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Un giorno a Gerusalemme

Un giorno a Gerusalemme. Da Ovest a Est. E viceversa. Il fotografo Spencer Platt è andato in giro per conto dell’agenzia Getty Images lungo le vie della Città Santa domenica 30 novembre 2014. Ha immortalato la vita nei quartieri dove vivono gli ebrei ultraortodossi, ha fatto un salto nella parte vecchia, poi si è soffermato in quella a maggioranza araba. Ecco il fotoreportage. (l.b.)

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La nuova vita degli ebrei in Iran: “Ci sentiamo al sicuro”

Un iraniano di religione ebraica prega alla sinagoga di Molla Agha Baba Synagogue, a Yazd, 676 chilometri a sud di Teheran, la capitale dell'Iran (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Un iraniano di religione ebraica prega alla sinagoga di Molla Agha Baba Synagogue, a Yazd, 676 chilometri a sud di Teheran, la capitale dell’Iran (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Dice Mahvash Kohan che ora va meglio. Che ora, addirittura, «nessuno se ne vuole andare da qui». «Non come negli anni Ottanta, quando avevamo paura ed eravamo sotto pressione – racconta –. Oggi non siamo più preoccupati. Ci sentiamo al sicuro e gustiamo la libertà».

Kohan è una donna iraniana ed ebrea. Vive a Shiraz, 940 chilometri a sud di Teheran. Qualche giorno fa è stata a Yazd per un pellegrinaggio alla tomba di Harav Oursharga. Ed è lì, in quella città che ha tenuto ancora molto dell’antica Persia, che ha raccontato all’Associated Press la nuova vita di chi come lei, vive sì nello Stato islamico, ma che da decenni si sente minoranza minacciata per via della religione.

Il fatto è che in Iran gli ebrei ci vivono da più di tremila anni. E quella iraniana rappresenta la comunità ebraica più numero del Medio Oriente. Israele esclusa, ovvio. I numeri si sono ridotti e di molto, soprattutto dopo la Rivoluzione khomeinista del 1979: migliaia di persone hanno lasciato il Paese, spaventate dalla piega religiosa.

La preghiera nella sinagoga di Yazd con i tefillin (i filatteri) e altri simboli religiosi (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

La preghiera nella sinagoga di Yazd con i tefillin (i filatteri) e altri simboli religiosi (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Oggi ne sono rimasti circa 20 mila. Su 77 milioni di abitanti. Ma alcuni di loro, intervistati, spiegano che è cambiato qualcosa. E tutto questo, secondo la signora Kohan e tanti altri, succede soltanto da qualche mese e grazie a una persona: Hassan Rouhani, il presidente moderato che ha preso il posto del più radicale Mahmoud Ahmadinejad.

«Il governo stavolta ha sentito la nostra voce e le nostre preoccupazioni. Il fatto che veniamo quantomeno sentiti è una svolta importante», spiega Homayoun Samiah, numero uno dell’Associazione degli ebrei di Teheran. «Ma quando c’era l’altro presidente, Ahmadinejad, nessuno ci dava retta». Ahmadinejad nei discorsi pubblici ha detto più volte che l’Olocausto era un’«invenzione». Nel 2006 sponsorizzò pure una conferenza internazionale organizzata per discutere se il genocidio degli ebrei avesse mai avuto luogo durante la Seconda guerra mondiale.

L'ingresso della sinagoga di Molla Agha Baba di Yazd (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

L’ingresso della sinagoga di Molla Agha Baba di Yazd (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Per questo Rouhani è una boccata d’ossigeno un po’ per tutti. Tanto che – raccontano gli stessi iraniani – ha permesso alle scuole ebraiche di restare chiuse di sabato per osservare lo Shabbat e ha pure donato 400 mila dollari a un’associazione benefica di Teheran. L’ultimo volta, poi, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York s’è portato pure l’unico deputato ebreo.

I gruppi per il rispetto dei diritti umani, però, non esultano. Denunciano che ancora oggi gli ebrei e le altre minoranze sono discriminate dai vertici dello Stato islamico. Ricordano che la tv di Stato iraniana ha trasmesso nel recente passato diversi programmi antisemiti. Ma «qualcosa» è meglio di «niente», almeno nella testa della signora Kohan. «Se siamo qui a Yazd è per celebrare il fatto d’essere ebrei – continua lei –. Siamo orgogliosi di praticare in piena libertà la nostra religione».

© Leonard Berberi

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Quel voto su Israele “Stato della nazione ebraica”

Le bandiere d'Israele e, in mezzo, il simbolo della Knesset, il parlamento (foto di Nati Shohat/Flash90)

Le bandiere d’Israele e, in mezzo, il simbolo della Knesset, il parlamento (foto di Nati Shohat/Flash90)

Le bozze sono tre. Tutte sostengono che «Israele è lo Stato della Nazione ebraica». Tutte, fanno notare in tanti, «non scrivono nemmeno una volta la parola “eguaglianza”». E anche se le differenze sono poche, in alcuni casi risultano fondamentali. Ma soltanto una di quelle bozze (scarica e leggi qui), alla fine, sarà messa al voto. Ed è quella proposta dal primo ministro stesso. Che ha deciso così di decidere la caratteristica base di un Paese e pure di andare all’ultima battaglia contro pezzi del suo governo che da giorni non nascondono l’insoddisfazione nei confronti del premier.

Si apre oggi una settimana importante per Israele. Per l’esecutivo di Benjamin Netanyahu. E per il futuro del Medio Oriente. Perché alla Knesset, il parlamento, arriveranno tre bozze – tra cui appunto quella del premier – che prevedono di aggiornare le Leggi fondamentali (è uno degli Stati senza Costituzione scritta).

Da sinistra: Gilad Erdan (ministro dell'Interno), Yuval Steinitz (ministro dell'Intelligence), Benjamin Netanyahu (primo ministro), Avichai Mandelblit (segretario del Gabinetto) e Yehuda Weinstein (procuratore generale) durante la riunione di governo di ieri, domenica 23 novembre 2014.  (foto di Ohad Zweigenberg/Pool/Flash90)

Da sinistra: Gilad Erdan (ministro dell’Interno), Yuval Steinitz (ministro dell’Intelligence), Benjamin Netanyahu (primo ministro), Avichai Mandelblit (segretario del Gabinetto) e Yehuda Weinstein (procuratore generale) durante la riunione di governo di ieri, domenica 23 novembre 2014 (foto di Ohad Zweigenberg/Pool/Flash90)

Un passaggio che ha già diviso il governo. «Una legge cattiva, voterò contro», ha minacciato Yair Lapid, ministro delle Finanze, leader di Yesh Atid e principale oppositore di Netanyahu. «Oggi nemmeno Menachem Begin (storico leader della destra israeliana, nda) si troverebbe a suo agio nel Likud (il partito del primo ministro, nda)». «Quella bozza è inaccettabile», ha aggiunto Tzipi Livni, ministro della Giustizia e al vertice del partito HaTnua. «Sono disposta anche ad essere cacciata per il mio voto contrario», ha detto a Canale 2.

Ma lui, Netanyahu, va avanti. Guarda alle primarie del suo partito. Cerca di rassicurare la destra del Paese. E ribatte a Lapid e Livni spiegando che «il carattere democratico di Israele è ben saldo e radicato». Quando però gli hanno fatto notare che nella bozza si accentua il carattere ebraico del Paese, il primo ministro ha aggiunto: «Vengono espresse delle riserve crescenti su questo aspetto sia dall’interno che dall’estero, dalla minoranza araba (il 20% della popolazione, nda) e da diverse ong. Per questa ragione è più mai necessaria una legge che da un lato garantisce a tutti i cittadini – ebrei e non, in quanto individui – pieni diritti, ma dall’altro stabilisce che il carattere nazionale d’Israele sarà solo e soltanto ebraico».

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell'esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell’esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Ma cosa c’è scritto nella bozza sostenuta da Netanyahu? C’è scritto, subito all’inizio, che «il diritto all’auto-determinazione nazionale nello Stato d’Israele spetta soltanto al popolo ebraico». Ma stabilisce che è uno «Stato democratico, fondato sui principi di libertà, giustizia e pace, in accordo con la visione dei profeti israeliani».

E ancora. Viene stabilito che «la legge ebraica (quella religiosa, nda) servirà da ispirazione alla Knesset». Mentre le altre due bozze dei deputati Ze’ev Elkin (Likud), Yariv Levin (Likud) – Ayelet Shaked (Jewish Home) sono più «radicali»: prevedono che «la legge ebraica dovrà guidare sia il legislatore che i giudici», dando così più rilevanza alla religione.

Yariv Levin, deputato del Likud, il partito del premier Netanyahu e firmatario della bozza sulle nuove "Leggi fondamentali" d'Israele che prevedono una decisa virata verso l'ebraicità dello Stato (foto di Miriam Alster/Flash90)

Yariv Levin, deputato del Likud, il partito del premier Netanyahu e firmatario della bozza sulle nuove “Leggi fondamentali” d’Israele che prevedono una decisa virata verso l’ebraicità dello Stato (foto di Miriam Alster/Flash90)

Sulla lingua araba – considerata come «ufficiale» oggi – la bozza di Netanyahu non si pronuncia. Mentre quella di Elkin prevede di «declassarla» pur prevedendo una sua specificità. Altro capitolo è quello dei simboli. Nella versione di Netanyahu lo shabbat sarà stabilito come il giorno nazionale del riposo. E l’esecutivo lavorerà per rafforzare i suoi legami con le comunità ebraiche nel mondo. Soprattutto: per difendere i luoghi sacri entro i confini israeliani.

Mercoledì, dopodomani, la bozza arriverà in parlamento*. I 25 deputati «laici» di Yesh Atid e HaTnua (il governo ne ha 68 in tutto, la maggioranza è fissata a 61) dovranno decidere se votare contro o assentarsi. In ogni caso Netanyahu dovrà decidere se andare ancora avanti con loro o mandare tutti a elezioni anticipate.

© Leonard Berberi

*Aggiornamento delle 14.15 del 24 novembre 2014: Il voto è stato posticipato di una settimana. Netanyahu cerca di convincere ancora gli oppositori

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Quell’appello a Netanyahu per la pace con i palestinesi

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu lunedì con gli occhi lucidi durante la conferenza stampa convocata per commentare l'attacco alla sinagoga di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu lunedì con gli occhi lucidi durante la conferenza stampa convocata per commentare l’attacco alla sinagoga di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

«Primo ministro non c’è più tempo da perdere: faccia la pace con i palestinesi e riconosca il loro Stato. E lo chiediamo proprio noi che abbiamo combattuto le guerre per Israele, proprio noi che conosciamo bene il prezzo pesante e doloroso che richiede ogni conflitto». Alcuni giorni fa in 106 tra esperti, ex generali ed ex capi dell’Intelligence, hanno scritto una lettera al premier Benjamin Netanyahu. Una lettera accorata. Soprattutto: pubblica.

Un messaggio firmato da 101 ex numeri uno dell’esercito israeliano, due ex vertici del Mossad e tre ex comandanti della Polizia ma con una sola voce. La voce di chi si è dichiarato «stanco, esausto per tutti questi scontri armati». «Abbiamo combattuto con coraggio per il Paese nella speranza che questo servisse a far vivere ai nostri figli una vita migliore e in pace», continua la lettera. «Ma la realtà è un’altra e ora siamo ancora qui a spedire i nostri figli sul campo di battaglia, a guardarli nelle loro uniformi a combattere… Qui non c’entrano la destra e la sinistra. Ma di seguire un’opzione alternativa per risolvere il conflitto… Per questo ci aspettiamo da lei una mossa coraggiosa e da leader. Ci guidi verso quella soluzione e noi l’appoggeremo».

Le lacrime poco prima dei funerali di uno dei rabbini uccisi a Gerusalemme (foto di Abir Sultan / Epa)

Le lacrime poco prima dei funerali di uno dei rabbini uccisi a Gerusalemme (foto di Abir Sultan / Epa)

Una mossa senza precedenti, almeno nei numeri. Accolta però con un certo fastidio da Netanyahu. Che ha preso quell’iniziativa come uno dei tasselli per farlo fuori dalla guida del Paese: «Non è tempo per uno Stato palestinese – ha commentato – perché questo mette a rischio la nostra incolumità». Ma ora, proprio quella lettera torna alla ribalta e appare quanto mai cruciale per le sorti dello Stato ebraico. Ora che Israele ha vissuto un altro giorno di terrore e paura e disperazione con i cinque morti nella sinagoga di Gerusalemme per mano di due attentatori arabi con passaporto israeliano.

«Siamo sull’orlo di un precipizio e di fronte a una società sempre più polarizzata e demoralizzata», ha spiegato agli inizi di settembre a Canale 2 Eyal Ben-Reuven, ex maggior generale dell’esercito. «Non ho dubbi sul fatto che il primo ministro faccia di tutto per il nostro bene, ma temo che soffra di una sorta di cecità politica che spaventa tutti noi ma un po’ anche lui stesso».

Naftali Bennett, leader di uno dei partiti israeliani di destra, mostra le foto delle vittime e la giornalista chiede di non farlo

«Israele ha tutti i mezzi e la forza per raggiungere la soluzione dei due Stati senza mettere in pericolo la nostra sicurezza», hanno raccontato sempre a Canale 2 diversi esperti. «Ma se non siamo ancora arrivati a una soluzione pacifica è perché la nostra leadership è molto debole».

La «soluzione pacifica» per i 106 è un piano del 2002 approvato all’unanimità dalla Lega Araba e quasi all’unanimità (56 favorevoli, un astenuto, l’Iran) dall’Organizzazione per la cooperazione islamica [leggi qui il documento]. Prevede una «Pace piena», «il riconoscimento diplomatico d’Israele» e «relazioni normali» tra Stati arabi e quello Ebraico in cambio di tre cose. La prima: il ritorno ai confini che c’erano prima dell’armistizio del 1967. La seconda: scambio e compensazione di territori. La terza: un compromesso «giusto» e «concordato» per risolvere la questione dei rifugiati palestinesi. Tre punti che ora – sperano in molti – devono tornare sulla scrivania di Netanyahu.

© Leonard Berberi

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Netanyahu in bilico e lo spettro delle elezioni anticipate

Yair Lapid, leader di "Yesh Atid" e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d'Israele e leader del "Likud" (foto Flash 90)

Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d’Israele e leader del “Likud” (foto Flash 90)

Domenica sera erano entrambi allo stadio di Haifa a seguire la sfida Israele – Bosnia, valida per Euro 2016. La partita l’hanno vinta i padroni di casa per tre a zero. Ma gli occhi dei giornalisti politici erano tutti verso quei due lì. Seduti a qualche metro di distanza. Il primo in una saletta vip con il figlio. Il secondo in mezzo ai tifosi, con cappello evidente e bandierina con la stella di Davide. I due – il premier Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze Yair Lapid – non si sono nemmeno degnati d’uno sguardo. D’un sorriso. D’una foto di fronte ai cronisti.

Perché il primo, Netanyahu, è dato dagli analisti ormai sulla via d’uscita. Il secondo, Lapid, colui che l’accompagnerà – nemmeno tanto con le buone – verso la pensione anticipata. Per questo i rapporti nella coalizione di governo sono ormai arrivati a questi livelli. Con Lapid che – scrive Haaretz – non parla da una settimana con gli esponenti del Likud, il partito di Netanyahu. Figurarsi contattare Netanyahu stesso. E con Netanyahu che da giorni fa capire, fa trapelare, fa intuire che Lapid ha messo in moto una manovra per farlo fuori dal governo. Dalla politica.

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Che qualcosa non andasse si era capito quando Lapid aveva dato buca a una serie di incontri con i responsabili economici del partito di Netanyahu. Incontri importanti, fissati per decidere i punti principali della nuova manovra finanziaria del Paese, ora che i conti hanno rallentato più del previsto. Ma da Yesh Atid respingono tutte le accuse e rilanciano: «Netanyahu deve smetterla di assecondare le posizioni più estreme del suo partito pur di vincere le primarie del Likud di gennaio».

Lo stallo è di difficile risoluzione. Perché secondo gli analisti Lapid non avrebbe i 61 deputati (su 120) per cacciare Netanyahu e formare un nuovo esecutivo. Ma allo stesso tempo Netanyahu non può cacciare Lapid altrimenti non avrebbe più la maggioranza alla Knesset, il parlamento.

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia (foto da Facebook)

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia (foto da Facebook)

La furia del premier si dovrebbe scagliare anche contro Tzipi Livni, ministro della Giustizia, delegata ufficiale d’Israele nei colloqui di pace (ora fermi) con i palestinesi e leader del partito Hatnuah. Ma per fare anche a meno di lei Netanyahu dovrebbe far entrare in coalizione tutti i partiti ultraortodossi ora all’opposizione. Risultato: un governo a forte, fortissima, trazione di estrema destra. Opzione praticabile. Se non fosse per il fatto – fa notare Haaretz – che uno dei «falchi» del governo, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri e leader di Yisrael Beitenu), odia i partiti religiosi.

Lo spettro delle elezioni anticipate – come auspica un altro partito ultrareligioso, lo Shas, se vogliono far fuori Netanyahu – sembra proprio alle porte. E diversi dirigenti del Likud le danno per scontate subito dopo le primarie di gennaio. Anche se il rischio – secondo il primo ministro – è che Yair Lapid faccia cadere il governo subito dopo l’ok alla manovra finanziaria.

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Se però Netanyahu non si è ancora espresso pubblicamente sul caos nel governo, ma ha fatto parlare i suoi, Lapid si è fatto vedere di fronte alle tre tv principali – Canale 1, Canale 2 e Canale 10 – e a tutte e tre ha detto la stessa cosa: non c’è nessun piano per rovesciare l’esecutivo, non ha nessuna intenzione di prendere il posto di Netanyahu o di andare al voto anticipato.

«Non penso abbiamo bisogno di un altro governo o i nuove elezioni», ha detto Lapid. «E non penso che qualcuno voglia queste cose. Non mi piacciono gli ultimatum, le minacce o le “linee rosse”. Non credo ne abbiamo bisogno», ha replicato a un articolo di Yedioth Ahronoth che invece parlava di un Lapid deciso a far fuori Netanyahu proprio a suon di ultimatum e «linee rosse». «Però se il primo ministro vuole andare urne allora si vada alle urne», ha chiarito Meir Cohen, collega di partito di Lapid e ministro per il Welfare.

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

A destabilizzare la coalizione è l’atteggiamento di Netanyahu nei confronti dei colloqui di pace con i palestinesi e delle sue politiche in Cisgiordania. Le formazioni di centro e di sinistra del suo governo attaccano il premier per aver fatto fallire i negoziati e per aver accentuato le tensioni con gli arabo israeliani invitandoli – pochi giorni fa – ad andare a vivere nell’Autorità palestinese se non si trovano bene nello Stato ebraico.

Una tensione che ha raggiunto ufficialmente il picco domenica quando Netanyahu ha deciso di scavalcare il ministro della Giustizia, Tzipi Livni: se Livni proponeva di mandare per la seconda volta in commissione Affari legislativi un disegno di legge molto contestato – quello che prevede l’ufficializzazione dell’ebraicità dello Stato d’Israele – Netanyahu ha stabilito che era finito il tempo della discussione: quel disegno di legge va discusso alla prossima riunione di governo così da essere votato direttamente in parlamento. Una mossa che preoccupa diverse cancellerie occidentali. A partire da quella americana.

© Leonard Berberi

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Quei blocchi di cemento armato e la fine della «normalità»

Un ebreo ultraortodosso camminate di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti dei palestinesi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Un ebreo ultraortodosso cammina di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti degli arabi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Che poi la storia ormai ha iniziato a ripiegarsi. A ripetersi. Non importa se in grande o in piccolo. Perché la certezza da quelle parti, in Medio Oriente, è che prima o poi tutto torna. Tutto si replica. In un copione ormai stanco, fatto di strappi in avanti, di balzi all’indietro, di speranze che s’infiammano e di pessimismo che soffia subito dopo, non appena s’è girato l’angolo. Non appena all’orizzonte un proiettile s’infila in un corpo o una granata piomba in casa nel bel mezzo della cena.

E così vedere i social network riempirsi di foto di blocchi di cemento che vengono posizionati alle fermate del tram di Gerusalemme o dei bus che portano qua e là in Cisgiordania, tra gl’insediamenti, ecco, vedere queste istantanee – scattate con telefonini e tablet e macchine fotografiche – non fanno altro che aumentare la fila, già lunga, degli scoraggiati. Di chi per anni ha creduto, ha combattuto, ha sacrificato la vita in nome della Pace tra i due popoli, della concordia – o almeno del minimo esistenziale che prende il nome di tranquillità – e che ora deve fermarsi, trattenere il respiro, aspettare che il polverone emotivo e informativo si disperda, per cercare di capire se è ancora rimasto qualcosa a cui aggrapparsi, un briciolo di speranza oppure mollare tutto. Dedicarsi ad altro. Magari a convincere i simili che non c’è proprio nulla da fare.

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Dopo le auto e i furgoni guidati da arabi o palestinesi e lanciati a folle velocità questi giorni contro le fermate dei mezzi pubblici dove si trovano soprattutto ebrei e israeliani, con quei blocchi di cemento le pensiline sono diventate presìdi militari. Degli arroccamenti che ricordano quelli usati nelle linee di confine lungo il Golan e la frontiera con il Libano per difendersi al meglio. Piccoli muri che corrono di fianco al Muro. E proprio mentre di qua, in Europa, celebriamo la caduta della nostra barriera, crollata un quarto di secolo fa.

Ma quei blocchi di cemento segnano anche il ritorno di un incubo, quello che per anni – a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila – ha fatto versare fiumi di sangue e lacrime, costretto migliaia di genitori dello Stato ebraico a mandare i figli a scuola, la stessa scuola, in bus separati perché se un kamikaze dovesse farsi esplodere in uno dei mezzi dove si trova uno dei pargoli, almeno si salva l’altro.

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l'attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l’attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Una soluzione ingombrante, questi blocchi di oggi. Un pugno in faccia. Una mazzata all’ottimismo. In fondo in fondo un’idea provvisoria, in attesa che s’inventino la fermata a prova di auto e di bomba. Perché quelle pensiline arriveranno prima o poi. Nel frattempo ci sono questi ammassi di cemento. Quadrati. Parallelepipedi. Grandi. Medi. Posizionati in modo da non far passare alcun tipo di veicolo. Anche se, ne sono convinti molti israeliani, gli arabi s’inventeranno le moto-kamikaze. E allora bisognerà rendere gli accessi ancora più stretti. E la ferita ancora più evidente. E la divisione ancora più profonda.

La verità è che da qualche anno – nonostante qualche incidente – molti abitanti dello Stato ebraico s’erano convinti che un po’ di normalità fosse entrata nella loro vita. I controlli s’erano allentati. Accedere ai centri commerciali era sì vincolato al passaggio veloce di un metal detector, però era diventato quasi un residuato del (recente) passato. E i militari – israeliani e palestinesi – s’erano fatti via via più distesi, più rassicuranti.

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Poi è successo qualcosa negli ultimi mesi. L’area è ritornata a un clima da seconda intifada. I giovani – tutti i giovani – sono diventati all’improvviso delle vittime da sacrificare all’altare dell’estremismo. Non più il futuro, ma semplici oggetti da rapire, da bruciare. Simboli degli agguati e delle vendette agli agguati. Argomenti per risposte militari. Proiettili e razzi con cui far fuori altri adolescenti ancora, altri adulti, altri innocenti trascinati nel vortice della violenza da classi dirigenti non sempre all’altezza dei loro popoli.

E ora eccoci qui. Con la polizia israeliana che da qualche ora chiede ai suoi connazionali di stare alla larga dai villaggi arabi. Non dai paesini della Cisgiordania. Ma dai centri abitati che si trovano all’interno dello Stato ebraico: al Nord (vicino Haifa e verso il Golan), al Centro (tra Tel Aviv e Gerusalemme), al Sud. Con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che – pressato dalla destra del suo partito, messo in discussione dalle formazioni estremiste e criticato dai connazionali – invita gli arabo-israeliani, il 20% della popolazione, a fare le valigie e ad andare a trasferirsi in Cisgiordania, dai palestinesi, se non gli piace la vita nello Stato ebraico. E intanto accusa Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, gli chiede di smetterla di incendiare l’area e di diffondere bugie.

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

E Abbas che – ormai tolte le spoglie della colomba – replica su tutto. Accusa Netanyahu di terrorismo e genocidio. Minaccia fuoco e fiamme. Invita i palestinesi a difendere la Spianata delle Moschee, nel cuore di Gerusalemme (vedi il video sotto con il discorso di ieri, 11 novembre). A non permettere – parole testuali – che «gl’israeliani la contamino» e che gli ebrei preghino «altrimenti si rischia una guerra religiosa globale». Poi annuncia che il mausoleo di Yasser Arafat sarà spostato proprio a Gerusalemme.

Soffiano venti di guerra in Medio Oriente. Ancora una volta. E la sensazione – almeno a registrare il silenzio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea – ecco, la sensazione è che stavolta anche i più ottimisti abbiano perso la voce. Le speranze. E, forse, anche la voglia.

© Leonard Berberi

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Cinque anni dopo

«Ma il blog ce l’hai ancora?», mi ha chiesto qualche giorno fa un amico. «Sì, il blog è ancora lì, vivo e vegeto», gli ho risposto. Certo, non sempre riesco a stargli dietro come vorrei ma è sempre in cima ai miei pensieri. Anche quando il lavoro mi porta a fare altro.

Perché se è nato come «compito» assegnato nei primi mesi di un master in giornalismo, poco dopo è diventato una passione. Quindi qualcosa da coltivare. Un piccolo angolo di informazione da preservare in una Blogosfera che esalta la partigianeria e le urla e finisce per soffocare chi non prende posizione e non alza la voce.

Oggi Falafel Cafè compie cinque anni. Non pensavo sarebbe arrivato a tanto. E se ora sono qui, a scrivere questo post, lo devo come sempre anche a voi che siete «abbonati» e anche a chi ci transita grazie ai motori di ricerca e poi decide di restarci per un po’. E a vedere su un mappamondo da dove vi siete collegati in questi anni – magari senza capirci nulla perché è tutto in italiano – direi che questo spazio virtuale è stato visto un po’ ovunque. La prossima sfida? Trovare almeno un utente in Iran e Bolivia.

Leo

Da dove si sono collegati per vedere Falafel Cafè e i primi venti Paesi per numero di visite (via WordPress / Falafel Cafè)

Da dove si sono collegati per vedere Falafel Cafè e i primi venti Paesi per numero di visite. La denominazione “Stato della Palestina” nell’elenco qui sopra è quella stabilita dalla piattaforma WordPress dove si appoggia questo blog

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