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La preoccupazione di Gerusalemme sul boom di Grillo: “E’ anti-israeliano”

«È proprio un brutto voto». Abbottonati e iper-diplomatici a Roma e Milano. Decisamente preoccupati a Gerusalemme. L’esito elettorale in Italia non è piaciuto allo Stato ebraico d’Israele. Per ora la diplomazia dello stato mediorientale resta a guardare. Coinvolta com’è anche in un lungo iter per la formazione del governo che ancora non c’è. Ma più di qualcuno, contattato da Falafel Cafè, non nasconde la propria preoccupazione per «l’ascesa inattesa e pericolosa» del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

C’è anche chi, senza tanti giri di parole, si dice «sconcertato». Più per «l’incapacità dei grandi partiti, Pd e Pdl, di capire cosa stava succedendo», a dire il vero, che per «la volontà del popolo italiano». Sconcerto che, di fronte alla posizione del comico genovese sulla questione israelo-palestinese, si trasforma in preoccupazione. Per ora ufficiosa. «Un domani, però, se Grillo dovesse andare al governo e se non dovesse cambiare le sue idee su di noi, i rapporti con Roma potrebbero cambiare».

Intendiamoci. «Noi siamo contenti di com’è andato il voto», precisano da Gerusalemme. «Non ci sono stati incidenti, è filato tutto liscio». Però. «Però non possiamo non prendere atto del fatto che al Parlamento, c’è una terza forza – la più vasta su scala nazionale – che porterà dentro il tempio della democrazia italiana idee che ci sembrano anti-israeliane e un filino anti-semite». Beppe Grillo, a Gerusalemme, non è gradito. «Da mesi monitoriamo il suo sito», spiega un funzionario. «E il tenore dei commenti c’entra poco con la dialettica e il rispetto di chi la pensa in un modo diverso».

Il comico genovese Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle

Il comico genovese Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle

Non c’è solo l’arena virtuale del comico a preoccupare. Ci sono anche le parole espresse negli ultimi tempi. Le sue posizioni nei confronti dell’Iran. Della Siria. Il ruolo che, secondo Grillo, svolge Israele nell’area. Per questo non è passata per nulla inosservata l’intervista al corrispondente da Roma, Menachem Gantz, dello scorso giugno, sulle pagine dello Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto dello Stato ebraico. La situazione in Siria? «Ci sono cose che non possiamo comprendere, non sappiamo se sia una vera guerra civile o si tratta di agenti infiltrati nel Paese», ha risposto il leader del Movimento 5 Stelle.

E dell’Iran – paese dal quale arriva la moglie Parvin Tadjik – cosa pensa il guru della Rete? «Un giorno ho visto impiccare una persona, su una piazza di Isfahan, e mi son chiesto: cos’è questa barbarie? Ma poi ho pensato agli Usa: anche loro hanno la pena di morte, hanno messo uno a dieta, prima d’ucciderlo, perché la testa non si staccasse. E allora: che cos’è più barbaro?». «Grillo è un leader decisamente confuso e pieno di pregiudizi», continua il funzionario. «Non vorrei che le sue idee sul Medio oriente fossero influenzate dalla famiglia della moglie. E speriamo non si vada ad altre elezioni, perché è molto probabile che il partito del comico prenda ancora più voti».

Anche se ovviamente non pubblico, un ordine di preferenza – per Gerusalemme – c’era eccome. La vittoria più gradita era quella del Popolo della libertà, poi la formazione civica di Monti. Soltanto al terzo posto il Partito democratico («ma soltanto per la sua alleanza con il partito di Vendola, da sempre filo-palestinese»). Più o meno lo stesso ordine dell’esito elettorale dei 2.214 italiani che hanno votato in Israele nelle circoscrizione estera: il Pdl ha stravinto con il 55,96%, poi il Pd (21,24%), quindi Monti (19,03%) e ultimo il Movimento 5 Stelle (3,75%).

© Leonard Berberi

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E nell’affaire sul “detenuto X” spunta la missione top secret del Mossad in Italia

Avrebbe raccontato quel che non doveva. Avrebbe spifferato metodi e nomi del Mossad all’Asio, l’intelligence australiana. Avrebbe anticipato – nel dettaglio – le mosse di un’intera operazione segreta che di lì a poco sarebbe stata effettuata in Italia. Qui, da noi. Sotto la luce del sole. Per la cronaca: fino ad oggi non s’è ancora capito se, poi, quell’operazione – tra il 2008 e il 2010 – ha mai avuto luogo.

Tutto questo avrebbe rappresentato l’inizio della fine per Ben Zygier. L’agente del Mossad – meglio noto al mondo come «detenuto X» – che si è impiccato il 15 dicembre 2010, a 34 anni con una moglie e due figli piccolissimi, nella cella di massima sicurezza del super-carcere Ayalon, nello Stato ebraico, avrebbe quindi raccontato quel che non doveva.

È ancora una volta l’Abc, la tv australiana a chiarire i contorni di un giallo internazionale. Una vicenda che si allarga giorno dopo giorno. Chiama in causa, per la prima volta, un Paese dell’Unione europea. E, alla fine, costringe a porre alcune domande anche ai nostri servizi segreti.

Ben Zygier, israelo-australiano, agente del Mossad, morto suicida in una cella di massima sicurezza nello Stato ebraico

Ben Zygier, l’israelo-australiano agente del Mossad, morto suicida in una cella di massima sicurezza nello Stato ebraico il 15 dicembre 2010

Ben Zygier, dicevamo. Secondo l’Abc sarebbe stato per molto tempo in Italia prima del 2010. Qui da noi si sarebbe presentato con un visto di lavoro regolare, con il nome Ben, ma tre cognomi diversi: Alon, Allen, Burrowes. Qui da noi avrebbe venduto attrezzatura elettronica a un bel po’ di Stati islamici. Incluso l’Iran. Movimenti e compagnie che avrebbero attirato l’attenzione dell’Asio, l’intelligence dell’isola dell’Oceania, e che avrebbero portato gli 007 di Canberra a fermare Zygier mentre faceva andata e ritorno da Tel Aviv a Melbourne, mentre studiava alla Monash University (per un master in Business administration) dove, tra le altre cose, cercava contatti tra gli studenti dei Paesi islamici.

Una volta tornato in Israele, Zygier sarebbe stato prelevato subito dai suoi colleghi del Mossad. Gli 007 dello Stato ebraico avrebbero raccolto informazioni su una presunta collaborazione del «detenuto X» con l’Asio. Collaborazione che avrebbe spinto l’agente segreto a spifferare «metodi e soprattutto i passaggi più delicati di un’operazione in Italia che ha richiesto molti anni di preparazione», spiega l’Abc.

«Non c’è dubbio che l’Asio ha seguito da molto, troppo vicino Zygier», ha spiegato al quotidiano The Australian un esponente del governo israeliano. E mentre da entrambi i poli di questa storia viene avviata un’indagine per capire cos’è davvero successo nell’affaire del «detenuto X», ora si riprendono in mano i faldoni dell’operazione contro Mahmoud Mabhouh, un alto esponente di Hamas ucciso in un hotel a Dubai il 19 gennaio 2010 per mano israeliana. Gli 007 dello Stato ebraico coinvolti nella missione andavano in giro con nomi e passaporti anche australiani. Tanto da spingere Canberra, una volta scoperto tutto, a espellere un alto diplomatico israeliano.

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Tel Aviv, coppia gay nel cartoon del Comune. L’attacco degli ultrareligiosi: è un abominio

I due protagonisti gay all'interno del video promozionale del comune di Tel Aviv

I due protagonisti gay all’interno del video promozionale del comune di Tel Aviv

La scena dura pochissimi secondi in un video di quasi due minuti. Ci sono un lui e un altro lui che scendono da un pullmino. Si guardano. Si tengono per mano. Poi camminano. È soltanto una delle tante situazioni della vita a Tel Aviv – la città gay-friendly per eccellenza – in un filmato che vuole presentare il nuovo sistema di mappatura della città.

Due uomini – anzi, due cartoni animati – omosessuali come immagine della città più grande d’Israele? Apriti cielo. Quelli di Shas, il partito ultrareligioso, hanno tirato su un putiferio. E chiesto di rimuovere quella scena che – parole loro – «è abominevole».

Il più polemico di tutti – come racconta il sito Ynet – è stato Benny Babayof. L’esponente della formazione haredi ha inviato una piccata lettera a Ron Huldai, sindaco di Tel Aviv, in cui contesta la coppia omosex nel filmato che da giorni gira sui siti e sui social network. «Sono rimasto allibito quando ho visto nel video i personaggi “Dan e Danny” mentre si tengono per mano, si abbracciano e si accarezzano», scrive Babayof. «La coppia maschile con quell’orientamento sessuale è inadeguata e non dovrebbe essere rappresentativa della città di Tel Aviv-Jaffa. Il Comune deve promuovere i valori della famiglia scritti nella Torah e non messaggi abominevoli. Per questo vi chiedo di rimuovere il video immediatamente».

«Lo so che sono in minoranza, c’è molta gente in città che è contrario alle mie opinioni», ha ammesso Babayof a Ynet. «Ma sono le stesse persone che vogliono trasformare Tel Aviv in una città per gay. Cosa priva di fondamento». «La nostra città è e sarà sempre la casa per la comunità omosessuale, nonostante gli sforzi delle forze oscure rappresentate da Babayof», gli ha replicato Yaniv Weizman, consigliere del sindaco per le questioni Lgbt. Che ha poi concluso: «Assicuro a ogni ragazzo, a ogni ragazza, a ogni abitante di questa città che le dichiarazioni di questi consiglieri non rappresentano lo spirito di Tel Aviv»

La questione dei gay e del rispetto dei loro diritti a Tel Aviv è materia molto sensibile. Soltanto tre anni e mezzo fa, un estremista di destra fece irruzione nella sede di Agudah – l’associazione israeliana per i diritti Lgbt – sparando all’impazzata uccidendo tre giovani e ferendone altri dieci.

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Lo scandalo sul “detenuto X”, l’appello di Netanyahu alla stampa e i rischi per il Mossad

«Signori, cercate di contenere la notizia il più possibile. Mette in serio imbarazzo una nostra agenzia di sicurezza». Dicono che il premier Benjamin Netanyahu li abbia chiamati tutti i direttori dei giornali e dei tg israeliani. Pochi minuti dopo che uno dei suoi consiglieri più stretti gli ha raccontato cosa stava andando in onda all’altro capo del mondo e in una delle emittenti tv più seguite dell’Oceania. Ovvero la storia-scandalo del “detenuto X”, cittadino australiano, 007 al servizio del Mossad, morto suicida nel carcere di massima sicurezza Ayalon dello Stato ebraico.

Serioso, Netanyahu. Preoccupato. «Angosciato come e forse peggio del 1996», ha raccontato mercoledì sera il tg di Canale 10, «subito dopo aver scoperto che gli agenti del Mossad non erano riusciti ad assassinare ad Amman, in Giordania, Khaled Meshaal, leader di Hamas». Di sicuro anche imbarazzato. Come nel 2010. «Quando, ha spiega sempre Canale 10, scoppiò il putiferio sulla spedizione a Dubai e l’assassinio di Mahmoud al-Mabhouh ripreso praticamente dalle telecamere a circuito chiuso di un albergo».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

A Gerusalemme sono molto preoccupati per le conseguenze «operative» del caso del «detenuto X». Soprattutto perché, secondo le ultime informazioni, il cittadino australiano Ben Zygier, insieme ad altri due connazionali, gestiva una società di facciata in Iran per agganciare ed eliminare tutti gli uomini di Teheran coinvolti nel traffico di armi di distruzione di massa.

«Questa vicenda potrebbe avere conseguenze devastanti per gli agenti del Mossad sul terreno, soprattutto in Iran, Siria e Libano», spiegano da Gerusalemme. Il perché è presto detto: «Il caso Zygier rischia di far scoprire tutti gli 007 che lavorano per noi a Teheran, Damasco e Beirut», ha rivelato Canale 10. «Basta fare un’indagine a ritroso e capire chi ha visto, chi ha sentito, con chi è stato nei tre paesi a noi nemici l’agente Zygier». Per questo, al quartier generale del Mossad starebbero già preparando eventuali piani di rimozione urgente degli operativi sul campo.

L'agente del Mossad, Ben Zygier, il giorno del suo matrimonio in Israele

L’agente del Mossad, Ben Zygier, il giorno del suo matrimonio in Israele

Intanto, più passano le ore, più si scoprono dettagli sulla vita misteriosa dell’australiano Zygier. Avvocato di professione, in Israele – dov’è arrivato nel 2000, a 24 anni, l’uomo ha lavorato anche allo studio legale «Herzog, Fox, Neeman» di cui è membro – secondo Canale 2 – Yaakov Neeman, ministro della Giustizia dello Stato ebraico.

L’interesse dell’intelligence australiana per Zygier sorge nel 2009. È in quell’anno che il 007 di Gerusalemme è tornato in Australia per prendersi un master alla Monash University di Merlbourne (dov’è nato). Qui, raccontano, si è messo in contatto con studenti provenienti dai paesi arabi, compresi Arabia Saudita e Iran. Qualcuno l’ha anche assoldato. E sarebbe stato a questo punto che i servizi segreti australiani l’avrebbero convocato, interrogato. Di fatto, scoperto. Secondo qualcuno anche «bruciato», dopo aver spifferato la cosa a un giornalista locale. Da quel momento in poi per Zygier, il «detenuto X», le cose sono peggiorate. Fino a quel mercoledì 15 dicembre 2010.

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LA STORIA / Il “detenuto X” e l’agente (australiano) del Mossad morto suicida in carcere

Ben Zygiera, l'agente del Mossad rinchiuso nel arcere di massima sicurezza in Israele. Il 15 dicembre 2010 Zygier è morto suicida (foto da Abc Australia)

Ben Zygier, l’agente del Mossad rinchiuso nel carcere di massima sicurezza in Israele. Il 15 dicembre 2010 Zygier è morto suicida (foto da Abc Australia)

Un nome. Finalmente. E un volto. E una storia. Ma anche tanti perché. E, soprattutto, qualche critica. Anzi. Tante critiche. A partire da quella più elementare: com’è stato possibile che un detenuto, rinchiuso nella cella più sicura e sorvegliata del mondo, si sia suicidato senza che nessuno se ne accorgesse?

Questa è una storia che inizia in un’afosa giornata di fine giugno 2010, quando si viene a sapere che c’è una persona, senza nome né volto né capi d’accusa né condanna, detenuta nel carcere di massima sicurezza d’Israele, isolato dal resto del mondo e anche dal resto della struttura. Non può parlare con nessuno. Non può ricevere. L’unica cosa che gli permettono è mangiare e bere. Per il resto, il vuoto assoluto.

La vicenda compare per qualche minuto sul sito di news Ynet, associato al quotidiano più venduto in Israele, lo Yedioth Ahronoth. Poi scompare nel nulla. Gli altri giornali dello Stato ebraico non possono riprenderla. La stessa Ynet è obbligata a cancellarla dal web. Ma non i blogger. Soprattutto quelli che hanno base fuori da Israele. Internet si scatena. C’è chi dice che il detenuto sconosciuto sia Joseph Moshe, microbiologo inseguito per le vie californiane e arrestato perché sospettato di aver prodotto una tossina mortale. C’è chi insinua – come l’informato blogger Richard Silverstein – che si tratti di Ali-Reza Asgari, generale iraniano che si pensava fosse stato rapito dal Mossad.

Ben Zygier con la divisa dell'esercito israeliano

Ben Zygier con la divisa dell’esercito israeliano

Voci. Speculazioni. Interrogazioni parlamentari alla Knesset. Denunce. Le uniche cose certe, nell’estate del 2010, sono che il «detenuto X», come sarà chiamato da quel momento, è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza Ayalon, a pochi chilometri da Ramla, nel centro d’Israele. Che è stato portato in una singola cella dell’Unità 15, l’ala distaccata dal resto della struttura da due porte di ferro insonorizzate. Che si trova esattamente dove sono stati detenuti Yigal Amir, l’assassino nel 1995 Yitzhak Rabin, e Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare che nel 1986 raccontò al Sunday Times l’esistenza di un piano nucleare israeliano.

Pochi mesi dopo, il 27 dicembre 2010, sempre Ynet scrive che due settimane prima, in una cella dell’Unità 15 un detenuto si era suicidato. Ma, a differenza della prassi, per la prima volta l’autorità carceraria non rilascia nessun rapporto ufficiale. Del detenuto suicida non si conoscono né il nome, né il volto. E, nemmeno, il motivo della vita dietro le sbarre. Anche in questo caso, come nel luglio 2010, la notizia scompare dopo pochi minuti. Qualcuno inizia a pensare che tra il suicidio e il «detenuto X» ci sia un collegamento. Ma si tratta di supposizioni.

Fino ad oggi. Fino a quando un’inchiesta dell’emittente australiana Abc (in fondo il video) non squarcia il velo. E racconta, per la prima volta, chi è il prigioniero senza volto. E cos’è successo. Mezz’ora di trasmissione, di viaggio in Israele per cercare di capire e spiegare. «Tutte le prove in nostro possesso dicono che il “detenuto X” è un cittadino australiano di Melbourne», racconta l’inchiesta della trasmissione “Foreign Correspondent”. «L’uomo si chiamava Ben Zygier, era un agente del Mossad ed era conosciuto in Israele con il nome di Ben Alon. È stato trovato impiccato in cella il 15 dicembre 2010. Una settimana dopo il suo corpo è stato portato a Melbourne per i funerali».

La tomba al cimitero ebraico di Melbourne, in Australia, dell'ex agente del Mossad (foto di Steve Yarrow)

La tomba al cimitero ebraico di Melbourne, in Australia, dell’ex agente del Mossad (foto di Steve Yarrow)

Ben Zygier-Ben Alon aveva 34 anni quand’è morto. A Melbourne aveva studiato al King David e Bialik College. Era membro del movimento sionista Hashomer Hatzair. Nel 2000, a 24 anni, aveva deciso di trasferirsi nello Stato ebraico. Era sposato con una donna israeliana e aveva – ha – due bambini piccoli Romi e Yuli. A un certo punto della sua vita mediorientale era stato contattato dal Mossad. E da quel momento era diventato un loro agente. L’incarico non era passato sotto silenzio. Prima l’intelligence australiana aveva avviato un’inchiesta su Ben Zygier e altri due connazionali. Tutti e tre diventati 007 di Gerusalemme, tutti e tre agenti operativi sul fronte iraniano (gestivano un’azienda-civetta che trafficava armi con le autorità di Teheran). Poi il quotidiano locale The Age aveva cercato di contattare proprio Zygier. Ma invano.

Perché, nel frattempo, l’uomo era già finito in una cella di massima sicurezza dell’Unità 15. Il motivo, ancora oggi, resta un mistero. Un mistero che Ben forse si porterà nella tomba. Lì, sotto a una lapide di marmo scuro al cimitero Chevra Kadisha di Melbourne dov’è stato sepolto il 22 dicembre 2010.

© Leonard Berberi

AGGIORNAMENTO DELLE 22.15 – In serata, mentre in tutto il mondo impazza la storia dell’ex agente del Mossad Ben Zygier, le autorità israeliane hanno confermato che il “prigioniero X” era uno 007 israeliano con passaporto straniero. “E’ stato portato in carcere sotto falsa identità – hanno detto – ed è in carcere che s’è suicidato. Nonostante sia stato registrato con un altro nome nel centro di detenzione per motivi di sicurezza, i famigliari sono stati avvertiti subito”. Sulla morte dell’uomo è in corso ancora un’indagine.

Sul fronte australiano – l’altra nazionalità di Ben Zygier – un portavoce di Bob Carr, ministro degli Affari esteri dell’isola, ha spiegato che nel 2010 le autorità israeliane hanno informato correttamente gli uffici diplomatici australiani a Tel Aviv sulla detenzione di un loro connazionale. Ma da quell’ambasciata l’informazione non è mai arrivata a Canberra. (l.b.)

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La radio militare: “Obama in Israele per dire a Netanyahu di non bombardare l’Iran”

Fermi tutti. Prima della guerra è tempo di far la pace con i vicini. Poi, magari, se proprio non si può far nulla, allora si potrà premere il tasto. E lanciare una guerra con quegli altri. Ma ora no. Non è il tempo più adatto per far deflagrare tutto.

«Ma Obama che viene a fare in Israele a marzo?», si sono chiesti in molti nello Stato ebraico. «A dire al premier Netanyahu di non bombardare l’Iran», ha risposto domenica la radio militare israeliana, fonte inesauribile di notizie e indiscrezioni, rivelazioni e anticipazioni. Proprio così: a fermare la mano militare di «Bibi». Che, di fronte alla platea delle Nazioni Unite – lo scorso autunno – disse chiaramente che per Israele la linea rossa temporale è la primavera 2013. Questa primavera.

Da settimane – secondo i bene informati – da Gerusalemme chiamano Washington. Da settimane lo staff di Netanyahu preme per una posizione chiara degli Usa su quello che stanno facendo nei laboratori nucleari di Teheran. Posizione che chiara non è. E che, anzi, negli ultimi giorni ha preso una svolta che gl’israeliani hanno definito «drammatica», con quel tentativo di Washington di iniziare addirittura un negoziato con l’Iran. Per far parlare i trattati e gli accordi, non le armi. Per ora da Teheran hanno risposto picche. E mai risposta fu bella proprio per Gerusalemme, da mesi ormai impegnata a cercare il momento per annichilire la minaccia nucleare del regime di Ahmadinejad.

Il presidente americano Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu nel cortile della Casa Bianca, dietro l'ufficio ovale, il 20 maggio 2011 (foto Avi Ohayon  / Government Press Office / Flash90)

Il presidente americano Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu nel cortile della Casa Bianca, dietro l’ufficio ovale, il 20 maggio 2011 (foto Avi Ohayon / Government Press Office / Flash90)

Obama in Israele, dicevamo. Il presidente rieletto non vuole «problemi» nel suo secondo mandato. Anzi. Vorrebbe proprio cercare di meritarsi il Nobel per la pace. «Il presidente americano teme che il primo ministro decida di attaccare Teheran proprio in queste settimane, agli inizi del suo secondo mandato», hanno detto fonti militari alla radio militare israeliana. A preoccupare il leader democratico è anche la nuova composizione del governo: Dan Meridor e Benny Begin, i due principali oppositori all’attacco all’Iran, non sono stati rieletti alle elezioni del 22 gennaio. Netanyahu ora non ha membri dell’esecutivo ostili all’offensiva.

A Gerusalemme, Obama – sempre secondo la radio militare israeliana – offrirà in cambio a Netanyahu l’assicurazione che «gli Usa non permetteranno che l’Iran si doti della bomba nucleare». «Obama ha deciso di presentarsi di persona nello Stato ebraico – ha sottolineato ancora la radio militare israeliana – per dire a Netanyahu, guardandolo negli occhi: “Non attaccare l’Iran. Lascia fare a me, se sarà necessario agiremo contro di loro, anche perché voi non avete la nostra dotazione militare».

In realtà non sarà così facile convincere Netanyahu. Ad allarmare Gerusalemme è anche la notizia – riportata dal Washington Post – che racconta dei tentativi iraniani e del movimento sciita libanese Hezbollah di creare un network di milizie in Siria per proteggere i loro interessi in caso che il regime di Assad perda il potere. Al quotidiano americano l’avrebbero confermato sia funzionari Usa che mediorientali. Si tratterebbe di milizie che ora combattono a fianco del regime contro i ribelli. Il “progetto” iraniano sarebbe quello di avere una forza affidabile a cui fare riferimento nel caso in cui la Siria, con il crollo di Assad, si ritrovi divisa.

Ma non c’è solo questo. Obama in Medio Oriente non atterra soltanto per fermare Israele sul regime degli ayatollah, ma anche per discutere sulla Siria e per riportare al tavolo dei negoziati lo Stato ebraico e l’Autorità nazionale palestinese. Secondo la radio militare israeliana con la mediazione della Giordania, Obama vorrebbe riportare al confronto il premier Netanyahu, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e il monarca di Amman, re Abdullah. «Forse il presidente americano si porterà un po’ troppe questioni fondamentali per l’area», commenta più di un analista. Che ora aspetta di vedere quali argomenti, alla fine del viaggio, saranno davvero affrontati e quali no.

© Leonard Berberi

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L’accusa del Libano: “Jet e droni israeliani hanno violato il nostro spazio aereo”

Un caccia militare israeliano F-15I (foto Flash 90)

Un caccia militare israeliano F-15I (foto Flash 90)

«Siamo entrati in una nuova fase». Da Gerusalemme non hanno dubbi. L’incursione aerea israeliana in territorio siriano agli inizi di febbraio «è solo l’inizio di una serie di misure per bloccare la minaccia chimica di Damasco». Minaccia che, per ora, nemmeno l’intelligence dello Stato ebraico è in grado di collocare in un punto preciso della mappa mediorientale. A dimostrazione che qualcosa, in questi mesi di caos in Siria, potrebbe essere sfuggita dalle mani.

Da alcune ore velivoli israeliani – caccia e droni – stanno sorvolando i cieli del Libano. La voce è stata confermata dall’autorità centrale di Beirut. Che ha reagito in maniera durissima a quella che chiamano una provocazione. «Gli aerei di guerra di Israele hanno violato più volte il nostro spazio aereo e anche la risoluzione 1701 delle Nazioni Unite», ha dichiarato il comando centrale dell’esercito libanese attraverso il ministero dell’Informazione. La 1701 è il documento che ha fatto finire la guerra tra Israele ed Hezbollah nel 2006.

«I velivoli israeliani hanno volato diverse volte nel nostro spazio e in diverse zone del Paese tra le 10.30 del mattino di giovedì 7 febbraio all’1.15 di notte di venerdì». Non solo. Secondo l’autorità militare libanese alle 18 di giovedì sarebbe stato intercettato anche un drone spedito dallo Stato ebraico e abilitato non al lancio di razzi, ma alla mappatura e al riconoscimento territoriale. «Il drone è passato sopra il villaggio di Nakoura», hanno spiegato da Beirut, «ha compiuto una manovra a U verso Baalbeck, Riyak, Hermel, Al-Arz e se n’è andato all’1.35 di venerdì volando sopra il villaggio di Alma Al-Shaab».

Un veicolo delle Nazioni Unite sul versante libanese del confine con Israele (foto Flash 90)

Un veicolo delle Nazioni Unite sul versante libanese del confine con Israele (foto Flash 90)

Israele, com’è successo nell’incursione – anzi: nelle incursioni – in Siria non ha né confermato, né smentito. Ha, più semplicemente, taciuto. Ma da Gerusalemme spiegano che per capire il quadro di questi giorni e dei prossimi, «bisognerebbe sommare alcune informazioni». Quali? La prima: «il tentativo di trasportare armi chimiche dalla Siria al Libano». La seconda: «l’installazione dei tre sistemi anti-missilistici Iron Dome installati nelle ultime settimane nel nord d’Israele». La terza: «la visita di Ahmadinejad al Cairo». La quarta: «i risultati dell’Europol sull’attentato a Burgas, in Bulgaria, contro il bus di turisti israeliani (6 morti, nda) e il dito puntato contro Hezbollah». La quinta: «i due responsabili dell’attacco di Burgas si trovano ora in Libano».

Il nervosismo di Beirut è confermato anche dal quotidiano arabo pubblicato a Londra, al-Quds al-Arabi. in un articolo si racconta che gli ufficiali di Hezbollah sono inquieti in questi giorni. «Temono in ogni momento – scrive il giornale – di essere attaccati dai caccia israeliani, con una modalità simile a quella messa in atto in Siria pochi giorni fa». Non solo. L’organizzazione terroristica teme che lo Stato ebraico mandi l’unità esperta nei sequestri di persona per rapire «un alto ufficiale». Per questo, anche nel versante libanese del confine tra i due Paesi, esercito e miliziani di Hezbollah hanno deciso di mandare più uomini da questa settimana.

© Leonard Berberi

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