attualità

In dieci anni

Meno uniti. Più razzisti. Disillusi dalla politica. Ma più vicini alla nazione. E alla religione. In una parola: pessimisti. Ecco il volto di Israele nel periodo 2000-2009.

I dati del sondaggio pubblicati dall’Istituto Rafi Smith / Yedioth Ahronoth non lasciano dubbi a interpretazioni. Sono stati dieci anni con poche luci e tante, troppe ombre. L’oro alle Olimpiadi di Atene e il Nobel da una parte. Le bombe, i kamikaze, la sindrome da accerchiamento dall’altra.

Meno uniti. Il 69% degli israeliani intervistati (ebrei, musulmani, di nuova e vecchia generazione, di destra e di sinistra, religiosi e non) ritiene che la società è meno unita di dieci anni prima. Anche se il 34% si sente più vicino all’idea di nazione. Chi è attaccato di più alle istituzioni del Paese sono i nuovi immigrati.

Più razzisti. Quasi un israeliano su due (47%) pensa che la società sia diventata più razzista nei confronti delle minoranze presenti sul territorio. A sostenere questa tesi sono ex elettori della sinistra progressista, con un basso tenore di vita e un’istruzione basilare.

Vicini alla religione. Il dato è contrastante: chi è sempre stato alla larga dalla religione, in questi dieci anni s’è allontanato ancora di più. Ma le persone religiose, nel periodo 2000-2009 si sono avvicinate ancora di più ai precetti ebraici (o musulmani). Una società centrifuga.

Verso destra. E’ uno dei dati più significativi. Peraltro già emerso nelle analisi post-elezioni. L’82% degli israeliani si colloca nella fascia destra dello spazio politico e risponde che rispetto al decennio precedente si è “spostato di molto verso destra”. Soltanto due su cento pensano di essere transitati a sinistra.

Poca fiducia. Troppe campagne elettorali. Troppe elezioni. Troppi politici coinvolti in scandali e casi di corruzione. Alla fine, il dato ne risente: il 67% ripone meno fiducia nelle istituzioni del Paese.

Ci sarà la pace. Forse. Trentacinque israeliani su cento pensano che ci sarà un accordo di pace con uno dei vicini nei prossimi anni. Ma i restanti la pensano in modo contrario. Diverso, invece, il dato per quanto riguarda la composizione araba: per il 61% ci sarà la pace e per il 43 che ci sarà più sicurezza nel Paese.

p.s. Falafel Cafè vi augura buon anno e, soprattutto, tanta serenità. A domani, con il primo post del 2010 (l.b.)

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attualità

7.509.000

Un ottavo della popolazione italiana. Israele tocca quota 7.509.000 abitanti. Lo rende noto l’ultimo bollettino dell’Istituto centrale di Statistica.

Oltre tre quarti sono di religione ebraica (5,7 milioni, 75,4%). Uno su cinque è arabo-musulmano (1,5 milioni, 20,3%). I restanti 319mila residenti si dividono tra cristiani e altro. La crescita nell’ultimo anno è stata dell’1,8% (tasso identico, ogni anno, dal 2003).

Sul fronte immigrazione, nel 2009 in Israele sono stati registrati 16.200 stranieri. In aumento, rispetto al 2008, del 17%.

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cultura

Verso Oslo 2010

Harel Skaat

Alla fine l’ha spuntata Harel Skaat. 28 anni, origini yemenite, idolo delle ragazzine e con la faccia del classico bravo ragazzo che piace alle mamme.

Harel ha battuto Maya Buskilla e a maggio volerà a Oslo per rappresentare Israele al Festival europeo della canzone 2010 (nota: l’Italia snobba da anni la manifestazione). Non mancano però le voci maliziose. Secondo alcuni, infatti, il ragazzo sarebbe stato scelto più per l’estetica che per le doti canore. Il pubblico che segue la competizione europea è di sesso femminile e quindi “questo potrebbe aver spinto la giuria a scegliere un maschio sulla falsariga di Alexander Rybak (il vincitore del 2008, nda)”.

E comunque. Harel dal 2004 è quasi sempre ai vertici delle classifiche e deve ringraziare il suo secondo posto al programma tv “Kokhav nolad” (una sorta di X Factor) che l’ha reso famoso in tutto il Paese.

La canzone che Israele intende presentare in Norvegia sarà scelta dal televoto a febbraio durante uno speciale trasmesso da Canale 2. Sono vent’anni che il Paese non vince la competizione. Dai tempi della “fantastica doppietta” 1978-1979.

Qui sotto un videoclip di Harel

Qui un videoclip della sconfitta, Maya Buskilla

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cultura

Una risata vi seppellirà

Eman Hosseini al Festival di Amman (Afp)

“Il mio migliore amico è ebreo. E con lui, invece di giocare all’indiano e al cowboy, ci divertiamo a recitare al palestinese contro l’israeliano. Solo che vince sempre lui e alla fine mi caccia dalla mia casa”.

Eman Husseini è una giovane palestinese coi capelli neri, lunghi e ricci. E al Festival della commedia di Amman (Giordania) ha gelato il pubblico in sala con questa battuta. Divertente sì, ma che non tutti hanno accolto con entusiasmo. A dimostrazione che la questione mediorientale resta – ancora – un tabù.

Ma Ema è solo una delle tante facce della comicità araba. Perché negli ultimi anni sta crescendo una generazione di commedianti, dalla battuta sempre pronta e per niente politically correct che ha sangue palestinese, ma la cui formazione è americana, canadese o europea. Una generazione che prende il conflitto e gli stereotipi e li ridicolizza.

Insieme a intrattenitori famosi come l’italo-american-palestinese Dean Obeidallah (lo si vede su Comedy Central Usa), Ema ha creato l'”Asse del Male”. Ma della risata. “Quello a cui stiamo assistendo è un fenomeno nuovo nel mondo arabo – dice Obeidallah -, tant’è vero che nei bar e nei club arabi non ci sono serate dedicate all’intrattenimento a suon di risate sulla propria cultura”.

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cartoline

Postcards from Middle East / 14

Una folla di curiosi si ferma a guardare l'ultima sfida dell'illusionista Hezi Dayan: incastrato in un blocco di ghiaccio, in Piazza Rabin a Tel Aviv, vuole battere il record del mondo di permanenza trascorrendovi 64 ore. Il record è di 62 ore e fu stabilito da lui stesso a Times Square (New York) nel novembre 2000 (Jim Hollander / Epa)

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attualità

Gratis (non) è bello

La prima pagina di "Israel Hayom"

Ha una grafica accattivante. Titoli in risalto. Grandi foto. Un motto che rimane impresso (“Offriamo un giornalismo che non urla, ma parla”). E, soprattutto, è gratis.

L’oggetto è un quotidiano. Si chiama Israel Hayom (Israele Oggi) e dal 2007 viene sfogliato da quasi tutti gli abitanti di Tel Aviv (e non solo). E’ il tabloid preferito dai pendolari e presto – secondo il proprietario, il miliardario Shedon Edelson – “sarà il primo giornale del Paese” (qui potete trovare la versione scaricabile in .pdf).

C’è solo un problema. E nemmeno tanto piccolo. Edelson è molto amico del primo ministro Benjamin Netanyahu (cliccare la foto a fianco per capire come viene ritratta Tzipi Livni, all’opposizione, nda). E, negli ultimi giorni, ha fatto sapere che “la stampa israeliana non è sufficientemente patriottica” e quindi “occorre dar vita a un giornale che non dimentichi mai che siamo ebrei ed israeliani”. Pazienza se Edelson da anni non è più cittadino israeliano. E pazienza se Edelson abita fuori dal Paese.

Yedioth Ahronoth, quotidiano leader – fino a oggi – lancia l’allarme. L’altro diretto concorrente, Maariv, rischia la chiusura. E con il progressista Haaretz lontano dalle vette di vendita, Israele Oggi “minaccia sul serio il pluralismo dell’informazione”.

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tecnologia

Internet, abbiamo un problema. Anzi due

Ora la patata – bollente – passa al Ministero delle comunicazioni. Il quale, nel giro di pochi giorni, dovrà decidere cosa fare. L’accusa è di quelle pesanti: secondo uno studio indipendente, due operatori internet su tre (Internet service providers, ndr) “manipolano e, spesso, riducono intenzionalmente il traffico del peer-to-peer (P2P)” dei loro clienti israeliani.

Le associazioni dei consumatori sono sul piede di guerra e gli internauti stanno inondando i blog e i forum di petizioni, denunce e accuse. “Così limitano la nostra libertà di navigazione”, scrivono in massa.

Che ci fosse qualcosa di strano lo si era notato già nel 2007, quando il quotidiano Yedioth Ahronoth aveva scoperto che gli Isp intervenivano sul traffico web e sulla velocità. Dopo nemmeno 24 ore dalla pubblicazione dell’articolo, il P2P aveva ripreso a funzionare come dovrebbe.

Secondo il dossier, i due Isp sott’accusa, Netvision e Zahav, “usano un meccanismo di riduzione del flusso d’informazioni” chiamato “Traffic shaping”. Scagionato, ma solo perché “in assenza di prove”, il terzo operatore, Bezeq International.

E i “colpevoli” cosa rispondono? Frasi di circostanza (“Stiamo lavorando per offrire il migliore servizio possibile ai nostri clienti”, Netvision) oppure smentite secche (“Non blocchiamo l’accesso e non interferiamo sul traffico di file sharing in nessun modo”, Zahav). Ora tocca al Ministero delle comunicazioni.

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