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Una crisi senza vincitori

Alcuni israeliani si rifugiano sotto a un ponte di Tel Aviv mentre le sirene annunciano l'arrivo di alcuni razzi sparati da Hamas (foto Tomer Neuberg/Flash90)

Alcuni israeliani si rifugiano sotto a un ponte di Tel Aviv mentre le sirene annunciano l’arrivo di alcuni razzi sparati da Hamas (foto Tomer Neuberg/Flash90)

E insomma rieccoci. All’ennesimo segmento della storia mediorientale con razzi e missili, vittime e paura, minacce e cinguettii. E moniti internazionali. E telefonate dei leader stranieri che cercano di capire cosa sta succedendo in questo pezzo di mondo dove la calma sembra ormai diventata la pausa pubblicitaria tra un reality (horror) show e l’altro. E su queste inquadrature tutte rivolte verso il cielo dove all’improvviso s’innestano sirene e strisce bianche che salgono verso l’alto e poi si dissolvono in una piccola nuvoletta.

E insomma rieccoci. Ci eravamo lasciati – si fa per dire – con quei tre giovani poveretti ebrei rapiti e uccisi subito in Cisgiordania. E quel loro quasi coetaneo, palestinese, preso come si sceglie un vitellino, torturato e infine bruciato vivo ché quello era l’unico modo – secondo gli autori – di vendicare la morte dei tre massacrati. E ora rieccoci qui. A scrivere l’ennesimo capitolo di un conflitto di cui si è perso il senso e l’inizio.

Quello che resta della casa di Taysir al-Batsh, il capo della polizia di Gaza, dopo il bombardamento israeliano (foto Hatem Moussa/Ap)

Quello che resta della casa di Taysir al-Batsh, il capo della polizia di Gaza, dopo il bombardamento israeliano (foto Hatem Moussa/Ap)

La verità – mentre dall’8 luglio a ieri almeno 900 razzi sono stati sparati da Gaza verso il suolo israeliano –, ecco, la verità è che in questo ennesimo paragrafo nessuno può vincere. E niente cambierà. Se non per quelli che muoiono. Per le loro famiglie. E per chi deve passare l’ennesima settimana col fiato in gola e una paura che non fa dormire e angoscia.

Israele non può permettersi di perdere il «referente» sulla Striscia. Conosce i vertici di Hamas. Sa dove vivono. Registra tutti i loro movimenti. Annota i loro piani. Ma se Hamas dovesse venire meno a Gaza andrebbero al potere i gruppi più radicali. E più imprevedibili. Dall’altra parte anche Hamas sa che non può vincerla questa ennesima «guerra». Non ne ha i mezzi. Non ha gli uomini. E, in fondo, non è il suo obiettivo politico.

Un vigile del fuoco di Gaza City vicino alle fiamme in un deposito delle Nazioni Unite dopo l'attacco israeliano (foto Mahmud Hams/Afp)

Un vigile del fuoco di Gaza City vicino alle fiamme in un deposito delle Nazioni Unite dopo l’attacco israeliano (foto Mahmud Hams/Afp)

Eppure si spara. Eppure si muore. E ai vertici ognuno ha i suoi di piani. Il premier israeliano Netanyahu deve tirare avanti ancora alcuni mesi con la sua coalizione di centro-destra che negli ultimi giorni s’è trasformata in una sorta di Armata Brancaleone con leader che quasi si strappano le vesti (e intanto strappano pezzi di accordi politico-elettorali). I leader di Hamas hanno un’altra urgenza: trovare soldi. Dall’Egitto sono mesi che non arriva quasi più nulla. Da Ramallah – la capitale designata del futuro Stato della Palestina – i fondi procedono a singhiozzo. Alla fine un territorio con almeno 1,7 milioni di persone bisogna pur gestirlo. Servono i contanti per pagare gli stipendi. E per far andare la «macchina».

Eppure si minaccia. Con Netanyahu che fa capire di essere pronto all’invasione via terra. Pur sapendo benissimo – lui, la sua coalizione, Israele e i palestinesi – che no, lo Stato ebraico non può spingersi a così tanto. Non ora almeno. Ma intanto mobilita «più di 30 mila riservisti» (secondo l’esercito israeliano) o «42 mila soldati» (secondo la tv locale Canale 2). Numeri che spaventano quelli di Hamas. Ma non quanto il rosso nelle sue casse pubbliche.

E insomma rieccoci. All’ennesimo segmento della storia mediorientale. In attesa del nuovo accordo che sancisca la fine delle ostilità. E delle foto con le strette di mano. E la soddisfazione dei «mediatori». E di quella domanda che aleggia, ma che nessuno – a questo punto e a questa latitudine – si pone più ormai: ma a che è servito tutto questo?

© Leonard Berberi

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2 anni

Due anni. Sono passati esattamente due anni dal primo post di questo blog. Si parlava di porno e di Road Map, di film a luci rosse e di processi di pace. Ieri  come oggi – sul fronte negoziati – è cambiato davvero poco. E a volte si ha la sensazione che cambierà davvero poco anche nei prossimi mesi.

Buon compleanno blog! Tra alti (tanti) e bassi (pochini), ne abbiam viste di tutti i colori. E tra poco – dopo una lunga pausa – si torna a informare.

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La solitudine di Israele

Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivato il chiarimento di Ankara: con Israele tagliamo i cordoni sì, ma solo quelli militari e diplomatici. Gli altri, quelli economici, restano così come sono. Del resto, chi è quel pazzo disposto di questi tempi a buttare al vento almeno quattro miliardi di interscambi commerciali all’anno?

E allora. Turchia e Israele ai ferri corti. Ormai è ufficiale. Del resto l’andazzo di Erdogan (foto sopra, a destra Netanyahu), sempre più leader islamico indiscutibile del Medio Oriente, è questo da mesi. A prescindere dagli incidente a bordo della nave Mavi Marmara dell’anno scorso al largo di Gaza. La nuova linea diplomatica di Ankara – stando ai bene informati – sarebbe stata decisa già nel 2009. Quando in un colloquio riservato il premier turco avrebbe fatto capire che gli equilibri dell’area sarebbero cambiati presto e che bisognava riposizionarsi nello scacchiere. «Israele non potrà godere più di tanto dell’appoggio americano, visto il declino della potenza», avrebbe detto Erdogan ad alcuni dei suoi. «L’Iran sarà sempre più debole a livello internazionale e le pressioni palestinesi per il riconoscimento di un vero e proprio Stato sui confini del 1967 usciranno dai confini locali». Certo non avrebbe previsto il crollo dell’Egitto, Erdogan. Ma avrebbe dato per certo una rivolta contro Assad in Siria.

Un premier turco lungimirante? Forse. Anche se i primi passi concreti sono arrivati solo in queste settimane. Recapitando un messaggio devastante per Israele: attenti, ora siete soli. E infatti a Tel Aviv come a Gerusalemme si parla soprattutto di questo: dell’isolamento. Politico, sì. Militare, soprattutto. Perché la Turchia non era solo un partner strategico. Era una pedina importante che permetteva di stare sicuri sia dal Libano (intendi: Hezbollah) che dalla Siria e dalla Striscia di Gaza (leggi: Hamas).

Gli analisti israeliani ritengono esagerate le reazioni di Tayyip Recep Erdogan dopo le mancate scuse dello Stato ebraico dolo il blitz sulla Freedom Flottiglia. «A meno che – è il ragionamento di alcuni di loro – questa delle scuse ufficiali non sia soltanto una… scusa». Un motivo per staccarsi da un alleato che, nell’area, è sempre più scomodo per i turchi. C’è poi chi, come Dan Margalit – ormai l’unico portavoce del premier israeliano sulla stampa – scrive sul quotidiano nazionalista free press “Israle ha-Yom” (Israele Oggi) che «Erdogan soffre della malattia mentale dell’antisemitismo». E ancora: «Il premier turco coltiva ambizioni neo-imperiali islamico-ottomane con lo scopo di conquistare il primato nel mondo arabo a spese di noi ebrei».

A livello ufficiale, dalle parti di Gerusalemme, la linea è solo una: «A Erdogan non si risponde». Poi, come sempre è successo in questo governo Netanyahu un po’ allo sbando in fatto di politica estera, ecco poi è successo che un ministro, Yisrael Katz (Trasporti), abbia detto – «a titolo personale» – che «le scuse per la questione della Flottiglia restano fuori discussione: la Turchia le lega a una revoca del blocco navale di Gaza che aprirebbe la porta ai traffici di armi di Hamas».

Certo, sostengono gli stessi analisti, Gerusalemme ha fatto la sua parte. La diplomazia «a trazione nazionalista» del premiere Benjamin Netanyahu «ha fallito in lungo e in largo», dice chi queste cose le segue da tempo. E alla fine il nome al centro, oltre a quello del premier, è sempre il solito: Avigdor Lieberman (dietro al premier, nella foto poco sopra). Il ministro degli Esteri, il responsabile delle relazioni con il resto del mondo, non ha mai nascosto il suo volto nazionalista. Che fosse con i musulmani o con gli ebrei. Gl’imbarazzi, ecco, non sono mancati nemmeno quelli. Il fatto è che dopo un po’ le cancellerie di stanza a Tel Aviv hanno smesso di chiamare lui, «Yvette» Lieberman. Qualche ambasciatore occidentale non ha più alzato la cornetta. Qualcun altro ha preferito parlarne direttamente con il premier.

Ora arriva la prova decisiva, quella del 20 settembre. Quando i vertici palestinesi si dovrebbero rivolgere all’Onu per chiedere il riconoscimento dei diritti di sovranità di uno Stato di Palestinese indipendente, con Gerusalemme Est capitale e con i confini esistenti prima della Guerra dei Sei Giorni del 1967. L’Anp dice che avrà il sì di almeno 140 Paesi. Difficilmente il voto porterà subito alla creazione dell’autorità indipendente, ma è anche vero che sono numeri che ormai pesano. E che l’amministrazione Usa non è più in grado di ignorare. Soprattutto alla luce della crisi tra Israele e Turchia.

Non che il resto non conti nulla. Nel nuovo scenario – quello dell’isolamento politico-diplomatico israeliano – fanno ancora più paura i confini per nulla sicuri con l’Egitto lungo il Sinai, Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e quelle fazioni radicali che premono lungo il confine con la Siria, nell’Altura del Golan, in un Paese ormai allo sbando. La sindrome dell’accerchiamento – temuta, prospettata, studiata ed evitata per decenni – rischia di diventare qualcosa di più concreto. E i venti di guerra qualcosa di più di uno scenario da guerrafondai. Basta leggere le reazioni ufficiali del governo di Cipro (membro Ue): «Il nostro Paese farà di tutto per fermare la guerrafondaia Turchia». Li han chiamati proprio così, i turchi: «guerrafondai». Certo, la scusa ufficiale era la minaccia di Ankara di rivedere certi progetti di ricerca di risorse di gas naturale dopo la rottura con Israele. Ma il messaggio di fondo puntava chiaramente ad altro: a salvaguardare il fragile equilibrio dell’isola. E dell’area. Anche a costo di una spedizione militare. Trascinando così l’intera Europa. Che, a dire il vero, sembra dormire.

Leonard Berberi

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Il funambolo Netanyahu

di JANIKI CINGOLI*

Netanyahu si sta producendo in un autentico esercizio di funambolismo: tenere in piedi la sua coalizione senza scontentare gli USA, riaprire il negoziato con i palestinesi senza rompere con i coloni.
Dopo la fine della moratoria di otto mesi sugli insediamenti israeliani, avvenuta il 26 settembre scorso, i negoziati diretti con l’Autorità Nazionale Palestinese, riaperti  da meno di un mese, sono rimasti fermi, per il rifiuto del Presidente Abu Mazen di proseguire negli incontri se il blocco non fosse ripreso.

Il Presidente Obama non ha lesinato gli sforzi e gli incentivi per riannodare le trattative, arrivando a fine settembre a promettere, in una lettera al Premier israeliano, quanto mai nessun Presidente USA aveva fatto prima, in cambio di una nuova moratoria di tre mesi,: garanzia di non chiedere successive proroghe della moratoria; assicurazione che gli USA bloccheranno per un anno ogni proposta di risoluzione che possa essere considerata contraria agli interessi di Israele; impegno a sostenere la possibilità di una permanenza per un lungo periodo transitorio degli israeliani nella Valle del Giordano, anche dopo il raggiungimento di un accordo con i palestinesi; garanzie ulteriori per impedire il contrabbando di armi e missili  a Gaza e anche in un futuro Stato palestinese; e soprattutto un patto complessivo di difesa regionale, in grado di assicurare protezione anche contro le minacce iraniane anche dopo la nascita di uno Stato palestinese. Il Presidente americano si era anche detto disposto a rafforzare la capacità difensiva israeliana e ad aumentare di tre miliardi di dollari il pacchetto di aiuti militari annuali destinato ad Israele.

La lettera includeva l’impegno a fornire armamenti avanzati e sistemi di allarme rapido, inclusi i satelliti.
Il Premier israeliano non aveva in un primo tempo accettato la proposta, con la motivazione che questo avrebbe messo in crisi la sua coalizione, suscitando lo stupore della leadership statunitense. Ma al primo pacchetto di promesse, negli ultimi giorni se ne è aggiunta un’altra pressoché irrinunciabile, avanzata nel lungo incontro Clinton – Netanyahu dell’11 settembre: quella di venti aerei da combattimento di ultima generazione, gli F 35 stealth, i predatori invisibili che potrebbero essere preziosi in caso di un confronto con l’Iran.

A questo punto il Premier israeliano ha cambiato registro, e ha informato il suo Gabinetto ristretto dell’offerta americana, dichiarando che a suo giudizio essa doveva essere accolta nell’interesse di Israele. Ha però condizionato la sua disponibilità a portare al voto la nuova proposta di moratoria al ricevimento di una lettera scritta di impegni (un po’ come quella che Sharon ricevette nel 2003 dall’allora Presidente George Bush Junior). Egli deve affrontare la fiera resistenza, nella sua coalizione, non solo della destra legata ai coloni e di Israel Beytenu, il partito che fa capo al Ministro degli Esteri Lieberman, ma anche di larga parte del suo stesso partito, il Likud. Egli deve sperare nell’astensione dei ministri dello Shas, il partito religioso sefardita, per riuscire a far passare la richiesta USA.
Naturalmente gli stessi coloni sono sul piede di guerra, e hanno già iniziato le manifestazioni gridando al tradimento delle promesse fatte da Netanyahu, che aveva solennemente assicurato che quella cessata il 26 settembre sarebbe stata l’ultima moratoria.

I Palestinesi, dal canto loro, non sono felici dell’evolversi della situazione, e della enorme mancia promessa agli israeliani in cambio di ciò che essi considerano un loro diritto: il congelamento degli insediamenti era già previsto dalla Road map, dal 2003. Il Presidente Abbas ha perciò avviato una seri di contatti, a cominciare dal Presidente egiziano Mubarak, per verificare la possibilità di una approvazione, da parte dell’ONU, della nascita di uno Stato palestinese: una leva per forzare la resistenza israeliana, ma una leva di scarsa consistenza dati gli attuali orientamenti della leadership statunitense.

Obama, certamente indebolito dai risultati delle elezioni USA di mezzo termine, che hanno visto il rafforzamento dei parlamentari USA più favorevoli a Israele, sia repubblicani che democratici, ha quindi scelto la politica dell’appeasement verso lo Stato ebraico, cercando di evitare nuovi scontri, ma insieme di rilanciare in qualche modo il processo negoziale, o quel che ne è restato.

Dietro alla proposta di una moratoria di tre mesi, che in sé è sproporzionata alla entità delle offerte fatte a Netanyahu, si cela la speranza di riuscire, in questi tre mesi, a definire i confini del futuro Stato palestinese, depotenziando quindi lo stesso problema degli insediamenti: Israele avrebbe chiaro dove potrebbe costruire, e dove no, e gli scontri avrebbero fine. Ma Netanyahu ha già dichiarato di non voler dare precedenza alla questione dei confini, e che tutte le problematiche, a cominciare dalla sicurezza, dovranno avere lo stesso grado di priorità.

* Direttore Cipmo – Centro italiano per la pace in Medio Oriente

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Colloqui di Pace, sulla due giorni di Sharm El Sheikh aleggia il pessimismo

A vedere il destino delle manifestazioni di contorno programmate da giorni si può già dire che quelli che partono oggi saranno colloqui fallimentari. Dall’inizio alla fine. Su Sharm El Sheikh, il teatro del grande evento, aleggia una sorta di maledizione. Con un’agenda piena fitta d’impegni che, all’improvviso, non è più così fitta. E con qualche membro delle delegazioni che anticipa alla stampa possibili disaccordi. Prim’ancora che i colloqui siano davvero iniziati.

È questo, in sintesi, quello che è successo lunedì sera, a poche ore dall’inizio della tavolata di Sharm El Sheikh per discutere il destino e il futuro del Medio oriente. Con l’ufficio del primo ministro israeliano che manda una comunicazione ai giornalisti di tutto il mondo arrivati sul versante egiziano del mar Rosso: tutti gli eventi con la presenza della stampa programmati durante la due giorni di summit sono stati cancellati.

Ai giornalisti sarà data la possibilità soltanto di scattare una foto di rito. Quella dei due leader – Mazen per la Palestina, Netanyahu per Israele – mentre si stringono la mano, ma dietro tramano altro. E per fermare in un’istantanea i sorrisi di circostanza dei due protagonisti insieme al padrone di casa (il presidente egiziano Mubarak) e all’inviata di Obama (Hilary Clinton). Per farci cosa non si sa. Se non per mettere il tutto nell’album – sempre più grosso – degl’incontri internazionali, delle speranze mondiali e dei fallimenti politici sulla questione israelo-palestinese.

Non è solo questo. Perché nella raffica di cancellazioni è finita anche la conferenza stampa al prestigioso Hyatt Hotel che doveva essere gestita dal segretario di stato Usa e nella quale le due autorità – Gerusalemme e Anp – avrebbero dovuto rispondere alle domande dei cronisti. Alla base, ci tengono a far sapere gli americani – che di queste cose s’intendono e ci tengono – il fatto che «le divergenze di opinioni tra israeliani e palestinesi non consentiranno di fare un incontro improntato all’ottimismo».

Segno che questi colloqui di Sharm sono falliti ancora prima d’iniziare? Probabile. Ma è un dato di fatto che i disaccordi tra le due parti si sono palesati negli ultimi giorni. Soprattutto per quanto riguarda il destino del congelamento delle nuove costruzioni in Cisgiordania. Condizione indispensabile per i colloqui, secondo Abu Mazen. Mentre Netanyahu, da più parti invitato a prolungare il blocco (a partire dal presidente Usa Obama), ha preferito non rispondere. O meglio: ha preferito alzare bandiera bianca, sperando in una sorta di congelamento naturale.

Per Netanyahu e Abu Mazen iniziano, forse, i due giorni più difficili dei loro percorsi umani e politici. Ma è una due giorni cruciale anche per Obama. Che sul Medio oriente si sta giocando metà della sua reputazione politica. Tra gli americani. Tra gli occidentali. E tra i musulmani.

Leonard Berberi

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La nave, l’assalto e il bambino

C’è Ekrem Çetin, il capo macchina della Mavi Marmara, che posa rilassato con un bambino di pochi mesi (suo figlio?). Ci sono musulmani che – dalla nave – pregano in direzione della Mecca. Ci sono bandiere palestinesi svolazzanti. E imam che arringano la folla. E donne con il velo. E immagini di persone che sembrano compagni di viaggio. Anzi, di vacanza.

Poi ci sono le istantanee della notte tra il 30 e il 31 maggio. Si vedono i soldati israeliani che arrivano sulla barca. Due corpi senza vita coperti da bandiere. Volti smarriti. Buio pesto che diventa prima luce dell’alba poi giorno pieno.

Tutte queste sono le foto pubblicate sulla pagina Flickr dell’Ihh, l’organizzazione turca che ha organizzato i viaggi pro-Gaza. Ognuno dei lettori si può fare un’idea. Mi permetto di fare soltanto una considerazione: in tutto questo, quel povero bambino – in braccio a Çetin – che c’entra?

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Nota ai lettori

Ora che la situazione si è un po’ calmata (pare). Ora che le prese di posizione si sono cristallizzate (pare). Ora che le pedine dello scacchiere mediorientale si stanno muovendo come al loro solito (pare). Ecco, ora che…, questo blog torna alla sua missione principale: fare un certo tipo d’informazione.

Non quella che c’è su tutti i giornali del mondo, ma quell’altra. Quelle delle notizie piccole piccole, delle storie insignificanti agli occhi del mondo, delle vicende che muovono i cuori e le pulsioni di chi vive in Medio Oriente. Degli uomini, delle donne, degli anziani, dei bambini – e, perché no, degli animali – che ogni giorno si alzano e non sanno come andrà a finire la loro giornata. A Tel Aviv come a Hebron. A Gaza come ad Haifa. In un kibbutz come in un insediamento ebraico. In un campo profughi come in una villa di lusso con piscina.

Certo, i grandi fatti li seguiremo sempre. Con lo stesso taglio con cui avete avuto modo di leggere in questi giorni intensi. Non solo per chi in Israele ci ha lavorato, ma anche per chi, come il sottoscritto, da Milano – e grazie a un collega di Tel Aviv – ha dovuto filtrare le notizie, sceglierle, editarle.

Infine, un grazie a voi. Che in questi giorni siete stati così tanti da spingermi a fare le ore piccole. Grazie per la pazienza. Per le critiche. Per i suggerimenti. Soprattutto: per la fiducia. Buona lettura.

(l.b.)

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