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Postcards from Middle East / 75

Lui si chiama Ahmed, ha 15 anni e lo scorso 24 settembre ha sposato Tala Soboh, una ragazzina di 14. I due si sono promessi eterno amore a Beit Lahiya, nella Striscia di Gaza e pochi passi dal confine con Israele. La coppia vive in una casa di tre stanze insieme ad altri nove parenti. Ahmed lavora come netturbino insieme al padre e guadagna 5 dollari al giorno (foto di Mohammed Salem/Reuters)

Lui si chiama Ahmed, ha 15 anni e lo scorso 24 settembre ha sposato Tala Soboh, una ragazzina di 14. I due si sono promessi eterno amore a Beit Lahiya, nella Striscia di Gaza e pochi passi dal confine con Israele. La coppia vive in una casa di tre stanze insieme ad altri nove parenti. Ahmed lavora come netturbino insieme al padre e guadagna 5 dollari al giorno (foto di Mohammed Salem/Reuters)

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Le parole del segretario di Stato Usa e quelle speranze sui colloqui tra israeliani e palestinesi

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il sereno quando meno te l’aspetti. La luce che si accende quando ce n’è più bisogno. È presto per esultare. È ancora prematuro parlare di pace definitiva. Ma John Kerry, il segretario di Stato Usa e “arbitro” dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ieri ha detto poche parole, ma accolte con un sospiro di sollievo. Per non dire di più. Perché, ha rivelato Kerry per la prima volta, «le due parti si sono incontrate già sette volte».

«I negoziati ora stanno cercando di raggiungere un accordo definitivo, non provvisorio, sullo status di entrambe le realtà», ha detto Kerry. «Tutte le questioni sono sul tavolo: i confini, la sicurezza, la sorte dei rifugiati palestinesi, Gerusalemme, lo status finale della Cisgiordania. Siamo tutti d’accordo che i faccia a faccia vanno intensificati e che ora servirà ancora di più la presenza americana per facilitare il confronto».

Poi è andato a un incontro, a porte chiuse, dove erano arrivati i principali donatori dei palestinesi. Non ha detto nulla di più. Non ha risposto alle domande dei cronisti. Non ha spiegato le sue parole. Ma è chiaro che, in uno dei pochi momenti di aggiornamento sui colloqui – messi sotto chiave proprio dagli Usa – sembra che tra Gerusalemme e Ramallah le cose si siano messe proprio bene.

Lo dimostra anche la decisione dello Stato ebraico, ieri nella tarda serata, di alleggerire alcune delle restrizioni imposte sulla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Alla base proprio i negoziati che proseguono a passo spedito. Soprattutto: senza strappi. «Il nostro governo rilascerà ulteriori 5.000 permessi di lavoro per i palestinesi che vorranno lavorare in Israele», ha detto Yuval Steinitz, ministro delle Relazioni internazionali. Non solo. I punti d’ingresso di Allenby Bridge lavoreranno in fasce orarie più ampie e, soprattutto, «sarà permesso l’import nella Striscia di Gaza di materiali per l’edilizia».

Kerry ha fretta di chiudere. Obama cerca, a tutti i costi, un successo – storico – in Medio Oriente. L’Autorità palestinese aspetta quell’etichetta internazionale di “Stato della Palestina” che intere generazioni hanno immaginato, sognato, cercato, chiesto per anni. Israele chiede di poter svegliarsi, giorno dopo giorno, dovendo affrontare i problemi di un normale Paese, e non quelli di una nazione perennemente in guerra. Le prossime settimane saranno decisive: diranno se vedremo presto la Pace oppure se dovremo raccogliere le macerie – le ennesime – di colloqui avviati, esaltati e poi fatti saltare.

© Leonard Berberi

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Postcards from Middle East / 73

James Snyder, direttore dell'Israel Museum ammira "L'annunciazione di San Martino alla Scala", il dipinto rinascimentale di Sandro Botticelli. L'affresco, dopo un iter travagliato, è arrivato finalmente a Gerusalemme dagli Uffizi di Firenze. E' la prima volta nella storia che un Botticelli viene esposto in Israele (foto Baz Ratner/Reuters)

James Snyder, direttore dell’Israel Museum ammira “L’annunciazione di San Martino alla Scala”, il dipinto rinascimentale di Sandro Botticelli. L’affresco, dopo un iter travagliato, è arrivato finalmente a Gerusalemme dagli Uffizi di Firenze. E’ la prima volta nella storia che un Botticelli viene esposto in Israele (foto Baz Ratner/Reuters)

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attualità

Quei colloqui di pace “arrivati a un punto morto”: tra israeliani e palestinesi restano le divergenze

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l'inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l’inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Tu chiamali, se vuoi, colloqui di pace. Perché per ora «le tavolate sono a un punto morto». Hai voglia a organizzare ancora incontri. A mantenere la segretezza. A stare alla larga dai flash dei fotografi. A fare di tutto per non far capire cosa succede in quei vertici. A smentire addirittura che le due parti si siano incontrate ieri, la settimana scorsa o un mese fa.

«Cinque settimane di discussioni, zero progressi», dice Yasser Abed Rabbo, uno dei consiglieri più fidati del presidente palestinese Mahmoud Abbas, intervistato ai microfoni della radio La voce della Palestina. «Questi colloqui sono già diventati inutili e non porteranno a nessun risultato se gli americani non faranno alcuna pressione».

Cinque settimane. Cinque incontri. Il primo il 29 luglio. L’ultimo, a Gerusalemme, martedì scorso. In mezzo, e di fronte, il mediatore israeliano Tzipi Livni (che è anche ministro della Giustizia) e quello palestinese, Saeb Erekat. E un confronto tra le proprie «agende» nazionali: le richieste degl’israeliani, le richieste dei palestinesi. La sintesi, per ora, non è stata trovata. E nemmeno le basi per l’accordo.

L’ufficio del premier Benjamin Netanyahu non conferma, né smentisce. Così come l’entourage di Tzipi Livni. Washington, a luglio, è stata chiarissima: niente dichiarazioni alla stampa, niente aggiornamenti, niente indiscrezioni. Niente di niente. Promessa mantenuta dallo Stato ebraico. Più volte rotta, soprattutto negli ultimi giorni, dai palestinesi.

Le posizioni, dicono i bene informati, restano distanti. Proprio sulle questioni «chiave» di tutta la questione israelo-palestinese. Il presidente Abbas – e il popolo insieme a lui – chiede Gerusalemme Est. Ne vuole fare la capitale del futuro Stato della Palestina. «È la mia “linea rossa”», avrebbe detto Abbas, «non firmerò nessun accordo se nel documento non c’è scritto che Israele ci restituisce quel pezzo di città che ci spetta».

Un colono guarda l'insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

Un colono guarda l’insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

I palestinesi hanno riesumato anche la bozza di accordo del 2008 tra le due parti, quando alla guida del governo israeliano c’era Ehud Olmert. Il documento prevedeva la cessione di sovranità a Ramallah del 94% della Cisgiordania. Nel restante 6% lo Stato ebraico si sarebbe tenuto gli insediamenti più grandi e in cambio avrebbe dato ai palestinesi un 6% del proprio territorio. Punti che Netanyahu ha già respinto: «Non sono obbligato a tenere conto della bozza di Olmert».

A spostare i colloqui di pace verso un binario praticamente morto sarebbero anche le proposte degl’israeliani: sì allo Stato palestinese, ma – spiega all’Associated Press un anonimo alto esponente di Ramallah – «con frontiere provvisorie e senza toccare decine di insediamenti e avamposti militari, pari al 40% della Cisgiordania». Nella West Bank, oggi, si contano più di 500 mila israeliani che vivono nelle colonie ebraiche. E per i palestinesi è uno dei punti fondamentali di ogni discussione: non ci deve essere nessun futuro per i coloni in quel pezzo di terra.

«Gli israeliani continuano a dire di metterci a discutere sui confini provvisori», racconta ancora l’alto esponente palestinese, «mentre noi ripetiamo a loro: “Ok, ma prima dobbiamo accordarci sul fatto che il confine sarà quello esistente prima del 1967”».

Tu chiamali, se vuoi, colloqui.

© Leonard Berberi

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L’ANALISI / Quell’aereo che studia l’atmosfera sopra la Siria e i suggerimenti di Russia e Iran a Damasco

Che ci faceva «Cobra 56» tra Turchia, Siria e Libano? Perché ha passato alcuni minuti sorvolando l’est del Mediterraneo? E perché s’è fatto vedere proprio ora, quando gli occhi del mondo sono tutti lì, in quell’area?

Secondo CSIntel alle 18:45 di ieri (ora italiana) decine di radar del Medio Oriente, compresi quelli di Damasco, hanno intercettato «Cobra 56». Un WC-135W con numero di serie 62-3582 dell’esercito americano rivestito con una pellicola assorbente molto particolare e con a bordo la tecnologia più avanzata che esista per raccogliere particelle nell’atmosfera, analizzarle e dire, nel giro di pochi minuti e a molta distanza, cos’è successo e quale sostanza circola nell’aria.

Perché gli americani stanno raccogliendo ancora prove? Perché vogliono altro materiale dalla Siria? Una spiegazione la fornisce indirettamente Debka, il sito specializzato nello spionaggio israeliano. «Negli ultimi giorni russi e iraniani hanno suggerito ad Assad di spostare i depositi con le armi chimiche in Iran sotto la supervisione di Mosca e Teheran», scrive Debka. Consigli che sarebbero arrivati da Alaeddin Borujerdi, presidente del comitato degli affari esteri e della sicurezza nazionale della Majlis, l’Assemblea consultiva islamica. Borujerdi avrebbe incontrato il presidente siriano lo scorso 1° settembre a Damasco accompagnato da una folta delegazione di esperti e tecnici.

Un WC-135 delle forze armate americane dotato di tecnologia per analizzare le particelle atmosferiche

Un WC-135 delle forze armate americane dotato di tecnologia per analizzare le particelle atmosferiche

«Se fossi Assad userei questi giorni per spostare tutti i miei armamenti chimici», sostiene più di un esperto militare israeliano. Ma mentre per Gerusalemme lo scenario peggiore sarebbe quello di camion che trasportano il materiale in Libano, nelle mani di Hezbollah, il trasferimento in Iran – per la Siria – presenta più di un problema. Logistico, strategico e politico.

E intanto, a proposito degli esperti militari israeliani, è sempre alta la polemica nei confronti del presidente americano Barack Obama. Sia alcuni dei vertici dell’esercito dello Stato ebraico che un paio dei consiglieri sulla sicurezza nazionale del premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbero fatto capire chiaramente al primo ministro che c’è meno del 5% di possibilità che gli Usa, dopo il passaggio al Congresso, decidano di attaccare Assad facendogli davvero male.

Secondo loro, anzi, al prossimo G20 – che si svolgerà a San Pietroburgo il 5 e il 6 settembre – Obama cercherà in tutti i modi di convincere Putin a fare pressioni sul presidente siriano per mostrare una minima apertura alla comunità internazionale. Un gesto che, agli occhi di Washington, potrebbe portare Obama a riconsiderare l’opzione militare contro Damasco.

© Leonard Berberi

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attualità

Uri, Abed e l’«Operazione Ulisse»: storia della missione più spettacolare del Mossad

Il logo del Mossad

Il logo del Mossad

Poi succede che qualcuno bussa alla tua porta. E ti sconvolge la vita. Così, a cinquant’anni. Mentre sei lì a fare tutt’altro. A risolvere i problemi di tutti i giorni. Ecco, mentre sei lì con il tuo bel pezzo d’esistenza che se n’è andato, c’è ‘sto tizio – un giornalista israeliano – che fa domande. Tante domande. Chiede informazioni su tuo papà. Vuole sapere alcune cose. Anche troppe. Poi ti guarda negli occhi e dice: sapevi che tuo papà era una spia del Mossad? E ti anticipa che sta scrivendo un lungo articolo su questo. Ti spiega che anche tu facevi parte della missione. Che sei stato un prodotto di quella.

E allora scopri, in quel istante, che tuo papà Abed al-Hader non è chi è sempre stato. Che aveva pure un nome in codice: “Ladya”. E vieni a sapere anche di avere un fratello. Mai visto. Mai conosciuto. Forse incrociato qualche volta. Di sicuro mai immaginato. E ti accorgi anche che quella storia, tutta quella storia, tu l’hai vista soltanto in tv. In un telefilm, “The Americans”, trasmesso da poco e con questa coppia di spie russe che va negli Usa e vive come gli americani, ha una casa con il giardino, mangia i pancake, ma trasmette informazioni a Mosca, uccide, fa sparire persone e oggetti e prove.

È con un lungo racconto nell’inserto settimanale “7 Days” che lo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto d’Israele, squarcia il velo su uno dei segreti meglio custoditi dello Stato ebraico: l’«Operazione Ulisse». Né più, né meno la prima missione spettacolare del Mossad (un’altra è stata svelata nel 2011 qui): con nove agenti che hanno passato anni tra i palestinesi, vivendo come gli arabi. Sposandosi. Facendo figli. Diventando membri rispettati della comunità. Raccogliendo informazioni. Segnalando la nascita di Fatah. L’ascesa di Abu Jihad. E soprattutto di lui, Yasser Arafat.

project-ulysses

Operazione Ulisse

Abed-Uri se n’è andato da tempo. Ma dietro di sé ha lasciato una lunga scia di segreti, di affetti che ora vivono un trauma, di informazioni riservate. E due figli che solo adesso scoprono di essere fratellastri: uno nato in Palestina da donna musulmana e da qualche anno migrante all’estero. L’altro, Shai, venuto alla luce poco prima da una donna ebrea e ora un rispettato avvocato. E chissà se mai s’incontreranno i due. E chissà cosa si diranno. Ammesso che abbiano qualcosa da dirsi.

Il «Progetto Ulisse», quindi. Siamo nel 1950. Il Mossad – guidato da Isser Harel – sente aria di cambiamenti radicali tra i palestinesi. Ha bisogno di occhi e orecchie lì, tra gli arabi. Vuole capire che succede. Cosa si muove tra i leader. Così crea un’unità – Ulisse – con l’obiettivo di addestrare gli agenti a infiltrarsi nei campi profughi nella West Bank e nei Paesi vicini. Le reclute hanno tutti tra i 20 e i 30 anni. Sono ebrei sionisti immigrati di recente dai Paesi arabi. Parlano già la lingua. Conoscono molto bene gli usi e i costumi.

Una volta convinti a prendere parte alla missione «di priorità nazionale» tagliano qualsiasi legame con le loro famiglie. Quelle vere. Si trasferiscono in alcuni appartamenti a Jaffa. Vengono addestrati per un anno e mezzo. Imparano a usare le armi e gli esplosivi, a leggere il Corano. A realizzare sabotaggi. Ma anche a raccogliere informazioni. A comportarsi insomma come spie. Alla fine soltanto in nove superano tutti i test. E subito dopo vengono spediti tra le comunità arabo-israeliane. Due di loro, passando attraverso la Giordania, vengono pure picchiati dall’esercito israeliano appena arrivati a Umm al-Fahm. «Non potevamo fare niente, non potevamo bruciare la loro copertura», ha ricordato Sami Moriah, direttore dell’unità.

Sami Moriah, capo dell'unità "Ulisse" (foto d'archivio)

Sami Moriah, capo dell’unità “Ulisse” (foto d’archivio)

«Quelli erano tempi difficili: quando portavo le loro lettere alle famiglie, una delle madri mi scongiurava sempre di fargli vedere almeno una volta il figlio, anche da lontano. Ma non era possibile, questo avrebbe influito negativamente nel processo di formazione della nuova identità». E allora erano lacrime. E ancora lacrime. E pianti a non finire.

Nel 1959 sette agenti tornano a casa. La missione per loro è finita. Ma gli altri due – Abed al-Hader e «Isaac», ancora oggi sotto segreto – continuano. Vengono invitati a sposarsi. A fare figli. A rifarsi una vita. A mostrarsi come palestinesi fino al midollo e, soprattutto, avversari fino alla morte degl’israeliani. I due eseguono. Si guadagnano il rispetto, la stima e la fiducia dei leader locali. Ospitano a casa anche le prime riunioni di Fatah dove si discute addirittura di come eliminare Israele dalle mappe e come creare la Palestina. E così, agli inizi del 1964, il Mossad – grazie ai microfoni installati tra le mura domestiche – scopre non solo che c’è quest’organizzazione, ma che è anche guidata da Khalil al-Wazir (Abu Jihad) e Yasser Arafat (Abu Amar). Agli inizi due sconosciuti per gli 007 dello Stato ebraico. Poi diventati addirittura due obiettivi, da uccidere il prima possibile.

Quasi quindici anni dopo l’inizio della missione Abed al-Hader/Uri Yisraeli viene trasferito a Beirut. Anche lì qualcosa si sta muovendo. Nei sobborghi qualcuno sta pensando a un’organizzazione sciita anti-israeliana. È ancora presto, ma agli inizi degli anni Ottanta quell’idea diventerà Hezbollah. È la fine del 1964. Ma anche della copertura. L’agente entra nella sua stanza. Inizia a trasmettere informazioni. Quando viene scoperto dalla moglie a fare qualcosa di sospetto. Che fare? Continuare a mentire o dire la verità? Prevale la seconda opzione. «Non sono chi pensi», le dice. «Non sono un nazionalista palestinese. Sono un ebreo. E sono una spia del Mossad».

Fine della storia. L’inizio di un’altra. Forse.

© Leonard Berberi

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