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Postcards from Middle East / 78

Un ebreo ultraortodosso lavora la matzah (pane azzimo) in un panificio in un quartiere di Gerusalemme (foto di Abir Sultan/Epa)

Un ebreo ultraortodosso lavora la matzah (pane azzimo) in un panificio in un quartiere di Gerusalemme (foto di Abir Sultan/Epa)

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La vittoria di Bibi Netanyahu

Benjamin Netanyahu, rieletto primo ministro d'Israele

Benjamin Netanyahu, rieletto primo ministro d’Israele

A poche ore dal voto s’è lanciato a destra. Molto a destra. «Se sarò rieletto primo ministro non ci sarà uno Stato palestinese», ha detto dal podietto allestito alla periferia di Gerusalemme. E mentre lo diceva sullo sfondo trionfavano i cantieri e i palazzi in costruzione per l’allargamento di Har Homa, un insediamento ebraico in Cisgiordania.

Era un tentativo disperato. Perché i sondaggi lo davano indietro, anche di quattro seggi. Perché con quella frase ha finito per confermare le accuse degli Stati Uniti di boicottare qualsiasi tentativo di pace tra i due popoli. E perché potrebbe essersi alienato anche quei pochi alleati – importanti – che gli sono rimasti nel mondo.

Benjamin Netanyahu, primo ministro uscente e candidato di punta del Likud, parla lunedì 16 marzo ad Har Homa, a sud di Gerusalemme (Menahem Kahana/Afp)

Benjamin Netanyahu, primo ministro uscente e candidato di punta del Likud, parla lunedì 16 marzo ad Har Homa, a sud di Gerusalemme (Menahem Kahana/Afp)

Però eccolo qui, il giorno dopo, presentarsi come il vincitore. «Contro tutto e tutti», come ha sottolineato martedì sera dal suo quartier generale. «Contro tutti e nonostante la moglie», ha fatto sapere più di un consigliere del premier per sottolineare le diverse situazioni imbarazzanti causate da Sara, la first lady. Il tutto mentre sotto al palco centinaia di sostenitori gli chiedevano soltanto una cosa: nessun governo di unità nazionale, nessuna alleanza con il centro-sinistra.

Benjamin Netanyahu continuerà ad essere il primo ministro d’Israele. Stavolta lo potrà fare non da seconda scelta – come indicavano tutti i sondaggi della vigilia – ma da leader di un partito, il Likud, che guadagna 30 seggi (o 29), cioè un quarto della Knesset, il parlamento. E come rappresentante di un Paese che è andato a votare in massa, come non succedeva da anni. «Non vorremmo essere nei panni di Barack Obama e di quando dovrà telefonargli per congratularsi», scherzavano ieri diversi esponenti del Likud, ricordando come tra i due leader ormai i rapporti siano al minimo diplomatico.

Israeliani in coda per votare alle elezioni del 17 marzo 2015

Israeliani in coda per votare alle elezioni del 17 marzo 2015

Ha vinto Netanyahu. Tuffandosi a destra. Allontanandosi dal centro. Un centro affollato di pesi massimi (Yesh Atid di Yair Lapid, Kulanu di Moshe Kahlon). E una destra – pure religiosa – frammentata, nonostante fossero gli alleati «naturali»: c’era Yahad, il «clone» degli ultrareligiosi dello Shas. Eppoi United Torah Judaism. Quindi Avigdor Lieberman con Yisrael Beitenu e Naftali Bennett con Casa ebraica.

Il premier uscente ha parlato proprio a loro, alla destra. Senza alienarsi le simpatie degli altri partiti del settore. Senza dire «votate per me, non per loro». Ma trasmettendo, per ore, lo stesso messaggio: «Se mi volete come primo ministro votate Likud. Se non volete che la sinistra s’impadronisca d’Israele, mettendolo in pericolo, votate Likud».

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all'ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all’ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Poi ha strizzato l’occhio ai coloni – elettorato di base di Bennett e Lieberman – ma senza irritare gli alleati politici passati, presenti e futuri. «Nelle circostanze attuali in Medio Oriente non c’è spazio per la soluzione dei due Stati: ogni spazio che lasciamo a loro verrebbe utilizzato per armare gli islamisti e scatenarli contro di noi», ha detto Netanyahu. «Esattamente quello che è successo in Libano e nella Striscia di Gaza. È quello che accadrebbe in Cisgiordania».

Ma non sarà un percorso in discesa per Netanyahu. Intanto c’è da sciogliere il nodo della coalizione di governo. Il presidente Reuven Rivlin preme per un esecutivo di larghe intese. Moshe Kahlon, forza in campo decisiva, non si dice contrario all’idea. Ma Netanyahu deve fare i conti con il suo elettorato che gli chiede una formazione di destra. E con il fatto che, seggi alla mano, ci sono i margini per creare una realtà schierata tutta da una parte.

Isaac Herzog, leader di Unione sionista (centro-sinistra) martedì 17 marzo al voto

Isaac Herzog, leader di Unione sionista (centro-sinistra) martedì 17 marzo al voto

E dall’altra parte? Lo sconforto. La delusione. Anche in presenza di un risultato che si conferma tra i migliori degli ultimi vent’anni. Unione sionista – nonostante il vento occidentale favorevole, nonostante l’editoriale di sostegno del settimanale Economist – non ha sfondato quanto poteva. Quanto doveva. Isaac Herzog, a capo di questa coalizione di centro-sinistra, è apparso un aspirante primo ministro troppo debole di fronte alle sfide interne (l’economia, il costo della vita, la bolla immobiliare) e, soprattutto, esterne (l’Iran, Isis, Hezbollah).

E non ha giocato a suo favore nemmeno la confusione di leadership, causata dalla coabitazione – nella cabina di pilotaggio del Paese – con Tzipi Livni, ex ministro della Giustizia e alla guida di una formazione di centro. Avevano deciso di cedersi la guida del Paese dopo due anni: prima Herzog, poi Livni. Ma gli spin doctor si sono accorti che era proprio quello che faceva il gioco di Netanyahu: l’assenza di un’unica guida all’opposizione. Per questo, a poche ore dall’apertura dei seggi, Livni si è tirata indietro: nessuna alternanza in caso di vittoria, il premier sarà sempre Herzog per tutti e quattro gli anni.

Una donna arabo-israeliana vota alle elezioni del 17 marzo 2015

Una donna arabo-israeliana vota alle elezioni del 17 marzo 2015

Resta ora da capire anche il ruolo degli arabi. Sono la terza forza del Paese. Rappresenteranno il 20% della popolazione israeliana. Per tutto martedì è stata diffusa la voce che stavano votando in massa, tanto da spingere proprio Netanyahu a fare appello ai suoi sostenitori. Ma è ancora presto per capire quanti di loro si siano recati alle urne. Come bisognerà capire pure come hanno votato le diverse fasce della popolazione.

L’unica certezza è Netanyahu. Che da oggi dovrà lavorare per formare il nuovo governo. E da domani dovrà affacciarsi nel mondo e ristabilire i rapporti con l’Occidente. Ma questa è un’altra storia.

© Leonard Berberi

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Elezioni in Israele, da Netanyahu ai Pirati: ecco i partiti in corsa

Il poster elettorale di Netanyahu e quello del rivale Herzog si danno il cambio in una via di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il poster elettorale di Netanyahu e quello del rivale Herzog si danno il cambio in una via di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Centro-sinistra contro destra. Isaac Herzog e Tzipi Livni contro il premier uscente Benjamin Netanyahu. In secondo piano tutti gli altri. L’ultradestra. I religiosi. I centristi. La sinistra. Ma anche una formazione di sole donne ultraortodosse. Eppoi i simpatizzanti della marijuana. I verdi. I Pirati. Martedì 17 marzo circa sei milioni d’israeliani (5.881.696 per la precisione) saranno chiamati ad esprimere il loro voto per le elezioni politiche. A due anni dall’ultimo appuntamento elettorale e dopo il collasso della grande coalizione guidata da Benjamin Netanyahu…

(Continua su corriere.it)

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Secondo, ma comunque premier. Così Netanyahu spera di ripetere l’elezione del 2009

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all'ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all’ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Nel suo partito volano gli stracci. Gli sms di fuoco. Le accuse reciproche. Ma lui si mostra tranquillo. Male che vada – è il ragionamento che fa con i suoi più stretti collaboratori – «andrà a finire come nel 2009». Sei anni fa lui arrivò secondo, con un seggio in meno di «Kadima». E però «Kadima» non riuscì a formare un governo. E così le redini del Paese andarono al secondo, lui, che nel frattempo era riuscito a tirare su una coalizione abbastanza solida di 74 parlamentari su 120.

A non essere tranquilli sono però gli alti esponenti del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu. Perché il primo ministro uscente – secondo i sondaggi – potrebbe aver dilapidato un tesoretto politico tanto da essere staccato di quattro o cinque seggi dall’«Unione sionista», la formazione di centro-sinistra del duo Isaac Herzog – Tzipi Livni data come vincitrice.

«Qualcosa non sta andando nella maniera giusta», dice una fonte del Likud al quotidiano Haaretz. «Il discorso di Netanyahu al Congresso avrebbe dovuto creare un punto di svolta per noi e rafforzarci alle elezioni, ma è ormai chiaro che non abbiamo raggiunto il risultato sperato». E così, continua la fonte, «se la vittoria dell’Unione sionista è ormai cosa certa, resta da vedere quanto sarà importante il distacco. Anche se toccherà a noi formare il nuovo governo questa campagna elettorale sarà comunque un fallimento colossale e la colpa sarà soprattutto di Netanyahu».

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni - leader del blocco di centro-sinistra "Unione sionista" - giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni – leader del blocco di centro-sinistra “Unione sionista” – giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Ma mentre da più parti, all’interno del Likud, non mancano scene di panico, Netanyahu ostenta sicurezza. Convinto com’è – secondo fonti del partito – che alla fine gl’israeliani «voteranno per chi davvero è in grado di garantire la sicurezza e l’integrità dello Stato ebraico». Un ragionamento che il premier uscente ha chiarito in tv e nel colloquio con il Jerusalem Post. «Se il divario dei sondaggi tra il Likud e Unione sionista aumenterà tra una settimana Herzog e Livni diventeranno a rotazione primi ministri di questo Paese con l’appoggio dei partiti arabi», ha detto Netanyahu.

«Con loro al governo la nostra sicurezza sarà a rischio – ha continuato il premier –. Herzog e Livni hanno zero leadership, non resisterebbero un millesimo di secondo alle pressioni di fronte alle sfide che attendono Israele nei prossimi mesi: gli sarà chiesto di ritirarsi entro i confini del 1967, di cedere sull’accordo con l’Iran». Quindi la stoccata, indiretta, all’inquilino della Casa Bianca, Barack Obama. «I leader di Unione sionista pensano che l’unica cosa che devono fare è dire di sì a ogni richiesta che viene dal nostro migliore alleato».

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l'intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l’intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Netanyahu ha poi escluso qualsiasi possibilità di un governo di unità nazionale con «Unione sionista» se dalle elezioni non dovesse venire fuori una formazione forte. Lo scenario – ritenuto probabile dagli analisti e i politologi israeliani – è sostenuto dal presidente Reuven Rivlin. Ma Netanyahu non ne vuole sapere: «Non credo proprio, c’è un abisso tra noi e i laburisti», ha commentato.

E intanto a proposito di laburisti il leader Isaac Herzog ha ricevuto l’endorsement da parte dell’ex presidente Simon Peres che ha annunciato il suo sostegno al blocco di centro-sinistra. «Isaac è un leader che agisce a mente fredda, onesto e responsabile», ha detto Peres. «È uno con la testa sulle spalle, pieno di responsabilità nei confronto del popolo israeliano: sono certo che è adatto per l’incarico di primo ministro».

© Leonard Berberi

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Elezioni in Israele, le proiezioni e le possibili coalizioni

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Alla fine l’ago della bilancia potrebbe essere il nuovo entrato. Un po’ come accadde nell’altra tornata elettorale con «Yesh Atid» del giornalista-conduttore Yair Lapid. «Kulanu», la formazione creata poche settimane fa da Moshe Kahlon (ex ministro del premier uscente Benjamin Netanyahu) con i suoi 8 seggi – secondo la media degli ultimi sondaggi – rischia di decidere le sorti del futuro governo israeliano: è solo con loro, salvo grandi sommovimenti, che i due blocchi possono sperare di prendere almeno 61 seggi (su 120) per un nuovo governo.

A cinque giorni dalle elezioni del 17 marzo «Unione sionista», il blocco di centro-sinistra formato da laburisti e dal partito di Tzipi Livni si attesta attorno ai 24 seggi. Seguito dal «Likud» del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Terzi, con 13 deputati, «Focolare ebraico» di Naftali Bennett, le Liste arabe unite e «Yesh Atid» di Yair Lapid. Seggi anche per «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman (6), per gli ultrareligiosi dello «Shas» (7) e dello «United Torah Judaism» (6), per «Yahad», la formazione di Eli Yishai (ex «Shas», 4) e i comunisti di «Meretz» (5).

israel_poll_1Netanyahu resta il favorito per la formazione del nuovo esecutivo. Giocano, dalla sua parte, sia il campo politico di «Kulanu» (destra) che il fatto di dovere a che fare con realtà non molto distanti dalle idee di base del suo «Likud». Molto più complicata – e frastagliata – la situazione dall’altra parte. Dove il blocco di centro-sinistra («Unione sionista») secondo i seggi che gli assegnano i sondaggi dovrebbe formare una coalizione eterogenea composta da loro, «Yesh Atid» (centrista), le Liste arabe unite, «Meretz» (comunisti) e, appunto, «Kulanu».

Falafel Cafè ha preparato i due principali scenari se dovessero confermarsi i sondaggi. Scenari che, nel caso del blocco di centro-sinistra-arabi, risulta poco probabile. Sempre che non ci si comporti proprio come nel 2013: nessuna maggioranza e governo di grande coalizione. Ma questa è un’altra storia…

© Leonard Berberi

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Video porno tra le piramidi di Giza, è scandalo in Egitto

La pornostar russa mostra il seno a Giza, in Egitto. Sullo sfondo si vedono una piramide e la Sfinge (fermo immagine)

La pornostar russa mostra il seno a Giza, in Egitto. Sullo sfondo si vedono una piramide e la Sfinge

Storia e cultura. Mistero e letteratura. E, da ora, anche tette e scene a luci rosse, sguardi ammiccanti e amplessi. L’incredibile che diventa prima possibile. Poi fattibile. Perché, confusi tra quelle migliaia di turisti, sotto al sole cocente e tra le piramidi, c’erano pure degli attori porno. In piena attività.

Scandalo a Giza. Polemiche al Cairo. Rabbia un po’ ovunque in Egitto. E diverse teste pronte a cadere – inteso: dimissioni o licenziamenti in tronco – per un affronto a un Paese e alla sua attrattiva principale: le piramidi, appunto.

La protagonista mostra di nuovo il seno tra le rovine archeologiche

La protagonista mostra di nuovo il seno tra le rovine archeologiche

«All’interno della Necropoli di Giza sono state girate alcune scene vietate ai minori», conferma imbarazzato Mamdouh al-Damati. «Si tratta di stranieri e il tutto è stato fatto durante l’orario delle visite turistiche». Gli «stranieri», si è scoperto nel giro di pochi minuti, sono dei russi.

Il filmato è stato caricato nove mesi fa su tre diverse piattaforme pornografiche con tanto di sottotitoli in inglese. E ora è al centro di un’inchiesta governativa che – promettono i vertici – sarà durissima. Intanto la prima conseguenza è che il sito archeologico sarà riempito nelle prossime settimane di telecamere di sicurezza. Ma il quotidiano egiziano Al-Masry Al-Youm denuncia: «Il tutto è stato ripreso con il consenso dell’ente che cura l’area».

L'attrice russa nel filmato porno si fa chiamare Aurita

L’attrice russa nel filmato porno si fa chiamare Aurita

«Ma questo posto fa schifo», si lamenta nel video Aurita, la protagonista. «Non c’è nulla di interessante da vedere qui, molto meglio i nostri posti». «Speriamo che le distruggano queste piramidi», aggiunge il protagonista maschile. «Eccole, le vedi? Le mie tette e la Sfinge». E via con inquadrature in primissimo piano del seno di lei e del volto del monumento.

Pochi minuti dopo ed ecco che il filmato prende un’altra piega. Aurita si abbassa e si esibisce in una fellatio mentre sullo sfondo si vedono proprio le piramidi. «Mi gira la testa», esclama la protagonista mentre è ancora alle prese con il sesso orale. «È per merito mio», risponde l’uomo. «No, no, è per il caldo», replica lei. E via così. Fino all’amplesso finale.

© Leonard Berberi

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Insulti e richiami all’Olocausto, ecco le lettere all’ambasciata israeliana di Berlino

L'ambasciatore israeliano a Berlino, Jakov Hadas-Handelsman, mostra una delle lettere arrivate in sede (fermo immagine da YouTube)

L’ambasciatore israeliano a Berlino, Jakov Hadas-Handelsman, mostra una delle lettere arrivate in sede (fermo immagine da YouTube)

«Assassini, vi odiano tutti». «Che Dio possa punire voi e le vostre famiglie». «Sono molto felice che Hitler vi abbia quasi fatti sparire qui in Germania, ebrei vaff…». «L’umanità vivrà in pace soltanto quando l’ultimo di voi ebrei sarà sepolto». «Sfruttate l’Olocausto perché siete troppo pigri per lavorare». Si potrebbe andare avanti così, di questo passo, ancora per molto. Non sono insulti scritti su forum o siti estremisti. Sono messaggi – nero su bianco – spediti all’ambasciata israeliana in Germania. Così, tutti i giorni. Una media di venti lettere ogni 24 ore piene, zeppe d’insulti e minacce che arrivano sulla scrivania di Jakov Hadas-Handelsman, l’ambasciatore dello Stato ebraico a Berlino.

(continua a leggere su Corriere.it)

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