attualità

Svizzera, la catena “Migros”: ora etichette per i prodotti delle colonie

Gli attivisti filopalestinesi esultano. Gli israeliani s’arrabbiano. E loro, i protagonisti, precisano. Sottolineano. Prendono le distanze. Smentiscono. 

Migros, una delle più importanti catene di supermercati della Svizzera, ha annunciato che farà sapere ai propri clienti se i prodotti presenti negli scaffali dei negozi arrivano da insediamenti ebraici in Cisgiordania e Gerusalemme est. In questo modo – ha spiegato la compagnia – «si vuole offrire maggiore trasparenza ai consumatori, visto che governo elvetico e Nazioni unite considerano illegali le colonie di Israele, basandosi sul diritto internazionale».

Ma quando poco dopo sono piovute critiche la portavoce di Migros, Monika Weibel, ha sottolineato che la catena «non appoggia gli appelli di gruppi filopalestinesi per il boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti, ma vuole che siano i clienti a scegliere quale merce acquistare». Fino a ora le etichette di Migros riportavano solo l’origine israeliana nel caso il prodotto provenisse dallo Stato ebraico, ma non specificavano l’eventuale produzione nelle colonie.

A decidere per primo il cambio di passo istituzionale sulla trasparenza delle etichette è stato il governo sudafricano. L’esecutivo ha chiesto ai commercianti «di non indicare in modo scorretto la provenienza da Israele sulle etichette dei prodotti importati dal territorio occupato della Palestina». Ma ora che quella politica è stata adottata anche nel cuore dell’Europa, gli israeliani temono a un’ondata di nuove etichette. Tutte rigorosamente «made in West Bank’s settlement» e «made inEast Jerusalem».

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Usa-Israele, è rottura sulla questione iraniana

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama

Da quattro giorni non si parlano. Gli uni chiedono un incontro. Gli altri non rispondono. È rottura sull’asse Washington – Gerusalemme. Quanto sia profonda, questa frattura, resta ancora da vedere. Ma è dal 25 maggio scorso che sia il premier Benjamin Netanyahu che il ministro della Difesa, Ehud Barak, dicono di no a un briefing con gli statunitensi. Da quando, proprio il 25 maggio, Wendy Sherman, sottosegretario di Stato americano, s’è vista rifiutare un incontro con i due principali sostenitori della guerra al regime degli ayatollah.

Sherman era di ritorno dall’incontro di Baghdad tra il gruppo 5+1 e l’Iran. Voleva spiegare a Netanyahu e a Barak che di progressi non ne erano stati fatti sull’arricchimento dell’uranio iraniano, ma anche dire loro che dopo tre settimane ci sarebbe stato un altro vertice – l’ennesimo, a dire il vero – a Mosca. Ma le segreterie del premier e del ministro dell’Interno hanno risposto con un laconico «non sono disponibili».

A Baghdad i diplomatici di Ahmadinejad hanno fatto sapere che non sono disponibili a fare passi indietro sui loro programmi di arricchimento dell’uranio sia al livello basso (3,5-5%) che a quello alto (20%). Non solo. Teheran ha anche detto di non aver nessuna intenzione di spegnere l’impianto nucleare di Fardu, nei pressi di Qom. Conclusioni, queste, che Wendy Sherman ha riportato al Consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Yaakov Amidror, e al direttore generale del ministero degli Esteri, Rafi Barak. Ma loro, il premier e il ministro che comanda l’esercito, ecco loro no. Non ne hanno voluto sapere di sentire un rappresentante americano sulla questione iraniana.

La centrale nucleare di Fardu, vicino a Qom, in Iran

A innervosire i vertici israeliani è l’inattività dell’amministrazione Obama. A Gerusalemme sono in molti a pensare che il presidente americano stia cercando di evitare il conflitto – in Iran come in Siria – per questioni puramente elettorali. Eppure qualche settimana fa il ministro Ehud Barak è stato molto chiaro con Washington: «Ogni giorno che passa senza far nulla è un passo in più verso la bomba atomica iraniana», ha detto Barak.

Fino allo scorso fine settimana questi di Barak erano avvertimenti. Da venerdì sono una certezza. Il dossier dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica scrive che da febbraio di quest’anno – quindi in circa tre mesi – l’Iran ha quasi raddoppiato le sue riserve di uranio altamente arricchito e che le centrifughe alla centrale nucleare di Fardu sono passate, nello stesso periodo di tempo, da 300 a 500.

Quel che il documento dell’Agenzia internazionale con sede a Vienna non dice sono i calcoli di produzione di uranio arricchito al 20% (utilizzato per scopi militari): a Fardu, secondo stime che girano a Gerusalemme, ogni mese vengono prodotti quasi 24 chilogrammi. A dicembre diventeranno 336 chili. E ci sono da capire quelle particelle di uranio arricchito al 27% che gli ispettori dell’Aiea hanno trovato proprio a Farduz, senza però riuscire capirne le origini.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

La mano dura di Netanyahu: carcere e rimpatrio per 3.000 migranti

«Mai più», aveva detto il premier. Scuro in volto, irritato e risentito, aveva chiesto al consiglio di gabinetto una mossa senza precedenti. E così sarà. Già da questa settimana. Quando – stando all’anticipazione del quotidiano Israel haYom – centinaia di poliziotti andranno a controllare casa per casa, a sud di Tel Aviv, per scovare almeno 3.000 migranti africani entrati illegalmente nello Stato ebraico.

Un’iniziativa senza precedenti. Migliaia di persone che saranno tutte trasportate al centro di detenzione Saharonim, nel sud del Paese. Una decisione presa dopo che la Procura generale del Paese ha chiarito i profili legali: «arrestare i clandestini si può», hanno detto a Netanyahu. Di più. «È anche legale deportare nel loro Paese, il Sud Sudan, i migranti senza permesso di soggiorno».

Le proteste a sud di Tel Aviv contro i migranti africani (foto Activestills.org)

A dire il vero più di qualche giurista non è d’accordo. «Il Sud Sudan è un Paese in guerra, per nulla sicuro», dicono. «C’è più di una convenzione internazionale – alle quali aderisce pure Israele – che vieta di riportare i clandestini nei loro Paesi se questi costituiscono una minaccia all’incolumità degl’interessati».

Ma quella dei clandestini africani è diventata una questione esplosiva. Tanto che più di un partito di destra, di quelli che sostengono Netanyahu, hanno fatto intendere che il premier stava rischiando la sfiducia se non avesse risolto la questione. E del resto le manifestazioni xenofobe degli ultimi giorni a Tel Aviv erano stati un chiaro segnale.

La tolleranza zero di Netanyahu dà così ragione al ministro dell’Interno, Eli Yishai. Da mesi Yishai chiede l’arresto, la carcerazione e l’espulsione degl’illegali. E così sarà. Non solo. Da questo momento in poi chiunque venga sorpreso ad entrare in territorio israeliano da clandestino sconterà in carcere tre anni. E ancora: Yishai vuole rinforzare l’unità anti-clandestini, è intenzionato a chiedere ulteriori fondi al Tesoro, vuole istituire un sistema di sanzioni per quei sindaci che vengono trovati a dare lavoro a illegali.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

VIDEO / Israele, xenofobia in aumento. E a Tel Aviv è caccia all’africano

Il terrore negli occhi. La notte che si fa più buia di quel che già è. Il respiro che manca. E quella folla inferocita di gente sconosciuta che lì, nel bel mezzo di una delle vie più trafficate della città, si rende protagonista di uno dei tentativi di linciaggio più gravi a memoria d’Israele. Per non parlare degli altri che, a pochi metri di distanza, entrano in un negozio di alimentari distruggendo tutto.

Sud di Tel Aviv, 23 maggio 2012. Il sole è calato da un pezzo. E pure la ragione di queste decine di persone che – armate di slogan razzisti e bastoni e pietre – cercano di rompere tutto quel che identificano come gestita dai migranti africani. I poliziotti? Ci sono. Prima stanno alla larga. Lasciano sfogare le frange più estreme. Poi, però, quando rischia di scapparci il morto, decidono ch’è troppo. E intervengono. I fermati in tutto sono ventuno.

I raduni popolari erano stati organizzati contro l’immigrazione clandestina. Con l’ok di alcuni deputati di destra ed estrema destra. Gli stessi che garantiscono la maggioranza che regge il premier Benjamin Netanyahu. Ma gli slogan xenofobi sono stati soltanto l’antipasto. Poi è stata l’ennesima caccia all’africano. Regolare o meno, non importa. Quel che interessa è fare male.

Le polemiche sono state infinite. Anche se, in mezzo a tutto questo, s’è levata la voce di Eli Yishai, ministro dell’Interno e stella polare del partito ultraortodosso di governo “Shas”. Ecco, mentre tutto il Paese s’è risvegliato un po’ sotto choc per quelle immagini vergognose dalla liberale Tel Aviv, Yishai ha rispolverato la sua fissazione politica contro gli stranieri suggerendo la detenzione temporanea dei clandestini e l’espulsione di massa.

Quando in un’intervista radiofonica gli hanno chiesto un parere sulla manifestazione di mercoledì, il ministro non se l’è sentita di condannare il gesto. «Non posso giudicare un uomo la cui figlia è stata magari violentata o una donna che ha paura di tornare a casa la sera», ha detto Yishai. «Bisogna mettere tutti questi illegali dietro le sbarre di centri di detenzione e poi rispedirli a casa perché rubano il lavoro agli israeliani e perché minacciano il carattere ebraico di Israele».

Quella dell’immigrazione clandestina sta diventando un problema per lo Stato ebraico. Il flusso è ancora basso, rispetto ai paesi europei. Ma crescente. I migranti lasciano l’Africa, arrivano nel Sinai, superano il confine tra Egitto e Israele e vanno a vivere soprattutto nelle periferie delle grandi città come Tel Aviv. Periferie dove, però, covano da anni rancori e frizioni tra i poveri del posto e immigrati arrivati da tempo. Il muro che lo Stato ebraico sta costruendo lungo la frontiera con l’Egitto per ora sembra non aver fermato il flusso più di tanto. In pochi mesi gli irregolari sono schizzati a 60 mila.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Se anche in Cisgiordania scoppia lo scandalo sui tesorieri di partito

Non è tempo di tesorieri. Vedi alla voce “Lusi” (Margherita). O “Belsito” (Lega Nord). E però, le grane sulla grana che sparisce o viene usata per altri scopi paiono non essere un’esclusiva italiana. Basta vedere cosa succede a Ramallah, in Cisgiordania, la “capitale” dell’Autorità nazionale palestinese. La quale ha da poco deciso di dire basta alla corruzione, al malaffare, ai soldi che arrivano-cambiano proprietario-ripartono verso lidi più dorati istituendo un’Agenzia di lotta al malcostume. Finendo, però, con il tirare in ballo chi ormai non balla da un pezzo, e però è sempre venerato come il Dio sceso in terra.

E allora. West Bank in subbuglio per l’annuncio di un’inchiesta che cerca di fare luce sulla sottrazione di milioni di dollari di fondi pubblici dell’Anp da parte di Mohammed Rashid, ex influente consigliere economico del presidente Yasser Arafat. Era lui il tesoriere effettivo di una montagna di soldi che, quand’era in vita l’uomo con la kefiah sempre attorno al collo, arrivavano da tutte le parti: mondo arabo, mondo asiatico, Italia e Francia e Spagna. Ecco, dicono le anticipazioni di quell’inchiesta che Rashid avrebbe preso milioni di dollari destinati all’infrastruttura disastrata palestinese per farsi i suoi investimenti personali in Giordania, Egitto, Emirati e Montenegro. Per questo l’Agenzia palestinese per la lotta alla corruzione ha chiesto a questi Paesi di congelare i conti correnti riconducibili all’ex consigliere di Arafat.

Mohammed Rashid durante un’intervista ad Al Arabiya

L’interessato, a dire il vero, in Cisgiordania non mette piede da un pezzo. Dal 2004, anno in cui il “caro leader” andò per altri lidi, periodo in cui la moglie Suah Arafat se ne scappò con la figlia e – dissero i maligni senza essere smentiti – con altri milioni di dollari e conti correnti e proprietà private sparse di qua e di là attorno al Mediterraneo. Ecco, Rashid. È comparso, guarda caso, pochi giorni fa, in tv. E ha detto delle cose che in molti non hanno capito, ma tutti hanno compreso il senso: più che parole in libertà erano vere e proprie minacce nei confronti di Abu Mazen, il numero uno dell’Anp. Minacce che prefiguravano la rivelazione di chissà quali retroscena sull’ascesa al trono palestinese proprio di Abu Mazen. «Attento a non commettere un enorme sbaglio», ha ammonito il tesoriere «made in Palestine».

Carriera folgorante quella di Rashid all’interno della formazione di Yasser. Origini curdo-irachene, giornalista, senza nemmeno un soldo, negli anni Novanta si unì alla causa palestinese diventando, in pochi mesi, prima l’esperto d’economia di Arafat, poi il consulente finanziario del gran capo e del suo entourage più stretto.

Il presidente dell’Anp, Abu Mazen

«Rashid è arrivato da noi con le tasche vuote e se n’è andato multimilionario», ha denunciato il capo dell’Agenzia per la lotta alla corruzione. «Sono convinto che le fortune e le attività di business del “curdo” sono fiorite grazie al denaro pubblico e alla distrazione di aiuti internazionali destinati al popolo palestinese». L’ha chiamato proprio così, il capo palestinese: il «curdo». Cosa che, da queste parti, suona come una presa di distanza. Di più: la cacciata definitiva dal clan.

Ecco, a proposito di clan. Secondo qualche giornalista arabo il vento contro la corruzione che ha preso a soffiare su Ramallah non è altro che l’inizio della resa dei conti «selettiva» all’interno della nomenclatura claustrofobica dell’Anp. Rashid è molto vicino a Mohammed Dahlan, l’ex responsabile a Gaza di Fatah (il partito creato da Arafat e preso in mano da Abu Mazen).

Dahlan, nei mesi scorsi, ha avuto la bella idea di affrontare a muso duro proprio Abu Mazen sulla gestione della Cisgiordania, sul rapporto – pessimo – con i “fratelli-coltelli” di Hamas che, intanto, s’eran presi la Striscia di Gaza, sui continui tira-e-molla con gl’israeliani sui colloqui di pace. E così aveva avuto gioco facile Abu Mazen a metter in giro la voce, poi rilanciata da tutti i giornali locali, di un tentato golpe di Dahlan contro gl’interessi palestinesi. A dimostrazione che non è nemmeno tempo di essere amici di tesorieri. In Italia come in Palestina.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Ecco le esercitazioni Nato-Paesi arabi al confine siriano. “Ma non sono prove di guerra contro Damasco”

Hanno iniziato a fare le cose in grande. Con gli Usa a comandare tutta l’operazione. E che operazione. «La più grande esercitazione militare in Medio Oriente dell’ultimo decennio», l’ha definita il generale americano Ken Tovo, capo della Us Special Operations Forces. E tutto a pochi chilometri dal fronte siriano. In territorio giordano.

Prove tecniche di intervento armato. O, come preferiscono i paesi partecipanti, «war games», giochi di guerra. Come anticipato da Falafel Cafè qualche giorno fa citando fonti israeliane. Non fonti a caso, visto che l’irritazione d’Israele è forte per l’esclusione alle esercitazioni.

E comunque. Dodicimila uomini, tanti Paesi (Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Pakistan) e l’ok della Nato, se è vero che ci sono anche militari francesi, spagnoli e italiani. «Ieri abbiamo iniziato ad applicare le capacità sviluppate la scorsa settimana in uno scenario di guerra “irregolare” e dureranno ancora un altro paio di giorni», ha spiegato il generale americano.

Il generale americano Ken Tovo (a sinistra) insieme al collega giordano Awni El-Edwan (foto di Majed Jaber / Reuters)

A cosa servono queste esercitazioni lo spiega – con tanta diplomazia – il militare americano stesso. «Quello che vogliamo comunicare con queste esercitazioni è che abbiamo creato un gruppo con i partner più adatti della regione e del mondo per affrontare al meglio le sfide del futuro». A Gerusalemme qualcuno ha colto un duplice segnale: il primo, gli Usa vogliono risolvere la questione siriana prima delle elezioni americane. Il secondo: l’amministrazione Obama vuole rassicurare Israele sul fatto di avere tanti alleati al suo fianco in ottica anti-iraniana, ma anche che Gerusalemme non deve scalpitare. Non prima delle elezioni americanedelprossimo autunno, almeno.

E però, il collega giordano di Ken Tovo ha un po’ tirato il freno a mano sul senso delle esercitazioni. «Nessun soldato di quest’iniziativa sarà usato per interventi al nord (al confine con la Siria, nda)», ha precisato il maggiore Awni El-Edwan. «Le esercitazioni non sono collegate in nessun modo a qualche evento del mondo reale, tantomeno con la Siria. Rispettiamo la sovranità siriana». Una precisazione che non precisa, secondo qualcuno. Ma che, anzi, pare dire esattamente il contrario di quel è che stato affermato da el-Edwan.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

ANALISI / Quei dodicimila uomini della Nato e dei Paesi arabi pronti a invadere la Siria

Ufficialmente si tratta soltanto di un’esercitazione. Ufficiosamente, fanno trapelare da Gerusalemme, «siamo di fronte a una delle ultime tappe prima dell’intervento armato contro la Siria di Bashar Assad». Intervento che, per ora, dovrebbe avere come base di partenza un contingente di 12 mila soldati, di almeno diciassette nazionalità – dai Paesi membri della Nato agli Usa, dall’Arabia Saudita al Qatar –, e che in questi giorni si trovano ammassati lungo il confine sirio-giordano.

Il motivo ufficiale, appunto, è un’esercitazione su larga scala – nome in codice: «Leone ardente» – che dovrebbe iniziare il 15 maggio e durare una decina di giorni. Si tratta di soldati scelti, specializzati in interventi in zone di guerra particolarmente difficili e mutevoli. A gestire tutta l’operazione la Us Special Operations Command Central. Insomma: gli Stati Uniti.

Fuoco e macerie dopo l’attentato a Damasco

Elemento non insignificante. Secondo l’intelligence israeliana è il segno che Amman ha deciso di dare appoggio logistico a tutta la «coalizione di volenterosi» intenzionata a cacciare il dittatore Assad dalla Siria. Secondo elemento, non meno importante: «In questo modo – analizzano gli esperti del Mossad – gli Usa lanciano un messaggio sia ai russi, ora protettori del regime di Damasco, sia a quei Paesi europei e arabi che denunciano da mesi il lassismo americano sulla questione siriana». E ancora: non sono ormai un segreto le continue e insistenti telefonate dell’amministrazione Obama al presidente del Libano, Suleiman, perché faccia il possibile per interrompere il continuo flusso di armi da Hezbollah al regime siriano facendo così rispettare la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che vieta qualsiasi traffico militare sull’asse Beirut-Damasco.

Ma c’è di più. Il numero – dodicimila – non sarebbe stato scelto a seconda della disponibilità dei singoli Paesi partecipanti. Sarebbe il «contingente minimo» per entrare in sicurezza in territorio siriano, sbaragliare l’esercito di fedeli di Assad e cercare di puntare verso Damasco. Con l’aiuto, s’intende, di droni e caccia militari che, dal cielo, dovrebbero mettere fuori uso le postazioni militari della Siria.

L’intervento dei volontari subito dopo la doppia esplosione a Damasco lo scorso 10 maggio

La doppia esplosione del 10 maggio che ha provocato una cinquantina di morti nella capitale è sì un attentato, ma di quelli che il Mossad chiama «controllato». Da Gerusalemme, infatti, sostengono che a provocare la deflagrazione sarebbe stato un manipolo di ribelli siriani, aiutato da elementi dei servizi segreti giordani e dei Paesi del Golfo, con lo scopo di destabilizzare di più il regime e – soprattutto – di costringere Assad a richiamare le truppe d’elite della Guardia presidenziale nella capitale in difesa dei palazzi governativi, ma lasciando così il resto del Paese senza militari fedeli al regime. Cosa che, secondo più di un informatore, sarebbe stata effettivamente fatta.

In parallelo, però, Damasco avrebbe accettato l’aiuto dell’intelligence iraniana. Teheran avrebbe proposto al regime di Assad di dotare quasi tutte le vie principali della capitale di telecamere di sicurezza estremamente sofisticate. Non solo per rendere più efficace il controllo della città, ma anche per costringere i ribelli ad avere meno libertà di movimento. Soprattutto: per non farsi sfuggire le mosse degli osservatori delle Nazioni unite.

Intanto una mossa decisiva per lo scacchiere mediorientale arriva direttamente da Mosca. Il nuovo presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sono messi d’accordo per rafforzare la cooperazione tra i due paesi nel corso di un colloquio telefonico. A dirlo è stato lo stesso Cremlino che ha anche precisato che «l’iniziativa della telefonata è stata presa da Teheran».

© Leonard Berberi

Standard