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Richiamati 30mila riservisti. Israele pronto a inviare uomini a Gaza

Parte l’offensiva via terra su Gaza? Il Ministero israeliano della Difesa ha dato il via libera alla mobilitazione di 30mila riservisti. A convincere il ministro Ehud Barak al passo successivo la caduta di due razzi iraniani sparati da Hamas a pochissimi chilometri dal centro cittadino di Tel Aviv. Non succedeva dal 1991.

I militanti palestinesi «pagheranno il prezzo per il lancio dei razzi contro Israele» (quasi 400 nelle ultime 24 ore) ha detto Ehud Barak, citato da Al Arabiya. Subito dopo la comunicazione ufficiale: 30mila riservisti da inviare al confine con la Striscia. (l.b.)

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ANALISI / Se tra Israele e Gaza scoppia anche la prima guerra “social” al mondo

La voragine provocata da un blitz aereo israeliano su Gaza City (foto Mahmud Hams/Afp)

La guerra annunciata con un tweet. E le minacce, ecco, pure quelle comunicate con un cinguettio. Per non parlare dei poster violenti, dei «most wanted» fatti fuori, degli attacchi hacker. Poi ecco Facebook, i video caricati su YouTube, le foto postate sul profilo Flickr. Mentre sullo sfondo, nel mondo reale, piovono razzi su Gaza e su Israele.

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Pronti i piani di guerra contro Gaza. Netanyahu spera nell’ok di Usa e Europa

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu parla a 50 ambasciatori ad Ashqelon. A fianco, un razzo Grad palestinese (foto GPO)

S’incontreranno ancora stamattina, i vertici del governo e dell’esercito. L’hanno fatto la notte prima. E lo faranno per tutto il giorno fino a quando non si decideranno a decidere. A scegliere tra il bastone e lo schiaffo. Tra i carr’armati e i proiettili. In tutta questa storia una cosa, a Gerusalemme, è certa: non c’è spazio per la carota.

«I 160 razzi sparati da Gaza e piovuti sul suolo israeliano non resteranno impuniti», spiega un analista. «Sul tavolo ci sono diverse opzioni, compresa quella militare. Quest’ultima è la più accreditata. Ma il premier Benjamin Netanyahu vuole essere sicuro, stavolta, che il mondo abbia capito cosa sta succedendo qui da noi. Così da rendere comprensibile l’offensiva su Gaza con migliaia di uomini, centinaia di tank e la caccia ai terroristi casa per casa».

Il primo ministro – forte dei sondaggi a due mesi dalle elezioni del 22 gennaio – preme per la risposta più dura, insomma: «invasione della Striscia, azzeramento di Hamas, avvio di una fase di democratizzazione di Gaza». Il tutto con l’aiuto – confermato in questi giorni – degli Stati Uniti. Con l’appoggio del ministro della Difesa, Ehud Barak. E di buona parte della comunità ebrea ultraortodossa.

Il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, nella situation room durante le esercitazioni congiunte con l’esercito americano (foto Ministero della difesa israeliano)

Ma nel Likud, la formazione di Netanyahu, più di un parlamentare gli fa notare i rischi di una guerra contro Hamas, ma anche Hezbollah e la frazione di Al Qaeda che si trova nel Sinai. Un conflitto alla vigilia delle elezioni, se vinta, fa benissimo alle urne. Ma rischia di portarsi via le vite di decine di soldati israeliani. E quindi anche una vittoria che nello Stato ebraico danno ormai in mano al duo Likud-Israel Beitenu.

«Non tollereremo più altri razzi su Israele», ha tuonato ieri il premier ad Ashqelon, a pochi chilometri dal confine con Gaza. Davanti a lui più di 50 ambasciatori – compreso quello italiano – che, per la prima volta, hanno capito che Netanyahu stava facendo sul serio. A rendere ancora più tesa la conferenza, il razzo, lungo più di tre metri, alla sinistra del primo ministro israeliano. Un razzo palestinese.

«Il mondo deve capire che Israele ha il diritto e il dovere di difendere i suoi cittadini», ha tuonato Netanyahu davanti ai rappresentanti delle cancellerie di mezzo mondo. «Non staremo più fermi contro le minacce quotidiane, non sopporteremo ancora che mettano a rischio le vite delle nostre donne, dei nostri bambini, dei nostri uomini».

Uno dei razzi sparati da Gaza e caduto sulle campagne di Netivot (foto di Tsafrir Abayov/Flash90)

Da tre giorni e fino a lunedì sera – 12 novembre – i miliziani di Hamas hanno sparato più di 160 razzi. Più di quaranta gl’israeliani feriti. Città continuamente assillate dalle sirene d’emergenza: Beersheba, Netivot, Ofakim, Sderot. Tanto che la notte, Netanyahu s’è incontrato con il capo dell’esercito, Benny Gantz, il ministro della Difesa, Ehud Barak, e un paio di analisti. Gantz gli avrebbe assicurato che l’esercito è pronto a entrare nella Striscia. «Del resto – avrebbe spiegato – sono giorni che i nostri uomini si esercitano su questo scenario».

Una nuova missione «Piombo fuso» è alle porte? Difficile dirlo. In molto ci scommettono. In tanti lo sperano. Ma per ora potrebbe entrare in gioco una tregua con Hamas. L’ennesima fragile cessazione delle violenze. Sperando che, nel frattempo, lassù, al Nord, non succeda e non si muova qualcosa. Che gli uomini di Assad stiano buoni e non sparino più contro il Golan israeliano. Che Hezbollah prosegua nelle sue faide interne. Che Ahmadinejad continui a non arricchire ulteriormente l’uranio.

A Gerusalemme, intanto, non hanno mancato di esaltare gli ottimi risultati dell’esercitazione congiunta con gli americani. Migliaia di soldati israeliani, 2.500 marines, decine di missili Patriot sparati dalle basi militari dello Stato ebraico verso il Mediterraneo. «Un successo», ha esclamato il ministro della Difesa Ehud Barak. E aveva il sorriso di chi, in realtà, voleva dire ben altro: che dopo la rielezione di Obama, Israele non si sente più sola. Quasi quasi, si sente pronta a scendere in campo.

© Leonard Berberi

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La storia / Quando Netanyahu chiese all’esercito di prepararsi ad attaccare l’Iran

Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato ebraico, intervistato nella trasmissione “Uvdah” (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«Poi forse è il caso di prepararsi al livello “P+”». Il giorno esatto in cui la frase venne pronunciata lo conoscono soltanto i pochi presenti. Perché, al di fuori, è uno dei segreti meglio custoditi degli ultimi anni dalle autorità israeliane. Ma si conoscono il periodo – a cavallo tra maggio e giugno, secondo le fonti – e l’anno: il 2010.

C’è stato un momento in cui la guerra tra Israele e Iran è stata più di un’opzione. Poco più di due anni fa il premier israeliano Benjamin Netanyahu – insieme al ministro della Difesa Ehud Barak – chiese di attivare il livello “P+”, la massima allerta, quella che prevede l’attivazione dell’esercito per un intervento nelle ore o al massimo nei giorni successivi. E l’obiettivo – non c’era bisogno di citarlo – era l’Iran.

Ma ci furono due uomini – il numero uno del Mossad, Meir Dagan, e il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi – a dire a Netanyahu, duri e scuri in volto: «Presidente, questa cosa non si può fare. Sarebbe illegale scatenare una guerra senza l’ok di tutto il governo. Eppoi non siamo pronti».

A confermare le indiscrezioni che in questi mesi sono girate negli ambienti militari e giornalistici dello Stato ebraico – compresa un’inchiesta simile di Canale 10 – è stato il programma tv di Canale 2 «Uvdah» (Il fatto, in ebraico – qui il video integrale) condotto dalla giornalista Ilana Dayan. Che racconta come, proprio in quella riunione – organizzata per tutt’altri motivi: la questione Mavi Marmara – il premier discusse tutto il tempo della nave turca arrembata dai soldati israeliani e che aveva provocato nove morti. E solo alla fine, «quando i sette ministri più importanti del governo e i due vertici dell’intelligence e dell’esercito stavano abbandonando la sala», Netanyahu chiese di prepararsi al conflitto.

Ehud Barak, ministro della Difesa, durante la trasmissione di Canale 2 (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«State probabilmente prendendo una decisione illegale dichiarando una guerra ora», ha replicato al primo ministro il direttore del Mossad, Dagan. «Soltanto il governo con tutti i ministri è autorizzato a decidere a riguardo». «E comunque le nostre forze armate non sarebbero mai pronte con un preavviso così breve», ha aggiunto il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi. Ehud Barak, ministro della Difesa allora come oggi, non ha smentito quel confronto. Ma ha omesso di dire che da quel momento lui gliel’ha giurata proprio ad Ashkenazi, Netanyahu a Dagan. E infatti, nemmeno un anno dopo, entrambi hanno perso l’incarico.

Il premier Netanyahu e il ministro Barak, intervistati per la trasmissione, hanno però pronunciato parole che per molti lanciano anche un messaggio valido da febbraio 2013, cioè subito dopo le elezioni del 22 gennaio. «Alla fine, in Israele quello che conta è la volontà dei vertici politici», s’è lasciato scappare a un certo punto della trasmissione il ministro della Difesa. Un ragionamento espresso peraltro già da Netanyahu che mesi prima aveva anche aggiunto: «I professionisti eseguono gli ordini dei politici. Prendiamo il caso di quello che è successo nel 1981: l’allora primo ministro Menachem Begin decise di bombardare il reattore nucleare di Osirak, in Iraq. E lo fece pur avendo contro il capo del Mossad che il direttore dell’Intelligence militare». Quasi trent’anni dopo la scena si è ripetuta. Il «blitz» della coppia Netanyahu-Barak è tecnicamente fallito. Ma non è detto che, a urne chiuse, il prossimo gennaio – nel bel mezzo dell’inverno – «Bibi» non decida di dare il via libera all’attacco su Teheran.

© Leonard Berberi

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