intervista

“Io, ragazzo di Gaza, vi spiego quanto sia cambiata la nostra vita con l’arrivo di Internet”

Mohammed Rabah Suliman è un ragazzo di 21 anni. Nato in Arabia Saudita, ora vive a Gaza City e studia Letteratura Inglese all’università islamica della città. È anche un famoso blogger nella Striscia, tanto che il suo spazio virtuale “Gaza diaries of peace and war” accoglie spesso gli umori che si agitano nell’area mediorientale. Ho avuto il piacere di intervistarlo per “Sette”, il settimanale del Corriere della Sera. Sotto trovate il resto dell’intervista. Qui, invece, trovate il pezzo uscito a pagina 22 dell’edizione del 10 marzo 2011. (l.b.)

* * *

Mohammed, come vive un ragazzo nella Gaza di oggi? Cosa fa?
«Dipende dove si trova. Il campo profughi di Jabaliya è un inferno. Tel al-Hawa, poco distante, è quasi un paradiso»

Qual è la tua giornata-tipo?
«Mi sveglio nella tarda mattinata, leggo un libro, mi aggiorno su quello che è successo nel mondo, navigo in Internet. La sera di solito esco con i miei amici. E prima di andare a dormire, sto ancora un po’ sul web. Ovviamente l’andazzo è diverso quando devo frequentare l’università».

Com’è cambiata la vita con l’arrivo di Internet e dei social network?
«Per uno studente come me sono diventati una parte essenziale della vita. Di solito non sto meno di quattro, cinque ore al giorno su Internet, quando non salta l’energia elettrica. E chi ha un blog, un forum, chi ha interesse a seguire le notizie del mondo non può fare a meno né dei siti, né dei social network».

Pensi che Internet possa cambiare una società come quella palestinese?
«Sono convinto che lo farà. Anzi, qualcosa – in questo senso – si sta già verificando. C’è un grande numero di blogger, di attivisti politici e dei diritti civili, scrittori, giornalisti ed esperti di informatica che, consapevolmente o meno, stanno già facendo qualcosa, stanno già modificando la nostra società attraverso la Rete».

Come viene raccontata, secondo te, la realtà palestinese dagli stranieri?
«Diciamo che c’è ancora molta strada da fare. La vera immagine della Striscia e della Cisgiordania non è stata ancora mostrata al resto del mondo. Ci vorrà ancora tempo, ma per adesso va bene così: l’importante è che si continui a parlare di noi e della nostra condizione».

I palestine papers sembrano aver reso più difficile il dialogo con Israele. Tu che pensi?
«È vero. Però il contenuto non ci ha sorpreso. Erano – e sono – cose che qui tutti sapevano da tempo. Ora si apre una fase delicata. E bisogna anche ammettere che – come dice il giornalista Ali Abunimah di “Electronic Intifada” – il processo di pace, così come lo conosciamo, è morto».

Si arriverà mai a una pace con Israele? Qual è il sentiment della maggioranza palestinese?
«Dipenderà da come Israele si comporterà con noi, se continuerà nella sua politica aggressiva, nei suoi omicidi mirati, nel furto della terra e negl’insediamenti. Se farà tutto questo, la Pace non ci sarà mai. Non perché noi – soprattutto di Gaza – siamo contro la pace, ma perché non possiamo farci umiliare nel nome della Pace».

Secondo molti analisti quella del Cairo potrebbe portare i palestinesi della Striscia a chiedere una maggiore democratizzazione. Cosa ne pensi?
«A Gaza abbiamo due problemi: uno è la democrazia, l’altro è il blocco israeliano. È ovvio che risolvendo uno non si pone più nemmeno l’altro problema».

Che rapporto c’è tra la popolazione di Gaza e Hamas?
«Hamas gode ancora di un’ampia popolarità qui nella Striscia. Ma è anche vero che negli ultimi tempi il loro gradimento è sceso di molto. C’è molta rabbia contro il potere e un po’ di disperazione per questo continuo fratricidio con i palestinesi di Fatah e della Cisgiordania».

Meglio Hamas o Al Fatah per il futuro Stato palestinese?
«Nessuno dei due. Entrambi hanno fallito ed entrambi non sono in grado di governare la Palestina. Né Hamas, né Fatah hanno in testa un’idea effettiva di quello che dovrà essere il nostro Stato».

Cosa ne pensi di Gybo, l’associazione dei giovani di Gaza che vuole promuovere il cambiamento?
«Mi piace il loro manifesto, però non è scritto bene e l’organizzazione non è proprio il massimo. Forse dovrebbero battersi per cose più realistiche e mettere da parte l’idealismo. Però mi rendo conto che è anche un modo per attirare l’attenzione dei media».

Secondo te una maggiore democratizzazione può arrivare solo dai palestinesi o serve l’aiuto di Unione europea e Stati Uniti?
«Solo i palestinesi possono risolvere i problemi della Palestina. Compreso il processo di democratizzazione».

© Leonard Berberi

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intervista

Stefano Jesurum: «Essere un ebreo di sinistra? Un casino»

Stefano Jesurum (foto tratta dal sito http://www.terrasanta.pagiop.net)

Se provate a parlare d’Israele con Stefano Jesurum – «qui in Italia l’accento è sulla e» – e se provate a chiedergli cosa rappresenti quel pezzo di terra martoriato da decenni, rischiate di finire travolti dalla passione di quest’uomo per il Medio oriente. Tanto che, per fare un solo esempio, non si capisce fino a che punto il suo bere con gusto il succo di pompelmo sia un puro desiderio personale o il riflesso inconscio di un innamoramento per tutto quello che la Terra Santa porta in grembo. Agrumi compresi.

Milanese, cinquantanove anni, Stefano Jesurum si presenta puntualissimo all’incontro in piazza San Babila. Camicia a maniche corte e barba incolta, il giornalista si esprime con la voce e, soprattutto, con i suoi occhi azzurri. Allo Stato ebraico ha dedicato un libro, che è anche una dichiarazione d’amore: Israele, nonostante tutto.

Laureato in Filosofia alla Statale («Ma con una tesi di storia sul sindacato dei ferrovieri»), Stefano inizia a fare il giornalista a 21 anni scrivendo per Pubblicità domani, «una rivista che non esiste più», per poi trasferirsi nel capoluogo toscano a gestire Il Nuovo di Firenze. L’esperienza però non lo entusiasma e dopo qualche mese ritorna a Milano dove, con un contratto di sostituzione, scrive per la cronaca cittadina del Giorno. Poi il salto alla redazione milanese dell’appena nata Repubblica – «grazie al mio capo Gianni Locatelli», ci tiene a precisare –, il passaggio all’Europeo (interrotto da un anno a Oggi), quindi la rivista Sette/Magazine/di nuovo Sette del Corsera e oggi al primo piano di via Solferino. Quello, per intenderci, dove si trovano i capi e il direttore.

Con lui dovremmo parlare di Israele. Ma alla fine, dopo un ora di domande, risposte e considerazioni, si finisce per parlare anche di altro. Di politica. Di letteratura. Della sinistra italiana. Di questo Paese. E, soprattutto, di giornalismo.

Ed è qui che Stefano tocca subito il cuore del discorso. «Appartengo all’ultima generazione di giornalisti vecchio stile», dice. «Quella generazione che aveva a che fare con la macchina da scrivere e non con il computer, con il piombo e non con la stampa digitale». Poi è arrivato Internet. E a quel punto «il giornalismo è diventato un altro mestiere». Perché l’accesso alle troppe versioni di uno stesso fatto ha finito con il «deresponsabilizzare il cronista» e perché lo porta a «fare un viaggio virtuale via web, mentre la mia generazione andava realmente nei posti di cui scriveva, consumava realmente le suola delle scarpe».

La cover del suo libro “Israele nonostante tutto”

E la sorte del giornale di carta? «Non credo morirà», risponde sicuro. «È vero che Internet ha sottratto lettori ai quotidiani, ma è anche vero che le ultime grandi inchieste – come quella del Washington Post – sono arrivate da un cartaceo. Il web impone tempi rapidi. La carta ti permette di approfondire l’argomento». La soluzione, per Stefano, è proprio questa: lasciare al sito Internet della testata l’aggiornamento e affidare le inchieste alla carta.

«Ammetto che gli articoli ormai li passo solo al pc», racconta il giornalista. Che poi un po’ si irrigidisce e dice: «Però non ho mai letto e mai leggerò in vita mia un e-book, un libro digitale. Non mi priverò mai della gioia di sfogliare un libro, di leggerlo sotto l’ombrellone o in un parco». A proposito di libri, Stefano rivela di essere un po’ «monomaniaco». «Per deformazione ormai leggo molta letteratura israeliana, della diaspora ebraica e qualcosa di narrativa e saggistica mediorientale».

Le risposte «rilassate» finiscono presto. Giusto il tempo di introdurre il binomio Israele-informazione. È qui che Stefano mette da parte l’aplomb e sputa qualche rospo. L’informazione italiana sulla crisi israelo-palestinese? «Buona parte segue schemi ideologici per cui o si sta con gl’israeliani, qualsiasi bischerata facciano, o con i palestinesi, qualsiasi bischerata facciano». La “Freedom Flotilla”, secondo lui, è solo l’ultimo esempio. «Che Israele abbia fatto un gigantesco errore politico e d’intelligence è fuori discussione», ammette. «Ma non capisco perché si parla di pacifisti quando a bordo c’erano uomini armati e, soprattutto, un certo Hilarion Capucci». Hilarion Capucci è un ex monsignore con un passato chiacchierato in Medio oriente. Nel 1974 venne arrestato e imprigionato per aver fornito armi e munizioni ai gruppi armati palestinesi approfittando del suo status diplomatico. Condannato a 12 anni di galera, ne sconta solo uno dopo l’intervento energico del Vaticano.

Hilarion Capucci a bordo della Mavi Marmara, la nave che ha tentato di rompere il blocco sulla Striscia di Gaza

In Israele, invece, l’informazione segue un percorso tutto suo, analizza Stefano. «I giornali israeliani criticano l’establishment di Gerusalemme più di quanto si faccia fuori dal paese», dice. «Giornali come Haaretz pubblicano notizie così serie che altrove sarebbe impensabile. Basti pensare all’Italia: stiamo ancora qui a cercare informazioni, dopo decenni, sulla Strage di Bologna». «Del resto Israele è una normale democrazia». E qui la provocazione è d’obbligo: democrazia sì, ma che non esita a usare la mannaia della censura militare sulle notizie per “motivi di sicurezza interna”. «Vero – concorda Stefano –, ma bisogna tenere sempre presente che si tratta di un paese in guerra da 62 anni».

E l’Italia come si comporta con Gerusalemme? «Questo è un Paese dove al corteo del 1° Maggio si sfila con le bandiere della Palestina e si urla contro Israele», spiega. «Gli stessi personaggi che ignorano che nello Stato ebraico esiste una Sinistra bene organizzata». Con un distinguo: «C’è tutta una fetta della sinistra italiana – come il presidente Napolitano – che da anni lavora per il dialogo tra i due popoli in conflitto».

A proposito di simpatie politiche, com’è essere un ebreo di sinistra? «Un casino!». «Si finisce con il prendere schiaffi sempre: sia in piazza – dai simpatizzanti italiani di sinistra – sia in tempio, dove mi danno del collaborazionista». Il «tempio» è la sinagoga, anche se lo scrittore ammette di non andarci molto spesso. «Ci tengo però a precisare che sono prima di tutto un ebreo, poi un giornalista, quindi un uomo di sinistra».

L’atteggiamento cordiale del primo ministro Silvio Berlusconi nei confronti d’Israele non lo convince più di tanto. «Il premier si muove così per un semplice calcolo politico, per questioni di scacchiera internazionale», ragiona. «Uno che abbraccia gli ebrei e poi ospita a casa sua Gheddafi, che gli ebrei li ha cacciati dalla Libia, non può essere considerato amico di Gerusalemme». Diverso, invece, il discorso per il presidente della Camera Gianfranco Fini. «Il suo mi sembra un percorso di crescita umana vero».

Il premier israeliano, Netanyahu, insieme a quello italiano, Berlusconi

E il Muro, cosa rappresenta? Lui risponde subito riferendosi alla barriera di separazione costruita da Israele per evitare gli attacchi palestinesi. «È un male necessario e temporaneo», dice. «È come quando in una famiglia una coppia si separa perché poi possa di nuovo tornare a parlare». La soluzione dell’area, poi, a sentire il giornalista, sembra sia soltanto una: «Due popoli e due Stati. Un’opzione politicamente giusta e anche una salvezza per Israele».

A proposito di Israele, cosa rappresenta per lui? Stefano mordicchia le nocche delle mani. Aspetta qualche secondo. Chiede un numero di fax al quale mandarmi la risposta. Cosa che succederà un paio d’ore dopo l’incontro. È la copia di pagina 196, l’ultima del suo libro Israele, nonostante tutto. Sono evidenziate le tre righe finali. Che costituiscono anche la risposta. «Per me Israele è la passione che non svanisce: perché questa terra è come una donna messa dapprima su un piedistallo e poi tradita, persa e riconquistata, disprezzata e poi ancora una volta amata».

© Leonard Berberi

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Parla l’autrice del video delle polemiche: “Volevo celebrare un inno alla vita per noi ebrei”

Jane Korman (la prima da destra) insieme ai figli e al padre lungo i binari che percorrevano i treni dello sterminio (foto: Jane Korman)

«Volevo realizzare un inno alla vita, una celebrazione alla sopravvivenza umana. Un messaggio a tutto il mondo: nonostante la follia, nonostante il male assoluto, nonostante le persecuzioni, ecco, nonostante tutto questo noi ebrei siamo ancora qui. Viviamo, ci divertiamo, facciamo trionfare i nostri valori sulla morte».

Jane Korman, australiana di passaporto, ma ebrea di origine e religione, è un’artista particolare. Prende gli eventi della storia, quelli più vicini a lei, e li riproduce da un diverso punto di vista. Ha studiato per un pezzo anche nel nostro Paese, a Prato, ha presentato mostre in giro per mezzo mondo e non ha mai dimenticato le sue radici.

E proprio queste radici l’hanno portata a ricevere molte critiche per aver realizzato un video – “I will survive – Dancing Auschwitz” – dove suo papà (uno scampato allo sterminio nazista) balla insieme a Jane e ai suoi nipoti davanti ai luoghi dell’orrore nazista. Un filmato molto cliccato in Rete, ma anche stigmatizzato per aver trattato un argomento così serio in modo tanto leggero. Falafel Cafè ha contattato Jane Kormane e l’ha intervistata.

Dentro una delle carrozze della morte della follia nazista (foto: Jane Korman)

Come le è venuta l’idea del video?

«Stavamo facendo il viaggio di famiglia lungo l’Europa e lì ho pensato di far ballare tre generazioni con una canzone che rappresentasse il concetto di sopravvivenza. Mi sono ricordato subito di “I Will Survive” di Gloria Gaynor e con pochi passi di danza abbiamo fatto il video».

Si è chiesta prima se l’idea avrebbe potuto ferire i sentimenti dei sopravvissuti ebrei?

«Ovvio. Ma speravo che avrebbero capito che la danza è un omaggio alla volontà umana di sopravvivere, è una celebrazione della vita. È un modo per dire a tutto il mondo che, nonostante la brutalità e la crudeltà sistematica che abbiamo subìto, noi ebrei siamo ancora qui. Non solo un sopravvissuto (mio papà), non solo tre generazioni di una stessa famiglia, ma l’intera stirpe ebraica».

Sì, però far ballare delle persone di fronte ai luoghi che evocano brutti ricordi per milioni di persone non le sembra un po’ eccessivo?

«Ma il fatto che nel video ci siamo noi che balliamo non vuol dire mancare di rispetto a quello che è accaduto sessantacinque anni fa. Perché la nostra danza contiene tutti i traumi, gli shock e il disgusto della Shoah: non balliamo in luoghi normali, ma in posti che hanno rappresentato il periodo più buio per l’umanità. Con questo video non vogliamo che la disperazioni ci demoralizzi e ci deprima».

È vero che il video che gira su YouTube è solo una parte?

«Sì. È la prima parte. E non può essere vista senza la seconda. Perché è qui, nella puntata successiva, che faccio vedere un vecchio filmato casalingo di com’eravamo noi 45 anni fa: c’è tutta la commozione di noi ebrei per quello che è successo. Ci sono io bambina che ballo con i miei genitori e con i loro amici – tutti sopravvissuti alla Shoah – in un bosco vicino Melbourne. C’è tutta la libertà dei miei genitori, dopo quello che hanno passato. La nostra famiglia ha sempre espresso così l’amore per la vita: ballando».

E la terza parte?

«È la parte più “seria”, se vogliamo. Svela frammenti delle nostre vite attraverso i luoghi di sterminio. C’è mio papà che rievoca il suo passato, c’è la sua voce che si fa roca, ci sono le immagini di archivio in bianco e nero. È la parte riflessiva, sintetizza cosa vuol dire essere ebrei».

Cosa le ha detto suo papà quando gli ha proposto di girare il video?

«Ha capito subito e ci ha anche dato una mano. Ha pensato che fosse un’ottima idea quella di usare la danza per esprimere la sopravvivenza e la libertà, dopo l’orrore che ha visto in quei posti. Sia mio papà, che mia mamma, mi hanno detto: “Siamo venuti dalle ceneri, ora si balla!”».

Ritorno al passato: il padre sopravvissuto ai campi di concentramento di nuovo dentro il treno della Shoah (foto: Jane Korman)

E i suoi figli?

«Due dei miei quattro figli, Yasmin e Gil, hanno pensato che fosse un’ottima idea. L’altra mia figlia – Sunny – ha avuto più difficoltà nel ballare, visto che vive in Israele. Lei, più di tutti noi, ha vissuto sulla propria pelle la separazione della famiglia e il trauma che si porta dietro. Yakov, il quarto figlio, ha preferito non ballare, ma ha fatto le riprese».

Si aspettava così tante critiche negative?

«No. Così come non credevo di ricevere tanto sostegno da altre persone. Ho ricevuto molte lettere e commenti. È stata un’esperienza travolgente. Certo, molti giudizi scritti su YouTube hanno un vago sapore antisemiat e ad alcuni di loro ho anche risposto. Ma l’aver fatto pace con almeno un neo-nazista – cosa che è successa in questi giorni – non può che essere una conquista!».

Pensa che ci sia ancora una sorta di tabù che circonda l’Olocausto, per cui nessuno – lei compresa – può permettersi di trattare l’argomento da una diversa prospettiva?

«Credo di sì. E le critiche che ho ricevuto lo dimostrano. Ma io non ho fatto altro che dare una nuova risposta e offrire una nuova interpretazione della Shoah e del trauma storico che ha causato. Sentivo che la gente iniziava ad allontanarsi dal ricordo dell’Olocausto. Per questo, avevo bisogno di creare un’opera d’arte che risvegliasse nelle persone la memoria storica, ricordando loro cos’è stata la Soluzione finale».

© Leonard Berberi

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