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E in Turchia arriva “il primo sex shop online” per i musulmani

L'home page del sex shop aperto in Turchia (foto Falafel Cafè)

L’home page del sex shop aperto in Turchia (foto Falafel Cafè)

Dentro al catalogo c’è molto materiale. Dalle erbe ai profumi. Dai lubrificanti ai giocattoli erotici. Mancano i vibratori, «ma solo perché quelli la religione ce li vieta». C’è però il «decalogo» per il buon sesso. Sesso halal, s’intende. Perché Haluk Murat Demirel, turco di 38 anni, ha aperto quello che dice di essere il primo sex shop in un Paese musulmano.

Se non è un tabù infranto poco ci manca. E Dio sa quanto tutto questo durerà man mano che la voce arriverà lassù, alle autorità religiose. Ma Demirel non sembra preoccuparsene. Anzi, racconta che l’idea gli è venuta dopo che decine di amici si lamentavano di non avere un posto dove ricevere consigli sessuali e comprarsi essenze e oggetti che non si trovassero in posti così espliciti come i tradizionali sex shop.

Quindi ecco l’idea. Ecco un sex shop online. Ma senza le immagini di donne e uomini nudi dalle pagine virtuali. Sito che, a vederlo, a sfogliarlo, a passare da un link all’altro, sembra tutto tranne che lo spazio su Internet di un negozio che vende oggettistica sessuale. E sarà anche per questo che, canta vittoria Demirel, il sito web – lanciato martedì 15 ottobre – «ha già avuto un picco la scorsa domenica, con 33 mila utenti unici in ventiquattr’ore». L’idea di Demirel arriva due anni dopo l’iniziativa di un ebreo americano che s’è aperto il suo sito di sesso “kosher”.

Una sola domanda: durerà? E qui l’interrogativo è riferito all’avventura imprenditoriale in terra musulmana, mica alle prestazioni sotto alle lenzuola. È presto per dirlo.

© Leonard Berberi

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Quegli occhiali “annebbianti” degli ultraortodossi per combattere l’«immodestia femminile»

Se non puoi evitarle, puoi almeno sfocarle. Così da eliminarle dalla propria vista. Non sia mai capiti di posare gli occhi su femmine sconosciute. Peggio: su femmine vestite in modo «immodesto».

E allora. Passano i mesi e gli anni. Si accumulano le sentenze. Si collezionano gli applausi e le denunce, le manifestazioni e i racconti dell’orrore. Ma in certe aree d’Israele siamo sempre alle solite.

Perché dopo i posti separati sui bus (uomini davanti, donne dietro), dopo i marciapiedi uomini-di-qua-donne-di-là, dopo le mura tirate all’improvviso nel bel mezzo della strada e dopo la pubblicità mono-sesso, ecco, dopo tutto questo, arriva la nuova «arma» degli ebrei ultra-ortodossi, è il caso di dirlo, a tutto tondo: gli occhiali che annebbiano la vista. Non sempre. Solo degli oggetti e delle persone che si trovano a una certa distanza da noi. Perché, ovvio, altrimenti s’inciampa.

Ecco, gli occhiali. Servono a evitare il contatto visivo con le donne «poco» vestite, ché la legge ebraica proibisce che l’uomo e l’altra metà del cielo si sfiorino – anche con gli occhi – se non sono sposati. Basta fare quattro passi in certe vie di Bnei Brak, la città degli ultraortodossi poco lontana dalla laicissima Tel Aviv. Oppure passeggiare al quartiere religioso Mea Shearim di Gerusalemme. Cartelli, affissioni. Ordini. Alle donne, soprattutto. «Copritevi fino al collo!». «Evitate contatti con gli sconosciuti!». E via così.

A proposito di occhiali. Costano poco meno di 30 euro. Il prezzo della devozione a Dio. Ma anche la risposta – della comunità religiosa ebraica più oltranzista – alle sentenze della legge dello Stato. Una risposta che suona come una pernacchia, accusano molti laici israeliani. Una pernacchia alla ragione. Al rispetto. Alle donne.

© Leonard Berberi

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