebbe bombardato l’area dove sarebbe stato trattenuto: nell’incursione sarebbero morti i suoi sequestratori e lo stesso Oron.

Mentre veniva «stabilita» la morte di Oron Shaul, a Gaza veniva ucciso Guy Levy. Guy si trovava con i suoi commilitoni in uno dei tunnel illegali costruiti dai miliziani palestinesi. All’improvviso – da un ingresso nascosto – sarebbero spuntati due uomini di Hamas che avrebbero portato via Guy. Nella sparatoria, uno dei miliziani sarebbe stato ucciso subito, mentre l’altro avrebbe tentato di allontanarsi con il soldato israeliano. Non riuscendo a riprenderselo, l’area sarebbe stata bombardata – racconta il sito di notizie Nana – con un carro armato. Tutti morti. Compreso Guy Levy.

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Il flash mob nel cuore di Milano: «Né con Bibi, né con Hamas, ma per la pace»

I partecipanti alla manifestazione di ieri, giovedì 24 luglio, in piazza San Carlo, Milano (foto di Davide Dana)

I partecipanti alla manifestazione di ieri, giovedì 24 luglio, in piazza San Carlo, Milano (foto di Davide Dana, via Twitter)

«Né con Bibi (il diminutivo del premier Benjamin Netanyahu, nda), né con Hamas, ma per la pace», c’è scritto in alcuni cartelli. «Basta antisemitismo in Europa. Uniti contro il razzismo, uniti per la pace», recita un altro, scritto a mano e con un pennarello. «Non esiste una via per la pace, la pace è la via», annuncia un altro. Mentre poco più in là una quindicina di persone con le bandiere palestinesi urla «assassini» e «Palestina libera».

La comunità ebraica di Milano e l’associazione «Amici di Israele» scendono in piazza San Carlo, nel cuore del capoluogo lombardo, nel tardo pomeriggio di giovedì. Decine di persone lì, a due passi dal Duomo, per un «flash mob pro Israele, pro Pace, contro il razzismo e l’antisemitismo che sta crescendo in Europa e, soprattutto, contro il terrorismo».

Bandiere d'Israele ieri in piazza San Carlo (foto di Simona Voglino)

Bandiere d’Israele ieri in piazza San Carlo (foto di Simona Voglino)

«Il problema di questo conflitto è Hamas, non sono i palestinesi – spiega il presidente della comunità ebraica milanese, Walker Meghnagi –. Questa è una manifestazione pacifica, perché noi vogliamo che Israele esista, che il popolo israeliano esista in pace col popolo palestinese, non con Hamas».

La bandiera di Israele, esposta nell'ambito di Expo 2015, imbrattata di vernice color rosso sangue (foto di Javier Jiménez, via Twitter)

La bandiera di Israele, esposta nell’ambito di Expo 2015, imbrattata di vernice color rosso sangue (foto di Javier Jiménez, via Twitter)

«Sono unilateralmente contro il terrorismo – aggiunge Roberto Maroni, governatore della Regione Lombardia – e quindi sono unilateralmente contro Hamas e unilateralmente per il diritto di Israele non solo di esistere ma anche di svilupparsi nella pace».

Parole che, qualche metro più in là, si dissolvono in una bandiera d’Israele – esposta assieme a quelle degli altri Paesi partecipanti a Expo 2015 – che qualcuno ha deciso di imbrattare con la vernice rossa sangue per protestare contro l’incursione dell’esercito dello Stato ebraico nella Striscia di Gaza per fermare i razzi di Hamas.

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Nissim e Max, soldati (soli) d’Israele sepolti come eroi

Nissim Sean Carmeli, nato in Texas, ucciso a Gaza domenica scorsa. Aveva 21 anni (foto da Facebook)

Nissim Sean Carmeli, nato in Texas, ucciso a Gaza domenica scorsa. Aveva 21 anni (foto da Facebook)

L’angoscia. La telefonata. Lo strazio. Il lungo viaggio. Una bara. E infine loro, decine di migliaia di persone. Tutte, o quasi, sconosciute. Eppure tutte lì per lo stesso motivo: per celebrare, per ringraziare – a loro volta – uno di cui hanno sentito parlare in tv o hanno letto sui siti o sui quotidiani.

Nissim Sean Carmeli aveva 21 anni. Era nato in Texas da papà israeliano. Nel 2009 Nissim aveva lasciato gli Usa e si era trasferito a Ra’anana, in Israele. S’è arruolato nell’esercito, è entrato a far parte della Brigata Golani. Uno «chaial boded», il soldato «solo», senza i parenti in Israele. Domenica scorsa è morto insieme con dodici commilitoni.

La bara di Nissim Sean Carmeli viene portata in mezzo a una folla di 22 mila person al cimitero di Haifa, nord di Israele

La bara di Nissim Sean Carmeli viene portata in mezzo a una folla di oltre 22 mila person al cimitero di Haifa, nord di Israele

E mentre i parenti si sono messi in viaggio dall’America profonda, le due sorelle Or e Gal – unici pezzi della famiglia rimasti in Israele – non hanno nascosto la paura di non riuscire a far arrivare al funerale almeno dieci uomini, il minimo religioso per recitare la preghiera per i morti, il «kaddish». Ma poi l’imprevisto. L’imprevedibile. Al Neve David Military Cemetery di Haifa, nel nord del Paese, di persone si sono presentate più di 22 mila. Arrivate lì da ogni parte dello Stato ebraico – compreso un gruppo di motociclisti – dopo un tam tam su Facebook e le app di messaggistica istantanea.

Max Steinberg, californiano, morto a 24 anni, domenica scorsa, a Gaza (foto da Instragram)

Max Steinberg, californiano, morto a 24 anni, domenica scorsa, a Gaza (foto da Instagram)

La scena si è ripetuta per un altro «chaial boded»: il sergente Max Steinberg, 24 anni. Della Brigata Golani pure lui. Ucciso pure lui a Gaza. Americano (della California) pure lui. Ma in Israele dal 2012. «Non ho paura per me, ho paura per te – ha detto Max al telefono alla mamma Evelyn, in quella che è stata l’ultima comunicazione con la famiglia –. Io sto bene, sto entrando dentro Gaza». Poi l’annuncio, nel cuore della notte: «Vostro figlio è stato ucciso». «Dite a mia mamma che le voglio bene», sono state le sue ultime parole.

Quindi il viaggio verso Gerusalemme di genitori e fratelli, al cimitero di Har Herzl. E quella folla, enorme, di oltre trentamila perfetti sconosciuti tutti lì per Max, il soldato «solo» con un funerale da star, arrivati dopo aver letto la notizia. «Mi ricorderò per sempre il tuo sorriso – ha detto un suo amico nella cerimonia funebre – e anche se ora piango, non posso fare a meno di ridere. Sei una leggenda ora. Anche se io ho perso un fratello e un amico».

I funerali al cimitero di Gerusalemme, mercoledì 23 luglio, di Max Steinberg. In prima fila, dietro alla bara, i famigliari più stretti (foto di Miriam Alster/Flash 90)

I funerali al cimitero di Gerusalemme, mercoledì 23 luglio, di Max Steinberg. In prima fila, dietro alla bara, i famigliari più stretti (foto di Miriam Alster/Flash 90)

E più passano le ore, più sale il bilancio dei soldati israeliani uccisi durante l’operazione «Margine protettivo» entrato al suo diciassettesimo giorno: 32 militari dell’Idf sono caduti in battaglia, a cui bisogna aggiungerne uno dato – contemporaneamente – per «disperso», «catturato da Hamas» e «morto».

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La solitudine di Netanyahu

Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele e leader del partito "Likud"

Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele e leader del partito “Likud”

L’occasione, dal punto di vista di Hamas, è storica: fare fuori, politicamente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Non a colpi di razzi. Non solo almeno. Ma dall’interno: con l’aiuto degli uomini di fiducia del primo ministro che negli ultimi giorni hanno preso le distanze da lui o, peggio, l’hanno apertamente attaccato. Non è un caso se proprio la formazione palestinese ha detto no, per ora, al piano di cessate il fuoco proposto dall’Egitto e accettato dallo Stato ebraico.

Sono giorni davvero difficili per Netanyahu. Da sempre considerato un «falco» della politica israeliana, ora – per paradosso – si sta rivelando l’uomo che non vuole far precipitare le cose. Ed è sempre meno appoggiato nella compagine governativa. Si rifiuta di mandare l’esercito a Gaza. Bolla come «rumore di fondo da non accogliere» le parole del suo (ormai ex) braccio destro Avigdor Lieberman: il ministro degli Esteri, infatti, ha proposto di invadere la Striscia «per farla finita una volta per tutte». Poi caccia dalla compagine di governo Danny Danon, viceministro della Difesa, uno degli uomini di punta del Likud, lo stesso partito del premier. Danon aveva pubblicamente criticato Netanyahu per aver accettato il piano egiziano per la tregua con Hamas: «La decisione del premier è uno schiaffo in faccia agl’israeliani», ha detto Danon.

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Il comunicato sul «licenziamento» la dice lunga sullo stato di agitazione a Gerusalemme. È delle 20.35 di martedì 15 luglio. E bisogna ricordarsela l’ora. «In un momento in cui il governo d’Israele e l’esercito sono nel mezzo di una campagna militare contro le organizzazioni terroristiche e proprio quando stanno facendo di tutto per garantire la sicurezza dello Stato ebraico e dei suoi cittadini, non è accettabile che il viceministro della Difesa attacchi il vertice del Paese proprio sulla gestione della situazione. Alla luce delle sue frasi – che esprimono una mancanza di fiducia nel governo e, personalmente, nel primo ministro, ci si sarebbero aspettate le sue dimissioni. Ma visto che questo non è successo, io (Netanyahu, ndr) ho deciso di allontanarlo dal suo incarico».

L'ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

L’ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

Danon resta parlamentare, sempre nelle file del Likud. E non si capisce se Netanyahu l’abbia cacciato davvero per le sue frasi o, perché, temeva che proprio Danon avrebbe potuto prendersi la fetta più oltranzista del partito. Fatto sta che la replica dell’ex viceministro non si è fatta attendere. Ed è stata altrettanto dura. Durissima. Parte da lontano. E arriva alle redazioni dei giornali alle 20.36. Un minuto dopo la lettera di Netanyahu.

«Il primo ministro è capitolato di fronte al presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, nel momento in cui ha accettato di rilasciare 78 assassini per riprendere i negoziati, quando non ha reagito in modo duro quando i nostri tre ragazzi sono stati uccisi brutalmente e quando stamattina (ieri, ndr) ha accettato il cessate il fuoco con Hamas, rendendo così Israele ancora più debole. Io non potrei accettare l’aria di sconfitta che ormai domina il governo e non tradirei mai i miei valori in cambio della poltrona».

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

La verità è che più passano le ore, più Hamas continua a lanciare razzi, più le sirene continuano a suonare in metà dello Stato ebraico, più la leadership di Netanyahu è messa in discussione dai ministri stessi. Oltre a Lieberman, oltre a Danon, ci sono altre figure di spicco che ormai sono contro le decisioni di Netanyahu. E fanno capire che l’uomo dovrebbe andarsene. Molto critici sono i ministri Yisrael Katz (Likud) e Uzi Landau (Israel Beitenu, il partito di Lieberman).

«Il messaggio che viene dato agl’israeliani dai loro ministri è questo: Netanyahu non sa quello che sta facendo», sintetizzano diversi analisti sui giornali locali e sulle emittenti tv da giorni impegnati con le dirette non stop. «Ma quando la situazione si sarà ristabilita, se si sarà ristabilita, il premier dovrebbe fare i conti una volta per tutte con Lieberman e il suo partito».

© Leonard Berberi

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Una crisi senza vincitori

Alcuni israeliani si rifugiano sotto a un ponte di Tel Aviv mentre le sirene annunciano l'arrivo di alcuni razzi sparati da Hamas (foto Tomer Neuberg/Flash90)

Alcuni israeliani si rifugiano sotto a un ponte di Tel Aviv mentre le sirene annunciano l’arrivo di alcuni razzi sparati da Hamas (foto Tomer Neuberg/Flash90)

E insomma rieccoci. All’ennesimo segmento della storia mediorientale con razzi e missili, vittime e paura, minacce e cinguettii. E moniti internazionali. E telefonate dei leader stranieri che cercano di capire cosa sta succedendo in questo pezzo di mondo dove la calma sembra ormai diventata la pausa pubblicitaria tra un reality (horror) show e l’altro. E su queste inquadrature tutte rivolte verso il cielo dove all’improvviso s’innestano sirene e strisce bianche che salgono verso l’alto e poi si dissolvono in una piccola nuvoletta.

E insomma rieccoci. Ci eravamo lasciati – si fa per dire – con quei tre giovani poveretti ebrei rapiti e uccisi subito in Cisgiordania. E quel loro quasi coetaneo, palestinese, preso come si sceglie un vitellino, torturato e infine bruciato vivo ché quello era l’unico modo – secondo gli autori – di vendicare la morte dei tre massacrati. E ora rieccoci qui. A scrivere l’ennesimo capitolo di un conflitto di cui si è perso il senso e l’inizio.

Quello che resta della casa di Taysir al-Batsh, il capo della polizia di Gaza, dopo il bombardamento israeliano (foto Hatem Moussa/Ap)

Quello che resta della casa di Taysir al-Batsh, il capo della polizia di Gaza, dopo il bombardamento israeliano (foto Hatem Moussa/Ap)

La verità – mentre dall’8 luglio a ieri almeno 900 razzi sono stati sparati da Gaza verso il suolo israeliano –, ecco, la verità è che in questo ennesimo paragrafo nessuno può vincere. E niente cambierà. Se non per quelli che muoiono. Per le loro famiglie. E per chi deve passare l’ennesima settimana col fiato in gola e una paura che non fa dormire e angoscia.

Israele non può permettersi di perdere il «referente» sulla Striscia. Conosce i vertici di Hamas. Sa dove vivono. Registra tutti i loro movimenti. Annota i loro piani. Ma se Hamas dovesse venire meno a Gaza andrebbero al potere i gruppi più radicali. E più imprevedibili. Dall’altra parte anche Hamas sa che non può vincerla questa ennesima «guerra». Non ne ha i mezzi. Non ha gli uomini. E, in fondo, non è il suo obiettivo politico.

Un vigile del fuoco di Gaza City vicino alle fiamme in un deposito delle Nazioni Unite dopo l'attacco israeliano (foto Mahmud Hams/Afp)

Un vigile del fuoco di Gaza City vicino alle fiamme in un deposito delle Nazioni Unite dopo l’attacco israeliano (foto Mahmud Hams/Afp)

Eppure si spara. Eppure si muore. E ai vertici ognuno ha i suoi di piani. Il premier israeliano Netanyahu deve tirare avanti ancora alcuni mesi con la sua coalizione di centro-destra che negli ultimi giorni s’è trasformata in una sorta di Armata Brancaleone con leader che quasi si strappano le vesti (e intanto strappano pezzi di accordi politico-elettorali). I leader di Hamas hanno un’altra urgenza: trovare soldi. Dall’Egitto sono mesi che non arriva quasi più nulla. Da Ramallah – la capitale designata del futuro Stato della Palestina – i fondi procedono a singhiozzo. Alla fine un territorio con almeno 1,7 milioni di persone bisogna pur gestirlo. Servono i contanti per pagare gli stipendi. E per far andare la «macchina».

Eppure si minaccia. Con Netanyahu che fa capire di essere pronto all’invasione via terra. Pur sapendo benissimo – lui, la sua coalizione, Israele e i palestinesi – che no, lo Stato ebraico non può spingersi a così tanto. Non ora almeno. Ma intanto mobilita «più di 30 mila riservisti» (secondo l’esercito israeliano) o «42 mila soldati» (secondo la tv locale Canale 2). Numeri che spaventano quelli di Hamas. Ma non quanto il rosso nelle sue casse pubbliche.

E insomma rieccoci. All’ennesimo segmento della storia mediorientale. In attesa del nuovo accordo che sancisca la fine delle ostilità. E delle foto con le strette di mano. E la soddisfazione dei «mediatori». E di quella domanda che aleggia, ma che nessuno – a questo punto e a questa latitudine – si pone più ormai: ma a che è servito tutto questo?

© Leonard Berberi

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