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Shoah, lo Yad Vashem mette in rete le prime 130mila fotografie delle vittime dello sterminio

Yoss Horowicz in una foto del 1931 (Yad Vashem)

Yoss Horowicz è un ragazzo magrolino. Polacco di religione ebraica, il 10 ottobre del 1931 si fa fotografare in uno studio insieme alla sua uniforme militare. Ha lo sguardo di chi si aspetta tanto dal futuro. Poi l’umanità per qualche anno sparisce dalla faccia della Terra. E Yoss, insieme ai famigliari, prima verrà trasferito al ghetto di Lodz, il secondo più grande della Polonia (dopo quello di Varsavia). Poi morirà, trascorsi pochi mesi, sempre in Polonia, a due passi da casa sua, a Chelmno, in uno dei tanti campi di concentramento.

La storia di Yoss Horowicz ce la raccontano i documenti ufficiali compilati dal Museo Yad Vashem di Gerusalemme (qui potete cercare i nomi di quasi tutte le vittime). E ora, dopo anni di studi, ricerche e scoperte, quel ragazzo ha anche un volto. Grazie alla collaborazione con Google, su Internet sono state pubblicate le prime 130mila fotografie degli ebrei sterminati poi nei campi di concentramento nazisti (qui l’archivio fotografico).

Sono istantanee di vita normale, di giornate trascorse in compagnia, di passeggiate in campagna, di cerimonie ufficiali come le nozze o le feste religiose ebraiche. Immagini che ci restituiscono anche l’atmosfera dell’epoca. I costumi, gli usi, gli sguardi e gli stili di vita.

Poi venne il buio della ragione. Con i suoi Auschwitz e Birkenau, la sua “Soluzione finale” e i suoi sei milioni di ebrei uccisi con armi da fuoco, con il gas o lasciati morire di fame e di malattia. Le foto degli innocenti ammucchiati uno sopra l’altro sono patrimonio dell’identità di ognuno di noi. Ma lo Yad Vashem mostra anche altro di quei campi dell’orrore. Mostra i momenti di lavoro, mostra le foto-segnaletiche. E anche la performance di un’orchestra. Tutta composta di ebrei, tutti con l’abbigliamento a righe e con un direttore che, bacchetta in mano, cerca di rendere normale un luogo che di normale non ha proprio nulla. Nemmeno il respiro degli esseri umani.

© Leonard Berberi

L'orchestra ebraica del campo di concentramento di Auschwitz

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tecnologia

Ecco “Glatube”, la versione kosher di YouTube

Per ora c’è musica folk israeliana, alcune lezioni intere sulla Torah e anche un gatto che suona il pianoforte con le sue zampette. Ma in questo nuovo sito non c’è posto per Shakira. E nemmeno per Rihanna o Lady Gaga. Perché quel che conta è che niente vada contro i precetti religiosi. Anche se si propone come l’alternativa a YouTube.

Dopo anni di attacchi, scomuniche, critiche e analisi, alla fine è arrivato “Glatube”, la versione kosher del principale sito di condivisione dei video. Nonostante il divieto religioso di usare Internet.

In realtà “Glatube” (ora solo in ebraico) non ha nulla a che fare con l’azienda americana. A partire dalla grafica, semplice e primitiva. Ma nelle intenzioni di chi l’ha creato – Sharon Bokobza – tra qualche mese dovrebbe diventare il sito più visitato dalla comunità degli ebrei ultraortodossi. Non solo israeliana.

L'home page di "Glatube", il sito che vuole imitare YouTube, ma rispettando i precetti religiosi ebraici (Falafel Cafè)

Bokobza è uno studente alla scuola religiosa (yeshiva) Shuvu Banim e ha deciso di venire incontro a quegli ebrei religiosi che usano il web. «È proprio come YouTube», spiega il ragazzo. «Ma con un’eccezione: non c’è promiscuità». Niente video di donne, insomma. Tantomeno di donne poco vestite. «Glatube è pensato soprattutto per quelli che stanno entrando nel mondo religioso, ma vogliono anche sentire un po’ di musica», continua Bokobza.

I video caricati sul sito sono poco più di mille. Ogni file, prima di essere messo in rete, viene visto e analizzato da “supervisori kosher” che si assicurano di non trasmettere filmati con contenuto promiscuo, violento oppure osceno.

«In realtà non è che vietiamo tutto. Semplicemente non diamo visibilità ai video dove ci sono delle donne», chiarisce Bokobza. Un esempio? «Se in un filmato ci sono immagini di donne oppure parti femminili, non necessariamente intime, purtroppo quel video non potrà essere caricato». Il divieto vale anche per i videoclip con canzoni cantate dalle ragazze.

© Leonard Berberi

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attualità

Avviso ai lettori

Cari lettori, come avete notato il blog da qualche giorno non è aggiornato. Il perché è semplice: la crisi politica in Albania mi costringe a dedicare la maggiore parte del tempo – per motivi professionali –  al paese balcanico (compresi i viaggi verso Tirana). Non appena si sarà risolto tutto, questo blog tornerà a pubblicare regolarmente. Nel frattempo cercherò di scrivere qualcosa ogni volta che avrò qualche minuto libero.

A presto
Leo

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sport

Olimpiadi di Londra, Israele allenerà la squadra palestinese

La storia, di per sé, non sarebbe poi tanto nuova. Lo sport che supera qualsiasi barriera ideologica e religiosa. Una corsa sulla pista d’atletica che abbatte decenni di diffidenze. Già visto, appunto. Un po’ nei film. Un po’ nella realtà.

Solo che qui, quando si parla di Israele e Palestina, anche il copione letto e riletto ha sempre un sapore diverso. La notizia, nell’aria già da qualche settimana, è che lo Stato ebraico allenerà la formazione palestinese per le Olimpiadi di Londra nel 2012.

L’accordo è stato firmato in pompa magna a Losanna, la sede ufficiale del Cio, il comitato olimpico internazionale di fronte a un soddisfatto Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite e il numero uno del Cio, Jacques Rogge.

C’è di mezzo anche un po’ d’Italia. Il mediatore dell’accordo è stato Mario Pescante, una sorta di ministro degli Esteri del Comitato. Al centro degli impegni presi da Israele e Palestina le questioni che riguardano la vita di tutti i giorni di atleti: la libera circolazione dei palestinesi e dei loro dirigenti, il trasferimento del materiale sportivo.

Per ora è un piccolo passo (sportivo). Ma nel vuoto di idee e di leader politici validi, il piccolo passo potrebbe essere solo l’inizio.

Leonard Berberi

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attualità

L’ultimo saluto a Sonia, la moglie del presidente Peres

Sonia e Simon Peres (foto di Tzvika Tishler)

«Il nostro è stato un amore a prima vista. Averla incontrata è stata la maggior fortuna della mia vita. Il nostro amore resterà fino al giorno in cui chiuderò gli occhi». È un capo dello Stato commosso e molto triste Simon Peres. E di fronte alla bara della moglie Sonia, morta giovedì 20 gennaio, all’età di 87 anni, hanno potuto consolarla poco o per niente le tante dimostrazioni d’affetto nei confronti dell’uomo più amato d’Israele.

La cerimonia funebre – molto semplice, proprio com’è nello stile dei Peres – si è tenuta venerdì mattina nel villaggio agricolo di Ben Shemen. La location l’ha scelta la stessa Sonia. È qui, tra Tel Aviv e Gerusalemme, più di sessant’anni fa la donna aveva incontrato per la prima volta Simon Peres.

«Quel giorno – ha detto Peres – vidi di fronte a me un’adolescente che curava il giardino. Era scalza, aveva una grande treccia e pantaloncini corti. Mi colpì il suo volto, dalle linee scavate, come quelle di una statua greca». Nell’elogio funebre Peres ha sottolineato il grande carattere della moglie e la determinazione ad aiutare in segreto quanti, nella società israeliana, avevano maggiori necessità. «Non amava i beni materiali. Erano gli ideali i suoi beni».

Quando tre anni fa Peres venne eletto capo di Stato, Sonia preferì non seguirlo nella residenza ufficiale e restò nel modesto appartamento familiare a Tel Aviv. La notizia del decesso della moglie è stata comunicata a Pere mentre era impegnato a Gerusalemme in un incontro con il ministro francese degli esteri Michel Alliot-Marie. La sua reazione, stando a quello che scrivono i quotidiani israeliani, è stata molto sofferta.

A confortare il presidente d’Israele alla cerimonia funebre, oltre a un’intera nazione, c’erano le più alte personalità politiche dello Stato ebraico: il premier Benyamin Netanyahu, i ministri Ehud Barak (Difesa) e Avigdor Lieberman (Esteri) e Tzipi Livni, la leader di “Kadima”, il più grande partito d’opposizione (e anche quello più votato alle elezioni del 2009).

Leonard Berberi

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I ladri rubano la bici del sindaco di Tel Aviv

Non è che siano giorni proprio indimenticabili, questi, per Ron Huldai. Il sindaco di Tel Aviv, laburista fino alle ossa, ha dovuto subire prima la scissione interna al partito. Poi, in meno di 24 ore, anche il furto della sua bici.

Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai (laburista, 66 anni), posa accanto alla sua bici. Ora rubata

Sì, perché Huldai è un primo cittadino ecosostenibile. Viaggia parecchio in macchina. Ma entro le mura cittadine lo si vede ogni giorno pedalare sulla sua due ruote. A sessantasei anni suonati. E comunque. Dopo una giornata di lavoro intenso, il sindaco è uscito dal municipio e si è avvicinato al posto in cui aveva lasciato la sua bici color verde elettrico.

Solo che, una volta lì, ha scoperto che la due ruote qualcuno gliel’aveva rubata. Proprio nel cuore politico della città. Nel luogo, per eccellenza, più sicuro. A denunciare il furto è stato lo stesso primo cittadino. Che continua nel ritorno a casa della sua “creatura”.

Una beffa, questo furto. Un fattaccio che colpisce uno dei più convinti sostenitori della diffusione delle bici nella città. Non solo perché così si ottimizzano i tempi di trasporto, ma anche perché si vive tutti e meglio. È grazie a Huldai se di fianco a ogni marciapiede di Tel Aviv si trova sempre anche una corsia riservata ai ciclisti. Tutti accorgimenti che, però, non hanno ancora fermato i ladri di biciclette.

Leonard Berberi

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