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E a Gaza arriva il primo impianto della Coca Cola

L'impianto di produzione della Coca Cola a Ramallah, in Cisgiordania: qui lavorano circa 350 persone (foto di Julien Goldstein)

L’impianto di produzione della Coca Cola a Ramallah, in Cisgiordania: qui lavorano circa 350 persone (foto di Julien Goldstein)

La guerra delle bollicine. Dopo oltre mezzo secolo il monopolio è finito. Certo, da quelle parti di soldi non ne girano molti. E ogni anno scoppia sempre qualche crisi che rischia di mandare in frantumi l’investimento. Però, ecco, quel unico marchio per molti non si poteva proprio sopportare. E allora ecco il diretto concorrente: stessa ricetta, gusto diverso e una sfida – a colpi bottiglie e lattine – che ora si trascina anche qui. Nel cuore della Striscia.

E allora. Dopo la Pepsi ecco la Coca Cola. Il marchio della bibita con le bollicine ha avviato ieri i lavori per la costruzione di un impianto anche a Gaza. La società produrrà nella zona industriale di Karmi, alla periferia della città, costerà circa 20 milioni di dollari e dovrebbe portare lavoro a mille dipendenti. Cifre ridimensionate da Imad Hindi, il direttore di produzione, che parla di 300 nuovi posti.

Bottiglie di Coca Cola appena prodotto nello stabilimento di Bnei Brak, in Israele (foto di Yaakov Naumi / Flash90)

Bottiglie di Coca Cola appena prodotto nello stabilimento di Bnei Brak, in Israele (foto di Yaakov Naumi / Flash90)

Il materiale con i primi impianti è partito dalla Giordania, ha viaggiato su nove camion per le vie d’Israele, poi è approdato al terminal «Yitzhak Rabin» dov’è stato controllato e quindi fatto arrivare nella Striscia attraverso il valico di Kerem Shalom. Ad attenderli tanti curiosi e soprattutto loro, Munib al-Masri e Zahi Khouri, gli imprenditori che hanno voluto la costruzione. Khouri, poi, è anche il presidente della Palestinian Nation Beverage Company e possiede tre centri di stoccaggio della Coca Cola in Cisgiordania.

Il marchio promette di far uscire le prime bottiglie alla fine del 2015 e assicura tante attività collaterali, a partire dall’impegno sociale. Anche perché il tasso di disoccupazione, a Gaza, viaggia al 40%. Intanto se la dovrà vedere con il diretto concorrente, la Pepsi, che nella Striscia produce dal 1962 la 7-Up e dal 1997 la Pepsi Cola.

© Leonard Berberi

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Le colline, il deserto, le proteste Viaggio in Israele e Palestina

In una stradina di Idhan, in Cisgiordania, a un chilometro dalla Linea Verde che separa Israele e West Bank (foto di Simone Giovanni Colombo)

In una stradina di Idhna, in Cisgiordania, a un chilometro dalla Linea Verde che separa Israele e West Bank (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

L’autore delle istantanee lo conosco. Abbiamo studiato nella stessa università. Abbiamo litigato – e continuiamo a farlo – su tutto quello che riguarda Israele e Palestina, Gerusalemme e Gaza, Hamas e Netanyahu. Perché lui, Simone Giovanni Colombo, 30 anni del Lecchese, è dichiaratamente, smaccatamente filo-palestinese. Il che poco – o mal – si concilia con il mio stare fuori dalla diatriba su chi abbia ragione e chi torto.

E però Simone ha un talento, o un dono: sa fare foto. Le sa fare bene. Riesce a cogliere angoli di Medio Oriente che spesso sfuggono agli altri. Eppoi, certo, ha un’ottima tempistica degli scatti. Cosa che non guasta, anzi.

«Quando normalmente parto per un viaggio fotografico – racconta Simone – parto con la consapevolezza che il mio compito sarà quello di riprendere il più possibile i momenti salienti della mia giornata o un particolare evento programmato». Quindi ecco la «sveglia all’alba per trovare condizioni di luce ideale e cosi per tutto il giorno in attesa dello scatto buono». Questi sono alcuni degli scatti del suo viaggio in Israele e Cisgiordania.

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La Porta di Damasco, uno degli ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

La Porta di Damasco, uno degli ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Un camion della Coca Cola a nord di Ramallah, in Cisgiordania  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Un camion della Coca Cola a nord di Ramallah, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Nuove costruzioni a Ramallah  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Nuove costruzioni a Ramallah (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Le scritte contro i coloni ebrei sul muro di un campo sportivo di Ramallah, in Cisgiordania  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Le scritte contro i coloni ebrei sul muro di un campo sportivo di Ramallah, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Una delle stazioni degli autobus di Hebron, in Cisgiordania  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Una delle stazioni degli autobus di Hebron, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Si scava e si lavora a Beit Einun, a qualche chilometro di distanza da Hebron  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Si scava e si lavora a Beit Einun, a qualche chilometro di distanza da Hebron (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Tra le colline rocciose del villaggio di Al-Tuwani, a sud di Hebron (foto di Simone Giovanni Colombo / Falafel Cafè)

Tra le colline rocciose del villaggio di Al-Tuwani, a sud di Hebron (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Proteste e lacrimogeni a Bil'in, villaggio a ridosso del muro di separazione (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Proteste e lacrimogeni a Nil’in, villaggio a ridosso del muro di separazione (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

La Città Vecchia di Nablus, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

La Città Vecchia di Nablus, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Nel Deserto del Negev, in Israele (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Nel Deserto del Negev, in Israele (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Il Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Il Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Il tramonto sul Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Il tramonto sul Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

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Dalla distruzione alla vittoria, è un siriano il re di “Arab Idol”

Hazim Sharif festeggia la vittoria alla trasmissione canora "Arab Idol" sabato 13 dicembre a Beirut, in Libano (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

Hazim Sharif festeggia la vittoria alla trasmissione canora “Arab Idol” sabato 13 dicembre a Beirut, in Libano (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

La prima cosa che ha fatto, mentre ancora lo applaudivano, è stata chiedere a Dio di far finire il bagno di sangue. Poi ha ringraziato tutti. Si è commosso. Ha dedicato la vittoria alla sua famiglia e alla sua nazione. Ed è diventato – forse senza volerlo – un altro «eroe» mediorientale. In grado di riaccendere la speranza in una porzione di mondo devastata dalla guerra civile. O, almeno, capace di distrarre per alcune ore milioni di persone alle prese con un nuovo inverno nel bel mezzo del mattatoio a cielo aperto.

È Hazim Sharif, ventunenne di Aleppo, in Siria, il nuovo idolo del mondo musicale arabo. È lui il vincitore dell’ultima edizione di «Arad Idol», premiato sabato 13 dicembre con migliaia di voti del pubblico nella cornice mediterranea di Zouk Mosbeh, quartiere a nord di Beirut, in Libano. Un riconoscimento che, per il secondo anno consecutivo, va a un rappresentante di un’area complicata. Nel 2013 a portarsi a casa il premio è stato Mohammed Assaf, 23enne di Gaza.

Quando hanno fatto il nome di Sharif centinaia di persone sono scese a festeggiare nelle strade bombardate di Aleppo, la città dei ribelli da più di tre anni in guerra contro il presidente siriano Bashar al-Assad. Ma anche Damasco non è stata da meno. Con decine di persone a celebrare la vittoria di Sharif e di una nazione sventolando la bandiera siriana in ristoranti e nelle vie del centro.

Bandiera che il cantante non s’è portata sul palco. Più per motivi diplomatici. Perché di vessilli ora in Siria ce ne sono due: quella ufficiale, di al-Assad, e quella degli oppositori del presidente. «Spero che la mia vittoria riesca a riportare in primo piano la situazione nel mio Paese», ha detto Sharif subito dopo la proclamazione. «Quello che vorrei ora è avere l’onore di organizzare il mio primo concerto in Siria, tra la mia gente».

I tre finalisti della terza stagione di "Arab Idol". Da sinistra: il vincitore Hazim Sharif (Siria), Haitham Khalailah (Palestina), Majid Al Madani (Arabia Saudita) poco prima della fine della puntata (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

I tre finalisti della terza stagione di “Arab Idol”. Da sinistra: il vincitore Hazim Sharif (Siria), Haitham Khalailah (Palestina), Majid Al Madani (Arabia Saudita) poco prima della fine della puntata (foto di Mohamed Azakir / Reuters)

Finisce così «Arab Idol». Trasmessa dalla tv privata Mbc (Middle East Broadcasting center) è durata quattro mesi ed è stata la trasmissione più seguita del mondo arabo con milioni di telespettatori. Tutti o quasi convinti che a vincere sarebbe stato proprio lui, il siriano di Aleppo Hazim Sharif. Troppo deboli – e forse con storie personali poco convincenti – i diretti concorrenti della fase finale arrivati dalla Palestina (Haitham Khalailah) e dall’Arabia Saudita (Majid Al Madani). Per Sharif il premio è di 66 mila dollari, un contratto discografico con la Platinum Records, l’incisione di tre singoli e un videoclip. E, infine, una vacanza alle Seychelles.

© Leonard Berberi

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Elezioni in Israele, il nuovo centrosinistra e un Paese diviso

Isaac Herzog, leader laburista, con Tzipi Livni, numero uno di Hatnuah, mercoledì 10 dicembre mentre annunciano l'accordo elettorale in vista delle elezioni del 17 marzo 2015 (foto Flash 90)

Isaac Herzog, leader laburista, con Tzipi Livni, numero uno di Hatnuah, mercoledì 10 dicembre mentre annunciano l’accordo elettorale in vista delle elezioni del 17 marzo 2015 (foto Flash 90)

«La carriera di Tzipi Livni: con 28 seggi non ha avuto nulla. Con 6 è diventata ministro. Con zero (secondo i sondaggi) premier. Impressionante». La frase – o meglio: il tweet – è di Dana Weiss, uno dei volti del telegiornale di Canale 2. E potrebbe essere pure la sintesi migliore sulle elezioni (anticipate) che si svolgeranno in Israele il 17 marzo 2015.

Ieri il partito laburista locale – ora all’opposizione – si è alleato con Hatnuah, la formazione centrista di Tzipi Livni, da poco ex ministro della Giustizia, cacciata dal premier Benjamin Netanyahu insieme con Yair Lapid, leader di Yesh Atid ed ex ministro delle Finanze. «È il momento di cambiare», ha detto Isaac Herzog, leader laburista, di fianco a Livni e davanti a uno striscione con la scritta «Insieme vinciamo». Di sicuro, almeno secondo i sondaggi, ci guadagnerebbe Livni: se corresse da sola non riuscirebbe ad avere nemmeno un seggio.

Le formazioni più votate secondo il sondaggio dell'Università di Tel Aviv: Labor-Hatnuah 22 seggi (su un totale di 120), Likud (Netanyahu) 20, Habayit Hayehud (Naftali Bennett) 15, Kulanu (Moshe Kahlon) 13, Yisrael Beitenu (Avigdor Lieberman) 11, Yesh Atid (Yair Lapid) 10 (fermo immagine da Canale 10)

Le formazioni più votate secondo il sondaggio dell’Università di Tel Aviv: Labor-Hatnuah 22 seggi (su un totale di 120), Likud (Netanyahu) 20, Habayit Hayehud (Naftali Bennett) 15, Kulanu (Moshe Kahlon) 13, Yisrael Beitenu (Avigdor Lieberman) 11, Yesh Atid (Yair Lapid) 10 (fermo immagine da Canale 10)

«Quando riceverò il mandato – ha continuato Herzog – io sarò primo ministro per i primi due anni e Tzipi Livni per la seconda metà della durata del mandato». «Il centro sionista si è sollevato contro i partiti dell’estrema destra», ha aggiunto l’ex numero uno della Giustizia.

A dare speranza alle due formazioni il sondaggio dell’Università di Tel Aviv per Canale 10. Dice quella rilevazione che un blocco di centrosinistra composto laburisti e Hatnuah avrebbe la meglio sul Likud, il partito di Netanyahu, per 22 seggi (su un totale di 120) a 20. Al terzo posto ci sarebbero gli ultranazionalisti di Naftali Bennett, capo di Habayit Hayehud e sostenitore degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Un risultato che, però, mostra ancora una volta l’incertezza su una possibile coalizione di governo. E che, a dirla tutta, per ora vede favorito più il premier uscente che il blocco di centrosinistra.

Le preferenze del sondaggio per gli altri partiti: a sinistra quelli religiosi, a destra quelli arabi (fermo immagine da Canale 10)

Le preferenze del sondaggio per gli altri partiti: i meno votati risulterebbero quelli arabo-israeliani (fermo immagine da Canale 10)

«L’accoppiata Livni-Herzog rappresentano il “dream team” di Abu Mazen (il presidente palestinese, nda)», hanno ironizzato i vertici del Likud. «Non ci sono dubbi su quello che ci si potrebbe aspettare da un governo di sinistra», a partire dalle «pericolose concessioni su Gerusalemme e in tutta la nostra madrepatria».

Ora tutti cercano di capire cosa farà Yair Lapid, il vero vincitore della tornata del 2013, arrivato secondo con un partito nato pochi mesi prima: correrà da solo o – come ritengono in molti – alla fine si unirà a laburisti e Hatnuah? In attesa di capirlo ha finalmente trovato un nome la formazione di Moshe Kahlon, ex dirigente del Likud ed ex ministro della Comunicazione molto amato per avere ridotto drasticamente le tariffe telefoniche in Israele e ora in forte ascesa. La sua nuova formazione si chiamerà «Kulanu» (Tutti noi) e secondo i sondaggi potrebbe guadagnare tra i 10 e i 13 seggi.

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Le incognite del voto di marzo (e del futuro premier d’Israele)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa in cui annuncia la fine della maggioranza e chiede le elezioni anticipate (foto Reuters)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa in cui annuncia la fine della maggioranza e chiede le elezioni anticipate (foto Reuters)

L’ufficio del primo ministro d’Israele non è molto grande. A vederlo così – con una scrivania, una libreria, una tv a schermo piatto, tende chiare che coprono le finestre da cima a fondo e una lampada da tavolo – ha tutte le caratteristiche di un normale ufficio. E però è qui che vengono prese le decisioni più importanti per milioni di persone. Decisioni che, per dirla con molti analisti, «spesso sono di vita e di morte».

Per entrare nella stanza più «intima» del primo ministro d’Israele bisogna aprire due porte. La prima introduce a una stanzetta, una sorta di disimpegno. La seconda alla scrivania delle scelte storiche. Il premier Benjamin Netanyahu – nonostante le accuse di essere uno spendaccione – l’ha sempre voluto tenere così il suo studio: semplice. Perché è da lì che si fa vedere in tv alla nazione. È da lì che spiega a centinaia di migliaia di persone che cosa succederà nei giorni successivi.

Netanyahu durante la registrazione di un'intervista televisiva dal suo studio gli ultimi giorni di novembre scorso (foto da Facebook)

Netanyahu durante la registrazione di un’intervista televisiva dal suo studio gli ultimi giorni di novembre scorso (foto da Facebook)

Ma queste potrebbero essere le ultime settimane di Netanyahu là dentro. Il voto del 17 marzo 2015 – voto anticipato, dopo il collasso dell’esecutivo – rischia di chiudere la sua carriera politica. Anche se i sondaggi, per ora, danno il suo partito – di destra – al comando. Anche se le altre formazioni di destra uscirebbero ancora più rafforzate di prima. Perché quella del 17 marzo non sarà un’elezione. Sarà un referendum. Su Netanyahu. Il primo ministro che – per molti – ha difeso l’esistenza d’Israele. Per tanti altri ha seppellito qualsiasi tentativo di far la pace con i palestinesi.

Le incognite non mancano. Al netto dei sondaggi – che certo nel Paese hanno dimostrato abbastanza affidabilità – il premier dovrà vedersela con un quadro geopolitico cambiato. Sempre più nazioni – anche se in via simbolica – votano per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Gli Stati Uniti non nascondono l’insofferenza per l’attuale classe dirigente. L’Unione europea si prepara a cambiare registro diplomatico e a cercare di penalizzare ancora di più l’economia degli insediamenti. Il mondo arabo ribolle. La Siria è collassata. Gli estremisti dell’Isis minacciano la sicurezza d’Israele. In generale la vita quotidiana degli ebrei – in Medio Oriente, in Europa, negli Usa – è diventata più complicata. E questo, dietro la tendina del seggio elettorale potrebbe finire per fare la differenza.

Yair Lapid, ex conduttore di tg, ex ministro delle Finanze e leader di Yesh Atid a Gerusalemme lo scorso 2 dicembre subito dopo essere stato "licenziato" dal premier Netanyahu (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Yair Lapid, ex conduttore di tg, ex ministro delle Finanze e leader di Yesh Atid a Gerusalemme lo scorso 2 dicembre subito dopo essere stato “licenziato” dal premier Netanyahu (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

«La verità è che il prossimo primo ministro – chiunque esso sia – potrebbe trovarsi a dover ricoprire l’incarico più delicato e difficile della storia dello Stato d’Israele», commenta Eitan Haber sul quotidiano Yedioth Ahronoth. «La questione non riguarda più la tutela della vita dei cittadini israeliani contro il terrorismo. Il problema non sono più soltanto Hezbollah o Hamas. La questione più grande è l’aumento dell’onda islamica in quasi tutto il mondo, e sicuramente in Europa e Medio Oriente.

«Il premier Netanyahu ha ragione su una cosa: gl’israeliani si meritano un governo migliore», spiega Sima Kadmon, analista sempre per lo Yedioth Ahronoth, il giornale più venduto nel Paese. Ma è l’unica cosa che lei concede al primo ministro. Perché, continua, «la conferenza stampa in cui ha dichiarato il collasso del suo esecutivo è stata patetica. La lista della spesa con gli esempi delle presunte malefatte dei suoi due ministri dissidenti (Yair Lapid, ex capo delle Finanze, e Tzipi Livni, ex guida della Giustizia) è stata così ridicola che nessuno alla fine voleva ricordargli tutte le cose che ha fatto lui quand’era ministro contro il suo stesso premier, Ariel Sharon». «Il tipo di governo che Netanyahu ci sta offrendo – chiude Kadmon – è quello della destra estrema e degli ebrei ultraortodossi. Sono loro i suoi alleati naturali. Solo con loro lui si sente a casa».

Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni con Netanyahu, ora leader di un partito - che non ha ancora un nome - ma che secondo i sondaggi dovrebbe andare molto bene (foto Flash90)

Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni con Netanyahu, ora leader di un partito – che non ha ancora un nome – ma che secondo i sondaggi dovrebbe andare molto bene (foto Flash90)

La stampa si è molto divisa sulla crisi di governo e sull’annuncio delle elezioni anticipate. Ma nessuno, a questo punto, può negare che a livello politico sta succedendo quello che – storicamente – succede da vent’anni a questa parte: il blocco di destra torna compatto, quello di sinistra continua ad essere minoritario, mentre il centro è alla ricerca di un’identità. E intanto dialoga con la sinistra. Nella speranza di avere almeno 61 seggi (su 120) al parlamento.

In tutto questo – e tolte le incognite esterne – ce ne sono almeno cinque «interne». Incognite importanti. Che potrebbero spostare di qua o di là migliaia di voti. Per esempio: quanti voti «ruberà» a Netanyahu il partito (che non ha ancora un nome) di Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni proprio con Netanyahu? E Avigdor Lieberman, di destra anche lui con la sua Yisrael Beitenu e ministro degli Esteri, quanto riuscirà ad attirare l’elettorato di origine sovietica, visto che quella è anche la sua origine? E le formazioni ultrareligiose – quelle sedotte e abbandonate da Netanyahu nel 2013 – perdoneranno l’attuale primo ministro o gli diranno no a una possibile coalizione? E gli arabo-israeliani, un quinto della popolazione totale, andranno a votare in massa questa volta o diserteranno le urne come fanno da decenni? E la sicurezza – che va dal diritto d’esistere alla salvaguardia dei confini – quanto peserà al momento del voto?

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Il vertice Netanyahu – Lapid e il collasso del governo

Yair Lapid, ministro delle Finanze (a sinistra) e Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele (foto Flash 90)

Yair Lapid, ministro delle Finanze (a sinistra) e Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele (foto Flash 90)

Lasciato in sospeso per giorni, alla fine l’incontro c’è stato. E se non stabilisce una data per le elezioni anticipate, di certo conferma una cosa che da tempo tutti davano ormai per certa: la dissoluzione dell’attuale coalizione che regge il governo di Benjamin Netanyahu. Bisogna soltanto capire, a questo punto, se il primo ministro ha già in testa la nuova configurazione dell’esecutivo – fuori i centristi laici, dentro l’ultradestra religiosa – o se si andrà alle urne prima della scadenza naturale. Forse già a marzo 2015.

È finito nella notte tra lunedì e martedì il faccia a faccia – tanto atteso, tanto richiesto, tanto temuto – tra Netanyahu e Yair Lapid, il ministro delle Finanze e il leader di Yesh Atid, il secondo partito più votato alle ultime elezioni. Ed è stato un incontro – l’ultimo, prima del precipizio – giocato però tutto all’attacco dal premier. Con una lunga sequenza di accuse, a partire da quella di aver danneggiato il governo e il Paese. E un elenco di cinque punti da far sottoscrivere a Lapid, il volto nuovo della politica israeliana, dopo anni da conduttore del principale telegiornale del Paese.

Così non è stato. Lapid non solo non s’è fatto spaventare. Ha a sua volta accusato Netanyahu di fare il gioco dell’estrema destra e di chi non vuole vedere la pace nel Paese e nell’area. «Il primo ministro vuole trascinarci tutti a elezioni anticipate, fregandosene dei bisogni e degli interessi degl’israeliani», ha commentato il ministro delle Finanze. «Io così non posso governare – gli ha ribattuto Netanyahu – e il mio popolo mi ha chiesto di guidarli. Se non si arriva a un accordo allora meglio andare ognuno per la sua strada e a elezioni anticipate».

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell'esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell’esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Il vertice che doveva far riavvicinare le due teste dell’esecutivo è iniziato al calar del sole nell’ufficio di Netanyahu. Il quale, da subito, ha affrontato Lapid a muso duro. «Non si può andare avanti con questo governo dove tu, Yair, e il tuo partito non fate altro che attaccarci ogni giorno». Quindi ecco le cinque richieste, da firmare, da accettare, da digerire. Cinque richieste, fanno notare molti analisti, che avrebbero decretato la fine del partito di Lapid. La prima: basta attaccare il governo. La seconda: basta criticare l’esecutivo nel rapporto con gli Stati Uniti. La terza: votare la proposta di Netanyahu di istituzionalizzare l’«ebraicità» d’Israele nelle carte fondamentali, mossa giudicata al limite del razzismo di Stato da Lapid. La quarta: che Lapid, da ministro delle Finanze, dia 6 miliardi di shekel (circa 1,2 miliardi di euro) aggiuntivi alla Difesa, cosa che l’ex conduttore non vuole fare. La quinta: che sblocchi i fondi necessari perché l’esercito finisca di spostare le basi di addestramento nel sud del Negev.

Tutte richieste che Lapid ha rispedito al mittente con un secco «no». «I punti di Netanyahu sono irricevibili, ma è chiaro che lui vuole trascinarci a elezioni anticipate, anche se non sono nell’interesse d’Israele. I bisogni degl’israeliani sono in fondo alla lista delle priorità del primo ministro. Primo ministro che vuole andare al governo con gli ultraortodossi». Sulla stessa linea è anche Tzipi Livni, il ministro della Giustizia e leader di Hatnua, altra formazione molto critica nei confronti di Netanyahu. Livni è stata ricevuta dal primo ministro subito dopo Lapid. E anche in questo caso l’incontro non ha portato a nulla. Se non all’ufficializzazione della crisi e della prossima uscita dal governo.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash90)

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash90)

E ora che succede? Le strade, come scritto, sono due. Elezioni anticipate o una nuova squadra di governo con Netanyahu al vertice sorretto da una coalizione con il baricentro spostato fortemente a destra. Anche se uno degli esponenti di Shas, la formazione ultrareligiosa che potrebbe sostenere un nuovo esecutivo, ha fatto sapere che preferisce il voto in primavera.

Voto che, stando agli ultimi sondaggi, non dovrebbe aiutare più di tanto. Perché dalle urne non uscirebbe nessun partito dominante e nemmeno una coalizione forte. Il blocco di destra – con il partito di Netanyahu da guida – otterrebbe 48 seggi sugli almeno 61 richiesti per formare il governo. L’area degli ultraortodossi la spunterebbe con 15 seggi. Altri 24 andrebbero ai centristi, da Lapid (Yesh Atid) a Livni (Hatnua). Quindi la sinistra con 22 e gli arabi con 11.

A livello di partito il Likud, quello del primo ministro, sarebbe ancora il più votato fino ad avere 23 seggi. Jewish Home di Naftali Bennett – formazione che strizza l’occhio ai coloni in Cisgiordania – balzerebbe al secondo posto con 18 seggi. I Laburisti strapperebbero 14 parlamentari. Lapid scenderebbe a 13 seggi. Gli ultra-ortodossi andrebbero a 15. La sinistra di Meretz a 8. Avigdor Lieberman – ministro degli Esteri e leader di Yisrael Beitenu – non supererebbe i 7 seggi, Moshe Kahlon – ex ministro di Netanyahu – vincerebbe 7 seggi con il suo nuovo partito, gli arabi con 11 e Livni con 4.

© Leonard Berberi

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