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Israele dà il via libera alla costruzione di 1.100 alloggi a Gerusalemme Est

Trecentosessantacinque giorni dopo non è cambiato nulla. Stessa scena, stessi protagonisti, stesse minacce e stesso esito: nessun tavolo di Pace, ma solo tante costruzioni. Già, le costruzioni. Il 28 settembre 2010, allo scadere dei dieci mesi di moratoria del governo israeliano, i coloni avevano ripreso a tirar su a colpi di calcestruzzo e mattoni centinaia di abitazioni in Cisgiordania. Fregandosene dei colloqui di Pace che di lì a poco sarebbero naufragati nella retorica mediorientale.

Un anno dopo, siamo esattamente allo stesso punto. Cambia solo il contesto internazionale: stavolta Ramallah ha chiesto all’Onu il riconoscimento dello Stato palestinese. Come finirà si vedrà. Ma tutt’intorno resta il solito copione dell’area: alle parole non seguono mai i fatti. Anzi.

E così, tanto per la cronaca, si è saputo che il ministero dell’Interno israeliano ha formalizzato oggi il via libera alla costruzione di 1.100 nuovi alloggi nell’insediamento ebraico di Gilo, un sobborgo di Gerusalemme Est, quindi oltre la linea verde del 1967 (nella foto sotto le nuove costruzioni). Ci troviamo nel bel mezzo dei territori rivendicati dai palestinesi. E questo di Gilo sarebbe solo uno dei tanti progetti che hanno lo scopo di rilanciare l’edilizia nella zona a maggioranza araba indicata da Abu Mazen quale capitale del futuro Stato palestinese.

Quella degl’insediamenti resta – secondo gli analisti – il vero problema dei negoziati israelo-palestinesi. L’esecutivo Netanyahu non sa come disfarsene dei trecentomila e passa di coloni. E non potrebbe nemmeno imporre l’allontanamento coatto visto che metà governo è legato agl’insediamenti e ci metterebbe mezzo secondo a far cadere il governo. L’autorità palestinese, invece, mette quello dei coloni al primo punto dell’agenda per raggiungere un accordo.

L’altra questione riguarda la Città Santa. Secondo il governo israeliano Gerusalemme Est (annessa unilateralmente a Israele nei primi anni ’80), è parte della capitale «unita, eterna e indivisibile» dello Stato ebraico. Secondo l’Autorità nazionale palestinese, essa è invece una porzione da restituire di quei territori occupati fin dalla guerra dei Sei Giorni del 1967.

Ed ecco che, nel bel mezzo del marasma diplomatico, arriva il via libera a costruire non solo in un territorio che i palestinesi considerano loro, ma anche in quella parte di città che, sempre secondo i palestinesi, sarà la capitale del nuovo Stato.

Leonard Berberi

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