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LA STORIA / Il dramma della famiglia Naor e il rene donato a un piccolo palestinese

Noam Naor, il piccolo di 3 anni morto dopo essere caduto accidentalmente dalla finestra di casa. I genitori hanno deciso di donare i suoi organi. Un rene è stato trapiantato in un bambino palestinese

Noam Naor, il piccolo di 3 anni morto dopo essere caduto accidentalmente dalla finestra di casa. I genitori hanno deciso di donare i suoi organi. Un rene è stato trapiantato in un bambino palestinese

«Signor Naor che facciamo? È d’accordo a donare il rene di suo figlio a un palestinese?». Forse qualcuno ci sta già pensando a farne un film. E qualcuno forse userà questa storia per i suoi racconti mediorientali. Per sottolineare i troppi volti delle tensioni tra arabi e israeliani.

«Signor Naor che facciamo?». Succede tutto dieci giorni fa in una casa a Ramle, a pochi chilometri da Tel Aviv. Poche ore prima un dottore, un chirurgo, ha appena spiegato al signor Naor che suo figlio di 3 anni, Noam, è clinicamente morto. La caduta dalla finestra di casa è stata fatale. Il piccolo non ce l’ha fatta. Il padre e la madre decidono di donare gli organi. Tutti. Un rene parte subito nella sala operatoria dove in attesa c’è un altro bambino israeliano.

A chi donare l’altro rene? La domanda non è facile. I medici e il ministero della Salute fanno una ricognizione. Usano l’unico standard accettato: quello del percorso clinico e dell’età di chi ha bisogno. La ruota si ferma al Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme. Lì c’è un ragazzo palestinese di dieci anni che dal 2006 fa avanti e indietro per la dialisi.

E allora ecco che dal ministero telefonano in casa Naor. «Volete donare l’altro rene di vostro figlio a qualcuno che non è israeliano, nel caso in questione un palestinese?». Dall’altra parte della cornetta i Naor reagiscono con qualche secondo di silenzio. Chissà se per la telefonata o per quella domanda, così precisa e diretta, se dire sì o no, se decretare la fine delle sofferenze di un ragazzino oppure far vincere le barriere ideologiche e culturali che ogni tanto qualcuno tenta di tirare sempre più su.

Infermiere in un corridoio del Beilinson Hospital di Petah Tikva, a est di Tel Aviv (foto di David Bachar)

Infermiere in un corridoio del Beilinson Hospital di Petah Tikva, a est di Tel Aviv (foto di David Bachar)

Allora signor Naor? «Non mi interessa chi riceve il rene di mio figlio, l’importante è che questo serva a far finire il calvario a qualche bambino», risponde il padre di Noam. Nel giro di poche ore l’organo viaggia al Beilinson Hospital di Petah Tikva dove l’aspettano chirurghi e infermieri, genitori in ansia e un ragazzino di dieci anni. L’intervento fila liscio. Il piccolo palestinese riapre gli occhi. Ora dovrà affrontare alcuni giorni delicati per far sì che il rene non venga rigettato. Ma i dottori sono ottimisti.

«Non ho parole», commenta il papà del piccolo ragazzino con casa in Cisgiordania. «Voglio solo dire grazie ai Naor per aver dato una nuova vita a mio figlio e a noi dopo anni di sofferenze». Yael German, ministro israeliano della Salute, parla di «esempio da seguire». «I genitori di Noam sono una fonte di ispirazione per tutti noi: nel momento più brutto della loro vita hanno preso una decisione difficile. Siamo orgogliosi di loro».

«Lo spirito umano non fa differenze sulla base del sangue», scrive il presidente Simon Peres sulla sua pagina Facebook. «Ho parlato con Sarit, la mamma del piccolo Noam: s’è comportata in modo coraggioso e ha riempito i nostri cuori di orgoglio». A fianco al messaggio, pubblicato in ebraico e inglese, il volto del piccolo di tre anni. Protagonista, triste, di una storia che accende una piccola speranza in Medio Oriente.

© Leonard Berberi

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L’anniversario (in carcere) di Abu Sisi, l’ingegnere “rapito” in un treno ucraino

Non sciopera. Non fa rumore. Non parla. Anzi, a dirla tutta: sembra quasi non esistere. Eppure è uno dei detenuti palestinesi più sorvegliati. «Fermato» in modo rocambolesco in Europa, fatto sparire per tre settimane, poi portato davanti a un giudice israeliano. Quindi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza.

Mentre si sospira per la fine dello sciopero della fame (dopo 66 giorni) di Khaled Adnan, c’è un altro protagonista delle carceri israeliane. Un uomo sul quale aleggiano misteri e contraddizioni. Si chiama Dirar Abu Sisi, ha 43 anni, una moglie (ucraina), sei figli che l’aspettano a casa, a Gaza City, e un lavoro alla centrale elettrica della Striscia.

Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio 2011 Abu Sisi sparisce. Era salito da poche ore su un treno alla stazione di Kharkov, in Ucraina. Destinazione: Kiev, a 500 chilometri di distanza, dove l’aspettava il fratello, da 15 anni in Olanda. Ma nella capitale l’uomo non ci arriverà mai. Veronika, la consorte, inizia a parlare subito di un rapimento dei servizi segreti. Anzi, dice di più: «quelli del Mossad hanno preso mio marito», denuncia. La donna passa giorni interi a parlare con giornalisti e diplomatici, politici e uomini dell’Intelligence ucraina. Ma niente.

Dirar Abu Sisi, nella sua prima apparizione pubblica, lo scorso anno, dopo il "rapimento" in territorio ucraino

Fino a quando, tre settimane dopo, una domenica pomeriggio, arriva l’ammissione da parte israeliana: l’ingegnere palestinese è nelle mani dello Stato ebraico. In stato di detenzione. A rendere pubblico qualcosa di competenza dei servizi segreti di Gerusalemme è stato un giudice del tribunale di Petah Tikva (vicino a Tel Aviv): il togato autorizza soltanto la pubblicazione del fatto che Abu Sisi sia in una galera israeliana. Quanto alle ragioni, il silenzio assoluto.

Passano i giorni. La famiglia del palestinese reclama il marito-padre a Gaza City. In Ucraina si chiedono come sia possibile che agenti dei servizi segreti stranieri vengano e facciano un po’ quel che gli pare. Spunta anche una prima versione, ufficiosa, sui motivi del «rapimento»: l’uomo da mesi lavorerebbe alla costruzione di una bomba potente e sarebbe in contatto con 007 siriani, libanesi, iraniani. Si tratterebbe, poi, dello stesso Abu Sisi indicato come uno degli uomini di fiducia di Hamas e quindi vicino a chi detiene da quasi cinque anni il soldato israeliano Gilad Shalit.

Elementi, indizi, sospetti, accuse. Quanto basta per convalidare il fermo. Poi il carcere. Intanto continuano le indiscrezioni. Raccontano, quelle voci, che Abu Sisi sarebbe stato prelevato un’ora dopo la partenza del treno ucraino da uomini vestiti con la divisa dell’ente ferroviario locale. L’operazione, tutta gestita dal Mossad, sarebbe scattata dopo l’ok delle autorità ucraine. L’ingegnere palestinese sarebbe poi stato portato all’aeroporto di Poltava, sempre un Ucraina. Una destinazione famosa già in passato per voli segreti con a bordo persone non meglio identificate. Arrivato in Israele, Abu Sisi sarebbe stato tenuto prima al centro di detenzione dello Shabak (il servizio di sicurezza dello Stato ebraico) di Petah Tikva, poi trasferito nella prigione di Shikma, vicino Ashqelon.

I sei figli dell'ingegnere di Gaza City

Poi di Abu Sisi si perdono le tracce. Di nuovo. Nessuno parla o scrive dell’uomo prelevato da un treno in corsa in Europa. Fino a quando, su Shehab News Agency, un’agenzia stampa, non compare il racconto di un ex detenuto, ex vicino di cella di Abu Sisi e ora libero grazie allo scambio tra i carcerati palestinesi e Gilad Shalit.

Rivela, il detenuto, quel che l’ingegnere di Gaza City gli avrebbe raccontato. «Sette uomini mi hanno ammanettato e bendato», avrebbe detto Abu Sisi. «Mi hanno prelevato da un treno, mi hanno portato vicino Kiev, mi hanno fatto sedere su una sedia e poi mi hanno detto: “Sai chi siamo? Quelli dell’intelligence israeliana”». Poi ad Abu Sisi quegli uomini avrebbero tolto la benda. «Ho visto davanti a me Yoram Cohen». Non è uno qualunque, Cohen. Di lì a qualche settimana diventerà il capo dello Shin Bet, i servizi di sicurezza dello Stato ebraico. Un numero uno «in pectore» che, in terra straniera (Ucraina), «sequestra» un cittadino e lo interroga. A chi di queste cose s’intende, la presenza di un uomo chiave della sicurezza israeliana sembra «altamente improbabile»: «Non è nella prassi dell’Intelligence dello Stato ebraico», dicono.

E comunque. Avrebbe raccontato ancora Abu Sisi: «Mi hanno fatto un sacco di domande su Gilad Shalit. Mi hanno chiesto conto dei miei rapporti con Al-Qassam, il braccio armato di Hamas». Gli agenti israeliani avrebbero fatto le stesse domande per ore. «Mi hanno anche malmenato, mi hanno tirato schiaffi, calci e pugni», avrebbe rivelato ancora l’ingegnere palestinese. «Sono andati avanti così per 5-6 ore». L’indicazione temporale, a dire il vero, è una stima. L’uomo palestinese non aveva orologi o altro.

La testimonianza finisce qui. Da Israele non hanno né confermato, né smentito. E restano ancora sconosciute le accuse, quelle vere. Anche se fonti qualificate si limitano a dire che l’accordo a cavallo tra settembre e ottobre 2011 per la liberazione di Gilad Shalit sarebbe avvenuto anche grazie ai «consigli» di Dirar Abu Sisi, l’ingegnere di Gaza City.

© Leonard Berberi

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La proposta choc di Netanyahu: dividere in due Beit Shemesh

Dividere in due la città. Di qua i religiosi e i laici. Di là gli zeloti ultraortodossi. In mezzo, chissà. Un muro, magari. O una serie di checkpoint. Perché il sobborgo di Beit Shemesh non è più solo un problema di costume. Ma anche una questione di ordine pubblico. Da risolvere subito. Prima che il virus dell’intolleranza religiosa si estenda al resto del Paese. Prima che i 25 mila appartamenti in costruzione e destinati agli ultraortodossi renda la situazione esplosiva. Prima che distrugga Israele.

In una riunione che doveva restare riservata, ma che puntualmente è comparsa con tanto di dettagli sui quotidiani locali, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha proposto ai colleghi di coalizione del Likud (il suo partito) e dello Shas (formazione religiosa) la più radicale delle soluzioni: dividere in due Beit Shemesh. Non è – non sarebbe – la soluzione definitiva. Ma, viste le tensioni nell’area, si tratterebbe di quella più adeguata al problema.

Due bambini si coprono il volto per non farsi fotografare in una via di Beit Shemesh (foto di Oded Balilty / Ap)

Dai partiti di opposizione fioccano i no. Da quelli di maggioranza arriva più di una presa di distanza dalla proposta. Ma la soluzione radicale del premier israeliano aleggia ormai da qualche ora. «Non possiamo arrenderci di fronte ai fatti di Beit Shemesh», ha detto Miri Regev, deputato del Likud, il partito di Netanyahu. Ma ha anche aggiunto che «potremmo non avere altra strada da percorrere che quella di dividere in due la città, dove religiosi e laici possano vivere in tranquillità nel loro spazio, e gli ebrei ultraortodossi possano condurre la loro vita con le loro regole entro confini precisi».

Intanto, a dimostrazione che Beit Shemesh è solo un sintomo, arriva la notizia – riportata dal quotidiano Ha’aretz – della recita di Hannukkah a Petah Tikva, a est di Tel Aviv. Scrive il giornale che alcuni genitori si sono lamentati per aver dovuto assistere a uno spettacolo al centro culturale della città dove i posti erano divisi: uomini da una parte, donne dall’altra. Ma l’ufficio del sindaco ha tagliato corto: «Sono anni che alcuni appuntamenti culturali prevedono la distribuzione esatta dei posti».

© Leonard Berberi

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IL VIDEO DELL’ASSOCIATED PRESS

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INCHIESTA / Il giallo di Dirar Abu Sisi, l’ingegnere di Gaza sparito da un treno in Ucraina, ma detenuto da giorni in Israele

Abu Sisi e tre dei suoi sei figli

Altro che film di spionaggio. Dirar Abu Sisi entra di diritto nei manuali dei servizi di sicurezza. E nei libri di racconti gialli. L’hanno cercato tutti Abu Sisi, per quasi tre settimane. Palestinese di Gaza, 42 anni, l’uomo ha una moglie ucraina, sei figli e un lavoro alla società elettrica della Striscia. Tra il 18 e il 19 febbraio era salito su un treno dalla stazione di Kharkov, in Ucraina, e si stava dirigendo nella capitale Kiev, quasi 500 chilometri più lontano. Ma lì non è mai arrivato. Sparito, insieme alle sue cose, nel nulla. E da un treno in corsa.

La moglie Veronika aveva subito parlato di rapimento di un servizio di sicurezza ben preciso: il Mossad. Ucraina e Israele negavano. O al massimo non rispondevano. Mentre i blogger si scatenavano per giorni e giorni. Perché tanto ai giornalisti ebrei era stato imposto il silenzio di Stato. Intanto lui, Abu Sisi, continuava a non dare segnali.

Fino a quando, domenica pomeriggio, è arrivata l’ammissione ufficiale: l’ingegnere palestinese è nelle mani dello Stato ebraico ed è un detenuto. Ieri un magistrato del tribunale di Petah Tikva (vicino a Tel Aviv) ha parzialmente sollevato la cortina di silenzio imposta dalle autorità israeliane sul caso, autorizzando solo la pubblicazione del fatto che Sisi sia prigioniero in Israele. Ma sulle ragioni della sua detenzione non si sa nulla. La prima versione, ufficiosa, è che l’uomo sarebbe stato fermato perché da mesi starebbe lavorando alla costruzione di una bomba molto potente e sarebbe in contatto con agenti dei servizi segreti siriani, libanesi e iraniani che da tempo portano armi e munizioni verso la Striscia di Gaza. Sarebbe, poi, anche uno degli uomini di fiducia dell’organizzazione terroristica Hamas.

I sei figli di Abu Sisi, l'uomo rapito in Ucraina dal Mossad (foto di Adel Hana / Ap)

Il palestinese è stato visitato da un legale israeliano, assunto dalla moglie, che ha detto di averlo trovato in discrete condizioni fisiche, nonostante qualche problema di salute di cui era affetto prima ancora della sua scomparsa. Secondo alcune voci il rapimento sarebbe avvenuto col consenso e l’assistenza delle autorità ucraine. Anche se, nella sua visita di qualche giorno fa a Gerusalemme, il premier ucraino Nikolai Azarov ha evitato di rispondere alle domande dei giornalisti sul caso, limitandosi a dire che è in corso una verifica delle autorità del suo paese. I bene informati dicono che in cambio dell’extraordinary rendition in salsa israeliana all’Ucraina saranno concessi vantaggi fiscali e commerciali con lo Stato ebraico.

Il primo ministro ucraino Nikolai Azarov (foto di Emil Salman)

Resta il giallo su tutta la vicenda. Quello che è successo nella notte tra il 18 e il 19 febbraio lo si può capire incrociando informazioni pubbliche, ammissioni pubbliche e dati riservati. Abu Sisi, stando alle informazioni in nostro possesso, sarebbe stato prelevato dal treno poco più di un’ora dopo la partenza da uomini vestiti con la divisa dell’ente ferroviario ucraino. L’operazione, guidata e gestita dagli agenti del Mossad, avrebbe visto la partecipazione anche di cinque uomini dei servizi segreti ucraini.

Da lì l’ingegnere palestinese, una volta bendato, sarebbe stato portato all’aeroporto di Poltava, sempre in Ucraina. Un luogo che già in passato è stato teatro di voli segreti con persone non meglio identificate a bordo. Due ore dopo, Abu Sisi sarebbe stato messo su un volo militare con destinazione Israele. Una volta arrivati nello Stato ebraico, il detenuto sarebbe stato rinchiuso prima al centro di detenzione dello Shabak (il servizio di sicurezza israeliano) di Petah Tikva, poi trasferito alla prigione di Shikma, nei pressi di Ashkelon.

Per giorni non si è saputo nulla. La moglie ha chiesto ai ferrovieri ucraini se avevano visto il marito. Ma tutti hanno detto di no. Mentre le autorità ucraine prima e israeliane poi hanno sempre smentito le accuse della moglie di Abu Sisi. Fino all’ammissione ufficiale.

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cultura

E una band israeliana finisce sulla copertina di una rivista dell’Iran

In Europa non se n’è accorto nessuno. Negli Usa nemmeno. Anche se la notizia – normale altrove – tanto solita in Medio Oriente non lo è. Soprattutto quando coinvolge Israele e Iran.

Succede che una band di metallari israeliani – gli Orphaned Land – continua a rompere tabù nel mondo arabo. E dopo aver conquistato il Nordafrica e i vicini-nemici (Libano, Siria), è finita nella copertina di una delle riviste specializzate più lette in Iran. Alla faccia delle relazioni – inesistenti – tra i due paesi. Senza considerare che le foto del servizio e della cover sono state scattate e curate da altri due israeliani.

Il periodico – “Divan” – si occupa soprattutto di musica rock, metal e rap (domanda: ma nella teocrazia di Ahmadinejad la musica “occidentale” non era stata mica messa al bando?). Nell’ultimo numero i componenti del gruppo di Petah Tikva si sono vestiti in tutti i modi (religiosi) possibili: chi da arabo, chi da Gesù, chi da ebreo. Senza calcolare il vistoso décolleté dell’unica donna della band.

«Sono ancora stupito di quello che è successo», ha detto al quotidiano elettronico “Ynet” Kobi Farhi, il cantante degli Orphaned Land. «Ancora una volta la musica dimostra un grande potere nell’abbattere tutte quelle barriere che mettono sui i politici».

A dare una mano alla popolarità del gruppo – nato nel 1991, quattro album all’attivo – è stata la decisione di combinare diversi tipi di musica: da quella yiddish a quella araba, passando attraverso accenni cristiani e ortodossi. Tanto che le loro canzoni sono ascoltate a Rabat, Il Cairo, Tel Aviv, Gerusalemme, Ramallah, Beirut, Teheran. Anche se il maggior numero di fan ce l’hanno in Turchia, dove ogni anno – blitz sulla Mavi Marmara o meno – partecipano ai raduni musicali. Quasi a confermare, per l’ennesima volta, che dietro ogni governo che alza muri, c’è sempre qualcuno – un musicista, uno scrittore, un regista – che quell’ammasso di mattoni lo distrugge.

Leonard Berberi

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tecnologia

Microsoft condannata per aver usato caratteri di scrittura senza il permesso degli autori

Davide batte Golia. Di nuovo. Solo che stavolta non c’entra nulla la mitologia. Ma la tecnologia. Microsoft è stata condannata dal tribunale israeliano di Petah Tikva per aver usato – senza il consenso degli autori – un tipo di carattere nei sistemi operativi destinati al mercato ebraico.

I due grafici israeliani – Zvi Narkiss (morto due mesi fa) e Eliyahu Koren – hanno querelato il gigante dell’informatica nel 2008 perché Redmond aveva usato senza permesso il font “Narkisim“, creato sessant’anni fa dai due uomini.

Sono loro – secondo il giudice Ofer Grosskopf – gli unici detentori del diritto d’utilizzo del “Narkisim”. La difesa di Microsoft, invece, ha sostenuto che essendo passati più di quindici anni (tanto è il limite in Israele per la protezione legale delle creazioni grafiche), i font ormai erano di dominio pubblico.

Niente da fare. La corte di Petah Tikva ha stabilito che il big dell’informatica dovrà chiedere il permesso di utilizzo ogni volta che inseriscono i segni grafici nei propri sistemi operativi. Perché non solo si è in presenza di un’opera con dei legittimi proprietari, ma anche perché lo stesso nome – “Narkisim” – è ricavato dai cognomi dei due creatori. Per questa violazione Microsoft è stata condannata a pagare 10mila euro ai due.

Narkisim non è un semplice carattere. Nel 1950, quando è stata creata e quando ha iniziato a circolare nelle macchine da scrivere israeliani, ha finito con lo scrivere pezzi importanti della storia del Paese. Quasi un simbolo nazionale.

L.B.

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Nella scuola di Ner Etzion dove i nuovi iscritti sono tutti figli d’immigrati. O quasi

La scuola mono-etnica di Ner Etzion (foto Nir Keidar)

La scuola religiosa di Ner Etzion, nei pressi di Petah Tikva, un tempo era il fiore all’occhiello del paesino. Poi vennero gl’immigrati etiopi.

Ci portarono i loro figli. E ancora altri figli. Nel frattempo, i genitori ebrei iniziavano a spostare i loro ragazzi altrove. In istituti sempre religiosi, ma meno multietnici e – a detta loro – «più sicuri». E’ successo un po’ come in una scena del film “Vai e vivrai“.

Nelle scorse settimane le famiglie africane – racconta il quotidiano Haaretz – hanno chiesto di poter iscrivere i loro figli altrove. In classi più variegate e non in scuole-ghetto. Ma dal Ministero dell’istruzione è arrivata una risposta secca: non possiamo costringere gli altri istituti a prendere i vostri figli.

Risultato: nell’anno scolastico 2010-2011, nella scuola di Ner Etzion ci saranno 290 bambini. Di questi, 289 di origine etiope. L’unico non africano è iscritto alla prima elementare. Si chiama Ran, è di carnagione chiara e, assicura il papà, il rabbino Amiel Keinan, «non avrà problemi a crescere e a imparare in una scuola di soli ragazzi di colore».

«Ran maturerà in un ambiente che gli insegnerà la diversità e la tolleranza», ha continuato il papà. Che poi non ha risparmiato le critiche ai suoi connazionali: «Mi vergogno e provo schifo per quei genitori che hanno tolto in massa i loro bambini ebrei da questo istituto solo perché c’erano studenti di colore».

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