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Quelle minacce (via app) alla scuola che insegna la convivenza ad arabi ed ebrei

Alia Tunisi (a sinistra) e Sharon Suval sono insegnanti alle elementari della scuola "Mano nella mano" di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Alia Tunisi (a sinistra) e Sharon Suval sono insegnanti alle elementari della scuola “Mano nella mano” di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Se la sono presa anche con una scuola arabo-ebraica. Per tentare di uccidere qualsiasi tentativo di coesistenza pacifica. Annientarla sin dalla culla. E se proprio non si può così presto allora bisogna attivarsi per farlo il prima possibile. Magari sin dalle classi. E, perché no, anche semplicemente instillando paura con la tecnologia.

Chi nei giorni scorsi è passato con l’auto a Gerusalemme nei dintorni della scuola «Mano nella mano» non ha potuto leggere il suo vero nome su Waze, l’app anti-traffico di origine israeliana e comprata da Google per un miliardo di dollari. No. Chi è passato da quelle parti ha letto soltanto «La scuola bilingue – Che possano i loro nomi venire cancellati».

Una parte della scuola "Mano nella mano" di Gerusalemme bruciata dopo l'attacco incendiario di novembre 2014 (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Una parte della scuola “Mano nella mano” di Gerusalemme bruciata dopo l’attacco incendiario di novembre 2014 (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Qualcuno – un utente di Waze – ha stravolto la denominazione di questo istituto che insegna a 624 bambini e ragazzi di religione ebraica e musulmana storia e filosofia, matematica e scienze e, soprattutto, a convivere nel rispetto delle differenze altrui.

La cartina di Waze con le scritte minacciose (foto di David Ben Moshe / Ynet)

La cartina di Waze con le scritte minacciose (foto di David Ben Moshe / Ynet)

Mettete delle scritte minacciose nelle vostre app. Storpiate il nome di chi vuole costruire ponti e non elevare mura. Fate paura. Ché è quella ormai che sembra dominare in certi settori dello Stato ebraico.

Le minacce sono digitali. Il target esiste eccome. Ed è uno dei simboli della convivenza – pacifica – tra israeliani e arabi. Già obiettivo di un attentato incendiario lo scorso novembre da parte di due giovani estremisti di destra. E di svastiche e frasi anti-arabe dipinte sulle pareti esterne lo scorso giugno. Il tutto quasi ad anticipare un’ondata estremista contro palestinesi e arabi, gay e moderati che tra luglio e agosto ha pervaso un pezzo di Medio Oriente.

Zaini e cappotti degli studenti della scuola arabo-ebraica "Mano nella mano" di Gerusalemme (foto da Facebook)

Zaini e cappotti degli studenti della scuola arabo-ebraica “Mano nella mano” di Gerusalemme (foto da Facebook)

L’indicazione dentro l’app è ora sparita. Dopo centinaia di segnalazioni a Google che non ha nascosto l’imbarazzo. «La modifica è stata effettuata da un utente che era abilitato a farlo», chiarisce una fonte di Waze, l’applicazione che spopola in Israele (e non solo) perché si serve del contributo degl’iscritti per avere una mappa sempre aggiornate delle strade intasate e di quelle libere. Utente che – precisa la società mediorientale – è stato ora cancellato.

«Ho denunciato il fatto alla polizia», dice Nadia Kinani, preside della sede gerosolimitana di «Max Rayne – Mano nella mano». Intanto più d’un genitore chiede che venga aumentata la sicurezza per il prossimo anno scolastico. Cosa rara per l’istituto finanziato da una Ong. «Attualmente le nostre cinque sedi sparse per il Paese fanno lezione a 1.100 tra ebrei e arabi», calcolano i vertici dell’ente scolastico. E sperano che l’anno prossimo mamma e papà non ritirino i figli. Questa sì che sarebbe una gran sconfitta. Per tutti.

© Leonard Berberi

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attualità, tecnologia

La diplomazia ai tempi di Google: sul motore di ricerca arriva il “riconoscimento” della Palestina

La scritta (in arabo) "Palestina" sotto al logo di Google nell'home page del motore di ricerca più cliccato al mondo

La scritta (in arabo) “Palestina” sotto al logo di Google nell’home page del motore di ricerca più cliccato al mondo

Il cambio è minimo. L’impatto pure. Ma la mossa rischia di scontentare più di qualcuno. Anche a livello tecnologico. Succede che Google, uno dei colossi mondiali del web, ha deciso di apportare una piccola modifica nella versione palestinese della sua home page: via la scritta «Territori palestinesi» subito sotto al logo, ed ecco un più semplice «Palestina».

«Anche Google riconosce lo Stato palestinese» hanno esultato quelli del Palestine News Network, ripresi da un blog del sito di Foreign Policy. E nel giro di pochi minuti la notizia – apparsa mercoledì sera – è stata condivisa da migliaia di utenti. Prima il (mezzo) riconoscimento delle Nazioni Unite e ora quello – integrale – del web? A prima vista potrebbe sembrare di sì. Come potrebbe anche alimentare le speranze di chi si augura, un giorno, la creazione di una Palestina libera e indipendente. Le stesse speranze che, quasi tre anni fa, alimentò la scelta del servizio meteo di Yahoo! di dividere Gerusalemme in Est e Ovest. Decisione poi revocata nel giro di pochi giorni.

«Cambiamo il nome “Territori palestinesi” in “Palestina” in tutti i nostri prodotti. Per attribuire i nomi dei Paesi consultiamo una serie di fonti e di autorità: in questo caso ci atteniamo all’Onu, all’Icann (garante dei nomi per i domini internet) e all’Iso (Organizzazione internazionale per la standardizzazione), oltre ad altre organizzazioni internazionali», ha spiegato Nathan Tyler, portavoce di Google.

«Google non è un ente politico o diplomatico», ha commentato – con molta pacatezza – Yigal Palmor, portavoce del ministero israeliano degli Esteri. «E così l’azienda può chiamare qualsiasi cosa con il nome che vuole, non ha nessuna importanza», ha detto al quotidiano The Times of Israel. Certo, tra le righe la decisione non è così facile da digerire. «La scelta di Google solleva tutta una serie di questioni. A partire da quella se ci sia uno spazio per poter discutere di questioni controverse all’interno di un’azienda che è fondamentalmente privata».

© Leonard Berberi

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cultura

Arriva sul web il documento biblico più antico del mondo

Il documento biblico più antico al mondo ora è un ebook che si può leggere tutto intero sul pc o sul tablet. Basta collegarsi sul sito http://dss.collections.imj.org.il/, sfogliare le pagine digitalizzate e godersi un testo – tradotto – che non ha eguali. Fino a oggi vengono proposti al pubblico i primi cinque rotoli: dove si trova anche quasi tutto il libro di Isaia (66 capitoli), riprodotto da uno scriba nel 125 prima di Cristo.

Dopo anni di lavoro i “Rotoli del Mar Morto”, il documento biblico più antico arrivato ai giorni nostri, sono da oggi consultabili sul web grazie al Museo Israel di Gerusalemme (dove sono conservati gli originali) e di Google, il grande motore di ricerca che ha provveduto a digitalizzare le pagine senza danneggiarle.

La stessa Google che nei mesi scorsi ha già immesso nel web l’archivio fotografico del Museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme. I rotoli è possibile non solo scorrerli, ma anche ingrandirli fino a mettere in luce particolari che non sarebbero visibili ad occhio nudo. All’interno di ciascun rotolo è anche possibile compiere ricerche per colonna, capitolo, o versetto. Il documento è tradotto in inglese. Basta cliccarci sopra a ogni blocco di testo e automaticamente comparirà la versione in una lingua per noi più conosciuta.

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti nelle grotte di Qumran nel 1947. Nello stesso luogo dove duemila anni fa si era insediata una setta di religiosi ebrei. Sono testi che gli studiosi considerano un punto di riferimento importante per lo studio della evoluzione del pensiero monoteista.

Leonard Berberi

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